Ritorno al gold standard? Più facile a dirsi che a farsi

Nel caso non l’abbiate ancora sentito, il comitato incaricato di stilare la piattaforma per la Convention Repubblicana Nazionale della prossima settimana ha annunciato di considerare una proposta per il ritorno al gold standard. Notiziona! Ma che ironìa, dato che fu proprio un presidente Repubblicano (Richard Nixon) ad abolire il gold standard negli anni settanta. Ad ogni modo, fa piacere vedere l’argomento sotto la luce dei riflettori mondani. C’è una possibilità che tutto ciò si concretizzi?

Diamo uno sguardo a qualche numero.

Ricordate, il gold standard è un sistema monetario nel  quale le unità monetarie sono fissate in rapporto alla quantità di oro detenuto dal governo; con il gold standard, l’offerta di cartamoneta non può essere espansa senza aumentare la quantità di oro corrispondente.

In un gold standard totale, tutta l’offerta monetaria è garantita dall’oro.

Secondo il World Gold Council, tutto l’oro  estratto nel mondo ammonta a 10 bilioni di dollari: l’ammontare di M2 negli Stati Uniti.

In altre parole, al fine di garantire la copertura aurea dell’offerta monetaria, il governo Americano dovrebbe controllare tutto l’oro estratto nella storia.

Oggigiorno, il valore di mercato dei possedimenti aurei del governo federale ammonta a 250 miliardi di dollari. Questa è un’affermazione coraggiosa, presuppone la corretta segnalazione dell’oro federale. Ma non dovremmo preoccuparci molto di ciò: i possedimenti aurei saranno presto sottoposti a verifica. Dal Dipartimento del Tesoro. Che imparzialità!

Comunque sia, 250 miliardi di lingotti d’oro costituiscono il 2,5% dell’offerta monetaria statunitense. Quindi un ritorno al gold standard è più facile a dirsi che a farsi.

Anche nella vigenza di un gold standard debole, parziale, il totale di oro a copertura della valuta dovrebbe ammontare almeno al 10%, suggerendo che:

– l’offerta di moneta dovrebbe contrarsi del 75%, stimolando massiccia deflazione (improbabile);

– il prezzo dell’oro aumenterebbe fino a 5.000 dollari (più appetibile).

Chiaramente, uno dei rischi principali in questo scenario è dato dal bisogno federale di oro, da attuarsi, probabilmente, in modalità simili alla confisca stile Roosevelt.

Ma siamo onesti: tutto ciò è solo un sogno impossibile. I numeri non lo consentono e, inoltre, perché mai un politico dovrebbe obbligarsi a smettere di avere a disposizione moneta creata dal nulla?

Ma, nel caso in cui questa idea guadagnasse spazio, speculiamo un po’.

Una persona, per esempio, potrebbe acquistare opzioni su futures a lunga scadenza; l’opzione call di acquisto aureo di 2.350 dollari  nel Dicembre 2017 costa, oggi, intorno ai 225 dollari. Assumendo l’ascesa altresì dell’argento, potremmo pagare 2 dollari un’opzione buy su un’oncia d’argento nel Dicembre 2016 con un prezzo di esercizio di 80 dollari.

Se un ritorno al gold standard portasse i metalli preziosi ad una crescita esponenziale nei prossimi cinque anni, queste opzioni potrebbero valere venti volte di più del prezzo odierno. Se finisse con un nulla di fatto, la vostra esposizione sarebbe limitata.

Naturalmente, vi sono una serie di rischi associati a tali speculazioni in mercati pubblici… non ultimo dei quali è il rischio insito nell’affidamento sulla stessa controparte.

Ho scritto molto circa il caos che regna in questi mercati: gli scambi rappresentano, ormai, solo un’appendice governativa che mira a frodare il pubblico ingenuo e inconsapevole.

Se avete i mezzi, riducete questo rischio operando attraverso mercati esteri. La Borsa di Hong Kong ha contratti futures prezzati in oro (100 once troy di oro 995 prezzate in dollari americani) e introdurrà, probabilmente, opzioni. Altre Borse straniere (Shangai, Singapore, etc.) permettono la transazione di futures in oro.

Certamente, niente batte la detenzione materiale di oro fisico, preferibilmente immagazzinato oltreoceano. Se la confisca stile Roosevelt dovesse palesarsi nuovamente, il posto più sicuro per il vostro oro sarebbe una comoda cassetta di sicurezza in luoghi come Hong Kong o Singapore.

Articolo di Simon Black su Sovereignman.com

Traduzione di Luigi Pirri