Individualismo, collettivismo e altre etichette nebulose

Immaginate la persona che sto per descrivervi. Crede che tutti gli individui debbano essere liberi di fare ciò che non costituisce aggressione verso terzi e quindi vede con favore la proprietà privata, mercati liberi globali, libertà di contratto, libertà civili e tutte quelle idee che ricadono sotto l’etichetta di libertarismo (o anche liberalismo). Ovviamente questa persona non è uno statalista. Ma è un individualista e capitalista oppure si tratta di un socialista collettivista?

Sembrerebbe una domanda facile a cui rispondere ma a un esame più attento rivela che è tutt’altro che tale. Molto dipende dal contesto e dal livello di analisi in cui rivolgiamo la domanda. Una risposta corretta a livello di etica personale potrebbe non esserlo in una discussione di politica economica. Prendete la parola individualista. Ci sono molte vie in cui la persona descritta sopra potrebbe essere etichettata come individualista. Se nella sua vita privata di solito alla fine fa riferimento a se stesso per prendere decisioni (anche se magari chiede ad altri consigli e informazioni) e non segue pedestremente la moda, allora potrebbe essere definito, in modo appropriato, come individualista. Allo stesso modo è anche un individualista metodologico se crede che solo gli individui agiscono e creano; solo gli individui hanno intenzioni, giudizi di valore e preferenze. Se comprende che quando è un gruppo ad agire, si tratta soltanto di individui che operano di concerto.

Che possiamo dire a livello di politica economica? Questa persona è un individualista anche in quel contesto? Qui affibbiare etichette diventa più complicato. Certamente lo è nel senso politico e giuridico, ovvero, favorisce un sistema in cui i contratti di proprietà individuale acquisiti in modo onesto siano rispettati. La proprietà collettiva, per lui, deve poter essere rintracciabile a contratti che si riferiscono a gruppi di individui. (Ma per una teoria libertaria della proprietà pubblica non statale, leggetevi A Plea for Public Property di Roderick Long e il lavoro di Elinor Olstrom sulle risorse comuni con cui ha vinto il Premio Nobel).

Questo ragionamento sembrerebbe farci raggiungere la conclusione che un libertario è categoricamente un individualista. Non corriamo. Il termine individualista, ricordiamoci, era un peggiorativo indirizzato ad alcune persone del credo libertario. Era utilizzato per stigmatizzarle come antisociali. Gli aggettivi aspro e atomistico furono poi aggiunti in seguito per specificare meglio il punto. Per alcune persone, l’unabomber Theodore Kaczynski, che viveva in una capanna nella foresta,  rappresentava la quintessenza dell’individualismo (a parte le lettere bomba). Ma la filosofia libertaria è tutt’altro che antisociale. Sarebbe davvero un modo strano per descrivere una filosofia che accoglie – con piacere! – la divisione globale del lavoro e il libero commercio attraverso i confini di proprietà, città, provincia, stato e nazioni. (Sì, per ora lascio perdere quelli planetari)

Intelligenza collettiva

Ci sono altri significati però in cui il termine “individualista” va fuori strada e in cui invece i termini “socialista” e anche “collettivista” sono più appropriati. La tradizione austriaca in economia ha enfatizzato che  il grande vantaggio del processo di mercato sulla pianificazione economica centralizzato si deve al fatto che il mercato permette lo sviluppo di un’intelligenza sociale e collettiva che è negata ad ogni individuo o sottogruppo. Questo non significa c he una mente collettiva emerga sul serio ma soltanto che il processo sociale e il sistema dei prezzi si combinano in un modo tale che il tutto è più grande della somma delle sue parti. Il mercato “sa”  più di ognuno di noi da solo. (Lo stesso punto può essere fatto per un contesto più ampio. Il filosofo Wittgenstein argomentò che il linguaggio stesso, senza il quale non ci può essere pensiero, è essenzialmente sociale.)

Inoltre, Ludwig Von Mises ha spesso enfatizzato che in un mercato “liberato,” sono i consumatori in modo collettivo, e non gli uomini d’affari individualmente, a determinare chi possiede i mezzi di produzione e che cosa sarà prodotto. Quando uno sviluppa le implicazioni di questo pensiero, le cose diventano interessanti. I consumatori compiono costantemente queste decisioni, acquistando o astenendosi dal farlo, ma il risultato finale non è mai il risultato atteso di un processo decisionale intenzionale. Gli uomini d’affari possono possedere legalmente il loro capitale e i mezzi di produzione ma se – in un mercato davvero concorrenziale – i consumatori non apprezzano quello che questi proprietari fanno con i loro asset, allora questi ultimi andranno in bancarotta e ne perderanno il controllo. È un processo sociale e collettivo. Come scrisse Mises ne l’Azione Umana,

La direzione di tutti gli affari economici in una società è il compito degli imprenditori. Il controllo della produzione è affidato a loro. Sono al timone e guidano la nave. Un osservatore superficiale potrebbe pensare che abbiano un controllo assoluto, ma non è vero. Sono costretti a obbedire incondizionatamente agli ordini del capitano. Ma il capitano è rappresentato dai consumatori. Non sono gli imprenditori o gli agricoltori o i capitalisti a determinare che cosa deve essere prodotto, ma i consumatori. Se un imprenditore non obbedisce in modo ligio agli ordini che il pubblico dei consumatori gli invia tramite la struttura dei prezzi di mercato, soffrirà delle perdite, andrà in bancarotta e sarà quindi rimosso dalla sua posizione al timone. Altri uomini che sono maggiormente in grado di soddisfare i desideri dei consumatori lo rimpiazzeranno [italico aggiunto]

Controllo sociale

Non è questa una forma di controllo sociale, o collettiva, dei mezzi di produzione? Non rende il libertarianismo, socialista o collettivista? Questa caratteristica dei mercati è un buon argomento da usare con i nostri avversari che in buona fede contestano ogni sistema che non permette alla massa di decidere su questioni che la riguardano (Approfondite sul mio articolo “Market, State, and Autonomy.”). L’ironia è che il libero mercato sia in grado di soddisfare questa istanza mentre un sistema socialista no. Ma è necessario rimarcare che il ragionamento di Mises si applica in pieno soltanto sotto il laissez-faire, ovvero un libero mercato senza privilegi coercitivi di qualunque sorta. Storicamente, gli interventi governativi sul mercato sono stati diretti a fornire riparo ai privilegiati (proprietari terrieri e capitalisti beneficiari di favoritismo pubblico come brevetti, licenze e privatizzazioni) contro le rivendicazioni delle persone comuni – consumatori e lavoratori – gli stessi le cui voci hanno più peso in un mercato davvero libero. Questo è il motivo per cui la lotta per la libertà è sempre stata una battaglia contro il privilegio. (I libertari che dimenticano questo fatto sposano quella teoria che Kevin Carson chiama “libertarismo volgare” o “falso liberismo,” ovvero un’analisi che non è altro che un’apologia delle grandi imprese.)

In sintesi, il grande dibattito politico non è tra individualisti e collettivisti, ma tra chi vede la coercizione statale come il luogo dove debba risiedere l’autorità e chi invece ritiene che debba essere una società volontaria. I liberali da Adam Smith a Herbert Spencer a F.A.Hayek hanno enfatizzato i benefici dei processi sociali liberi e spontanei (come il mercato ma anche la common law) e come questi ultimi siano stati rovinati dallo Stato. Chi auspica la supremazia dello Stato sulla società viene chiamato, in modo appropriato, “statalista.” Non dovrebbe seguire semanticamente che i sostenitori della supremazia della società sopra lo Stato vengano chiamati “socialisti” ?  A questo proposito, ricordo che il libertario James Dale Davidson, fondatore della National Taxpayers Union, tempo fa scrisse un libro (The Squeeze, se ricordo bene) che chiedeva una “socializzazione delle regole.” Con quelle parole, intendeva dire che le regole e gli usi della vita di tutti i giorni dovrebbero essere generati, dal basso, dalla società e non imposti, dall’alto, dai legislatori.

Manchesterismo coerente

State tranquillo, non sto suggerendo che i libertari inizino a definirsi socialisti. Sto dicendo che forse è meglio riesaminare le etichette e chiarificarne il significato. Tuttavia, dal punto di vista storico credo che Mises si sbagliasse quando scrisse: “La nozione di socialismo, così come concepita e definita da tutti i socialisti, implica l’assenza di un mercato dei fattori di produzione e dei prezzi di questi fattori.” Non può essere vero perché alcuni vecchi sostenitori americani del laissez-faire – ovvero, coerenti Manchesteristi – si sono definiti per un certo tempo socialisti; tra questi spicca Benjamin R.Tucker, editore del Liberty Magazine (1881-1908). Secondo Tucker  i suoi alleati (e precedenti pensatori liberali come il mentore di Spencer), Thomas Hodgskin, capitalismo significava interferenza governativa nel mercato (tariffe, cartelli bancari, brevetti e monopoli terrieri) a beneficio del capitale e a detrimento del resto della società. La loro alternativa era un mercato completamente libero e concorrenziale dove non vi fossero privilegi; solo quel sistema avrebbe potuto restituire ai lavoratori le giuste retribuzioni, derubate tramite intervento governativo anticoncorrenziale. Nel 1884 Tucker scrisse:

Il Socialismo [nella sua concezione] sostiene che ciò che è bene per un uomo non debba essere male per un altro; che nessuno debba essere in grado di aumentare la sua ricchezza se non lavorando; che nell’arricchirsi lavorando nessuno debba rendere un altro uomo più povero; che al contrario ogni uomo, arricchendosi con il lavoro, debba rendere ogni altro uomo più ricco; che l’incremento e la concentrazione della ricchezza tramite lavoro debbano far aumentare e rendere più conveniente e più varia la produzione; che ogni aumento del capitale nelle mani dei lavoratori debba tendere, in assenza di monopoli legali, a mettere in circolazione più prodotti, di qualità migliore e meno costosi, e che ogni uomo che lavora si debba poter permettere una grande varietà di questi prodotti; e che tutto questo significhi un miglioramento fisico, mentale e morale dell’umanità e la realizzazione dell’umana fraternità. Non è forse glorioso tutto ciò? Una parola (socialismo) dovrebbe essere messa da parte solo perché alcuni hanno cercato di sposarla con l’autorità? (Socialism: What It Is)

Quando includiamo nella categoria “lavoro” anche il mestiere degli imprenditori, la descrizione che Tucker fa di una società libera è virtualmente indistinguibile da quella offerta da Frédéric Bastiat, Ludwig von Mises e Leonard Read.

Oggi invece socialismo significa soltanto controllo statale, non sociale. Ma per molte persone qui e all’estero, capitalismo significa non laissez-faire ma piuttosto corporativismo o quello che il grande libertario Albert Jay Nock ha definito “lo Stato mercante.” Dobbiamo fare in modo che le nostre etichette comunichino un messaggio chiaro, altrimenti non riusciremo mai ad arruolare la massa delle persone alla causa della libertà.

Articolo di Sheldon Richman per Thefreemanonline.org

Traduzione di Marco Bollettino