Gli aspetti economici della tassazione

In un momento storico in cui la mobilitazione della conoscenza e l’acquisizione di dati ed informazioni attendibili e utili rivestono un ruolo sempre più prezioso ed insostituibile, il Mises Italia è ben lieto di proporre ai propri lettori la traduzione, in puntate settimanali, di questo articolato e straordinario studio sugli aspetti economici e sociologici della tassazione, a firma di Hans Hermann Hoppe. L’indagine costituisce uno dei capitoli, il secondo per la precisione, di “The Economics and Ethics of Private Property – Studies in Political Economy and Philosophy”, ponderosa opera del filosofo ed economista libertario tedesco. Trattasi di un mirabile e fulgido esempio di analisi “austriaca” – caratterizzata dall’adozione di un rigoroso impianto teorico, dall’utilizzo di un approccio logico -metodologico eminentemente deduttivo, dall’impiego di mezzi e strumenti di indagine volti allo studio della causa ultima, quella dell’azione umana – applicata al fenomeno impositivo: che ancorché risulti essere oggigiorno, purtroppo, un fenomeno sempre più drammaticamente attuale, invadente ed oppressivo, sconta, sciaguratamente, il fatto di essere ancor troppo poco inteso o capito, avvolto com’è  nelle tenebre dell’ignoranza più inconsapevole, o nelle spire della mistificazione più subdola e tendenziosa.

L’augurio, allora è che questa analisi possa contribuire a farci aprire gli occhi, inoculandoci un po’ di vaccino per una coscienza avvertita e responsabile, capace di intendere, finalmente, che le tasse, mutuando le belle parole di Sergio Ricossa, «ci riguardano, prima ancora che come contribuenti, come cittadini, uomini di coscienza, individui che esprimono scale di valori in cui la libertà è presente con spicco… Esse determinano la qualità della nostra vita anche non materiale, ben oltre quanto può sembrare fermandosi all’economia dei tributi. Non modificano solo la nostra ricchezza: modificano la condizione umana spirituale».

Gli aspetti economici della tassazione

 Un’analisi prasseologica del fenomeno impositivo – parte prima

In primo luogo, vorrei spiegare l’effetto economico generale della tassazione.

Quella a seguire intende porsi come un’analisi prasseologica del fenomeno, ed in quanto tale non ci si dovrà certo aspettare che si aggiunga molto di più rispetto ai concetti ed alle idee già espressi da altri economisti.
Comunque sia, sostenere che non vi sia  nulla di nuovo da apportare al tema che concerne gli effetti economici della tassazione, non vuol certo dire che quanto si andrà esponendo non possa, di per sé, costituire una vera e propria novità per molti. Di fatto, dopo aver analizzato molti testi di economia, alcuni dei quali anche popolari, sembrerebbe che quanto si stia per dire  possa addirittura prefigurasi come un qualcosa di assolutamente innovativo, tanto per la maggior parte degli economisti del giorno d’oggi, quanto per gli studenti di economia. Nella misura in cui questi testi affrontano la problematica in questione, senza andare al di là di una presentazione puramente descrittiva dei vari sistemi impositivi, e del loro sviluppo storico [1], essi saranno quasi completamente reticenti nel rispondere alla domanda di cosa si debba, in realtà, intendere con il termine “effetti generali della tassazione”. Inoltre, ciò che, nell’affrontare il problema dell’incidenza fiscale, viene sostenuto da questi testi, a proposito degli effetti economici recati da specifiche forme di tassazione, è immancabilmente viziato.

Tuttavia, questo stato di cose riflette semplicemente un processo di degenerazione intellettuale.

Si può ben dire che quasi tutte le idee, che dovrebbero oggi essere comprese, in ordine agli effetti economici della tassazione, sono state correttamente e convincentemente elaborate ed esplicitate, circa 150 anni fa, da una figura che riveste senz’altro un ruolo di primo piano, nella storia della scienza economica: stiamo parlando di Jean Baptiste Say, che ha sviluppato tali studi nel suo Trattato di Politica Economica.

In contrasto con gli odierni autori di libri economici, che assegnano, alla discussione della tematica “tassazione”, delle collocazioni del tutto arbitrarie nell’ambito della complessiva architettura delle loro opere, Say, fin dall’inizio, classifica correttamente il fenomeno sotto il titolo generale di  “Consumo della ricchezza”.

In seguito, Say identifica inconfondibilmente la natura  della tassazione e la configura come un attacco e una indebita penalizzazione dei processi di acquisizione e di produzione dei beni, che conduce necessariamente ad una riduzione nella accumulazione della ricchezza, incarnata dai beni in parola, e ad una inevitabile regressione del livello generale di vita.

Come nota Say:

È una palese assurdità pretendere che la tassazione possa contribuire alla ricchezza della nazione, assorbendo parte del prodotto interno, e arrecarne vantaggio consumandone parte della ricchezza. [2]

La tassazione non è nient’altro che il trasferimento di una porzione delle risorse che costituiscono il prodotto nazionale dalle mani degli individui [che hanno contribuito a generarle, n.d.t.] a quelle dello Stato, con il proposito di assecondarne spese e consumi pubblici.

In qualsiasi modo la si voglia qualificare – non importa se tassa, contributo, dazio, imposta sui consumi, diritto doganale, contributo, sussidio, concessione o redistribuzione diretta – essa è di fatto un onere, a prescindere dal fatto che sia sostenuto in forma individuale od aggregata (impresa),  imposto a certi individui  dal potere dominante in carica, con il pretesto di fornir loro i beni e i servizi che tale potere considera più adatti, a loro spese; in breve, trattasi di una cosa imposta, nel senso letterale del termine. [3]

Dal momento che tali fondamentali intuizioni sembrano essere state del tutto dimenticate, o per lo meno, oggigiorno, non appaiono più come così ovvie, permettetemi, come primo obiettivo, di riproporre una descrizione prasseologica e una spiegazione dell’argomento cardine sostenuto da Say, unitamente alla validità dello stesso; e così facendo, di confutare alcune popolari “controdeduzioni”, che rivendicano la pretesa di dimostrare che la tassazione in realtà non necessiti di ostacolare la formazione di proprietà e di ricchezza. Alla luce di questa spiegazione generale, cercherò di dimostrare poi la fondamentale fallacia logica che pervade i classici libri di economia, nell’analisi dell’incidenza della fiscalità.

Che l’imposizione fiscale  – in primo luogo e soprattutto – sia e debba essere intesa come un mezzo per la distruzione della proprietà e della costituzione di ricchezza, discende da una semplice analisi logica del significato del termine “tassazione”.

La tassazione si configura, in buona sostanza, come un trasferimento coercitivo e non contrattuale  di determinati beni fisici (nel nostro tempo, si parla quasi sempre, anche se non in via esclusiva, di denaro), e del valore incarnato in essi, da un individuo o da un gruppo di individui, che ne detenevano, per primi, il possesso e che avrebbero potuto ricavarne, in virtù del loro impiego, un reddito ulteriore, ad altri individui, i quali se ne sono ora impossessati e, in forza di questo, possono così confidare di trarne un reddito da ora in avanti.  Ma, dobbiamo chiederci, come hanno fatto queste risorse a finire nelle mani dei loro proprietari originali?

Escludendo il fatto che queste siano il frutto di un altro e precedente atto di imposizione fiscale, e rilevando che i soli beni imponibili sono solo quelli che non sono stati ancora  consumati, ovvero il cui valore non sia stato ancora del tutto intaccato dall’esercizio di specifici atti di consumo (un esattore, di fatto, non prende di mira i rifiuti di una persona, ma preferisce di gran lunga aggredire i suoi beni monetizzabili e di maggior valore), esistono tre e solo tre possibilità per sancire la legittimità dell’appropriazione dei beni materiali. Essi entrano a far parte dell’assetto proprietario di un individuo, (i) o, in quanto questi, per primo, ha rinvenuto ed acquisito dei  beni naturali, comunque scarsi, che fino a quel momento non appartenevano a nessuno, costituendo gli stessi res nullius [principio dell’homesteading, o “diritto del primo occupante” sulle risorse naturali inutilizzate, che egli scopre e trasforma, ndt];  (ii) o in quanto questi ha prodotto tali beni applicando il proprio lavoro sulle risorse precedentemente appropriate [principio della proprietà delle opere compiute, in conformità alla teoria lockiana del “lavoro mescolato”, ndt]; (iii) o in quanto gli stessi beni sono stati oggetto di acquisizione, in virtù di scambi contrattuali liberi e volontari, intrattenuti con un precedente proprietario o produttore [principio dello scambio con il consenso di chi ne ha diritto, ndt].

Solo attraverso uno fra questi tipi di attività, un soggetto è  in grado di acquisire e di accrescere il valore – e di conseguenza la base imponibile- dei beni. Gli atti legittimi di appropriazione originaria trasformano così  qualcosa che, sino a quel momento, nessuno aveva avvertito e considerato come  una possibile fonte di reddito, in un bene suscettibile di produrre ricchezza; gli atti produttivi sono, per definizione, finalizzati alla trasformazione di beni contraddistinti da una minor utilità in beni più utili; e ogni scambio contrattuale riguarda il cambiamento e ri-orientamento di specifici beni, dalle mani di coloro che attribuiscono un minor valore a tale possesso, a quelle di coloro che invece lo apprezzano  di più.

Da ciò ne consegue che qualunque forma di fenomeno impositivo comporta, di per sé, una riduzione del reddito che una persona può legittimamente attendersi di ricavare in virtù di un legittimo atto di appropriazione originaria, della produzione, o dello scambio. Dal momento che queste attività richiedono l’impiego di mezzi scarsi – quanto meno il tempo e l’utilizzo del proprio corpo – che potrebbero essere invece impiegati in utilizzi alternativi, quali il consumo e /o lo svago, il costo opportunità del loro esercizio subisce un repentino innalzamento. L’utilità marginale della appropriazione,  della produzione, e dello scambio viene inevitabilmente a decrescere, mentre, di rimando,  l’utilità marginale del consumo e del tempo libero subirà un incremento. Di conseguenza, ci sarà la tendenza a commutare le proprie azioni e le proprie scelte economiche dal primo blocco di opzioni al secondo. [4]

Così, trasferendo in via coercitiva beni scambiabili e monetizzabili dai loro produttori (nel senso più ampio dell’accezione, includendo quindi i primi scopritori ed i contraenti lo scambio) a persone che non le hanno prodotte, la tassazione riduce il reddito corrente dei produttori, nonché il loro livello attuale  di consumo che, potenzialmente, potrebbe essere conseguito con quel reddito. Inoltre, la tassazione riduce altresì l’incentivo presente per la produzione futura di beni utili e, di conseguenza, impatta negativamente, deprimendoli, anche sul reddito futuro e sul futuro livello dei consumi disponibili.

Articolo di di H.H. Hoppe su Mises.org

Traduzione di Cristian Merlo

Note

[1] Delle analisi meramente descrittive del fenomeno della tassazione sono contenute, ad esempio, in Paul Samuelson, Economics, 10th ed. (New York: McGraw Hill, 1976), chap. 9; Roger L. Miller, Economics Today, 6th ed. (New York: Harper and Row, 1988), chap. 6.

[2] Jean Baptiste Say, A Treatise on Political Economy (New York: Augustus M. Kelley, 1964), pp. 446 -47.

[3] Ibid., p. 446; con riferimento all’analisi economica della tassazione, come approntata da Say, si rimanda anche a  Murray N. Rothbard, “The Myth of Neutral Taxation,” Cato Journal (Fall, 1981), esp. pp. 551 — 54.

[4] Si faccia riferimento a Murray N. Rothbard, Man, Economy, and State (Los Angeles: Nash, 1970), chap. 12.8; idem, Power and Market (Kansas City: Sheed Andrews and McMeel, 1977), chap. 4, 1 — 3.