Contra Marx su lavoro e valore

Marx riteneva che  merci distinte potessero essere scambiate l’una con l’altra in riferimento alla quantità di capitale costante (sotto o sopra la media) impiegato nella loro produzione.  L’enfasi è posta, tuttavia, sul fatto che queste deviazioni individuali, in uno o nell’altro verso, si compensino o annullino a vicenda, dimodoché la somma totale di tutti i prezzi corrisponda esattamente al valore totale.

“Nella stessa misura in cui una merce è scambiata sopra il suo valore, un’altra sarà venduta sottovalore” (III, 185) [1].

Il prezzo aggregato delle merci dal numero I al V (nella tabella esemplificativa di Marx) sarebbe uguale al loro valore aggregato e quindi vi sarebbe un’espressione monetaria della quantità di lavoro, passato e presente, contenuto nelle merci. E in questo modo nella comunità stessa – quando guardiamo ai settori produttivi complessivamente – la somma dei prezzi di produzione dei prodotti fabbricati è uguale alla somma del loro valore (III, 188)”.

Da qui, definitivamente, è (più o meno) chiaro che, data una quantità determinata di merci per l’intera comunità, la legge del valore mantiene la sua validità.

Nel frattempo essa risolve sé stessa in questo – in caso di eccessivo plusvalore in una merce ve ne sarà, corrispettivamente, molto meno in un’altra, per cui le deviazioni di valore nascoste nei prezzi si annullano reciprocamente. Nella produzione capitalista, considerata complessivamente, <la legge generale mantiene il suo ruolo principale> solo in una maniera molto complessa e approssimativa, come media, in continua evoluzione, di fluttuazioni perpetue (III, 190)”.

Questa posizione non è nuova nella letteratura Marxista. In circostanze simili fu proposta, qualche anno fa, da Conrad Schmidt, con altrettanta enfasi e forse con maggiore chiarezza rispetto a Marx stesso. Nel tentativo di risolvere l’enigma del tasso medio di profitto, Schmidt, mentre impiegava una linea argomentativa diversa da quella di Marx, arrivò a questa conclusione: prodotti diversi non possono essere scambiati uno con l’altro in riferimento al lavoro in essi contenuto. Egli fu anche costretto a porsi la questione se, data questa conclusione, la validità della legge del valore di Marx potesse ancora essere mantenuta, rispondendo affermativamente, sulla base delle considerazioni su esposte.

Ritengo la posizione assolutamente indifendibile: la ritenevo tale nella disputa con Conrad Schmidt e non ho motivo di cambiare idea, oggi, in relazione a Marx stesso. Potrei ripetere le argomentazioni di allora parola per parola. Opponendomi a Schmidt, mi chiedevo quanto rimanesse della gloriosa legge del valore a seguito della rinuncia stessa ai suoi enunciati:

Il fatto che resti poco sarà dimostrato dagli sforzi che l’autore compirà per provare che, nonostante tutto, la legge del valore mantiene la sua validità. Dopo aver ammesso lo scostamento dei prezzi delle merci attuali dai loro valori, egli sottolinea come la divergenza  si riferisca a quei prezzi ottenuti da prodotti diversi mentre scompare immediatamente quando si considera la somma di tutti i prodotti separati, il prodotto nazionale annuale; il prezzo totale pagato per l’intera produzione nazionale, quindi, coincide con la quantità di valore in essa attualmente contenuta (p. 51).

Non so se sarò in grado di dimostrare sufficientemente le implicazioni e le conseguenze di questa affermazione, ma proverò ad indicarle.

Quale è, quindi, lo scopo principale della “legge del valore”? Niente altro che l’enunciazione delle relazioni di scambio delle merci per come esse appaiono. Vorremmo sapere, ad esempio, perché un cappotto dovrebbe valere, nello scambio, venti metri di lino e dieci libbra di tè equivarrebbero a mezza tonnellata di ferro, etc. è chiaro che Marx stesso così concepisce l’esplicitazione della legge del valore. Può esserci solo un problema di rapporto di scambio tra merci diverse fra loro. Appena, però, si guarda a tutte le merci come un insieme e si sommano i prezzi, si deve necessariamente e diligentemente evitare di guardare alle relazioni esistenti all’interno dell’insieme. Le differenze relative interne di prezzo si compensano nella somma totale. Ad esempio, nella misura in cui il tè vale di più del ferro, il ferro vale meno del tè e viceversa. In ogni caso, quando chiediamo informazioni circa lo scambio di prodotti in economia politica, il prezzo totale delle merci nel loro insieme non ci fornisce informazioni adeguate, così come il tempo totale di percorrenza di tutti i piloti di una determinata gara non ci fornisce informazioni circa il tempo impiegato dal vincitore nel portare a termine la gara stessa.

Questo è il nostro caso: alla domanda circa il problema del valore, i seguaci di Marx prima rispondono con la loro legge del valore, per cui lo scambio avviene in proporzione al lavoro incorporato nelle merci; poi essi, più o meno apertamente, revocano questa risposta in rapporto allo scambio di prodotti diversi, nel cui ambito il problema ha significato solo riguardo alla produzione nazionale totale considerata collettivamente. Come risposta al problema del valore, la legge è contraddetta dai fatti e, nella sola ipotesi in cui non è contraddetta dai fatti, non rappresenta più una risposta  alla questione ma, al limite, una soluzione ad un problema diverso.

Si tratta, invero, di una non risposta assoluta: è semplicemente una tautologia, poiché, come ogni economista sa, le merci si scambiano con altre merci – una volta compresa l’istituzione denaro. Ogni merce scambiata è, allo stesso tempo, una merce e il prezzo per ciò che chiediamo. L’aggregato produttivo, quindi, è identico all’aggregato dei prezzi pagati per essi; detto in altri termini, il prezzo della produzione nazionale non è niente altro che la produzione nazionale stessa. In queste circostanze, quindi, è vero che il totale pagato per la produzione nazionale coincide esattamente col totale del valore o lavoro in essa incorporato. Ma questa affermazione tautologica non aumenta la nostra conoscenza, né è utile come prova per la verifica della correttezza della presunta legge per cui i prodotti si scambiano in proporzione al lavoro in essi incorporato.

Perché in questo modo si potrebbe pure, in maniera disonesta, verificare qualsiasi legge ci aggradi – la legge, per esempio, dello scambio a seconda del peso specifico delle merci. Infatti, come “merce diversa” una libbra di oro non viene scambiata con una libbra di ferro, ma con 40.000 libbre di ferro; e però, il prezzo totale pagato per una libbra d’oro e 40.000 libbre di ferro è, rispettivamente, 40.000 libbre di ferro e una libbra d’oro. Il peso totale del prezzo totale – 40.001 libbre – corrisponde esattamente al peso totale (sempre 40.001 libbre) incorporato in tutte le merci. Il peso specifico è quindi lo standard di riferimento in relazione al quale avviene lo scambio di merci?

Non ho niente da togliere e niente da aggiungere a questo giudizio verso Marx, eccetto, forse, il fatto che l’autore de “Il Capitale”, sostenendo la sua tesi, si rende colpevole di un errore addizionale non addebitabile a Schmidt: nel passaggio appena quotato (p. 190 del terzo volume), Marx cerca, attraverso un’affermazione generale concernente il modo in cui la legge opera, di dare credio all’idea che una certa valenza possa ancora essere ascritta alla legge stessa, ancorché questa non operi in determinati casi. Preso atto che le “deviazioni” dal valore, nei prezzi di produzione, si cancellano l’una con l’altra, Marx rileva come “Nella produzione capitalista, considerata complessivamente, <la legge generale mantiene il suo ruolo principale> solo in una maniera molto complessa e approssimativa, come media, in continua evoluzione, di fluttuazioni perpetue”.

Qui Marx confonde due cose molto diverse: una media delle fluttuazioni e una media tra quantità fondamentalmente e permanentemente diseguali. Finora ha, tutto sommato, ragione nel sostenere  che una legge generale mantiene la sua bontà perché una media risultante da costanti fluttuazioni concide con la regola dichiarata dalla legge: ogni economista conosce tali legge. Si prenda, ad esempio, la legge per cui i prezzi sono uguali ai costi di produzione – eccetto casi in cui ragioni speciali giustifichino l’ineguaglianza; vi è una tendenza salariale, nei differenti rami industriali e dei profitti capitali nei diversi rami produttivi,  verso un certo livello e ogni economista è portato a qualificare questi fatti come “leggi”, sebbene non vi possa essere  accordo con esse nel caso singolo; quindi anche la forza argomentativa riferita ad un’azione operante sul tutto (e sulla media) ha un’influenza determinante e grandemente accattivante.

Ma il caso in cui Marx usa questa influenza è ancora diverso: i prezzi di produzione che si discostano dal “valore” non rappresentano “fluttuazioni” ma necessarie e permanenti divergenze.

Due merci, A e B, che contengono la stessa quantità di lavoro ma sono state prodotte da capitali a differente composizione organica, non fluttuano intorno alla stessa media (per esempio, 50 scellini); ognuna di esse assume, permanentemente, un diverso livello di prezzo: ad esempio, la merce A, per la cui produzione è necessaria una piccola quota di capitale costante, con una spesa per interessi ridotta, raggiunge il livello di prezzo di 40 scellini; la merce B, con una quota di capitale maggiore e maggiori interessi, un livello di 60 scellini, ammettendo pure fluttuazioni intorno a ciascuno di questi livelli.  Se avessimo solo a che fare con fluttuazioni intorno ad uno stesso punto, cosicché la merce A si trovi, in un determinato momento, a 48 scellini e la merce B a 52 e viceversa (merce A a 52 e merce B a 48) in un momento successivo, potremmo effettivamente dire che il prezzo medio di queste merci è lo stesso e, in questo stato di cose, universalmente, potremmo trovare, nonostante le fluttuazioni, una conferma della “legge” per cui le merci incorporanti la stessa quantità lavoro vengono scambiate su un piano paritario.

Se, tuttavia, tra due merci in cui è incorporata la stessa quantità di lavoro, una mantiene in modo regolare e permanente il prezzo di 40 scellini, mentre l’altra allo stesso modo un prezzo di 60 scellini, un matematico potrebbe davvero calcolare una media di 50 scellini tra le due; ma quest’ultima avrebbe un significato totalmente differente, o, per essere più accurati, in rapporto alla nostra legge non ne avrebbe nessuno. Si può sempre calcolare una media matematica tra due quantità differenti e, una volta fatto, gli scarti rispetto alla media calcolata si cancellano sempre l’un l’altro: questo perché se una parte supera la media di una certa cifra, l’altra le sarà inferiore per la stessa quantità. Ma è evidente che non possiamo giocare con questa “media” e con gli “scarti che si cancellano tra loro” per confermare, e non rifiutare, la presunta legge del valore in presenza di merci che presentano lo stesso costo in ore lavoro ma di diversa composizione in termini di capitale.

Potremmo usare lo stesso metodo per dimostrare l’affermazione per cui gli animali di ogni specie, elefanti ed effimere inclusi, hanno la stessa durata di vita; perché se è vero che l’elefante vive in media 100 anni e l’effimera soltanto un giorno, tuttavia possiamo calcolare tra queste due quantità una media di 50 anni. E poiché gli elefanti vivono più a lungo delle effimere per la stessa quantità per cui queste ultime vivono meno a lungo degli elefanti, gli scarti “si cancellano tra loro” e di conseguenza, nel complesso ed in media, la legge per cui ogni specie di animale ha la stessa lunghezza di vita è confermata!

 

[1] Nell’introduzione dell’editore, Paul Sweezy scrive:

Come editore di queste opere mi sono, in linea generale, limitato a sforzarmi a rendere più leggibili e più fruibili le stesse agli attuali docenti e studenti delle scienze sociali: lo stile e l’ortografia sono stati uniformati; tutte le citazioni de “Il Capitale” si riferiscono all’edizione Kerr, sebbene la loro formulazione (tranne nel caso delle citazioni di Hilferding dal Volume III) rimanga quella dei traduttori di queste opere. Le stesse traduzioni sono state alterate quando poco chiare, ambigue o datate, confrontandole con gli scritti originali tedeschi.

L'articolo originale: http://mises.org/daily/6167/Contra-Marx-on-Labor-and-Value