Gli aspetti economici della tassazione: l’esperienza non può mai mettere in scacco la logica

La tassazione, pertanto, non si configura solamente come una punizione dell’atto di consumo, insuscettibile di recare effetti di sorta sullo sforzo produttivo. Ma è anche primariamente un attacco alla produzione, da intendersi come l’unico mezzo concepibile per tentare di incrementare il reddito disponibile futuro e la conseguente capacità di spesa. Deprimendo il loro valore attuale, che è ineludibilmente correlato a quello degli sforzi produttivi orientati alla produzione futura, la tassazione innalza il tasso di preferenza temporale effettivo, cioè il tasso di interesse originario e, di conseguenza, porta ad un accorciamento del periodo di produzione e di distribuzione dei beni, ingenerando l’ineluttabile conseguenza di spingere l’umanità ad ingegnarsi per campare di espedienti, vivendo alla giornata. Basta solamente aumentare la tassazione quel tanto che basta, per far sì che l’umanità si riduca ad un livello barbaro di esistenza, paragonabile a quello delle fiere.

Per quanto tali ragionamenti possano apparire del tutto semplici ed elementari, sono fiorite una miriade di obiezioni, spesso anche popolari, contro di essi. Per esempio, da parte degli economisti che, in maniera erronea, concepiscono l’economia come una scienza sperimentale, in grado di produrre null’altro che delle spiegazioni ipotetiche, che, per essere comprovate, devono essere invariabilmente testate alla luce dell’evidenza empirica (alla stregua delle risultanze che si riscontrano nelle scienze naturali), la critica più invalsa è la seguente: da un punto di vista sperimentale, è stato ripetutamente osservato che un aumento del livello della tassazione è sempre stato accompagnato da un aumento (e non da una caduta) del PNL, o di altri indici tesi a misurare il valore degli output produttivi. Di conseguenza, il ragionamento di cui sopra, ancorché teoricamente plausibile, deve essere considerato fallace da un punto di vista empirico. Addirittura, alcuni economisti sperimentali vanno oltre e si spingono più in là, dando forza all’asserzione che, contrariamente a quanto si pensa, la tassazione aiuti effettivamente ad aumentare il tenore di vita dei cittadini, come dimostrerebbe il fatto che alcuni paesi, una volta caratterizzati da bassi livelli di benessere e bassi livelli di tassazione, oggi godrebbero invece di una ricchezza diffusa, accompagnata da una pressione fiscale molto più elevata.

Entrambe le obiezioni sono semplicemente confuse ed ambigue. L’esperienza non può mai mettere in scacco la logica, e le interpretazioni delle evidenze, acquisite tramite l’osservazione, che non sono in linea con i postulati del ragionamento logico non sono confutazione di questi, ma costituiscono semplicemente il sintomo di una mente confusa (come dovrebbero essere intese le affermazioni di colui che, sulla base di osservazioni empiriche, sostenga di avere visto un uccello rosso che, alla stesso tempo, non era rosso:  una confutazione del principio di contraddizione, ovvero il pronunciamento di un idiota?).

Per quanto riguarda la tesi più radicale, essa non è altro che una bella esemplificazione della fallacia, pur sempre così attraente,  del post hoc ergo propter hoc. Dal fatto che, cronologicamente parlando, la correlazione tra un alto livello di tassazione e una ricchezza diffusa sia stata riscontrata successivamente rispetto a quella tra un basso livello basso di tassazione e la stessa diffusività della ricchezza, si è desunto che un aumento della pressione fiscale comporti un conseguente aumento della ricchezza . Eppure, un tal modo di argomentare non è tanto più convincente della tesi – giustamente ridicolizzata da Say-  in base alla quale  la mera costatazione che gli uomini ricchi consumino più di quelli poveri, dovrebbe portare a pensare che il loro alto livello di consumo sia responsabile del fatto che essi siano ricchi.[ 5] Così come risulta evidente,  dal significato stesso di  consumo, che ciò sia impossibile e che, al contrario, i ricchi non sono ricchi a causa del loro elevato livello di consumo, ma perché in precedenza si sono astenuti dal consumare e si sono invece impegnati nel porre in essere attività produttive, allo stesso modo ne consegue, dall’analisi del significato medesimo del concetto, che l’umanità non può, per nessun motivo al mondo, aver prosperato in virtù di alti livelli di tassazione ma, al contrario, ha prosperato nonostante la loro sussistenza.

La tesi più debole – secondo la quale l’esperienza confuterebbe, perlomeno, qualsiasi pretesa che ravvisasse un rapporto necessitato di proporzionalità inversa tra il livello di tassazione e l’output produttivo– non coglie, neanche essa, nel segno. Il ragionamento prasseologico presentato sopra non intende assolutamente escludere ciò che gli economisti empiristi interpretano, errando, come una confutazione. In precedenza, si era giunti alla conclusione che tra gli effetti della tassazione vada annoverata una riduzione relativa nella produzione di beni utili – una riduzione, cioè, che deve essere comparata con il livello di output che si sarebbero conseguiti in un contesto privo di tassazione, ovvero qualora la pressione fiscale fosse rimasta invariata. Non si è detto, o non si è accennato alcunché in riferimento al valore assoluto della produzione di tali beni utili.

È un dato di fatto, per esempio, che la crescita assoluta del PNL non solo sia di per sé compatibile con la nostra precedente analisi prasseologica, ma che la stessa possa anche essere interpretata come un fenomeno perfettamente normale, nella misura in cui i progressi in termini di produttività sono possibili ed hanno effettivamente luogo. Se si è riusciti, attraverso il miglioramento della tecnologia produttiva, a produrre maggiori risultati a parità di fattori produttivi impiegati (in termini di costi), o risultati fisicamente identici con un minor dispendio di fattori produttivi, allora la coincidenza fra un accresciuto livello di tassazione ed un accresciuto livello di produzione  sarà tutto tranne che sorprendente. Tuttavia, ciò non inficia affatto la bontà e la validità di quanto è stato detto circa l’impoverimento relativo recato dall’imposizione fiscale. Dato un certo grado di progresso tecnologico, sebbene questo possa dinamicamente variare tempo per tempo, e ponendosi la tassazione per quello che è (una punizione effettiva degli sforzi produttivi), il livello di output utilmente generati sarà comunque sempre inferiore a quello che si sarebbe potuto conseguire, a parità di progresso tecnologico,  in assenza di tassazione, o con una tassazione più contenuta . Gli studi statistici, in una simile fattispecie, sono del tutto fuori luogo: essi non potrebbero essere comunque in grado né di rafforzare tale assunzione, né potranno mai essere utilizzati per infirmarla.

Un’altra obiezione teorica che gode di una certa popolarità è che l’imposizione o l’aumento della tassazione comporti una riduzione del reddito traibile dalle attività soggette ad imposta; e che questa riduzione accresca, di conseguenza, l’utilità marginale di tali beni rispetto a ciò che possa essere altrimenti ricavato da altre forme di attività, e così , anziché frustrarla, la tassazione stimolerebbe invece la propensione all’imprenditorialità e all’intrapresa. Per quanto concerne il caso abituale della tassazione degli asset monetari, ciò postula che le imposte, contraendo il reddito, portano ad innalzare contestualmente l’utilità marginale del denaro, e questo a sua volta accresce l’incentivo a conseguire rendimenti monetari.

Questo argomento, per essere onesti, può sembrare, fino ad un certo punto, anche perfettamente plausibile. Tuttavia, è del tutto fuorviante credere che esso sia in grado di invalidare la tesi dell’impoverimento relativo che ho testé avanzato. Prima di tutto, al fine di essere chiari sino in fondo, si deve rilevare che, anche se ciò fosse vero – come l’argomento appena presentato sembrerebbe suggerire, anche se in maniera del tutto fallace, come vedremo – ovvero che l’aumento della tassazione non dia luogo a un livello relativamente più basso di produzione di beni utili, bensì stimoli un incremento proporzionale dell’impegno nella produzione e nel lavoro, ad ogni modo il reddito dei produttori verrebbe, nondimeno, inciso. Anche se si producesse lo stesso prodotto rispetto a prima,  ciò potrebbe essere fatto solo spendendo molta più fatica rispetto a prima. E dal momento che l’impiego di ogni unità addizionale di lavoro, implica, ipso facto, una rinuncia al tempo libero o allo spazio dedicato al consumo (tempo libero o consumo che altrimenti si sarebbero potuti godere insieme allo stesso livello di beni utili conseguiti), il loro standard di vita generale sarà comunque pregiudicato. [6]

Ora, diventa anche del tutto evidente perché l’assunto che la tassazione possa comunque lasciare inalterato il livello della produzione di beni utili, pregiudicando esclusivamente il loro consumo, sia fatalmente viziato. Se la tassazione erode il reddito di un individuo (comprendendo, in questa accezione, le utilità che derivano dall’esercizio di atti di consumo attuale e dal godimento del tempo libero), ed assunta l’applicabilità universale del concetto di  preferenza temporale, in base al quale gli agenti economici invariabilmente tendono a preferire i beni presenti a quelli futuri (ovvero, essi non possono realizzare questo obiettivo senza un consumo protratto nel tempo, così come possono impegnarsi in metodi produttivi più elaborati ed indiretti, solo se, per il corrispondente periodo di attesa, abbiano costituito una dotazione sufficiente di risorse, sotto forma di beni di consumo), ne consegue necessariamente che il tasso effettivo di preferenza temporale, espressione della distinta scelta individuale, sconterà, per forza di cose, un aumento, in ragione di questa distorsione (la disutilità dell’attesa si farà inevitabilmente sentire); il nostro agente economico dovrà così accorciare la lunghezza della struttura di produzione, rispetto a quello che altrimenti avrebbe scelto, in assenza di impedimenti. Di conseguenza, la sua capacità produttiva di beni scambiabili e monetizzabili, disponibili in futuro, dovrà essere per forza inferiore a quella che si sarebbe altrimenti realizzata.

Se  con un livello di tassazione inferiore, o addirittura in assenza di tassazione, il suo reddito  fosse stato più alto e, in virtù di questo, fosse stato definito il suo schema di preferenza temporale (a prescindere da quale possa essere, in un preciso e prestabilito momento dato), egli avrebbe sicuramente investito in processi di produzione più articolati. Di conseguenza, la sua produzione futura di beni utili sarebbe stata relativamente più importante. [7]

L’errore insito nella tesi che la tassazione possa avere un effetto di neutralità sulla produzione  risiede nel fatto che il fattore della preferenza temporale non viene in alcun modo preso in considerazione. L’argomentazione cui si fa riferimento è piuttosto corretta nell’evidenziare che  la tassazione comunichi un duplice segnale: da un lato, l’effetto della sostituzione degli incentivi all’intrapresa ed al  lavoro, che vengono mortificati, a vantaggio  di quelli orientati a favorire il  consumo e il tempo libero; dall’altro,  l’effetto che viene prodotto sul reddito  individuale, a fronte dell’innalzamento dell’utilità marginale dei beni soggetti ad imposta.

Tuttavia, è fallace catalogare, in maniera semplicistica, questa apparente aporia come un mix di segnali contraddittori – uno dei quali giocherebbe a favore della propensione all’intrapresa ed uno del tutto a sfavore –  in modo che non si possa così giungere ad alcuna conclusone netta circa gli effetti della tassazione sulla produzione, e circa l’interrogativo, se passibile di dimostrazione empirica o meno, del fatto che il fenomeno impositivo fornisca gli incentivi per la produzione di maggiori o minori output produttivi. [8]

Di fatto, il segnale veicolato dalla tassazione non è affatto contraddittorio, tutte le volte, almeno, in cui questo venga avvertito, vale a dire quando viene trasmesso a degli agenti, le cui azioni sono invariabilmente condizionate dagli schemi di preferenza temporale. Per tali attori, in effetti, non esiste solo l’alternativa secca tra lavorare e non lavorare, ma anche quella tra produrre un bene utile avvalendosi di modalità produttive più o meno dispendiose, in termini di tempo impiegato. Ineludibilmente, essi devono anche scegliere se ottenere un bene rapidamente e direttamente, con la massima contrazione dei tempi di attesa, ma al prezzo di dover ricorrere a metodi produttivi meno efficienti (il famoso pescatore che decide di utilizzare le mani nude per pescare, al fine di ottenere più velocemente ciò che può essere invece acquisito con l’impiego di mezzi  di produzione indiretti e più funzionali), ovvero se ottenere quel bene attraverso metodi più produttivi, ma dovendo poi forzatamente attendere dei tempi più lunghi per goderne i frutti (il pescatore che, attratto da rendimenti più elevati in futuro, decide di prolungare i periodi di attesa e di costruire una nassa).

Ad ogni buon conto, date queste opzioni, il messaggio veicolato dalla tassazione diventa del tutto chiaro ed inequivocabile, e non vi possono essere più dubbi circa il fatto che l’effetto di sostituzione debba essere concepito come un fattore sistematicamente in grado di condizionare qualsivoglia effetto sul reddito. Se non vi è solo l’alternativa secca di avere qualcosa o di rinunciarvi completamente, ma anche quella di poterne ottenerne una minor quantità in tempi più brevi, o di conseguire qualcosa in più in tempi più lunghi, ecco allora che il presunto, preteso messaggio ambivalente trasmesso dalla tassazione si integra e si riduce niente meno che a questo:  ridurre i tempi di attesa; accorciare i metodi di produzione indiretti! In questo modo, i beni più utili saranno ottenuti prima – in conformità alla loro accresciuta utilità marginale.

Allo stesso tempo, accorciando il periodo di attesa, vi sarà sicuramente più spazio  per il tempo libero –  e ciò  sempre in conformità  con l’ accresciuta utilità marginale di questo fattore. Riducendo la lunghezza della filiera di metodi di produzione indiretti, i due segnali apparentemente contraddittori,  recati dall’imposizione fiscale, si prestano ad essere ricondotti ad unità. Contrariamente a qualsiasi pretesa volta a reclamare un effetto della tassazione sistematicamente “neutro” sulla produzione,  la conseguenza di una tale contrazione delle modalità produttive più articolate si concretizza esclusivamente in una minor quantità di beni e servizi generati. Lo scotto che deve essere pagato in forza della tassazione, e a fronte di ogni innalzamento del suo livello, si traduce in una produttività coercitivamente ridimensionata, che a sua volta determina una riduzione del tenore di vita in termini di beni utili, suscettibili di essere forniti in vista del soddisfacimento del consumo futuro. Ogni atto di imposizione esercita, ipso facto, una spinta centrifuga da processi produttivi altamente capitalizzati, e sicuramente più efficienti, in direzione di un’esistenza volta al tirare a campare.

Non è difficile dimostrare la bontà di  queste conclusioni se si considera il caso, sin troppo noto, della tassazione degli asset monetari. Tali asset vengono acquisiti e detenuti solo perché essi possono essere impiegati nell’acquisto di altri beni scambiabili e monetizzabili in futuro. Essi non possiedono affatto un valore d’uso intrinseco (questo è proprio il caso della moneta fiat), o tale valore d’uso è del tutto trascurabile rispetto al loro valore di scambio (ed è questo il caso del gold standard, dove il denaro incorpora un valore, seppur piccolo, quale bene in sé). Piuttosto, il valore che si attribuisce a tali asset monetari è determinato dal loro potere d’acquisto futuro. Così, se il valore del denaro consiste propriamente nella sua attitudine a rappresentare la disponibilità di altri beni futuri, gli effetti della tassazione sul denaro diventano immediatamente perspicui.

Fondamentalmente, insieme alla crescente utilità marginale delle attività di svago o di consumo, il processo impositivo aumenta l’utilità marginale di tali beni futuri. Questo cambiamento nella costellazione degli incentivi si traduce, per l’attore economico, in tentativi, sempre crescenti, di ottenere queste risorse nella maniera più veloce possibile, cercando di perdere il minor tempo possibile durante il processo produttivo.  I soli processi produttivi che risulteranno ora sistematicamente più sbrigativi, rispetto a quelli necessari al conseguimento dei beni futuri in via indiretta, posta la necessità di acquisizione preventiva della moneta quale medium, sono appunto quelli caratterizzati dallo scambio diretto. Così, la tassazione non potrà che implicare un ritorno in auge del baratto, il quale andrà progressivamente a sostituire i metodi produttivi indiretti, incardinati sullo scambio monetario. Ma, ancora una volta, il crescente ricorso al baratto non denota altro che una regressione al primitivismo economico e alla barbarie.

Proprio perché la produzione finalizzata al baratto garantiva degli output estremamente modesti, il genere umano si vide costretto a superare questa specifica fase evolutiva, facendo affidamento e sviluppando un sistema produttivo incardinato su una miriade di scambi indiretti, che, ancorché richieda un periodo di attesa più lungo, è sicuramente in grado di generare elevati rendimenti per quei beni – che in misura sempre maggiore e sempre diversa – possono essere sussunti nel circuito dello scambio monetario.  Ogni atto di imposizione fiscale postula quindi un passo indietro obbligato nell’ambito di questo processo. Questo riduce gli output; diminuisce il livello di specializzazione determinato dalla divisione del lavoro; conduce ad una netta contrazione della integrazione sociale ed economica (che, come si può notare, non si sarebbe mai imposta come un fenomeno globale, se non fosse stato per l’istituzione degli scambi monetari indiretti).

Inoltre, la tendenza generale verso la progressiva adozione di mezzi diretti di scambio, in luogo di quelli indiretti, causati da ogni prelievo forzoso di denaro, produce delle conseguenze di grande momento anche per quanto concerne le modalità di costituzione del potere d’acquisto. Proprio come nel caso dei beni non monetari, l’accresciuta utilità marginale del denaro, di pari passo con quella della disponibilità di tempo libero e dell’esercizio degli atti di consumo, rende relativamente più attraente la sua acquisizione, avvalendosi di mezzi suscettibili di minimizzarne i tempi di conseguimento. Invece di costituire il proprio potere d’acquisto in corrispettivo di sforzi produttivi capaci di generare valore, cioè a dire contestualizzati nell’alveo di scambi mutualmente vantaggiosi, la tassazione aumenta l’incentivo ad acquisire il denaro per via di strade più rapide e dirette, senza l’impiccio di dover far affidamento su metodi produttivi tediosamente articolati, quali la produzione e lo scambio. Da un lato, ciò postula che un soggetto cercherà, sempre più frequentemente, di aumentare la propria disponibilità monetaria, semplicemente nascondendo le risorse aggredibili al fisco.  D’altra parte, si registrerà una tendenza crescente a prodigarsi per ottenere denaro, ricorrendo a strumenti di coercitivi di confisca – non importando se questi siano espressione di forme illegali, quali il furto, o  di forme perfettamente legali, quali la compartecipazione al gioco che chiamiamo “politica” [9].

Articolo di H. Hoppe  su Mises.org

Traduzione di Cristian Merlo

Link alla prima parte

[5] Si veda Say, A Treatise on Political Economy, p. 448.

[6] Sul punto si veda anche Rothbard, Power and Market, pp. 95f.

[7] A tal riguardo, qualcuno potrebbe obiettare che le entrate fiscali, ad ogni modo, confluiranno nelle mani di qualcuno – quelle dei funzionari pubblici o quelle dei beneficiari dei trasferimenti redistributivi – e che in virtù di questo, l’incremento della loro capacità reddituale, che si traduce in una diminuzione del loro saggio di preferenza temporale, può ben controbilanciare l’aumento di tale tasso lato contribuenti, e  lasciare di conseguenza invariati sia il tasso globale di preferenza temporale, che la stessa struttura della produzione. Tale argomentazione, tuttavia, è categoricamente viziata: in primo luogo, nei termini in cui si discute di spesa pubblica, questa non può mai essere definita e considerata, per nessuna ragione al mondo, come un “investimento”. Piuttosto, trattasi semplicemente di consumo, nient’altro che di consumo. Perché, come ha spiegato Rothbard, “[i]n ogni sistema in cui si ravvisi una sorta di divisione del lavoro, i beni strumentali sono costituiti, non per chissà quale fantasia dell’investitore, ma per potere essere impiegati nella produzione di beni di ordine inferiore, ed  alla fine dei beni di consumo. In breve, una caratteristica di qualsiasi spesa finalizzata all’investimento è che il bene in questione non venga utilizzato per il  soddisfacimento diretto dei bisogni degli investitori, ma dei bisogni di qualcun altro – ovvero il consumatore. Eppure, quando lo Stato sottrae le risorse dal settore market, esso sta precisamente rifiutando d’obbedire ai desideri dei consumatori; quando lo Stato investe in qualsivoglia bene o servizio, lo fa per servire i capricci dei funzionari di governo, non certo per appagare i desideri dei consumatori (Man, Economy, and State, pp. 816 – 17).

Così, la spesa pubblica, per definizione, non può essere concepita come un’espansione della struttura produttiva, volta in qualche modo a controbilanciare l’innalzamento del saggio di preferenza temporale dei tax payer. D’altra parte, come per le spese inerenti ai trasferimenti redistributivi operati dal governo (compresi gli stipendi dei burocrati e i sussidi ai gruppi privilegiati), può essere vero che parte di queste risorse saranno risparmiate ed investite. Questi investimenti, tuttavia, non rifletteranno i desideri dei consumatori, espressi su base volontaria, bensì degli investimenti in settori di produzione non voluti, propriamente, dai consumatori-produttori  …. Una volta che le imposte dovessero essere eliminate, e … i nuovi investimenti sollecitati dalle richieste dei gruppi privilegiati si rivelerebbero finalmente per quello che in realtà sono sempre stati: dei cattivi investimenti. (Power and Market, p. 98)

Di conseguenza, nemmeno ai trasferimenti redistributivi può essere ascritta una funzione compensativa, per il semplice fatto che i contribuenti riescono ad accorciare la catena della struttura produttiva. Tutto ciò che tali spese sono in grado di produrre è solamente un allungamento della struttura di una cattiva produzione. In ogni caso, [conclude Rothbard], la quantità drenata da parte dello Stato assicura che l’effetto della tassazione del reddito determinerà un innalzamento del saggio di preferenza temporale e contrarrà, di rimando, risparmio ed investimento. (Ibid., p. 98)

[8] A tal proposito si vedano gli studi empirici – ancorché irrilevanti – concernenti l’incidenza relativa del reddito vs. gli effetti di sostituzione dello stesso, di George F. Break, “The Incidence and Economic Effects of Taxation,” in The Economics of Public Finance (Washington, D.C.: Brookings, 1974), pp. 180ff.; A.B. Atkinson and Joseph E. Stiglitz, Lectures on Public Economics (New York: McGraw Hill, 1980), pp. 48ff.; Stiglitz, Economics of the Public Sector (New York: Norton, 1986), p. 372.

 [9] Ancora una volta, ciò che è già stato spiegato nella precedente nota 7, per altri aspetti, diventa ora del tutto evidente: ovvero,  perché si tratta di un fondamentale errore pensare che il fenomeno impositivo possa avere un effetto “neutro” sulla produzione, nella misura in cui gli eventuali effetti “negativi” che ricadono direttamente sui pagatori di tasse possano, in qualche modo, essere controbilanciati da corrispondenti effetti “positivi” che beneficerebbero i consumatori di tasse. Ciò che viene del tutto trascurato, da questo presunto assunto argomentativo, è che l’introduzione di qualunque forma di tassazione non solo conduce a favorire i non produttori a spese dei produttori. Di fatto, contestualmente, muterà, tanto per i produttori, quanto per i non produttori, la stessa valutazione dei costi ascrivibili ai differenti metodi impiegabili per acquisire le risorse, perché diverrà relativamente meno costoso conseguire un reddito addizionale ricorrendo a mezzi non produttivi, e cioè a dire non orientati, per definizione, alla produzione di nuovi ed ulteriori beni, ma finalizzati alla compartecipazione nel processo della acquisizione non contrattuale di beni già esistenti. Se una simile struttura  di incentivi viene applicata in un dato contesto sociale, allora la lunghezza della struttura produttiva subirà sicuramente una contrazione,  e ne risulterà, di rimando, una sensibile diminuzione della quantità dei beni prodotti. Si veda anche Hans-Hermann Hoppe, A Theory of Socialism and Capitalism (Boston: Kluwer Academic Publishers, 1989), chap. 4.