I pianificatori centrali non possono effettuare il calcolo economico

Il compito che l’uomo agente desidera portare a termine col calcolo economico è di stabilire il risultato dell’azione mettendo a confronto l’investimento e la produzione. Il calcolo economico non è nè una stima del risultato atteso dall’azione futura nè la determinazione del risultato dell’azione passata. Ma questa non serve puramente scopi storici e didattici. Il suo significato pratico è di mostrare quanto uno sia libero di consumare senza pregiudicare la futura capacità di produrre. È riguardo a questo problema che sono sviluppate le nozioni fondamentali del calcolo economico — capitale e reddito, profitti e perdite, spesa e risparmio, costi e rendimenti. L’impiego pratico di queste nozioni e di tutte le nozioni da esse derivate è inseparabilmente connesso al funzionamento di un mercato in cui beni e servizi di tutti gli ordini sono scambiati contro un medio di scambio universalmente usato, la moneta. Esse sarebbero puramente accademiche, senza nessuna importanza per l’uomo agente in un mondo a struttura d’azione differente.

Ludwig von MisesAzione Umana, Capitolo X

Il calcolo economico è la linfa vitale dell’economia, grazie ad esso le attività economiche possono riuscire a districarsi in quell’incertezza del futuro che tanto spaventa l’essere umano. Attraverso questa “semplice” azione, l’uomo può diradare il più possibile le ombre che non gli permettono di vedere oltre i dati presenti. Questo calcolo è estremamente delicato e non può essere distorto da entità esterne, pena lo squilibrio dei conti e la probabilità crescente di errori.

Il calcolo economico ha bisogno, quindi, di requisiti fondamentali che non possono essere omessi: proprietà privata e denaro sonante. In questo panorama, i beni possono essere scambiati correttamente ed i prezzi possono formarsi in maniera sana, senza interventi esterni. Gli imprenditori hanno a loro disposizione questo importante segnale di mercato che indica, attraverso il sistema profitti/perdite, come procede l’attività imprenditoriale stessa.

Questo strumento è fondamentale per coordinare l’attività imprenditoriale futura, perché segnala all’imprenditore qual è la tendenza dei desideri dei consumatori e dove si sta spostando, suggerendogli se deve operare investimenti a breve o lungo termine. E come tiene il calcolo? Attraverso il bilancio della sua attività che, ovviamente, è espresso in termini di denaro. Così, è in grado di riconoscere se la sua attività economica è in perdita o in guadagno guardando le entrate della sua impresa, cosa che gli segnala se deve percorrere ancora la strada che sta perseguendo al momento oppure deve cambiare qualcosa nei suoi piani.

Questo cambiamento è generato dallo scambio volontario degli attori economici che, in base ai propri desideri, decidono di premiare o “punire” una determinata azienda mediante acquisti o astensione dagli stessi; ciò, a sua volta, genera un flusso di vendite ed entrate che permettono all’azienda interessata di  stimare se la loro offerta di prodotti è riuscita a creare una certa domanda all’interno del bacino dei consumatori. In base alla risposta di quest’ultimi, che sono i veri re in un mercato libero, le aziende pianificano.

Le cose cambiano significativamente quando entra in gioco una terza parte che ha facoltà di alterare i segnali economici per il proprio vantaggio e di quelli che più le aggrada. Infatti, agendo secondo questa via, il calcolo economico che prima permetteva di far prosperare determinate aziende e punire altre che non soddisfacevano i desideri dei consumatori, rendendo l’efficienza la regina del mecato, viene falsato e non più in grado di segnalare correttamente l’informazione nel mercato. Questa terza parte è lo stato che con i suoi interventi extra-mercato dirige l’economia secondo la preferenza di un piccolo gruppo di individui, il quale persegue i propri interessi. Ciò va a scapito della maggioranza degli attori economici che vedono bypassati i loro voleri.

A questo punto il tessuto economico approda su lidi socialisti, dove la pianificazione centrale tenta, innanzitutto, di manipolare piccole porzioni del mercato. Ma questo è come una pallina sferica su un piano inclinato: non riesce a fermarsi. La sua intrusione è esponenziale poiché deve conservare lo status quo ed una struttura clientelare e ciò non è in accordo con un sistema di libero mercato; lo stato, quindi, deve prendere possesso e controllo di porzioni dell’economia sempre più grandi, impedendo la correzione degli errori che emergono dalla sua incapacità di operare il calcolo economico.

La pianificazione centrale statale è irrazionale.

Si fonda sulla forza, sulla violenza e sul furto per finanziare i suoi programmi, proprio perché non ha la capacità di operare un calcolo economico corretto. Lo stato, infine, deve divenire totalitario perché non riesce più a togliere le mani dalle decisioni altrui, altrimenti lo status quo andrebbe in bancarotta. L’Europa ha già sperimentato questa terribile condizione: Fascismo, Nazismo, Comunismo. Sono tutte facce della stessa medaglia. Gli USA ci stanno scivolando nel presente, l’Europa ci sta ricadendo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale si è tentato di dare vita ad un’economia mista, ma lo stato è un parassita vorace che chiede sempre di più. Non esiste una terza via, come soleva ricordare Mises.

La produzione può sia essere diretta dai prezzi fissati dal mercato tramite l’acquisto o l’astensione dal comprare da parte delle persone; sia può essere diretta dagli uffici del governo. Non c’è una terza soluzione disponibile. Il controllo del governo di una parte dei prezzi può solo risultare in uno stato di affari che — senza alcune eccezione — ognuno considera assurdo ed opposto ai propositi. Il suo inevitabile risultato è il caos ed il disordine sociale.

LA DERIVA ITALIANA

I programmi statali servono solo a mantenere intatto un bacino clientelare e di elettori per preservare la propria autorità. Le entrate dello stato derivano dalla tassazione e questa coercizione depreda il mercato delle risorse necessarie per operare una crescita sana a favore di un probabile spreco in programmi dolina che gettano tali risorse in un buco nero.

Prendiamo ad esempio gli ultimi casi di proteste in Italia legati a grandi industrie. Iniziamo con l’Alcoa. La tassazione depreda il cittadino del suo potere di allocare secondo i propri desideri il frutto del proprio lavoro, destinando suddetti finanziamenti al settore della green energy. Ciò ha causato una domanda artificiale in questo settore, facendo lievitare i costi dell’energia a causa della sovrattassa per sovvenzionare suddetto settore. Ora, aziende come l’Alcoa sono a corto di lavoro proprio a causa dei costi energetici alle stelle.

Ma l’Italia è un bacino di errori legati al calcolo economico in un sistema a pianificazione centrale davvero grande. Quale attore economico sarebbe disposto a sborsare denaro per finanziare un’attività scarsamente efficiente e palesemente in perdita? L’aereoporto di Salerno è un caso emblematico.

Poi c’è il caso dei minatori del Sulcis, illusi dalle promesse dello stato. La serie non si fermerebbe qui, ma è ora di considerare il quadro generale: Gerardo Coco ce lo presenta con un’analisi accurata della deriva industriale Italiana a favore della crescita spropositata del settore statale.

Il primo descrive l’andamento della produzione (linea rossa) rispetto al PIL(linea grigia).

Dal primo grafico emerge come dal 2000 la produzione italiana sia cresciuta parallelamente al reddito nazionale. Dopo il 2000, cioè da quando l’euro è entrato in funzione ha cominciato a ristagnare. Dopo il 2008 l’indice è crollato più velocemente del PIL scendendo al di sotto del livello degli anni precedenti.

Il secondo grafico mostra il tasso di espansione della spesa pubblica rispetto al PIL.

Per ragioni di spazio abbiamo omesso i grafici dell’andamento delle altre economie dell’eurozona ma presentano tutte lo stesso trend, Germania inclusa: E’ in atto un declino industriale in tutti i paesi UE ed in alcuni una deindustrializzione accelerata. Stime OCSE e FMI confermano gli stessi andamenti. La spesa dei governi dopo la crisi è cresciuta dappertutto a scapito dei sistemi industriali.

Ciò conferma un fatto che ha il valore di un teorema: o cresce lo stato o l’economia. Entrambi non possono crescere allo stesso tempo.

Ricordiamo, per inciso, che l’eurosistema era stato pensato e costruito come area in grado di riparare da shock esterni. In realtà li ha assecondati (la BCE attraverso il sistema bancario ha indirettamente finanziato la bolla americana) e ha prodotto contemporaneamente shock interni da spesa e debito incontrollato.

I leader europei affermano, perentoriamente, che la ripresa deve passare per l’Europa. Ma ci dovrebbero spiegare come, sommando aree che contemporaneamente si impoveriscono, si ottengano aree che miracolosamente si arricchiscono. La “soluzione europea” è imperniata su maggiore integrazione fiscale, maggior accentramento dei poteri statali per ricostituire una nuova capacità di indebitamento e, allo scopo, si servirà di maggiore tassazione aggravando il declino industriale. Questo sarà il terzo shock che l’eurosistema ci regalerà.

Rendere i governi sempre più forti e gli individui sempre più deboli, ecco l’essenza della scienza economica europea.

In Italia l’antica lotta tra il principio del governo o di autorità e il principio di libertà ha raggiunto il suo acume. L’eccessiva imposizione sta divorando con rapidità spaventosa redditi e capitali e la spoliazione collettiva, al limite del diritto, ormai vieta che si possa seminare per raccogliere fra qualche anno. Essa ha creato artificialmente le condizioni dell’esaurimento delle energie lavorative ed imprenditoriali senza le quali nessuna risorsa può essere valorizzata ed accresciuta. I sicari dell’economia, anno dopo anno, mese dopo mese, hanno annientato piccole e medie imprese, cioè il sistema industriale e la competitività del paese. Al regime fiscale più punitivo del mondo si accompagnano tutti gli altri fattori dello scenario del distruttivismo: le istituzioni inaffidabili, l’incertezza del diritto, la lentezza della giustizia amministrativa, l’elevato grado di conflittualità di un paese di fazioni in perenne guerra civile. I capitali esteri se ne stanno alla larga e quelli interni emigrano.

La prosperità delle nazioni e degli individui dovrebbero crescere in un solo e medesimo modo. Maggior produzione significa maggior reddito e crescita del capitale. Il capitale di un paese, al pari di quello di un individuo non è che uno strumento messo in mano alla sua industria per abilitarla a cavarne ricchezza. Senza capitali, zero produzione e zero crescita.

Putin nel 2000 attuò un ampio programma di riduzione della pressione fiscale e, seguendo i dettami di Milton Friedman,  introdusse una flat tax del 13% sui redditi, la più bassa nel mondo. Questa riforma stabilizzò il corso del rublo e stanò tutta l’economia sommersa, decriminalizzandola. La borsa esplose e capitali affluirono dall’estero. L’economia crebbe lo stesso anno dell’8% dando luogo miracolo economico definito post cold miracle economy simile a quello goduto dalla Germania negli anni 50.

In Italia, l’ignoranza economica, le remore ideologiche e il nanismo intellettuale della attuale nomenclatura tecnico-politica, che si è degradata con quella misura da miserabili pidocchi sulla tracciabilità dei pagamenti sopra i 1000 euro (neppure Stalin sarebbe arrivato a tanta mediocrità), vorrebbero salvare l’Italia! Perfino “l’antidemocratico” Putin potrebbe rappresentare un modello di eccellenza economica e democratica, per loro e per l’intero paese dove il divario fra Nord e Sud è lo stesso di quello di 50 anni fa.

La stampa ha ragione a condannare i privilegi delle caste ma rischia di alzare il grado di conflittualità sociale e distogliere l’attenzione dal problema cruciale: la gigantesca mattanza industriale in atto e la catastrofe che ne seguirà. E non vorremmo più sentire dire che se tutti pagassero le tasse, tutti pagherebbero meno tasse. Ma: se le tasse fossero basse le pagherebbero tutti. Le invocate liberalizzazioni non servono a nulla se poi i capitali sono divorati dal fisco. La prima vera grande liberalizzazione la si fa liberando i capitali dal peso da cui sono gravati.

“ABBIAMO FATTO LA COSA GIUSTA, MA NON POSSIAMO PROVARLO”

Lo stato costituisce un pericolo per un sano calcolo economico poiché distorce anche i segnali che vengono lanciati dal libero mercato monetario. Conferendo leggittimità a degli istituti finanziari centrali di controllare l’offerta di moneta, ha garantito un privilegio enorme ad una ristretta cerchia di persone che possono in questo modo manipolare a piacimento l’altro caposaldo del calcolo economico: il denaro.

Ma creare un simile istituto non basta, altrimenti la legge di Gresham spodesterebbe la moneta cattiva a favore di quella buona. Quindi, per ovviare a questa feritoia nei suoi piani, lo stato ha conferito al denaro di sua creazione valore legale. Infatti, attraverso le leggi del corso legale si è riusciti a far accettare alla popolazione, attraverso il furto e la violenza, pezzi di carta privi di valore bandendo artificalmente quel mezzo di scambio che per anni aveva dominato le società umane poiché scelto proprio dal libero mercato: l’oro.

Questo pose nelle mani della banca centrale un grande potere, il quale veniva condiviso con l’apparato statale finanziandone il deficit. Per anni le banche centrali hanno manipolato i tassi di interesse del denaro portando a cicli di boom/bust sempre più frequenti e più dolorosi. Ad esempio, il presidente della FED Alan Greenspan abbassò artificialmente i tassi dei fondi federali all’1% nel Luglio del 2003. Rimasero così per oltre un anno.

Tali tassi ribassati artificialmente stimolarono la bolla immobiliare, con la benedizione di imprese sponsorizzate dal governo come Fannie Mae e Freddie Mac.

Ora, l’attuale presidente della FED pensa che l’ulteriore allentamento monetario possa “curare” quello che il precedente allentamento monetario ha causato. Infatti, nell’ultimo discorso che ha tenuto a Jackson Hole ha proferito le seguenti parole.

[…] I LSAP (gli acquisti di asset su larga scala, ndt) sembrano aver aumentato i prezzi delle azioni, presumibilmente sia abbassando i tassi di sconto sia migliorando le prospettive economiche; probabilmente non è un caso che la ripresa sostenuta dei corsi azionari Statunitensi ha avuto inizio nel Marzo 2009, poco dopo la decisione del FOMC di ampliare notevolmente gli acquisti di titoli. Questo effetto è potenzialmente importante perché i valori azionari influenzano sia i consumi che le decisioni di investimento.

Mentre vi sono prove concrete che gli acquisti di asset da parte della Federal Reserve hanno abbassato i rendimenti a lungo termine ed allentato le condizioni finanziarie, ottenere stime precise degli effetti di queste operazioni sull’economia in generale è di per sé difficile, poiché il controfattuale – come avrebbe reagito l’economia in assenza di azioni della Federal Reserve – non può essere osservato direttamente.

[…] Le simulazioni su determinati modelli condotte presso la Federal Reserve hanno rivelato che i programmi di acquisto di titoli hanno fornito un aiuto significativo all’economia. Ad esempio, uno studio utilizzando il modello FRB/US del Consiglio ha rilevato che, a partire dal 2012, i primi due giri di LSAP potrebbero aver alzato il livello della produzione di quasi il 3% ed aumentato l’occupazione stipendiata di oltre 2 milioni di posti di lavoro, rispetto a ciò che sarebbe accaduto altrimenti.

Quindi, secondo i modelli dei pianificatori centrali essi hanno condotto una buona politica perché i dati al momento dicono così. I dati iniziano a deteriorarsi? Più della stessa cosa aiuterà di nuovo a farli sembrare buoni.

In sintesi, sia i benefici che i costi delle politiche monetarie non tradizionali sono incerti, con ogni probabilità possono anche variare nel corso del tempo, a seconda di fattori quali lo stato dell’economia e dei mercati finanziari e l’entità dei precedenti acquisti di asset da parte della Federal Reserve. Inoltre, le politiche non tradizionali hanno costi potenziali che sono meno rilevati rispetto alle politiche tradizionali. Per queste ragioni, l’ostacolo per l’utilizzo di politiche non tradizionali deve essere superiore a quello per le politiche tradizionali. Allo stesso tempo, il costo delle politiche non tradizionali, quando considerato attentamente, appare gestibile, quindi non dovremmo escludere l’uso ulteriore di tali politiche se le condizioni economiche lo giustificheranno.

La realtà è che l’economia degli Stati Uniti ha una malattia che tutti i QE di questo mondo non possono curare, e mentre sembra che questa medicina possa alleviarla nel breve termine, essa continuerà a peggiorare. La recessione che la FED sta disperatamente tentando di impedire deve fare il suo corso per liquidare gli errori del passato: un’economia basata su tassi di interesse artificialmente bassi, enormi spese e pretiti non performanti. La “soluzione” di Bernanke è solo un palliativo, non può essere certo dei suoi effetti futuri (nonostante pretenda di sapere che questa è la soluzione migliore secondo un punto di vista interventista) perché non ha la base per calcolari questi effetti futuri.

E’ felice che le politiche inflazionistiche abbiano dato una spinta al mercato azionario. Non dovrebbe. Questo è il chiaro segno di quali entità ricevono per prime il denaro creato da poco dalla FED, e la loro reazione alle politiche inflazionistiche è una delle manifestazioni del fatto che i prezzi relativi nell’economia sono stati alterati. Sta semplicemente ammettendo di aver manipolato quei prezzi. La domanda quindi è: i prezzi manipolati possono portare benefici economici?

La risposta, come abbiamo precedentemente visto con la bolla immobiliare, è NO. Anzi, ciò falsifica il calcolo economico.

All’inizio del mio mandato come membro del Consiglio dei Givernatori, ho tenuto un discorso che prendeva in considerazione opzioni per la politica monetaria quando il tasso di interesse a breve termine si avvicina al suo limite inferiore effettivo.

Stavo reagendo alle affermazioni comuni nel momento in cui le autorità monetarie sarebbero rimaste “a corto di munizioni,” quando il tasso dei fondi federali si sarebbe avvicinato allo zero. Ho sostenuto che, al contrario, la politica sarebbe ancora stata efficace in prossimità del limite inferiore.

Ora, con diversi anni di esperienza con le politiche non tradizionali sia negli Stati Uniti che in altre economie avanzate, sappiamo di più su come funzionano tali politiche.

Mi sembra chiaro, sulla base di questa esperienza, che tali politiche possono essere efficaci, e che, in loro assenza, la recessione del 2007-09 sarebbe stata più profonda e la ripresa in atto sarebbe stato più lenta di quanto non sia effettivamente stata.

Qui lo zio Ben si riferisce al discorso che tenne nel 2002, quello che che gli conferì il soprannome di “Elicottero Ben” e diffuse la “fobia” della deflazione. Ma tenere i tassi bassi al di sotto dei livelli del mercato (obiettivo dello stimolo monetario) altera il consumo, gli investimenti ed il risparmio. In questo modo si dà vita solo ad ulteriori allocazioni errate delle risorse; la magnitudine di questi errori cresce nel tempo fino a far divenire inutile ogni altro tentativo di stimolo dell’economia. Allora i tassi di interesse aumenteranno e la FED dovrà fare i conti con i demoni che ha rilasciato.

L’ultima frase, poi, è da rotolarsi dalle scale per le risate. Peccato, infatti, che sia vero il contrario di quello che dice Bernanke. L’ultima volta che le agenzie statali e la banca centrale lasciarono al laissez-faire il compito di ripulire dagli errori il panorama economico fu durante la recessione del 1920-1921. L’attuale depressione senza fine è sintomo di una costante riduzione del bacino dei finanziamenti reali e di investimenti errati che tengono vivi settori zombie che hanno bisogno di finanziamenti sempre più grandi per poter vivere. Questi settori hanno dato l’illusione di un posto di lavoro sostenibile ai lavoratori. Ad ogni bust figlio di una precedente espansione monetaria falliscono anche questi settori, ma prontamente arriva l’entità monetaria centrale a congelare il ciclo economico e finanziare artificalmente altri settori prolungando l’agonia.

Siamo arrivati qui adesso. Evitare il dolore presente e conservare a tutti costi lo status quo, ma condannando l’intero tessuto economico ad un inevitabile collasso nel lungo termine. Bernanke lo sa. Il suo è un bluff. Lo ammette.

La stagnazione del mercato del lavoro, in particolare, è una grave preoccupazione non solo per l’enorme sofferenza e spreco di talento umano che essa comporta, ma anche perché i livelli persistentementeelevati di disoccupazione causano danni strutturali alla nostra economiache potrebbero durare per molti anni.

Nel corso degli ultimi cinque anni, la Federal Reserve ha agito per sostenere la crescita economica e favorire la creazione di posti di lavoro, ed è importante per ottenere ulteriori progressi, in particolare nel mercato del lavoro. Tenendo contodelle incertezze e dei limiti dei suoi strumenti politici, la Federal Reservefornirà ulteriore allentamento come necessario per promuovere una ripresa economica più solida ed un costante miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro in un contesto di stabilità dei prezzi.

Dato che la FED ha mantenuto bassi i tassi di interesse troppo a lungo, le persone hanno consumato, speso e risparmiato poco agendo secondo i falsi segnali che lanciava il mercato. La produzione di beni è stata abbandonata per un settore dei servizi gonfiato, facendo dell’importazione una necessità paranoica. Troppo capitale è finito a Wall Street e poco nelle mani degli imprenditori. Troppe case e poche industrie. Troppi centri commerciali e poca attenzione all’allocazione delle risorse naturali.

Continuando testardamente a voler “creare lavori” impedirà al mercato di ripulire gli errori passati acuendo il problema della disoccupazione. Ecco perché questo è un problema, e non è la prima volta che Bernanke ne parla a Jackson Hole. Verranno creati posti di lavoro insostenibili dal mercato poiché non congrui con i desideri degli attori economici, ma gli economisti della FED corrono dietro ai modelli matematici e non comprendono questa lezione. E’ possibile che sappiano fare i calcoli più difficili di questo mondo, ma una cosa è sicura: sono degli asini nel calcolo economico.

ARRIVA IL CREOSOTO!

Il 6 Settembre Mario Draghi ha tenuto una delle conferenze stampa più attese da tre mesi a questa parte. Potete trovare i dettagli del suo discorso a questo link. In breve, il piano prevede l’acquisto illimitato di bond dei governi Europei da parte della BCE. Inoltre, sempre secondo la BCE, tali acquisti saranno sterilizzati e quindi non causeranno pressioni inflazionistiche. In sostanza, mentre acquisterà bond dei governi Europei sul mercto aperto venderà contemporaneamente altri titoli. Inondare, quindi, il mercato con denaro creato da poco a sostegno di quelle realtà sull’orlo della bancarotta dovrebbe far “ripartire” l’economia Europea e dare fiducia alla popolazione.

Secondo Draghi il nuovo programma della BCE, chiamato OMT,

[…] ci permetterà di affrontare le gravi distorsioni nei mercati dei titoli di stato che si sono originate, in particolare, dalle paure infondate degli investitori su una reversibilità dell’euro.

Prego? “Paure infondate”? Forse queste paure sono scaturite dal fatto che le munizioni a disposizione della BCE sono semplicemente a salve e non sortiranno alcuan ripresa. Anzi, peggioreranno solo le cose. Il mercato è drogato di liquidità, ormai. E’ impossibile “ragionare” con esso. E’ i nestasi da cartaccia svolazzante. Ne vuole di più. E’ impossibile operare un qualsiasi calcolo economico fondato ed affidabile. Inoltre, la crisi dell’euro parte da molto più lontano.

Draghi affronta lo stesso fato di Bernanke, e di qualsiasi altro pianificatore cenrale che deve tenere in piedi il proprio circo distorcendo ulteriormente (e finché gli è possibile) il panorama economico. Per quanto ancora gli è possibile farlo? Ancora una volta, l’analisi di ZeroHedge è corretta.

Tra due giorni Mario Draghi potrà, sebbene molto probabilmente senza la benedizione della Germania, annunciare vaghi termini di come la BCE pianifica di monetizzazione centinaia di miliardi di bond a breve termine (sotto i 3 anni) di Spagna e Italia […]. Che cosa accadrà quindi? Beh, come sostiene molto succintamente Michael Cembalest di JPM, Draghi scatenerà niente meno che la trasformazione della BCE da Banca CentraleEuropea a Banca Creosoto Europea.

Numericamente, questo significa che una volta che la BCE avrà finito di monetizzare un altro bilione di euro o giù di lì in obbligazioni il prossimo anno, il suo bilancio arriverà ad un inimmaginabile 50% del PIL di tutta la zona euro.

Una cosa è certa: se la BCE raggiungerà i livelli da capogiro previsti in precedenza, tutte le altre banche centrali non rimarranno a guardare, e certamente si uniranno nella pratica più della stessa cosa. In realtà, è quasi garantito che entro la fine del 2013 la metà del PIL del mondo sviluppato sarà delle banche centrali. E’ anche certo che dal momento che la pianificazione fallisce sempre, il risultato di questa aggregazione di asset, sarà come la scena del Sig. Creosoto una volta che le macchine monetarie del mondo rutteranno e l’attuale corso si invertirà.

Cembalest prevede che le cose andranno in questo modo:

I vantaggi immediati dell’acquisto di debito da parte della banca centrale fanno sentire bene: il default di banche e governi viene rinviato, le banche beneficiano di utili netti in crescita grazie al finanziamento a buon mercato della banca centrale, e c’è una percezione di normalità mentre la BCE forza in basso i rendimenti a breve termine dei titoli. I mercati ottengono una tregua dalle cattive notizie, dal momento che gli investitori non devono svegliarsi ogni mattina per vedere cosa è successo in Europa, quel giorno…

Non ci sono molti precedenti per quello che la BCE indica che potrebbe fare. Naturalmente, una cosa che stiamo guardando è l’inflazione in Germania. Mentre gli aumenti salariali stanno iniziando a fiorire ed i prezzi delle case sperimentano un aumento modesto per la prima volta dopo tanto tempo, gli aumenti dei prezzi in tutta l’economia Tedesca sono ancora ben al di sotto del 2%.

Un altro rischio riguarda le perdite presso la BCE. Le banche centrali sono in grado di riconoscere le perdite per lunghi periodi di tempo, e non devono rivelare come e quando. Possono anche guadagnare dal “signoraggio”, che si riferisce alla differenza tra il rendimento dei titoli che acquistano o danno in prestito, e il loro costo in denaro (zero). Alla fine, tuttavia, la BCE dovrebbe progettare una massiccia rinegoziazione del debito, che è come i governi condonano e ristrutturano il debito nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Un risultato da “Club di Parigi” sembra più probabile che una strategia effettiva di uscita dai suoi acquisti e prestiti. Dopo tutto, ricordiamo perché la BCE sta stampando a tavoletta: l’Europa meridionale sta sperimentando il più grande deflusso di capitali che il mondo moderno abbia mai visto (vedi sotto). […] Senza la BCE, ci sarebbero probabilmente già stati default sovrani e/o bancari in Europa.

La cosiddetta “sterilizzazione” è una farsa. E’ la parola magica per fare stare buoni i Tedeschi. Lo zio Mario sta tentando di trasferire il cattivo debito dei PIIGS sul bilancio della BCE monetizzando tali debiti. “Acquisti illimitati” vuol dire che ai PIIGS basta scrivere dei pezzi carta, presentarli alle banche che li compreranno e poi a loro volta presentarsi alla BCE per ottenere nuovi euro. E’ una cortina di fumo. Il denaro creato sta facendo sempre lo stesso giro., poiché le banche sono praticamente insolventi insolventi e gli stati in bancarotta.

Cosa accadrà quando la Spagna, che sta facendo la fine della Grecia, avrà bisogno di €1 bilione per restare a galla? Le promesse vrranno infrante. Ancora una volta.

Per quanto sofisticate le manovre della BCE, non si indirizzano alla questione centrale:non è un problema di liquidità, ma di solvibilità.

UN FUTURO D’ORO

Mentre la BCE e la FED continuano ad ingozzarsi di monnezza obbligazionaria, guardiamo questo grafico.

La stampa monetaria senza frontiere operata da queste due istituzioni finanziarie ha portato non poche persone a porsi questa domanda, “Quanta fiducia si può avere nelle promesse dei pianificatori centrali?”

Ecco la risposta.

La persona prosegue nel ragionamento, “Come proteggere i miei risparmi, quindi, dalle manipolazioni arbitrarie dei pianificatori centrali?”

Ecco la risposta.

L’oro è il martello.

CONCLUSIONE

Al crescere dello stato diminuisce la libertà individuale degli agenti economici, i quali vedono falsificati quei segnali che consentono loro di operare i loro affari in un panorama economico sano e privo di privilegi. L’incapacità del calcolo economico in un ambiente pianificato centralmente non consente allo stato di allocare correttamente le risorse nei vari investimenti intrapresi dai burocrati dietro le scrivanie. Mises lo sottolineò chiaramente nel libro col quale demolì, una volta per sempre, la possibilità di un calcolo economico corretto sotto il socialismo: Economic Calculation in the Socialist Commonwealth.

E’ un’illusione immaginare che in uno stato socialista il calcolo in natura possa prendere il posto del calcolo monetario. Il calcolo in natura, in un’economia senza scambi, può comprendere solo i beni di consumo; fallisce completamente quando viene applicato a beni di ordine superiore. E non appena si abbandona la concezione di un prezzo monetario stabilito liberamente per beni di ordine superiore, la produzione razionale diventa del tutto impossibile. Ogni passo che ci allontana dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e dall’uso del denaro, ci allontana anche da un’economia razionale.