Gli aspetti economici della tassazione: la tassazione pregiudica, sempre e comunque, la produzione

Dopo aver completato questa analisi economica generale circa gli effetti della tassazione, che vengono spesso misconosciuti dagli autori degli odierni testi economici, vorrei ora sottoporre ad analisi gli argomenti tipici da loro utilizzati per descrivere gli effetti in parola, ascrivendoli sotto il titolo generico di “incidenza dell’imposta”. Alla luce dei nostri precedenti rilievi, sarà facile individuare il difetto fatale insito in tali analisi. Infatti, non ci si deve sorprendere che uno possa cadere facilmente in errore, trattando di argomenti specifici, se lo stesso non si è preso la briga di studiare le basi della materia.

La rappresentazione tipica del problema dell’incidenza dell’imposta, più frequentemente esemplificato dal caso di un’imposta indiretta o di una imposta sulle vendite, è posta più o meno in questi termini[10]: si supponga l’introduzione di una delle predette imposte. Chi deve sopportarne il peso? Si riconosce – e non ho, ovviamente, alcuna intenzione di confutare la validità dell’assunto – che in un certo senso non può sussistere alcun dubbio circa il fatto che i primi a pagar dazio siano i consumatori ed invariabilmente lo paghino. Pur non importando quali siano le conseguenze concrete di tale imposta o, per un verso, si ricadrà nella fattispecie per cui i consumatori dovranno corrispondere un prezzo maggiorato per acquisire la stessa quantità di beni e, di conseguenza, il loro tenore di vita verrà comunque pregiudicato ovvero, per altro verso,  l’imposta esatta genererà dei costi più alti per i produttori, e i consumatori pagheranno comunque il fio in termini di una produzione alquanto più limitata.

Tuttavia, ed è con questa argomentazione che dovremo essere in forte disaccordo, viene poi sostenuto che se l’esazione o meno di un’imposta arrechi pregiudizio ai consumatori, in base alla prima modalità descritta o in base alla seconda, è una questione ancora aperta, da valutarsi sul campo, la cui soluzione dipende dall’elasticità della domanda dei beni assoggettati ad imposta. Se la domanda è sufficientemente anelastica, i produttori trasleranno l’intero onere sui consumatori, sotto forma di prezzi più elevati. Se, al contrario, la domanda è molto elastica, allora i produttori dovranno assorbire l’imposta, il che darà luogo a maggiori costi di produzione; e se, ancora,  una sezione della curva di domanda si configura, invece, come anelastica e un’altra come elastica (questa fattispecie dovrebbe empiricamente ravvisarsi come la più frequente), l’onere dovrà in qualche modo essere condiviso tra gli attori, con una parte di esso che verrà traslato sui consumatori e un’altra che ricadrà sui produttori.

Cosa possiamo riscontrare di erroneo in questo tipo di argomentazione? Sebbene sia formulata in termini differenti da quelli utilizzati nella analisi che precede, è comunque difficile non accorgersi che essa riafferma, ad un livello un poco più specifico di discussione, ciò che abbiamo già dimostrato essere fallace ad un livello più generale: la tesi che le imposte possano  tanto ridurre, quanto non ridurre, l’output produttivo; che non vi sia alcuna correlazione necessaria tra imposte ed output produttivo; e che debba essere considerato empiricamente plausibile che un’imposta possa incidere negativamente solo sui consumi, lasciando pressoché inalterata la produzione. Assumere – come fanno tante analisi contenute nei  libri di testo che si occupano dell’incidenza delle imposte – che queste possano essere traslate, in tutto o in parte, sui consumatori, significa semplicemente sostenere che un’ imposta non possa influire negativamente sulla produzione. Infatti, se fosse possibile traslare qualsiasi imposta, a prescindere dal suo importo, sui consumatori, tale importo costituirebbe non una imposta sulla produzione, bensì esclusivamente un’ imposta sul consumo[11].

Al fine di confutare le tipiche analisi contenute nei libri di testo, si potrebbe semplicemente tornare alla nostra argomentazione precedente, che ci ha portato a concludere che ogni imposta che grava sulle persone condizionate dal vincolo di preferenza temporale, debba necessariamente impattare negativamente sulla produzione, al di là ed a prescindere da ogni conseguenza negativa  implicata per il consumo. Tuttavia, sceglierò ora un percorso esplicativo un po’ differente,  al fine di spiegare essenzialmente lo stesso concetto e di delineare al meglio la tesi più specifica, in forza della quale nessuna imposta, non rilevando a tal fine l’importo, può essere traslata sui consumatori. Affermare qualcosa di diverso significherebbe sostenere qualcosa di manifestamente impossibile. L’assurdità della dottrina che sostiene il fenomeno in parola diventa evidente non appena si cerchi di applicarla al caso di un singolo attore, che rivesta, nel continuo, entrambi i ruoli – quello di produttore e quello di consumatore. Per un produttore-consumatore, la dottrina si riduce a questo assunto: se egli si trova ad affrontare un aumento dei costi per il conseguimento di beni futuri – un aumento, cioè, che egli stesso percepisce come un evento suscettibile di generare costi crescenti – egli traslerà questi maggiori costi su sé stesso – in modo tale da compensare i minori guadagni conferendo un apprezzamento proporzionale al bene che si intende acquisire. Così facendo, egli cercherà: di ripristinare il suo precedente margine di profitto, di lasciare pressoché inalterato ed impregiudicato il suo ruolo di produttore, di accollarsi gli aggiustamenti strutturali che ineriscono esclusivamente alla sua figura di consumatore. Oppure, stressando ancor più drasticamente il concetto, nella misura in cui sono coinvolti gli sforzi  produttivi di un soggetto, l’esazione di un’imposta non farebbe alcuna differenza per lui, in quanto potrebbe pur sempre cominciare ad apprezzare il fatto che i beni possano essere comunque prodotti ad un prezzo maggiorato.

Un semplice ragionamento rivela che ciò che genera tale assurdità è da imputarsi ad una sostanziale confusione concettuale: la dottrina della traslazione dei costi origina dal misconoscimento del truismo che, per effettuare le proprie analisi, un soggetto economico deve necessariamente postulare che la domanda costituisca un dato di fatto – e che questo debba darsi per scontato, posto che si configura come tale in qualsiasi momento lo si voglia considerare. Qualsiasi analisi che  prescinda dal prendere in esame tale aspetto è di per sé viziata, in quanto se si dovesse ritenere che la domanda fosse nel frattempo mutata, allora non dovremmo scartare alcuno scenario: la produzione potrebbe aumentare, contrarsi o rimanere invariata. Si assuma che io sia un produttore di tè,  che il tè venga tassato e che la domanda di tè, contestualmente, sia caratterizzata da un concomitante aumento: allora, naturalmente, è anche possibile che le persone siano disposte a pagare un prezzo più alto per il tè, rispetto a quanto facessero in precedenza.

Ma questo non si configura come una traslazione dell’imposta, bensì  come il risultato di una variazione della domanda. Presentare questa possibilità come una tematica riconducibile nell’alveo dell’analisi dell’incidenza delle imposte è un semplice nonsenso: essa inerisce, di fatto, a tutt’altro tipo di analisi, relativa alla questione, completamente diversa, di come i prezzi siano influenzati dalle variazioni della domanda, non rilevando per niente gli effetti della tassazione. La confusione, in tal caso, è a livello di gradazione,  come quella che si potrebbe ingenerare se qualcuno tentasse di “confutare” l’assunto che la somma di una mela e di un’altra mela faccia due mele, dicendo: “no, ho appena aggiunto un’altra mela e guarda, non ci sono più due mele, ma tre”. In matematica, è ben difficile farla franca con queste sciocchezze; in economia, una dottrina non meno assurda, diventa invece ortodossia.

Eppure, se ci si impegnasse, da un punto di vista logico, a considerare la domanda come un dato di fatto, ogniqualvolta si tentasse di rispondere al quesito se un’imposta possa, o meno, essere traslata su altri, a questa tregua, non si potrebbe far altro che affermare che la stessa debba essere interpretata come un fenomeno che va ad incidere esclusivamente sul lato dell’offerta: riducendo le scorte a disposizione dei fornitori [12]. Qualsiasi altra conclusione equivarrebbe a negare ciò che è stato assunto sin dall’inizio – ovvero che un’ imposta sia stata effettivamente introdotta e percepita come tale dai produttori. Sostenere che sia la sola curva dell’offerta a spostarsi verso sinistra, in concomitanza dell’applicazione di un’imposta (mentre la curva di domanda rimane sostanzialmente inalterata), equivale a  postulare che l’intero onere fiscale debba essere, di fatto, assorbito dai fornitori.

A dire il vero, lo spostamento verso sinistra della curva di offerta causerebbe un aumento dei prezzi e i consumatori ne subirebbero sicuramente pregiudizio, a fronte del fatto che sarebbero obbligati a corrispondere dei prezzi più alti e potrebbero così permettersi di acquisire solo una minore quantità di beni a quel prezzo[13].  È sin troppo evidente che i consumatori saranno sempre invariabilmente danneggiati dalla tassazione: nessuno revocherebbe mai in dubbio tale assunto. Tuttavia, è solo un equivoco concepire l’innalzamento del prezzo quale una traslazione del carico fiscale dai produttori ai consumatori. Piuttosto, i consumatori sono investiti, in tal caso, “solo” dagli effetti ingenerati da un pregiudizio arrecato ai produttori, che, nonostante l’aumento dei prezzi richiesti per le loro forniture, devono sopportarne l’onere[14].

Ci si deve chiedere perché, se un imprenditore potesse effettivamente traslare, sui consumatori, qualsiasi importo del carico fiscale che lo va ad incidere in  via diretta, non lo abbia già fatto volontariamente, auto – imponendosi una tassa, in luogo di attendere una futura imposizione coercitiva! La risposta è chiara: in ogni momento egli è  condizionato, nella sua attività di determinazione dei prezzi, dalla domanda effettiva che si viene contestualmente a registrare. Il prezzo fissato da un imprenditore è fondato sulla previsione che l’applicazione di qualsiasi prezzo più alto, rispetto a quello attualmente prescelto, produrrebbe dei ricavi totali inferiori. Altrimenti, se fosse stato prevedibile attendersi che un maggior prezzo fruttasse degli introiti superiori, egli avrebbe sicuramente optato per questa soluzione. Fintanto che un imprenditore si attende che la domanda sia anelastica nell’ambito della gamma dei prezzi presa in considerazione, egli non si lascerà sfuggire l’occasione di optare per il prezzo più alto. Si asterrà dal continuare oltre, ed assumerà la determinazione di applicare quello specifico prezzo, perché le sue aspettative sono contrarie, nel prevedere la curva di domanda, che stima essere elastica al di sopra di quel predeterminato prezzo. Queste aspettative, concernenti l’anticipazione di “segmenti” elastici od anelastici della curva di domanda, non cambiano affatto, per il solo fatto che l’imprenditore si trovi di fronte all’applicazione di un’imposta. Domani, come oggi,  si aspetterà che un aumento dei prezzi produrrà dei minori introiti.

Così, è ovviamente fuori luogo sostenere che egli potrebbe, in qualche modo, sottrarsi al gravame fiscale. Infatti, se, in conseguenza della riduzione dell’offerta il prezzo ora sale, questa traslazione verso l’alto deve essere ricompresa in una area elastica della curva di domanda e quindi l’imprenditore deve rassegnarsi a pagare lo scotto in termini di minori introiti. Ogni altra conclusione è pertanto logicamente viziata.

Solo se l’imprenditore si attende che un cambiamento nella domanda possa avvenire contestualmente all’applicazione di un’imposta, egli potrebbe variare il prezzo, senza per questo incorrere in perdite. Se prevede un aumento della domanda, per esempio, in modo tale che vi possa essere ora un tratto anelastico, piuttosto che un tratto elastico della curva di domanda, al di sopra del prezzo attualmente in corso, questi sarà in grado di alzare il prezzo senza pagarne il fio. Ancora una volta, però, non stiamo parlando del fenomeno della traslazione dell’imposta: ma semplicemente di una  domanda crescente. Con o senza l’imposta, l’imprenditore avrebbe agito esattamente nello stesso modo. L’imposta non ha nulla a che fare con tali variazioni di prezzo. In ogni caso, l’imposta deve essere pagata esclusivamente e per intero da parte dei fornitori dei beni tassati[15].

Articolo di H. Hoppe  su Mises.org

Traduzione di Cristian Merlo

Link alla prima parte

Link alla seconda parte

Note

[10] Si rimanda, per esempio, a William Baumol and Alan Blinder, Economics: Principles and Policy (New York: Harcourt Brace Jovanovich, 1979), pp. 636ff.; Daniel R. Fusfeld, Economics: Principles of Political Economy, 3rd ed. (Glenview, Ill.: Scott, Foresman, 1987), pp. 639ff.; Robert Ekelund and Robert Tollison, Microeconomics, 2nd ed. (Glenview, Ill.: Scott, Foresman, 1988), pp. 463ff. and 469f.; Stanley Fisher, Rudiger Dornbusch, and Richard Schmalensee, Microeconomics, 2nd ed. (New York: McGraw Hill, 1988), pp. 385f.

[11] Circa l’impossibilità di un’ imposta sul consumo, puramente intesa, si veda anche Rothbard, Power and Market, pp. 108ff.

[12] Baumol and Blinder, Economics: Principles and Policy, p. 636, rappresentano l’elasticità della curva della domanda, in risposta all’applicazione di un’imposta.

[13] Per evitare qualsiasi fraintendimento in materia, allora, diciamo che fino a che le analisi sull’incidenza della tassazione, contenute nei libri di testo, metteranno in luce questo fatto, esse saranno sicuramente corrette. Ma è la loro interpretazione del fenomeno che è sostanzialmente e fondamentalmente confusa!

[14] Sul punto si faccia riferimento anche a Rothbard, Man, Economy, and State, p. 809.

[15] Se un’imposta potesse non influenzare, nemmeno minimamente, l’offerta di un bene o di un servizio nell’immediato, come potrebbe accadere nel breve periodo, ne consegue, dall’analisi che precede, che il prezzo praticato non cambierebbe affatto. Perché un suo innalzamento, in risposta all’applicazione dell’imposta,  implicherebbe, ancora una volta, spingerla nell’alveo di una  regione elastica della curva di domanda. Nel lungo periodo, l’offerta dovrà essere relativamente ridotta ed i prezzi troveranno un adattamento nell’ambito di questa  regione. In ogni caso, non si concretizza alcun effetto di traslazione. Sul punto si veda anche Rothbard, Man, Economy, and State, pp. 807ff.; idem, Power and Market, pp. 88ff.