Undici miti sulla deflazione

La prospettiva deflazionista ossessiona l’establishment politico ed economico delle democrazie occidentali e, dal punto di vista economico dell’élite politica, tali paure sono comprensibili. Per analizzare la situazione, è necessario tenere conto delle tre seguenti osservazioni:

  1. Sia la quantità di denaro che il livello dei prezzi sono irrilevanti per la ricchezza della nazione. Le imprese e le famiglie possono produrre beni di consumo qualunque siano la quantità nominale di denaro a disposizione e il livello generale dei prezzi. Le fonti del benessere sono il risparmio, la tecnologia e l’imprenditoria, non l’offerta di denaro o il livello dei prezzi;
  2. Mentre una modifica dell’offerta di denaro non influisce sulla ricchezza di una nazione a livello aggregato, essa cambia la distribuzione di risorse fra i membri della società. Nel caso di un incremento dell’offerta di denaro, ad esempio, i primi che ricevono la nuova quantità di denaro ne beneficiano a scapito di tutti gli altri. Notare che quest’effetto redistributivo non solo avviene in occasione di variazioni della quantità di denaro ma accade anche a seguito di mutamenti nell’offerta di qualsiasi bene. Esiste una significativa differenza fra il denaro e tutti gli altri beni solo in un regime di fiat-money (moneta non convertibile);
  3. Un regime di moneta non convertibile “favorisce” notevolmente la redistribuzione di risorse all’interno della società. Permette ai produttori di questa moneta, e ai loro alleati politici ed economici, di arricchirsi più velocemente e ad un costo molto più basso di qualsiasi altro produttore di qualsiasi altro settore. Questo spiega perché i governi, per secoli, hanno cercato di stabilire una moneta cartacea (paper money) e perché, dopo aver raggiunto quest’obiettivo nel XX secolo, i governi e le imprese loro alleate, si contraddistinsero per una crescita economica esponenziale. Il welfare state esplose nel XX secolo, allo stesso tempo Wall Street e il settore bancario si svilupparono più velocemente di quasi ogni altro settore economico. Questo non sarebbe stato possibile in un mercato con moneta libera (free money), perché nessuno avrebbe accettato banconote il cui potere acquisitivo dipende dal capriccio del suo produttore; difatti la moneta cartacea non è mai esistita in un mercato con valuta veramente libera[1]. Si tratta di essenzialmente di moneta non convertibile (il tipo di denaro che un governo impone ai suoi cittadini).

La moneta cartacea è protetta dalle leggi sulla “moneta legale”, il che significa che siamo obbligati ad accettarla come pagamento, anche quando stipuliamo un contratto che prevede un pagamento in altri beni di consumo. Inoltre, in molti paesi, attraverso le normative fiscali, la moneta cartacea è difesa dai suoi concorrenti principali (moneta metallica, ottenuta da metalli preziosi), ai quali si applicano imposte sulla vendita e sulla rendita da capitale, cui il denaro cartaceo è esente. Insomma, la moneta cartacea è moneta di monopolio, che arricchisce pochi alle spese di tutti gli altri.

La fobia per la deflazione delle nostre élite è, perciò, una reazione razionale di coloro che beneficiano dei privilegi che l’attuale regime inflazionista gli conferisce e che rischiano di perdere più di ogni altro se questo regime venisse rovesciato da una ventata deflazionista. Un regime d’inflazione perpetua è basato sul monopolio dello stato sulla moneta, mentre la deflazione porta la fresca ventata del libero mercato; èlites naturali accoglierebbero volentieri la deflazione perché, dovendo la propria posizione dominante esclusivamente al supporto volontario degli altri membri della società, non avrebbero nulla di che temere in caso di deflazione (una contrazione dell’offerta di denaro), dato che la loro leadership è basata sugli utili servizi imprenditoriali che offrono ai cittadini, servizi che sussisterebbero davanti a qualsiasi mutamento nell’offerta di denaro o del livello dei prezzi.

Larga parte delle élite d’oggi, invece, sono “false élite” o meglio “imprenditori politici”, che devono gran parte del loro reddito e del loro potere decisionale a privilegi legali che li proteggono dalla concorrenza e che li arricchiscono a spese di tutti gli altri. Le fortune di molti imprenditori politici sono direttamente o indirettamente attribuibili al monopolio sulla moneta posseduto dal Federal Reserve System (FED). È solo grazie a questo monopolio che la FED può creare un’espansione dell’offerta di denaro praticamente illimitata ed è solo grazie a quest’inflazione che, a sua volta, ha finanziato l’espansione pressoché illimitata dei governi statali e federale e di coloro che, piuttosto che prosperare grazie alla qualità di ciò che producono, si servono dell’attività di lobbying con la FED per raggiungere e mantenere posizioni di potere.

Questi imprenditori politici hanno perciò ragione di temere la deflazione, perché questa sottrae loro la fonte del loro reddito illegittimo e li riporta allo stesso livello di tutti gli altri membri della società, i cui redditi sono basati sugli sforzi e i servizi offerti in competizione concorrenziale.

Questi privilegi possono sopravvivere solo grazie ad una diffusa ignoranza circa il carattere dell’inflazione[2]. Un’analisi approfondita rivela che le ragioni contro la deflazione poggiano nitidamente su una litania di miti inflazionisti. Analiziamoli uno a uno.

Mito 1: Non è possibile guadagnarsi da vivere e fare profitti quando il livello dei prezzi è in caduta

La maggior parte della nostra analisi avrà a che fare con la deflazione nel senso di contrazione dell’offerta di denaro. Si tratta di un caso molto interessante dal punto di vista politico, perché pochi economisti e pochi profani sono disposti a riconoscere, in questo senso, un beneficio nel processo di deflazione. Ma prima d’entrare nel merito, è necessario esaminare brevemente le caratteristiche della deflazione dal punto di vista di un declino del livello generale dei prezzi. Questo tipo di deflazione attira molte meno critiche dell’anteriore, ma potrebbe essere utile analizzarlo in preparazione della disamina successiva.

Non è vero che non sia possibile guadagnarsi da vivere e fare profitti quando il livello dei prezzi è in caduta. Le imprese di successo non dipendono dal “livello” dei prezzi, ma dal “differenziale” dei prezzi, ovvero la differenza fra il costo di produzione e i prezzi di vendita. Tale differenziale esiste indipendentemente dal livello dei prezzi ed è presente anche nell’ipotesi di un loro declino secolare. La ragione essenziale è che gli imprenditori possono anticipare un declino dei pezzi esattamente come possono anticipare un loro aumento. Anticipando un “futuro” declino degli incassi, offriranno meno per l’acquisto degli “attuali” fattori di produzione, assicurando profittabilità alla produzione ed il pagamento degli stipendi a chiunque desideri lavorare.

Questo è esattamente ciò che è successo in quei periodi della storia moderna nei quali la deflazione non era prevenuta con contromisure inflazionistiche. Ad esempio, sia Usa che Germania goderono di una solida crescita economica alla fine del diciannovesimo secolo, mentre il livello dei prezzi calava (in entrambi i paesi per più di due decadi). In quel periodo, il livello dei salari rimase sostanzialmente stabile, mentre i redditi aumentarono in termini reali perché la stessa quantità di denaro permetteva di comprare un numero crescente di beni di consumo. Il beneficio, nel periodo deflazionista, fu tale per le grandi masse che coincise con la prima grande crisi della teoria socialista, che aveva previsto la prospettiva contraria per il capitalismo sfrenato. Eduard Bernstein e altri revisionisti proposero allora un socialismo alternativo. Anche oggi abbiamo un tremendo bisogno di un certo revisionismo: un revisionismo deflazionista.

Mito 2: mentre la discesa dei prezzi è accettabile, la mancanza di domanda aggregata è pericolosa

Anche se i sostenitori di questo mito (che costituisce sostanzialmente una variante di quello precedente) riconoscono che prezzi più bassi sono vantaggiosi per il consumatore, allo stesso tempo, questi, sostengono che vi siano svantaggi evidenti per i produttori. In particolare, sarebbero limitati gli incentivi ad investire in un contesto di contrazione dei prezzi. Abbiamo già criticato questa posizione facendo notare come il livello dei prezzi assoluti futuri sia irrilevante per la profittabilità di un’impresa. Il fattore rilevante è la possibilità di realizzare un differenziale fra prezzi di vendita e costi di produzione e quest’opportunità esiste indipendentemente dalle variazioni del livello dei prezzi.

Un’obiezione anti-deflazionista potrebbe essere la seguente: un’impresa profittevole, in un periodo di caduta dei prezzi, presuppone che l’imprenditore possa offrire meno per l’acquisto dei fattori di produzione. Se ciò non è possibile, l’imprenditore rinuncerà ad investire.

Tuttavia quest’argomento trascura il fatto che, in ogni momento, tutte le risorse sono impegnate per qualche fine. Perché un imprenditore lungimirante non dovrebbe essere in grado di offrire meno per i fattori di produzione? Chiaramente o perché i proprietari di questi non sono disposti a cederli a prezzi più bassi o perché altri imprenditori offrono di più. Nel secondo caso non c’è mancanza d’investimenti e attività produttiva, i fattori in questione sono comprati e venduti, sebbene ad un prezzo inferiore a quello che sarebbe stato offerto in tempi d’inflazione. Ma anche nel primo caso i fattori sono investiti: sono investiti nelle scorte del proprietario di questi fattori e tale domanda di giacenze adempie una funzione sociale utile tanto quanto quella d’ogni altra forma di domanda.

Mito 3: non è possibile guadagnarsi da vivere e fare profitti quando l’offerta di denaro si contrae

Gli esseri umani sono capaci di anticipare non solo una caduta dei prezzi, ma anche le conseguenze di una contrazione dell’offerta di denaro. Tale anticipazione normalmente accelera il processo deflazionista consentendo alla contrazione di raggiungere velocemente un fondo robusto per una stabile offerta di denaro. Qui è necessario distinguere due casi:

  • (A) il caso di un sistema bancario a riserva frazionaria operante in un contesto di merce-denaro (commodity-money) come l’oro o l’argento;
  • (B) il caso della moneta cartacea.

Nel primo caso, l’offerta di oro (o di argento) fisico non può ovviamente dissolversi nell’aria e, perciò, stabilisce un fondo robusto nel caso di deflazione delle banconote del sistema a riserva frazionaria. Tale deflazione, generalmente, inizia quando un numero crescente di persone rifiuta d’accettare tali note di pagamento e termina, normalmente, in una corsa alla banca (bank run), nella quale gli stessi possessori dei biglietti vogliono liberarsene e si precipitano alla banca che li ha emessi per riscattarli in oro o argento. Al termine di tale corsa, l’offerta di denaro si è contratta considerevolmente, a causa della sparizione di tutti i biglietti sostenuti dalla riserva frazionaria. Tuttavia la riserva di denaro metallico rimane e offre un fondo solido, al di sotto del quale l’offerta di denaro non può scendere. Non c’è ragione perché questo processo deflazionista non possa risolversi in poche ore o giorni. Al termine, molte banche e molti imprenditori saranno in bancarotta, nella misura in cui avranno finanziato le loro imprese tramite il debito invece che con mezzi propri (equity). Questo naturalmente spiega perché l’attuale establishment, finanziato col debito, si oppone ferocemente alla deflazione; ma questo non significa che la produzione non potrebbe andare avanti senza di questi: di fatto può farlo e lo farà “sotto una nuova gestione”.

Nel secondo caso, non esiste alcun fondo solido che assicuri l’arresto del processo deflazionista all’offerta di moneta cartacea. Quando la gente non gradisce più possedere moneta di carta e comincia a venderla a qualunque prezzo, ciò causerà un declino ancor più pronunciato del potere acquisitivo di questa moneta, il che convincerà anche chi l’ha appena comprata a liberarsene. Il risultato è una spirale deflazionista che termina quando la moneta svanisce dalla circolazione. Notare che questo non significa che l’economia retrocederà all’era del baratto: in questi casi la gente comincia ad usare altre monete come oro, argento o valute straniere. La spirale deflazionista perciò sottintende l’effetto benefico di sostituire un tipo inferiore di moneta (inferiore dal punto di vista di chi la usa) con una moneta superiore. Ripetiamo, non vi è ragione perché questo processo non possa concludersi in pochi giorni e, parimenti, non vi è ragione d’aspettarsi che la produzione non riprenda altrettanto rapidamente sotto una nuova gestione.

Mito 4: l’inflazione favorisce una crescita economica più rapida della deflazione

Alcuni sostenitori dell’inflazione ammettono che la produzione possa proseguire dopo una deflazione, e probabilmente anche durante, ma allo stesso tempo sostengono che la crescita economica sconterà seriamente gli aggiustamenti necessari, fino al punto che sarebbe preferibile combattere la deflazione attraverso l’inflazione o, come si dice in gergo, la “reflazione”.

È difficile confutare tale affermazione in assenza di una definizione ampiamente accettata di cosa s’intenda per “crescita economica”. In ogni caso il problema di un aggiustamento alla deflazione, nel senso di una contrazione dell’offerta di denaro, è un problema di breve periodo: si tratta di identificare quegli investimenti che sono più profittevoli (e che perciò più giovano alla società) nelle nuove circostanze create da uno scenario deflazionista. In particolare, la deflazione, nel peggiore dei casi, induce gli imprenditori e i proprietari dei fattori di produzione ad indugiare nell’impiego dei loro beni, per evitare di sperperarli in un’iniziativa rischiosa. La deflazione, quindi, implica un atteggiamento sobrio, prudente e conservatore dal punto di vista finanziario.

Al contrario, l’inflazione incoraggia costantemente ad impiegare il capitale in investimenti che non incontrano i bisogni spontanei degli altri membri della società (capitalisti, lavoratori e consumatori). Tali investimenti sono possibili solamente ricorrendo al finanziamento (diretto o indiretto) che si rende disponibile grazie al nuovo denaro prodotto dalla macchina di stampa. L’esempio più eclatante di tale processo è il welfare state, che può essere finanziato non dietro la prospettiva di un qualche ritorno futuro e non perché attrae un livello sufficiente di donazioni volontarie, ma solo perché è sostenuto da una crescente quota di debito, che un giorno sarà ripianato grazie all’ulteriore ricorso alla macchina di stampa. Questa considerazione vale indipendentemente dal fatto, sottolineato dagli economisti austriaci, che l’inflazione può modificare, a livello intertemporale, l’allocazione spontanea del capitale.

Riprendendo il problema di definire cosa intendiamo per “crescita economica”, se con questa indichiamo una qualunque nozione di crescita che enfatizzi la scala di valori di ogni individuo che partecipa nella società (piuttosto che un qualche criterio arbitrario di giustizia sociale), allora, visti gli enormi sprechi che si generano con l’inflazione, è più credibile assumere che la deflazione stimoli la crescita economica sia nel breve che nel lungo periodo.

Mito 5: la deflazione è particolarmente onerosa per le persone di basso reddito

Il bene principale delle persone relativamente povere è il loro lavoro, un bene relativamente non specifico, nel senso che può essere impiegato in qualsiasi settore. Perciò se un lavoratore non può più essere impiegato nel suo posto di lavoro attuale, può sempre trovare un nuovo impiego altrove, sia pure ad un salario più basso. Al contrario, gli individui più facoltosi devono la massima parte del loro reddito ad asset finanziari che, in ultima analisi, riguardano la proprietà di beni capitali, beni altamente specifici che spesso non possono essere utilizzati in altro modo. Se questo uso cessa di essere profittevole ne conseguirà un crollo più o meno drammatico del loro valore di mercato, spesso fino al valore di “rottamazione”. Di conseguenza la deflazione grava meno sui gruppi a basso reddito che su quelli ad alto reddito.

Mito 6: la deflazione distrugge i crediti dello stato

Effettivamente la deflazione (specialmente quella definita come “contrazione dell’offerta di denaro”) renderà impossibile al governo di ripagare il debito pubblico e, almeno per qualche tempo, di ottenere nuove entrate. Ma credere che solo la deflazione può portarci uno scenario simile è una leggenda. I debiti pubblici sono legati ad una traiettoria di crescita esponenziale e nessun funzionario parla di come ripagarli nel futuro. Il fatto è che i governi occidentali si trovano ormai in un pendio scivoloso, che porta inevitabilmente all’iperinflazione o alla bancarotta dello stato. Si tratta solo di attendere che distruggano da soli la propria credibilità, la deflazione accelererebbe semplicemente questo processo.

Permetteteci inoltre di sottolineare gli effetti positivi della bancarotta di uno stato: per finanziarsi un governo sarebbe di nuovo costretto a dipendere dalle sole entrate fiscali, cosa che costituisce un freno salutare alla loro espansione secolare.

Mito 7: la deflazione crea disoccupazione

L’inutilizzo di un fattore di produzione avviene solo in due circostanze: se il suo proprietario non vuole affittarlo al prezzo che gli viene offerto o se la legge gli proibisce di farlo. Non è perciò vero che il calo dei salari causa disoccupazione: un disoccupato è tale semplicemente perché non accetta di lavorare alle condizioni (economiche o meno) che gli sono offerte. È chiaro che nessuno accetterebbe di lavorare per un salario più basso del livello di sussistenza, ma questo non è il caso della deflazione. Ricordate che in un contesto di caduta generalizzata dei prezzi, il declino degli stipendi è compensato da un declino parallelo del prezzo dei beni di consumo. È vero che non in tutti i casi avviene una riduzione esattamente proporzionale di salari e prezzi, ma ogni discrepanza sarà puramente temporanea e può essere facilmente compensata tramite l’assistenza della famiglia, di amici o di un’istituzione caritatevole.

La deflazione potrebbe causare disoccupazione involontaria solo in uno scenario di leggi che impongono un minimo salariale, che non permettono di lavorare legalmente offrendo i propri servizi ad un tasso inferiore al limite di legge. Chiaramente questa disoccupazione non è causata dalla deflazione, ma da tali leggi, che violano la libertà di associazione volontaria.

Mito 8: la deflazione implica disuguaglianza e oneri arbitrari per i cittadini

La deflazione comporta effettivamente gravi oneri per molti individui. Considerate ad esempio il fatto che, oggi. la maggioranza delle famiglie ha contratto debiti considerevoli, spesso in forma di ipoteche sugli immobili. Nel caso di una contrazione dell’offerta di denaro, il reddito di una famiglia diminuirà, rendendo impossibile il pagamento delle rate; alcuni potranno chiedere una ritrattazione del loro mutuo ma altri non potranno fare fronte ai pagamenti. È anche vero che la deflazione porta conseguenze diseguali fra i cittadini, perché, in un regime deflazionista, alcuni prospereranno più di quanto non avrebbero goduto in un regime inflazionista.

Infine è vero che questa ridistribuzione è difficile da inquadrare secondo il principio di cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.

Quindi dove sarebbe il mito? Consiste nella credenza che “solo” la deflazione implica disuguaglianza e oneri arbitrari per i cittadini. In realtà l’attuale regime inflazionista è non meno ridistribuivo e arbitrario di uno deflazionista. L’inflazione, infatti, redistribuisce reddito da coloro che offrono servizi genuini a quelli che amano allearsi politicamente con i signori della stampante monetaria. Anche nel caso che l’inflazione sia usata “solo” per impedire la deflazione, gli effetti arbitrari e disuguali non potranno essere evitati. La conclusione che possiamo trarre, quindi, è che la deflazione non è certamente più ingiusta dell’inflazione. Ma, volendo approfondire ulteriormente, vi sono addirittura benefici tangibili nella deflazione, tanto da farla preferire all’inflazione. Prima di affrontare questo punto pero, è utile affrontare un’altra considerazione.

Mito 9: ci vorranno decenni per risolvere le dispute legali che scaturiscono dalla deflazione

Non siamo stati troppo ottimisti nell’assumere che la deflazione è una questione di poche ore o, al più, di giorni? Non è più verosimile che questa sconvolgerà un gran numero di contratti a lungo termine, da quelli ipotecari, alle obbligazioni industriali ai mutui immobiliari? E non è probabile che questo richiederà alle corti giudiziarie un paio di decadi di lavoro per risolvere tutte le denunce e contro-denunce?

Effettivamente, mentre l’aggiustamento della struttura produttiva alle nuove condizioni create dalla deflazione può risolversi in brevissimo tempo (sempre che l’intervento governativo non rallenti questo processo spontaneo), la risoluzione delle cause legali potrebbe richiedere un periodo più lungo. Ma l’evidenza empirica dimostra che è un’esagerazione pensare che questo richiederebbe più di qualche mese.

Considerate la deflazione tedesca che avvenne dopo la bancarotta della Darmstädter Bank (13 luglio 1931) e che durò circa due anni. La crisi mise rapidamente in pericolo la liquidità, non solo del settore bancario ma virtualmente in ogni ramo dell’economia tedesca. Le relazioni contrattuali furono largamente sconvolte e la cosa non solo causò fallimenti su una scala senza precedenti ma procurò anche la revisione dei contratti esistenti (sia all’interno che all’esterno delle corti giudiziarie) e la moratoria di molti pagamenti. La disoccupazione salì a quasi 7 milioni, la produzione in molte aziende si bloccò, salari e stipendi precipitarono e lo stesso accadde ai prezzi in generale. La caduta radicale dei prezzi degli immobili mise a repentaglio il mercato dei prestiti ipotecari come anche quello dei titoli finanziari coperti da ipoteca.

Come furono gestiti tali problemi? Innanzitutto la disoccupazione non fu gestita per niente, dato che il governo aveva creato le condizioni a causa delle quali la disoccupazione si rese inevitabile: sussidi di disoccupazione e leggi sui salari minimi. Il risultato fu il disordine sociale e dodici anni di Nazional – Socialismo.

Ma i problemi legati alla soluzione delle dispute legali furono regolati piuttosto velocemente ed efficientemente, in parte perché le corti tedesche, vista l’esperienza dell’iperinflazione del 1923, avevano sviluppato una certa esperienza nell’occuparsi di mutamenti drammatici del potere d’acquisto della moneta. In un gran numero di casi, le dispute non arrivarono neppure al grado di giudizio finale, e si risolsero tramite arbitrato in sede privata. Le rimanenti si sentenziarono nelle corti o si decisero grazie a quatto legislazioni d’emergenza, l’ultima delle quali fu votata in parlamento l’8 dicembre del 1931. Di conseguenza, pochi mesi dopo che la deflazione cominciò, tutti gli strumenti legali e istituzionali essenziali erano al loro posto e operavano discretamente bene.

Non vi è ragione di supporre che le cose oggi sarebbero gestite in modo meno efficiente negli Stati Uniti, specialmente se gli studenti di legge rivolgessero la loro attenzione all’analisi dei problemi in oggetto.[3]

Mito 10: la deflazione non conferisce alcun beneficio netto

Abbiamo visto che, all’ora di distribuire gli oneri ai cittadini, una pesante contrazione dell’offerta di moneta è esattamente identica ad un suo aumento. Ma dato che l’ economia di oggi è ormai tarata per adattarsi all’attuale scenario inflazionista, una eventuale deflazione non richiederebbe un nuovo riaggiustamento? Anche se questo aggiustamento fosse solo una questione temporanea, comporterebbe comunque un costo per ogni membro della società. Quali sarebbero, insomma, i benefici della deflazione che convincerebbero un cittadino responsabile ad accettarla, a parte l’incerta prospettiva di ritrovarsi, nel gioco a somma zero del processo di redistribuzione che la deflazione comporta, dal lato di quelli che ci guadagnano?

Prima di tutto, la deflazione è un meccanismo estremamente efficiente per accelerare l’aggiustamento al risveglio da una grave crisi finanziaria. La ragione di questo, come abbiamo visto, è che la deflazione colpisce più i prezzi dei fattori di produzione che quelli dei beni di consumo, di conseguenza la deflazione aumenta la forbice fra prezzo di vendita e costo di produzione (in altre parole il tasso d’interesse), creando quindi un vigoroso incentivo al risparmio ed agli investimenti.

In secondo luogo, ma non meno importante, la deflazione è un processo temporaneo che incapsula il potenziale per distruggere quelle istituzioni che vivono solamente grazie alla produzione di inflazione su base “perenne”: le banche a riserva frazionaria e i fabbricanti di denaro-fiat (le banche centrali). La distruzione di queste istituzioni elimina il “vantaggio al margine” goduto dal finanziamento a debito rispetto all’auto-finanziamento. In altre parole, il potere economico e sociale viene sottratto alla FED e alle banche e restituito nelle mani dei cittadini. In questo scenario, le imprese opererebbero sulla base di mezzi propri maggiori e le famiglie risparmierebbero prima di comprare una casa, almeno più di quanto non farebbero oggi. Inoltre. la distruzione della macchina dell’inflazione eliminerebbe il motore finanziario principale del welfare state, forzando i governi a rastrellare le risorse di cui necessitano esclusivamente con la tassazione, un metodo maggiormente soggetto al controllo sociale dell’ignobile rapina attuata quando si ottengono le risorse necessarie attraverso l’inflazione dell’offerta di denaro.

Mito 11: permettere l’arrivo della deflazione significa “passivismo”

Alla luce degli argomenti trattati, risulta chiaro che permettere l’arrivo di una deflazione non costituisce un atteggiamento d’apatica rassegnazione davanti al potere di forze misteriose e ai ciechi meccanismi di mercato. La deflazione può adempiere funzioni sociali estremamente utili e coloro che hanno a cuore le libertà individuali e la santità della proprietà privata stanno dalla parte giusta quando si battono coscientemente perché non si ostacoli l’arrivo della deflazione. È, piuttosto, “continuando a dare spazio all’inflazione” che si assume un atteggiamento d’apatica rassegnazione; rassegnazione davanti al potere di un monopolio della moneta che prospera grazie all’ignoranza e che beneficia gli entourage politici a spese della società civile capitalista.

Articolo di Jorg Guido Hulsmann su Mises.org

Traduzione a cura di di Massimiliano Neri e Francesco Cisternino per “Società Libera”, parzialmente riveduta da Mises Italia.

Note dell’autore:

[1] Si potrebbe obiettare che le banconote della Banca di Inghilterra che circolarono, dal 1797 al 1821, rappresentano l’eccezione, perché non costituivano moneta legale. Ma quei biglietti non erano moneta cartacea, bensì moneta creditizia. Durante la vita di questo “pound cartaceo”, gli attori del mercato si aspettavano un’estinzione, da parte della Banca di Inghilterra, in un prossimo futuro. Per una distinzione fra moneta di consumo, moneta creditizia e moneta cartacea, vedere Mises, Theory of Money and Credit, part one, chap. 3, sect. 3.

[2] Chiaramente qui difendiamo solo la deflazione caratteristica in un libero mercato, mentre la deflazione confiscatoria non è difendibile. Vedere Rothbard (Making Economic Sense) e Salerno (“Taxonomy of Deflation“).

[3] Uno dei problemi attuali più interessanti per l’accademia libertaria, in campo legale, è lo sviluppo di una “teoria legale della deflazione”.