La sociologia della tassazione: Mezzi economici versus Mezzi politici

Non vi può essere alcun dubbio, quindi, che le tasse invariabilmente contraggono la produzione e, di riflesso, lo standard di vita del consumatore. In qualunque modo si voglia porre la questione, non si può sfuggire alla conclusione, incontrovertibile,  che la tassazione sia solo un mezzo per ostacolare la formazione della ricchezza e, quindi, per generare un impoverimento relativo.
Questo mi conduce ad affrontare il secondo tema d’indagine: la sociologia della tassazione. Se la tassazione è uno strumento per distruggere la costituzione di ricchezza, allora dobbiamo porci una serie di quesiti fondamentali, volti ad indagare: i motivi che spieghino la sussistenza del fenomeno; la sua incessante crescita; le ragioni che ci hanno condotto a sperimentare, in particolare durante l’ultimo secolo, un costante aumento, e non solo in termini assoluti, anche del livello relativo di tassazione; le motivazioni per cui le istituzioni che spingono sempre più per l’affermarsi di un tale ordine di cose, gli Stati- tassatori del mondo occidentale, abbiano contemporaneamente assunto posizioni sempre più influenti nel campo della politica internazionale e sempre più esercitano un predominio sul resto del mondo.

Con queste domande si esce dal campo della teoria economica. La scienza economica, in buona sostanza, risponde alla domanda “Quali sono le conseguenze che si ingenerano se vengono introdotte  tasse e imposte?” Si può dedurne la risposta partendo dalla comprensione del significato delle azioni, nonché del significato della tassazione come un particolare tipo di azione.

Al contrario, indagare i motivi per i quali sussiste la tassazione è una problematica che inerisce ai campi della psicologia, della storia, o della sociologia. L’economia, o meglio ancora la prasseologia, riconosce che tutte le azioni traggono la propria origine dalle idee, giuste o sbagliate, buone o cattive che siano. Ma non cerca di spiegare cosa siano queste idee, né tanto meno come gli agenti cerchino di farle proprie o di modificarle. Piuttosto,  le assume come dati di fatto, e mira a spiegare le conseguenze logiche che discendono dall’agire in base a quelle, qualunque esse siano. La storia e la sociologia si domandano invece quali siano queste idee, come le persone giungano ad abbracciarle, e perché si comportano in un certo modo. [16]

A un livello molto astratto, la risposta alla domanda, relativa ai motivi per cui si debba assistere ad un inarrestabile incremento del livello tassazione, è questa: la causa principale  si deve rinvenire nel lento, ma drammatico stravolgimento dell’idea di giustizia, che ha avuto luogo in seno all’opinione pubblica.

Mi spiego meglio. Si può acquisire la proprietà attraverso l’appropriazione originaria (c.d. “homesteading”), la produzione, e lo scambio, oppure attraverso l’espropriazione e lo sfruttamento dei proprietari,  dei produttori, o dei contraenti. Non ci sono altri modi[17]. Entrambi i metodi sono naturali per gli uomini. Accanto alla produzione ed allo scambio apportatore di benefici, si è sempre ravvisato un  processo di acquisizione parassitaria, disproduttivo e non contrattuale. Così come le imprese produttive possono svilupparsi e costituirsi in aziende e società, così il business  dell’espropriazione e dello sfruttamento sistematico avviene su larga scala e si organizza dando luogo a governi e Stati. [18] Pertanto, che la tassazione, in quanto tale, esista, e che vi sia una tendenza verso un suo incremento crescente, non dovrebbe affatto sorprendere.  Giacché  l’idea dell’appropriazione non produttiva e non contrattuale è antica quasi quanto l’idea dell’appropriazione produttiva, e tutti – il parassita di certo non meno che il produttore – preferiscono un reddito più alto ad uno più basso.

La questione decisiva è questa: cosa controlla e limita la dimensione e la crescita di una tale modalità operativa?

Dovrebbe essere chiaro che i vincoli sulla dimensione delle imprese nel settore dell’espropriazione dei produttori e dei contraenti sono di una natura diametralmente differente, rispetto a quelli tesi alla limitazione della dimensione delle imprese impegnate negli scambi produttivi. Contrariamente a quanto sostenuto scuola di “Public Choice”,  lo Stato e le imprese private non svolgono certo lo stesso tipo di attività. Essi sono impegnati in tipologie di operazioni categoricamente divergenti[19].

La dimensione di un’impresa produttiva è vincolata, da un lato, dalla domanda dei consumatori (che impone un limite fisiologico al totale dei ricavi conseguibili), e dall’altro lato dalla concorrenza di altri produttori, che costringe continuamente ogni impresa ad operare contenendo quanto più i propri costi,  se vuole continuare a rimanere sul mercato. Per una simile impresa, crescere nelle dimensioni equivale a cercare di soddisfare nella maniera più efficiente possibile i bisogni più urgenti del consumatore. Niente, se non gli acquisti liberi e volontari di quest’ultimo,  possono sostenere la sua dimensione.

I vincoli sull’altra tipologia di impresa, sia essa pubblica o sia essa lo Stato, sono del tutto diversi. Per prima cosa, è assurdo sostenere che la sua dimensione sia determinata dalla domanda, negli stessi termini in cui lo è la dimensione di un’impresa privata. Non si può certo dire, se non mediante un grande sforzo di immaginazione, che i proprietari, i produttori e i contraenti, che devono coercitivamente conferire parte delle loro risorse allo Stato, abbiano esplicitamente richiesto un tale servizio. Invece, essi devono essere obbligati ad accettare, e questo costituisce la prova del nove circa il fatto che il servizio non è affatto condizionato dalla legge della domanda. Quindi, questa non può essere considerata come un limite alla dimensione dello Stato. Nella misura in cui cresce, lo Stato cresce agendo in aperta contraddizione con la legge della domanda.

D’altra parte, lo Stato non deve nemmeno sottostare alla concorrenza, come accade invece per  un’impresa privata. A differenza di quest’ultima, lo Stato non deve limitare e contenere al minimo i propri costi,  ma può benissimo operare  al di sopra di quel minimo, proprio perché è in grado di scaricare i maggiori costi sui concorrenti, tassando o regolamentando le loro condotte. In tal modo, la dimensione dello Stato non può certo essere considerata come limitata dalla concorrenza sui costi. Nella misura in cui cresce, questi lo fa nonostante l’evidenza della sua assoluta sconvenienza.

Ciò, tuttavia, non significa che la dimensione dello Stato non sia soggetta ad alcun vincolo, e che le fluttuazioni storiche nelle dimensione degli Stati possano configurarsi come dei semplici percorsi casuali. Ci si limita solamente ad asserire che i vincoli che incidono sull’impresa “Stato” devono possedere una natura diametralmente differente.

Articolo di Hans-Hermann Hoppe su Mises.org

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Traduzione di Cristian Merlo

[16] Operare questa distinzione tra economia e storia o sociologia non significa affermare, naturalmente, che l’economia non sia di alcuna importanza per queste ultime discipline. In effetti, la scienza economica è indispensabile per tutte le altre scienze sociali. Mentre non si applica per il caso contrario, l’economia può essere sviluppata e avanzata senza avvalersi di una specifica conoscenza storica o sociologica. L’unica conseguenza di un siffatto comportamento è che tali analisi economiche non sarebbero probabilmente molto interessanti, in quanto elaborate senza tener conto di esempi reali o di casi pratici di applicazione (come ci si mettesse ad indagare gli aspetti economici della tassazione, senza che si siano mai registrati esempi concreti di quelli, in tutta la storia dell’umanità); il che equivarrebbe a formulare qualcosa che non potrebbe accadere nel mondo sociale, o che dovrebbe accadere purché siano pienamente soddisfatte  determinate condizioni. Pertanto, qualsiasi spiegazione storica o sociologica è logicamente vincolata da precise leggi, per come esposte dalla teoria economica, e qualsiasi indagine, prodotta da uno storico o da un sociologo, che violi tali leggi deve essere trattata, in ultima analisi, come confusa. Sul rapporto sussistente tra teoria economica e la storia si veda anche Ludwig von Mises, Theory and History (Auburn, Ala.: Ludwig von Mises Institute, 1985); Hans-Hermann Hoppe, Praxeology and Economic Science (Auburn, Ala.: Ludwig von Mises Institute, 1988).

[17] Sul punto, si veda anche Franz Oppenheimer, The State (New York: Vanguard Press, 1914) esp. pp. 24–27; Rothbard, Power and Market, chap. 2; Hoppe, A Theory of Socialism and Capitalism, chap. 2.

[18] Sulla teoria dello Stato, come sviluppata nelle pagine a seguire, si veda – in aggiunta alle opere citate alla nota 17- in particolare Herbert Spencer, Social Statics (New York: Schalkenbach Foundation, 1970); Auberon Herbert, The Right and Wrong of Compulsion by the State (Indianapolis: Liberty Fund, 1978); Albert J. Nock, Our Enemy, the State (Tampa, Fla.: Hallberg Publishing, 1983); Murray N. Rothbard, For a New Liberty (New York: Macmillan, 1978); idem, The Ethics of Liberty (Atlantic Highlands, N.J.: Humanities Press, 1982); Hans-Hermann Hoppe, Eigentum, Anarchie und Staat (Opladen: Westdeutscher Verlag, 1987); Anthony de Jasay, The State (Oxford: Blackwell, 1985).

[19]L’idea centrale della scuola di “Public Choice” è stata espressa dai suoi principali rappresentanti nel modo seguente:

Tanto la relazione economica, quanto il rapporto politico costituiscono un processo di cooperazione tra due o più individui. Il mercato e lo Stato sono entrambi dei meccanismi attraverso i quali la cooperazione è organizzata e resa possibile. Gli individui cooperano per mezzo dello scambio di beni e servizi, che ha luogo in mercati organizzati, e tale cooperazione postula dei mutui benefici. L’individuo accede ad un rapporto di scambio in cui promuove il proprio interesse, fornendo quei prodotti o quei servizi che sono suscettibili di arrecare beneficio ad un altro individuo, che ha deciso di addivenire alla transazione. Di fondo, l’azione politica o collettiva sotto la visione individualistica dello Stato è più o meno la stessa cosa. Due o più persone reputano vantaggioso unire le forze per conseguire determinati scopi comuni. In un senso molto pratico, questi “scambiano” e destinano risorse alla costruzione del bene comune. (James M. Buchanan and Gordon Tullock, The Calculus of Consent [Ann Arbor: University of Michigan Press], p. 192)

Sicuramente, la cosa più sorprendente di tale “nuova teoria della politica” è che qualcuno la prenda anche sul serio. Riguardo a tali riflessioni, Joseph A. Schumpeter si è così espresso:

La teoria che interpreta le tasse sulla base di una loro analogia con le quote di un club, o con la corresponsione di un servizio, per esempio quello di un medico, dimostra soltanto quanto lontana sia questa parte delle scienze sociali dalle abitudini scientifiche della mente (Capitalism, Socialism and Democracy [New York: Harper, 1942], p. 198).

E H.L. Mencken  ebbe a dire queste parole, in merito ad un assunto simile a quello sostenuto da Buchanan e Tullock:

L’uomo medio, qualunque siano i suoi errori sotto altri punti di vista, almeno vede chiaramente che il governo è qualcosa che sta al di fuori di sé e della generalità dei suoi simili – che è un potere separato, indipendente e spesso ostile, solo parzialmente sotto il suo controllo, e capace di arrecargli grande danno. È forse un fatto senza significato che rubare al governo sia considerato ovunque un crimine di minor importanza, rispetto al derubare un altro individuo, o anche un’impresa? …. Quando un privato cittadino è derubato, un uomo del tutto rispettabile viene privato dei frutti della sua industria e della sua parsimonia; quando è il governo ad essere derubato, il peggio che possa accadere è che alcune canaglie e fannulloni hanno meno denaro con cui giocare, rispetto a  prima. La nozione che essi hanno guadagnato quel denaro non è mai nemmeno presa in considerazione; gli uomini più sensibili la troverebbero ridicola. Essi sono  semplicemente dei mascalzoni che, per puro caso di legge, godono di una sorta di diritto, più che dubbio, ad ottenere una parte dei guadagni dei loro simili. Quando tale quota viene diminuita dall’intrapresa privata, l’attività diventa, nel suo complesso, molto più commendevole di quanto non lo sia (A Mencken Chrestomathy [New York: Vintage Books, 1949] pp. 146–47).