Illusioni di Stato

Sarà capitato a qualsiasi liberale/libertario (almeno credo) chiedersi, per una volta almeno, come si sia potuti arrivare ad un tale livello di intrusione statale nelle nostre vite: ad avere bisogno di un permesso/autorizzazione amministrativa per eseguire determinati lavori in casa; a sopportare una sottrazione sempre più consistente dei frutti del proprio lavoro (attestantesi, oramai, tra il 60 e  il 70% e forse anche più  per alcuni, secondo diverse analisi); alla degradazione morale totale di intere categorie di lavoratori, trasformati in questuanti politici (i recenti casi Alcoa e Ilva lo testimoniano); alla miriade di presunzioni nel campo tributario e via dicendo, fino alla statalizzazione completa di alcuni settori economici.

La risposta a questa domanda è il tema centrale della nuova fatica di Cristian Merlo: “Lo Stato illusionista. Una storia infinita di tasse e parassiti”. Evidentemente, il titolo stesso anticipa la risposta; il parassitismo politico è il colpevole.

Pubblicato grazie al supporto dell’instancabile (ed incontenibile) Leonardo Facco,  che ne ha curato anche l’introduzione, il saggio, pur partendo dall’analisi di scuole piuttosto note, quali la Public Choice e la Scuola Austriaca di Economia, risulta piuttosto innovativo e originale. Già nella premessa, l’autore nota:

La mitologia dello “Stato”, ammantandosi incessantemente di finzioni e di invenzioni, avvalendosi senza posa delle più svariate formule di legittimazione politica, da quelle più esplicite a quelle più scabrosamente insostenibili, nutrendosi ed alimentandosi senza ritegno dei più ignobili inganni cognitivi e d ideologici, ha forgiato nel corso dei secoli la più aberrante delle superstizioni, capace di fagocitare e inglobare ogni cosa [1]”.

Ed infatti:

Il dramma dei nostri giorni è che la stragrande maggioranza dei cittadini (sudditi?) non solo nutre un cieco affidamento circa i compiti “naturali” che, per definizione, dovrebbero incontrovertibilmente competere allo Stato [2]”.

Il libro si dipana su due direttrici che finiscono, inevitabilmente, per intersecarsi e poi coincidere: l’analisi delle politiche pubbliche e dei loro effetti sulla società civile e il processo politico – antropologico di crescita delle funzioni statali, che tendono a soffocare del tutto l’iniziativa privata.

Richiamando alcune delle più importanti opere di scienza politica, la prima parte dello scritto elabora e sviscera i contenuti della “legge di gravità” politica, cui Alessandro Vitale dedicò un mirabile saggio:

è un po’ come in natura, a ben pensare: il parallelismo tra parassitismo politico e parassitismo biologico è evidente. Così come il parassita animale o vegetale trae un vantaggio (nutrimento, protezioni) a spese dell’ospite creandogli un danno biologico, vivendo in una condizione di simbiosi disarmonica, così il parassita sociale si ingegna per vivere alle spalle dei propri simili, sfruttandone il lavoro e le risorse prodotte, pretendendo il <<soddisfacimento dei propri bisogni non dalla natura, ma dall’opera o dalle risorse scoperte da altri uomini, [indirizzando] i propri sforzi per sottometterli con l’astuzia e con la violenza, facendosi mantenere invece che orientarli alla scoperta e allo sfruttamento della natura>>[3]”.

Questo processo parassitario tende, col tempo, a concentrare la maggior parte delle risorse e delle richieste sotto l’ombrello del potere statale: grazie all’apporto continuo di una classe di intellettuali (che Rothbard amava definire “intellettuali di corte”) a libro paga statale, il settore pubblico prospera a spese del settore privato, venendo ammantato di una legittimità ed efficienza ad esso sconosciute; l’intrapresa privata e la divisione del lavoro, indispensabili ad una società che voglia definirsi “civile”, sono subordinati alla pianificazione centrale, che sola può, secondo la vulgata comune, assicurare prosperità e pace all’organizzazione economico – sociale. Gli stessi produttori, tartassati dall’interventismo a catenaa, finiscono col difendere l’iniquo sistema creatosi, a tutto vantaggio dei beneficiari politici e dei loro cortigiani:

Checché se ne dica e a dispetto di tutte le interpretazioni rassicuranti e di tutte le formule di legittimazione politica che si possano inventare in materia, il nocciolo della questione l’ha straordinariamente colto, all’incirca due secoli fa, il pensatore politico americano John C. Calhoun. Il quale, per usare le sue mirabili parole, ha ravvisato una vera e propria regolarità nel fatto che i  <<beneficiari costituiscono solo una porzione della comunità>>. L’ammontare del valore degli specifici privilegi (o, meglio a dire, micro – privilegi) che il produttore stima di aver ricevuto dalla provvidenza dello Stato è in realtà sicuramente inferiore all’ammontare delle sole tasse dallo stesso corrisposte per sovvenzionare l’infinita ed inesauribile sequela di privilegi altrui: la cui soddisfazione è però necessaria alla casta per alimentare illusioni circa la desiderabilità e la superiorità morale di tale modello e per fortificare la falsa coscienza nei soggetti che, di volta in volta, si persuadono di esserne beneficiari e si nutrono dell’assurda speranza di poter strappare, un giorno, il biglietto oltremodo vincente alla riffa del gioco redistributivo [4]”.

Il meccanismo è chiaro: un’organizzazione politica che non vive di propri mezzi ma è sostenuta dalle risorse prelevate coattivamente ai produttori di ricchezza, finisce col soppiantare gli stessi produttori, i quali, in preda ad una sorta di sindrome di Stoccolma, non riescono a discernere le responsabilità e le alternative al modello imposto. La confusione, l’incertezza e il disordine regnano.

Ma quali sono gli strumenti intellettuali principali usati dall’élite politico – intellettuale?

Essenzialmente quattro secondo Merlo:

–          l’illusione dell’infallibilità della soluzione politica;

–          l’illusione della imprescindibilità dell’intervento e della fornitura dei beni e dei servizi pubblici;

–          l’illusione della gratuità della fornitura dei beni e dei servizi pubblici;

–          l’illusione della premialità del gioco redistributivo.

Ognuno di noi può sperimentare, effettivamente e personalmente, l’esistenza di questi quattro miti nella società contemporanea: non credo serva una ricerca estenuante per trovare conferme nella cerchia dei nostri familiari e conoscenti.

E questo è solo ciò che si vede, direbbe Bastiat; mentre non si vede che:

La rovinosità immanente del più grande “schema Ponzi” mai realizzato risiede nel fatto che i produttori/tax payers, illudendosi di poter così soddisfare delle proprie specifiche aspirazioni, altrimenti destinate, nella loro percezione viziata, a rimanere irrealizzate o, al limite, a potere essere ottenute per il tramite del mercato ad un maggior costo e con un minor vantaggio, sono portati a richiedere la distinta provvisione direttamente al canale politico, magari avvalendosi dell’abilità di gruppi particolari investiti della rappresentanza e della cura dei loro interessi [5].

[…]

Così non solo si frustra il merito, l’ingegno e l’industriosità; non solo si cauterizzano nuove opportunità e possibilità, in ragione del fatto che colui che le ha create o ha contribuito a crearle non può trattenersi i frutti legittimi degli sforzi e degli investimenti effettuati per giungere allo loro scoperta; ma si elimina, sul nascere, anche qualsiasi incentivo all’esplorazione e alla ricerca, a causa della immane alterazione degli incentivi al lavoro ed all’impiego produttivo delle risorse, nonché della distorsione del libero esercizio di scelta tra lavoro e tempo libero [6]”.

E questo è uno degli aspetti più drammatici che attanagliano la società dei bisogni di Stato: la distruzione del capitale e la presenza di una preferenza temporale sempre più elevata eliminano, infatti, innumerevoli incentivi al risparmio, motore principale dello sviluppo economico. In questo senso, conosciamo bene la pericolosità di dottrine economiche oggi dominanti (ma, per fortuna, sempre più sotto tiro) che promuovono la distruzione completa del risparmio, considerato un male tout court.

Per cui, nel processo di crescita dello “Stato totale”:

Ecco, quindi, dove sta il male assoluto, in tanto subdolo in quanto latente. Prodigandoci per ottenere soluzioni che possano incontrare il favore del canale politico, stiamo manomettendo al contempo la nostra più ampia libertà di scelta, perché dismettiamo risorse, capacità ed energie che avremmo potuto impiegare in ben altre strategie cooperative: nel creare, produrre, comprare, vendere, scambiare, scartare beni e servizi senza vincoli di sorta e come meglio ci avrebbe aggradato e soddisfatto, in termini di profitto materiale psicologico, nel rispetto delle libertà individuali e in accordo alle reciproche esigibilità [7].

In conclusione, il saggio di Merlo, rappresenta un’analisi puntuale e radicalmente coerente delle dinamiche welfaristiche e dei loro effetti, arricchita da un richiamo esaustivo alle più importanti opere e scuole di pensiero in materia.

Volendo trovare una lacuna al volumetto e, soprattutto, incitando lo scrittore a completare il proprio percorso autoriale, risalta la mancanza di una possibile ed eventuale pars construens: perché la presa dello Stato sulle nostre vite è, sì, asfissiante; ma non tutto è perduto e l’odierna crisi paneuropea è un’occasione da non perdere per riacquistare, o almeno tentare di riacquistare, spazi di libertà precedentemente chiusi dalla politica e dal malaffare.

La lezione, cari amici, è questa: se vogliamo un futuro per noi, per i nostri figli e per i nostri nipoti, dobbiamo riappropriarci della nostra libertà e demitizzare l’aggressione istituzionalizzata.

Mettiamola in pratica, nel nostro piccolo.

TITOLO: Lo Stato illusionista; AUTORE: Cristian Merlo; EDITORE: Leonardo Facco Editore – Movimento Libertario; Pagine: 96; Prezzo di copertina: Eur 10,00.

Per ordini inviare una mail a Leonardo.facco@tiscali.it

_________________________________________

[1] Cristian Merlo, Lo Stato illusionista. Una storia infinita di tasse e parassiti, Leonardo Facco Editore, Rende, 2012, p. 12.

[2] Ibidem, p. 12.

[3] Ibidem, p. 23.

[4] Ibidem, p. 29.

[5] Ibidem, p. 46.

[6] Ibidem, p. 59.

[7] Ibidem, p. 62.