Prezzi nominali

Avete voglia di trovarvi in una situazione in cui decidere voi stessi tra libertà e protezione? Avete voglia di valutare l’impatto di un fenomeno economico? Di indagare gli effetti dell’abbondanza o della scarsità di materie prime e non solo sull’aumento o diminuzione dei prezzi. Allora diffidate dei  prezzi nominali, essi vi condurranno invariabilmente in un labirinto inestricabile.

Mr.Matthieu de Dombasle, dopo aver mostrato come i prezzi salgano a causa del protezionismo, aggiunge:

Il rincaro dei prezzi aumenta il costo della vita e di conseguenza il prezzo del lavoro e ogni uomo riceve, nel prezzo maggiore dei suoi prodotti, la compensazione per l’aumento dei prezzi che è stato costretto a pagare per le cose che ha acquistato. Così, se tutti pagano di più come  consumatori, ognuno riceverà di più come produttore”.

E ‘evidente che si potrebbe invertire questo argomento e dire:

“Se ognuno riceve di più come produttore, tutti pagano di più come consumatori.”

Ora, che cosa prova questo? Che il protezionismo sposta la ricchezza inutilmente e ingiustamente, nient’altro. In breve, esso perpetra semplicemente  una spoliazione.

Anche in questo caso, per concludere che questo vasto apparato porti a compensazioni semplici, dobbiamo attenerci al “conseguentemente” del signor de Dombasle e assicurarci che il prezzo del lavoro non mancherà di far aumentare il prezzo dei prodotti tutelati. Si tratta di una questione di fatto da me sottoposta al signor Moreau de Jonnes, il quale può prendersi la briga di scoprire in anticipo cosa faranno e se aumenteranno i saggi salariali e il prezzo delle azioni nelle miniere di carbone di Anzin. Da parte mia, non credo sarà così, perché, a mio parere, il prezzo del lavoro, come il prezzo di tutto il resto, è governato dalla relazione tra domanda e offerta. Ora, io sono convinto che una restrizione che fa diminuire la fornitura di carbone fa incrementare di conseguenza il suo prezzo ma non vedo in modo così chiaro come  essa possa far aumentare la domanda di lavoro, in modo da migliorare il livello dei salari e che tale effetto si produca veramente è improbabile, perché la quantità di lavoro richiesto dipende dal capitale disponibile. Ora, la protezione può effettivamente spostare capitali e provocare il suo trasferimento da un lavoro ad un altro, ma non può aumentarne la quantità neanche di un nichelino.

Ma  tale questione, che è una delle più interessanti ed importanti, sarà esaminata in altro luogo. Tornando al tema del prezzo nominale,  io sostengo che non sia una di quelle assurdità rese speciose da ragionamenti come quelli del signor de Dombasle.

Mettete il caso di una nazione isolata che possiede una data quantità di beni e che sceglie di divertirsi bruciandone ogni anno la metà. Mi impegno a dimostrare che, secondo la teoria del signor de Dombasle, non sarà meno ricca.

Infatti, in conseguenza del fuoco, tutte le cose raddoppieranno di prezzo e gli inventari di beni, effettuati prima e dopo la distruzione, mostreranno esattamente lo stesso valore nominale. Ma allora questo paese cosa ha perso? Se John acquista il suo vestito preferito vende anche il grano ad un prezzo più alto; e se Peter perde il suo acquisto di mais, recupera le perdite dalla vendita della sua tela. “Ogni recupero, nel supplemento di prezzo dei prodotti, incorpora la spesa extra per il costo della vita e se ognuno paga in qualità di consumatore, ognuno riceve un importo corrispondente come produttore”.

Tutto ciò costituisce uno specchietto per le allodole, non scienza. La verità, in termini semplici, è questa: gli uomini consumano abiti e mais o col fuoco o per uso diretto e l’effetto è lo stesso riguardo al denaro ma non riguardo alla ricchezza, perché la prosperità o la ricchezza  materiale sono costituite proprio dall’uso che si fa delle merci.

Allo stesso modo, il protezionismo, diminuendo l’abbondanza di cose, può aumentare il loro prezzo in misura tale che ciascuna parte sarà, a livello monetario parlando, ricca esattamente come prima. Ma  approntare in un inventario tre misure di grano da 20s. o quattro misure a da 15s.,il risultato è ancora 60s. Sarebbe questo, io mi chiedo, lo stesso con riferimento alla soddisfazione dei bisogni degli uomini?

Da questo punto di vista dei consumatori, io non cesserò mai di ammonire i protezionisti, perché questa è la fine e il disegno di tutti i nostri sforzi e la soluzione di tutti i problemi. Io non cesserò mai di dire loro: “è, o non è vero che il protezionismo, impedendo gli scambi, limitando la divisione del lavoro, costringendo il lavoro a misurarsi con le difficoltà del clima e  di contesti  particolari, in ultima analisi diminuisce la quantità di merci prodotte da una determinata quantità di sforzi?”. E che cosa significa questo, si dirà, se la quantità più piccola prodotta sotto il regime di protezione ha lo stesso valore nominale che ha il prodotto sotto il regime di libertà? La risposta è ovvia. L’uomo non vive sui valori nominali, ma su prodotti reali e più prodotti vi sono, qualunque sia il loro prezzo, più ricco l’uomo è.

Nello scrivere ciò che precede, non mi aspettavo di incontrare un anti-economista abbastanza un logico da ammettere, con così tante parole, che la ricchezza delle nazioni dipenda dal valore delle cose, a parte la considerazione della loro abbondanza. Ma questo è quello che trovo nel lavoro del signor de Saint-Chamans (p. 210):

Se consideriamo quindici milioni (in valore) di merci, vendute agli stranieri e sottratte  alla produzione totale, stimata in 50 milioni, 35 milioni sarà il valore dei beni rimanenti i quali, non essendo sufficienti a soddisfare la domanda ordinaria, aumenteranno di prezzo, salendo a 50 milioni. In tal caso, le entrate del paese avranno un valore addizionale di 15 milioni… Ci sarebbe allora un aumento della ricchezza del paese, nella misura di 15 milioni, esattamente la quantità di specie importate”.

Si tratta di una piacevole illusione! Se una nazione produce, in un anno, dalla sua agricoltura e dal suo commercio, un valore di 50 milioni, ha solo bisogno di venderne un quarto agli stranieri per diventare un quarto più ricca! Poi se vende la metà, sarà la metà più ricca! E se dovesse vendere  tutto, fino al suo ultimo ciuffo di lana e granello di grano, porterebbe il suo fatturato a 100 milioni. Che modo di diventare ricchi, producendo amabilità infinita e scarsità assoluta!

Anche in questo caso vorreste  giudicare le due dottrine? Sottoponiamole al test dell’esagerazione.

Secondo la dottrina del signor de Saint-Chamans, il francese sarebbe altrettanto ricco – vale a dire, altrettanto ben fornito di beni – avendo solo una millesima parte dei loro prodotti annuali, perché varrebbero mille volte di più.

Secondo la nostra dottrina, il francese sarebbe infinitamente ricco se i  prodotti annuali fossero infinitamente abbondanti e, di conseguenza, senza alcun valore.

Articolo di Frederic Bastiat su Mises.org 

Traduzione di Loris Cottoni