Tutto quello che vi piace lo dovete al capitalismo

Sono sicuro vi sia già capitata questa esperienza o qualcosa di simile. Siete seduti a pranzo in un buon ristorante, magari un albergo. I camerieri vanno e vengono. Il cibo è fantastico. La conversazione procede bene su tutti gli argomenti. Parlate del tempo, di musica, cinema, salute, cose futili sui giornali, bambini e così via. Ma poi la conversazione si sposta sull’economia e le cose cambiano.

Voi non siete il tipo aggressivo, per cui non partite in quarta a proclamare i meriti del libero mercato. Aspettate e lasciate che parlino gli altri. I loro pregiudizi sul commercio si manifestano subito nella ripetizione delle più recenti calunnie dei media contro il mercato: ad esempio quella secondo cui i gestori delle pompe di benzina stiano causando inflazione, alzando i prezzi per riempire le loro tasche a nostre spese, oppure la storia per cui Wal-Mart rappresenti, naturalmente, la peggior cosa che possa mai capitare a una comunità.

Cominciate ad offrire un correttivo, evidenziando l’altra faccia della medaglia. Ecco allora che la verità emerge in forma di affermazione candida ma risoluta: “Beh, sinceramente penso di essere un socialista in fondo al cuore”. Altri fanno cenno di essere d’accordo.

Da una parte non c’è nulla che si può dire, davvero. Siete circondati dalle benedizioni del capitalismo. Il tavolo del buffet, che voi e i vostri commensali non avete dovuto far altro che entrare nel ristorante per trovare, offre una maggior varietà di cibo ad un prezzo più economico di quanto fosse disponibile ad ogni persona vivente – re, signore, duca, plutocrate o Papa – lungo quasi tutta la storia del mondo. Persino cinquant’anni fa non sarebbe stato immaginabile.

Tutta la storia è stata definita dallo sforzo per procurarsi cibo. E, tuttavia, questa difficoltà è stata eliminata, non solo per i ricchi ma per chiunque viva in paesi dall’economia sviluppata. Gli antichi, osservando questa scena, avrebbero pensato di trovarsi nell’Eliseo, le isole dei beati che accoglievano le anime di coloro amati dagli déi. L’uomo medievale evocava scene simili solo nelle visioni di Utopia. Persino sul finire del diciannovesimo secolo, il palazzo più dorato del più ricco industriale richiedeva molto personale e enorme lavoro per arrivare abbastanza vicino ad approssimare questa scena.

Dobbiamo questo al capitalismo. In altri termini, dobbiamo questa scena a secoli di accumulo di capitale nelle mani di persone libere, che hanno utilizzato capitale in attività economiche innovative, competendo con altri per i profitti e al tempo stesso collaborando con milioni e milioni di persone in una rete globale di divisione del lavoro in continua espansione. I risparmi, gli investimenti, i rischi, il lavoro di centinaia di anni e di innumerevoli uomini liberi sono serviti a rendere possibile questa scena, grazie alla stupefacente capacità di una società che si sviluppa in condizioni di libertà di raggiungere le maggiori aspirazioni dei membri della società.

E, tuttavia, dall’altra parte del tavolo sono sedute persone istruite che ritengono che la via per mettere fine ai guai del mondo passi attraverso il socialismo. Ora, le definizioni di socialismo differiscono e queste persone probabilmente sarebbero svelte ad affermare che non intendono l’Unione Sovietica o niente del genere. Quello era socialismo solo nel nome, mi direbbero. E se socialismo significa qualcosa oggi, questo è immaginare che ci possa essere qualche progresso sociale derivante dalla scelta politica di portare via capitale da mani private per metterlo nelle mani dello stato. Altre tendenze del socialismo includono il desiderio di vedere i lavoratori organizzati in classi e dotati di qualche sorta di potere coercitivo su come usare la proprietà dei datori di lavoro. Può essere semplice come il desiderio di mettere un limite al salario degli amministratori delegati o estremo come il desiderio di abolire tutta la proprietà privata, il denaro e persino il matrimonio.

Qualunque sia la specificità del caso in questione, socialismo significa sempre sovrastare le decisioni libere degli individui e rimpiazzare quella capacità di prendere decisioni con una dominante pianificazione statale. Portato avanti a sufficienza, questo modo di pensare non comporterebbe semplicemente la fine di pranzi opulenti. Significherebbe la fine di quello che tutti conosciamo come civilizzazione stessa. Ci farebbe sprofondare indietro ad uno stato primitivo di esistenza, a vivere di caccia in un mondo con poco di arte, musica, tempo libero, o carità. Né è in grado, una qualunque forma di socialismo, di provvedere ai bisogni dei sei miliardi di persone sulla Terra, quindi la popolazione si ridurrebbe drammaticamente e rapidamente in una maniera tale che farebbe sembrare lievi, al confronto, tutti gli orrori umani conosciuti. Neppure è possibile separare il socialismo dal totalitarismo, perché se si è seri riguardo al mettere fine alla proprietà privata dei mezzi di produzione, occorre essere seri riguardo al metter fine anche alla libertà e alla creatività. Si dovrebbe fare dell’intera società, o di quel che ne rimane, una prigione.

In breve, il desiderio di socialismo è un desiderio di disgrazia umana senza uguali. Se lo comprendessimo appieno, nessuno in buona compagnia esprimerebbe con leggerezza supporto per il socialismo. Sarebbe come dire che c’è qualcosa di buono nella malaria e nel tifo e nel bombardare con bombe atomiche milioni di innocenti.

Le persone sedute all’altro lato del tavolo desiderano veramente questo? Certamente no. Allora che cosa non è andato per il verso giusto? Perché queste persone non riescono a vedere ciò che è ovvio? Perché persone che si trovano in mezzo all’abbondanza creata dal mercato, godendo dei frutti del capitalismo ogni minuto della loro vita, non riescono a vedere il merito del mercato ma invece desiderano qualcosa che è un provato disastro?

Quello che abbiamo qui è una mancata comprensione. In altre parole, una mancata connessione di cause con effetti. Si tratta di un’idea interamente astratta. La conoscenza di causa e effetto non arriva dal mero guardarsi attorno in una stanza, dal vivere in un certo tipo di società o dall’osservare statistiche. Si possono studiare montagne di dati, leggere mille trattati di storia o anche guadagnarsi da vivere tracciando su grafici le cifre internazionali di prodotto interno lordo e ancora la verità su causa ed effetto può restare elusiva. Ancora si può non capire che è il capitalismo che fa crescere la prosperità e la libertà. Ancora si può essere tentati dalla nozione secondo cui la salvezza sia il socialismo.

Lasciate che vi porti indietro nel tempo agli anni 1989 e 1990. Quelli furono gli anni che la maggioranza di noi ricorda come il momento in cui nell’Europa dell’Est e in Russia collassò il socialismo. Gli eventi di quel periodo furono uno schiaffo per tutto il predicare della destra, per il quale quelli erano regimi permanenti che non sarebbero mai cambiati, a meno di un bombardamento tale da riportarli all’età della pietra. A sinistra, era opinione diffusa, persino in quegli anni, che quelle società fossero in realtà benestanti e avrebbero alla fine sorpassato in prosperità gli Stati Uniti e l’Europa occidentale e che, per alcuni versi, già stessero meglio di noi.

E tuttavia collassò. Persino il muro di Berlino, quel simbolo di oppressione e schiavitù, fu tirato giù dalla gente stessa. Non solo fu grandioso vedere collassare il socialismo: fu emozionante, da un punto di vista libertario, vedere come gli stati stessi possono dissolversi. Possono avere tutte le armi e tutto il potere e la gente non avere nulla di tutto ciò, eppure, quando la gente stessa decide che non vuole più essere governata, lo stato resta senza opzioni. Alla fine collassa tra un’intera società che rifiuta di credere ancora alle sue bugie.

Quando queste società chiuse, improvvisamente, sono diventate aperte, cosa abbiamo visto? Abbiamo visto terre dimenticate dal tempo. La tecnologia era arretrata e discontinua; il cibo era scarso e disgustoso; l’assistenza sanitaria era terribile; la gente non era in buona salute; i beni erano inquinati. E’ stato impressionante anche osservare cos’era successo alla cultura sotto il socialismo. Molte generazioni erano cresciute in un sistema costruito su potere e bugie e così l’infrastruttura culturale che consideriamo garantita non era solida. Nozioni come “fiducia”, “promessa”, “verità”, “onestà” e “progetti per il futuro” – tutti pilastri della cultura commerciale – erano diventate distorte e confuse dall’ubiquità e dalla persistenza della piaga statalista.

Perché mi soffermo su questi dettagli di quel periodo, che sicuramente tutti voi ricordate? Semplicemente per dire questo: la maggioranza delle persone non ha visto quello che avete visto voi. Voi avete visto il fallimento del socialismo. Questo è quello che ho visto io. E’ quello che vide Rothbard. E’ quello che chiunque si sia avvicinato agli insegnamenti dell’economia – alle regole elementari delle relazioni di causa e effetto nella società – ha visto. Ma non è quello che vide la sinistra ideologica. I titoli nelle pubblicazioni socialiste stesse proclamarono la morte dello stalinismo antidemocratico e guardarono con impazienza alla creazione di un nuovo socialismo democratico in quei paesi.

Per quanto riguarda la gente comune non associata all’idea socialista né istruita in economia, può essere sembrato niente più che la gloriosa sconfitta dei nemici della politica estera americana. Abbiamo costruito più bombe di loro, così alla fine si sono arresi, allo stesso modo in cui i bambini gridano “tana” quando giocano. Forse alcuni la videro come una vittoria della Costituzione degli Stati Uniti su sistemi di dispotismo misteriosi e stranieri. O forse fu una vittoria per la “libertà di espressione” sulla censura, oppure il trionfo delle schede elettorali sulle pallottole.

Ora, se avessimo tratto le giuste lezioni dal collasso, avremmo visto l’errore di ogni forma di pianificazione governativa. Avremmo visto che una società volontaria funziona sempre meglio di una società soggetta a coercizione. Potremmo vedere quanto fragili e artificiali siano, in definitiva, tutti i sistemi di statalismo in confronto alla robusta permanenza di una società basata sullo scambio volontario e sulla proprietà capitalista. E c’è un altro punto: il militarismo della guerra fredda aveva finito solamente per prolungare il periodo del socialismo, fornendo a questi cattivi governi la possibilità di stimolare sventurati impulsi nazionalistici che distraevano le popolazioni dal problema reale. Non è stata la guerra fredda ad uccidere il socialismo; anzi, una volta che la guerra fredda si era esaurita, questi governi sono collassati per pressioni interne piuttosto che esterne.

In breve, se il mondo avesse tratto le dovute lezioni da questi eventi, non ci sarebbe più bisogno di insegnare l’economia e non ci sarebbe più bisogno della parte più sostanziale di ciò che fa il Mises Institute. In un solo grande momento della storia, la competizione tra capitalismo e pianificazione centrale sarebbe stata risolta per sempre.

Devo dire che fu veramente uno shock, per me e i miei colleghi, il fatto che per la maggioranza della gente il messaggio economico essenziale andò perduto. Davvero, fece pochissima differenza nello spettro politico. La competizione tra capitalismo e pianificazione centrale continuò come sempre e persino si intensificò qui negli Stati Uniti. I socialisti tra noi, se accusarono il colpo, si riorganizzarono subito, forti come sempre, se non di più. Se avete qualche dubbio, considerate che ci volle solo qualche mese prima che questi gruppi cominciassero a lamentare l’orribile assalto scatenato dalla liberazione del capitalismo nell’Europa dell’Est, in Russia e in Cina. Cominciammo a sentire lamentele sull’insorgere di orrendo consumismo in questi paesi, sullo sfruttamento dei lavoratori nelle mani dei capitalisti, sull’ascesa di vistosi super-ricchi. Pile e pile di storie apparvero, sui media, sulle infelici condizioni dei lavoratori statali disoccupati, i quali, sebbene fedeli ai principi del socialismo per tutta la vita, ora finivano sulle strade e dovevano arrangiarsi.

Neanche un evento così spettacolare come il collasso spontaneo di una superpotenza e degli stati alleati fu sufficiente a comunicare il messaggio di libertà economica. E la verità è che un tale evento non era necessario. L’intero nostro mondo pullula di lezioni sui meriti della libertà economica rispetto alla pianificazione centrale. Le nostre vite di tutti i giorni sono caratterizzate dai gloriosi prodotti del mercato, che tutti felicemente consideriamo garantiti. Possiamo aprire i nostri web browser e visitare una civilizzazione elettronica creata dal mercato, notando che il governo non ha mai fatto nulla di utile in confronto.

Siamo inondati quotidianamente anche dai fallimenti dello stato. Ci lamentiamo costantemente che il sistema scolastico è scadente, che il settore medico è malignamente distorto, che il servizio postale non è affidabile, che la polizia abusa dei suoi poteri, che i politici ci hanno mentito, che i soldi delle tasse sono rubati, che qualsiasi burocrazia con cui abbiamo a che fare è disumanamente indifferente. Tutti notiamo questi fatti. Ma pochi sono in qualche modo capaci di collegarli tra loro e vedere la miriade di modi in cui la vita quotidiana conferma la correttezza del giudizio di pensatori radicalmente a favore del mercato, come Mises, Hayek, Hazlitt e Rothbard.

Oltretutto, questo non è un fenomeno recente che possiamo osservare solo ai nostri tempi. Possiamo guardare ad ogni paese e ad ogni periodo e notare che tutta la ricchezza creata nella storia dell’umanità è stata generata tramite qualche tipo di attività di mercato e mai dai governi. La gente libera crea; gli stati distruggono. Era vero nel mondo antico. Era vero nel primo millennio dopo Cristo. Era vero nel Medio Evo e durante il Rinascimento. E con la nascita di strutture di produzione complesse e l’incremento della divisione del lavoro, vediamo come l’accumulo di capitale portò a quello che si può definire un miracolo produttivo. La popolazione mondiale crebbe rapidamente. Si assistette alla creazione della classe media. Si videro i poveri migliorare la propria condizione e modificare la loro identificazione di classe.

La verità empirica non è mai stata difficile da scoprire. Ciò che conta sono gli occhi teorici che guardano. Sono questi a dettare le lezioni che traiamo dagli eventi. Marx e Bastiat scrivevano nello stesso tempo. Il primo disse che il capitalismo stava creando una calamità e che l’abolizione della proprietà era la soluzione. Bastiat vide che lo statalismo stava creando una calamità e che l’abolizione del saccheggio statale era la soluzione. Qual era la differenza tra di loro? Essi videro gli stessi fatti ma li videro in modi molto diversi. Avevano una percezione diversa di causa ed effetto.

Vorrei proporvi l’idea che qui ci sia una lezione importante riguardo alla metodologia delle scienze sociali, insieme ad una strategia per il futuro. Riguardo al metodo, dobbiamo riconoscere che Mises aveva perfettamente ragione sulla relazione tra fatti e verità economica. Se abbiamo una teoria solida in mente, i fatti sul campo forniscono eccellente materiale illustrativo. Ci informano sull’applicazione della teoria nel mondo in cui viviamo. Forniscono eccellenti aneddoti e storie rivelatrici di come la teoria economica sia confermata nella pratica. Ma se manca quella teoria economica, i fatti da soli non sono null’altro che fatti. Non trasmettono alcuna informazione su causa ed effetto e non indicano alcuna via da seguire.

Pensiamoci in questo modo. Immaginiamo un sacchetto di biglie che viene rovesciato a terra. Chiedete a due persone la loro impressione. La prima conosce cosa sono i numeri, le forme e i colori. Questa persona può dare un resoconto dettagliato di ciò che vede: quante biglie, di quale tipo, quanto sono grandi e questa persona può spiegare quello che vede in modi diversi potenzialmente per ore. Ma ora considerate la seconda persona, la quale, supponiamo, assolutamente non conosce i numeri, neanche come idea astratta. Questa persona non comprende né forme né colori. Vede la stessa scena che vede l’altra persona ma non può fornire nulla che si avvicini ad una spiegazione di qualche regolarità. Ha molto poco da dire; tutto quello che vede è una serie di oggetti casuali.

Entrambe queste persone vedono gli stessi fatti. Però li concepiscono in modi molto diversi, a seconda delle nozioni astratte sui significati nelle loro menti. E’ questo il motivo per cui il positivismo come scienza pura, un metodo per assemblare una serie di dati puntuali potenzialmente infinita, è un’impresa senza frutti. I dati, per sé stessi, non comunicano alcuna teoria, non suggeriscono alcuna conclusione e non offrono alcuna verità. Per arrivare alla verità occorre il passo più importante che noi come esseri umani possiamo compiere: pensare. Attraverso il pensiero e con buoni insegnamenti e letture, possiamo costruire un apparato teorico coerente che ci aiuti a capire.

Ora, per noi è difficile evocare in mente un uomo che non ha comprensione di numeri, colori e forme. Tuttavia vorrei suggerire che è precisamente ciò che abbiamo davanti quando incontriamo una persona che non ha mai riflettuto sulla teoria economica e non ha mai studiato le implicazioni di questa scienza. I fatti del mondo sembrano completamente casuali a questa persona. Egli vede due società una di fianco all’altra, una libera e prospera, l’altra non libera e povera. Egli le osserva e non conclude nulla di importante sui sistemi economici perché non ha mai riflettuto a fondo sulla relazione tra sistemi economici e prosperità e libertà.

Egli semplicemente accetta l’esistenza di ricchezza in un posto e di povertà nell’altro come dato di fatto, allo stesso modo in cui i socialisti a pranzo assumevano che l’ambiente di lusso e il cibo erano presenti e basta. Forse giungerà a qualche tipo di spiegazione, ma se manca lo studio dell’economia, è poco probabile che sia quella corretta.

Ugualmente pericoloso a non avere alcuna teoria è avere una teoria errata che non è concepita tramite la logica bensì tramite una visione errata di causa ed effetto. E’ il caso delle nozioni come la curva di Phillips, che assume che ci sia una relazione di trade-off tra inflazione e disoccupazione. L’idea è che si possa far calare la disoccupazione se si è disposti a tollerare alta inflazione; oppure nell’altro senso: si possono stabilizzare i prezzi se si è disposti a tollerare alta disoccupazione.

Ovviamente questo non ha alcun senso a livello microeconomico. Quando l’inflazione galoppa, le imprese non dicono d’un tratto: “Su, assumiamo un bel po’ di gente nuova!”; e neanche dicono: “I prezzi che paghiamo per il magazzino non sono saliti oppure sono scesi. Licenziamo qualche lavoratore!”.

Lo stesso è vero per la macroeconomia. Essa è spesso trattata come una disciplina completamente priva di connessione con la microeconomia o persino con le decisioni umane. E’ come se entrassimo in un videogame in cui combattono fino alla morte alcune spaventose creature chiamate Aggregati. Ecco una creatura che si chiama Disoccupazione, una che si chiama Inflazione, una che si chiama Capitale, una che si chiama Lavoratori e così via finché si può costruire un gioco divertente che è pura fantasia.

Un altro esempio risale proprio a qualche giorno fa. Uno studio recente ha affermato che i sindacati aumentano la produttività delle aziende. Come hanno fatto i ricercatori a giungere a questa conclusione? Hanno riscontrato che le aziende sindacalizzate tendono ad essere più grandi e e a produrre complessivamente di più rispetto alle aziende non sindacalizzate. Pensiamoci un attimo. E’ verosimile che proteggendo un gruppo di lavoratori da ogni competizione, fornendo a quel gruppo ristretto di lavoratori il diritto di usare la violenza per far rispettare il suo monopolio, permettendo a quel cartello di esigere dall’azienda salari superiori ai valori di mercato e di fissare i propri termini sulle regole di lavoro, ferie e benefit – è verosimile che questo porti benefici all’azienda sul lungo termine? Dovreste venir meno ai vostri sensi per crederlo.

In realtà, qui c’è una semplice confusione di causa e effetto. Le aziende più grandi tendono ad attrarre con maggiore probabilità, rispetto alle aziende più piccole, un tipo di sindacalizzazione non prevenibile. I sindacati hanno nel mirino le aziende grandi, con l’aiuto del governo federale. Non è né più né meno complicato di così. E’ per la stessa ragione che nelle economie sviluppate lo stato sociale è più ampio. I parassiti preferiscono ospiti più grandi, questo è tutto. Faremmo un grosso errore se pensassimo che sia lo stato sociale a causare le economie sviluppate. Sarebbe un errore logico dello stesso tipo di credere che indossare abiti da 2.000 dollari faccia diventare ricchi.

Sono convinto che Mises avesse ragione: il passo più importante che gli economisti o le istituzioni economiche possono intraprendere è nella direzione di insegnare al pubblico la logica economica.

Qui c’è un altro importante fattore. Lo stato cresce vigorosamente se il pubblico è ignorante in economia. E’ l’unico modo in cui può passarla liscia quando dà la colpa dell’inflazione o della recessione ai consumatori, oppure quando proclama che i problemi fiscali del governo sono dovuti al fatto che paghiamo troppo poco in tasse. E’ l’ignoranza economica che permette alle agenzie regolatrici di affermare di proteggerci quando ci negano la possibilità di scelta. E’ solo tenendoci tutti all’oscuro che lo stato può continuare a lanciare guerra dopo guerra, violando i diritti delle popolazioni estere e schiacciando le libertà in patria, nel nome della “diffusione della libertà”.

C’è solo una forza che può mettere fine ai successi dello stato: un pubblico istruito economicamente e moralmente. Altrimenti, lo stato può continuare a diffondere le sue politiche maligne e distruttive.

Ricordate la prima volta che avete cominciato ad afferrare i fondamenti di economia? E’ un periodo molto emozionante. E’ come se qualcuno che vede poco mettesse gli occhiali per la prima volta. Ci può consumare per settimane, mesi, anni. Leggiamo un libro come Economics in One Lesson e ci addentriamo con attenzione nelle pagine di Human Action e per la prima volta ci rendiamo conto che tanto di quello che gli altri prendono per scontato non è vero e che ci sono verità importanti riguardo al mondo economico da diffondere urgentemente.

Considerando un solo esempio, pensiamo al concetto di inflazione. Per la maggioranza, l’inflazione è vista allo stesso modo in cui le società primitive potrebbero aver visto l’insorgere di epidemie. Si tratta di qualcosa che dilaga fino a causare ogni tipo di distruzione. I danni sono ben chiari ma l’origine non lo è. Ognuno incolpa qualcun altro e nessuna soluzione sembra funzionare. Ma una volta compresa la teoria economica, si comincia a vedere che il valore del denaro è direttamente legato alla sua quantità e che solo una istituzione possiede il potere di creare denaro dal nulla senza limiti: la banca centrale connessa al governo.

La teoria economica fa sì che allarghiamo le nostre menti e osserviamo il commercio nella società da molti punti di vista differenti. Invece di guardare agli eventi e ai fenomeni dalla prospettiva di un singolo consumatore o produttore, cominciamo a vedere gli interessi di tutti i consumatori e di tutti i produttori. Invece di pensare solo agli effetti a breve termine di certe politiche, pensiamo al lungo termine e agli effetti secondari delle politiche governative. Questa è l’essenza della lezione di Hazlitt nel suo celebre libro.

Per chi conosce la teoria economica e ha assorbito le sue lezioni essenziali, il mondo intorno a noi diventa vivido e chiaro e certi imperativi morali diventano impellenti. Sappiamo che il commercio merita difesa. Vediamo gli imprenditori come grandi eroi. Abbiamo simpatia per la situazione dei produttori. Vediamo i sindacati non come difensori di diritti ma come cartelli privilegiati che escludono la gente che ha bisogno dal mercato del lavoro; vediamo le regolamentazioni non come protezione del consumatore ma come imbrogli per aumentare i costi, ottenuti dalle pressioni di alcuni produttori per danneggiare i concorrenti o altri produttori; vediamo le norme antitrust non come una salvaguardia contro gli eccessi delle grandi aziende ma come una clava ad uso dei potenti contro i concorrenti più in gamba.

In breve, la teoria economica ci aiuta a vedere il mondo quale è. E il suo contributo non è nella direzione di assemblare sempre più fatti, bensì di facilitare il processo di accordare i fatti in una teoria coerente del mondo. Questa è l’essenza del nostro lavoro al Mises Institute: educare e fornire un metodo sistematico per capire il mondo quale è. Il nostro campo di battaglia non sono i tribunali, né le elezioni, né la presidenza né la legislatura e sicuramente non la perfida arena delle pressioni politiche. Il nostro campo di battaglia riguarda un ambito dell’esistenza che è più potente sul lungo termine. Riguarda le idee degli individui su come funziona il mondo.

Mentre invecchiamo e vediamo sempre più nuove generazioni che arrivano dietro di noi, siamo spesso colpiti da una grande verità: la conoscenza in questo mondo non è cumulativa nel tempo: quello che una generazione ha imparato e assorbito non è trasmesso alla prossima generazione in qualche modo attraverso la genetica o l’osmosi. Occorre insegnare dal principio ad ogni generazione: la teoria economica, mi dispiace dover riportare, non è scritta nei nostri cuori. Il processo di scoperta della scienza economica è stato molto lungo. Ma ora che noi la conosciamo, deve essere trasmessa – e, in questo senso, è come la capacità di leggere o di capire la grande letteratura. E’ un dovere della nostra generazione insegnare alla prossima generazione.

E qui non stiamo semplicemente parlando di conoscenza fine a se stessa. Quello che è in gioco è la nostra prosperità. E’ il nostro standard di vita. E’ il benessere dei nostri figli e di tutta la società. Sono la libertà e la crescita della civiltà ad essere in bilico. Se cresceremo e prospereremo e creeremo, oppure appassiremo e moriremo e perderemo tutto quello che abbiamo ereditato, in definitiva dipende dalle idee astratte che abbiamo riguardo alle relazioni di causa e effetto nella società. Di solito queste idee non arrivano solo dalla pura osservazione; devono essere insegnate e spiegate.

Ma chi o cosa le insegnerà e le spiegherà? Questo è il ruolo cruciale del Mises Institute. E non solo per insegnare ma anche per ampliare la base di conoscenze, per fare nuove scoperte, per allargare la diffusione della letteratura e per rendere sempre più abbondante il corpo delle opere sulla libertà. Dobbiamo accrescere i sostenitori in tutte le attività, non solo in ambito accademico ma in tutti i settori della società. E’ un’agenda ambiziosa, di cui Mises stesso incaricò i suoi discendenti.

Voi ci aiutate in questo compito e per questo vi siamo infinitamente grati.

Discorso pronunciato il 17 maggio 2008 al “Mises Circle in Seattle”

Articolo di Lew Rockwell su lewrockwell.com

Traduzione di Maria Missiroli