Genealogia del criptosocialismo italiano

E’ interessante notare che, in Italia, Paese che non ha mai conosciuto (ufficialmente) l’esperienza del c.d. “Socialismo reale”, dibattito politico e linguaggio comune sono arroventati da due etichette brandite con spregio, “fascismo” e “comunismo”, mentre nessuna connotazione negativa si riscontra per il termine “socialismo”. Me ne sono reso conto un pomeriggio in cui spiegavo ad un amico americano la necessità di prendere lo scontrino al bar e il rischio di multe: il suo commento sdegnato fu “Che sistema socialista!”.

Di lì ho cominciato a capire che non solo la parola “socialismo”, ma soprattutto il suo contenuto, in realtà, alla maggior parte degli Italiani sembra del tutto accettabile, se non, addirittura, lo stato normale delle cose.

Eppure, curiosamente, credo che nessuno si definirebbe “socialista”, salvo qualche incallito nostalgico del Garofano.

Le ragioni di quest’apparente contraddizione in termini si scoprono, però, agevolmente, sol che si indaghino le tre grandi lacune (o rimozioni) della storia dell’Italia unita: esse riguardano natura e politica economica, rispettivamente, dello Stato unitario c.d. “liberale”, del fascismo e della Democrazia Cristiana. In questa sede tenterò di delineare un’introduzione ai temi.

L’Unità illiberale

Solitamente, si definisce “liberale” lo Stato sorto con la proclamazione del Regno d’Italia e “liberali” son detti anche – in particolare, ma non solo – i Governi della Destra storica (1861-76).

Ora, senza dubbio il cavourriano “libera Chiesa in libero Stato” è una professione di liberalismo filosofico-teologico; e la politica dei vari Governi, almeno fino a tutto l’Ottocento, fu improntata a questi princìpi, peraltro senza che fosse formalmente abrogato l’art. 1 dello Statuto Albertino, che proclamava il Regno di Sardegna, e poi d’Italia, Stato confessionale Cattolico. Troviamo, quindi, già alla nascita dello Stato nazionale, un tratto tipico del costume italiano: le rivoluzioni si fanno non in ghigliottina ma con il metodo del gattopardo, applicando le leggi per i nemici e “interpretandole” per gli amici.

Ma, quel che più conta ai nostri fini, la politica economica del neonato Stato unitario non può certo definirsi “liberale” nel senso della Scuola Austriaca. A un simile titolo potrebbero aspirare solo governi che abbiano difeso il libero mercato come meccanismo di interazione spontanea, fondato sul rispetto dei diritti di proprietà privata. E invece, questo Stato

– mosso da dichiarata ostilità verso i “corpi intermedi”, cioè tutte le formazioni sociali che vengono a interporsi, per così dire, tra il cittadino e lo Stato in delirio di onnipotenza, ha sottoposto associazioni e fondazioni a un penetrante regime di controlli, sugli acquisti di beni e l’amministrazione (cfr. ancora gli artt. 14-41 c.c. 1942, nel testo originario);

–  ha negato status giuridico a regimi antichissimi – direi tradizionali in senso hayekiano – di proprietà collettive, in particolare gli usi civici, di cui è disposta la liquidazione (cui sovrintendono, dall’ormai lontano 1927, appositi Commissari, la cui soppressione, stranamente, non figura mai tra le proposte di “potatura” agli enti inutili);

ma soprattutto – nei primi decenni di vita e non solo – ha vissuto grazie e all’insegna di sistematiche spoliazioni della proprietà privata.

Perché le carceri italiane hanno nomi come “S. Vittore” o “Regina Caeli”? Si ritiene forse che i detenuti abbiano un gran bisogno di Santi cui votarsi? No: molto semplicemente, di solito si tratta di ex conventi, adattati alla bisogna.

Conventi sottratti, con leggi apposite, ai legittimi proprietari.

E così la c.d. “manomorta ecclesiastica”, cioè proprietà privata ritenuta “improduttiva” (ma in base a quali criteri?), confiscata e messa all’asta. A beneficio di chi, dei vecchi proprietari? Ma ovviamente no: dello Stato e del debito pubblico.

Ma anche gli ospedali, presenti in quasi tutti i paesi, per piccoli che fossero, la rete di strutture assistenziali di vario genere, sorte spontaneamente nel corso dei secoli: tutto questo fu smantellato o nazionalizzato. La legge Crispi del 1890 sulle IPAB trasformò, con un tratto di penna, numerosissime Confraternite in enti pubblici e occorse una sentenza della Corte Costituzionale perché quelle che avevano comunque coninuato a svolgere la propria attività come enti religiosi potessero tornare a quest’ultima veste.

La prossima volta che sentirete parlare di taglio dei posti letto, o chiusura di ospedali, ricordatevi che lo Stato ha rubato la proprietà di quasi tutti quegli ospedali; che il patrimonio immobiliare delle ASL, che ora va di moda mettere all’asta (la storia si ripete…), è composto di tanti lasciti di semplici cittadini al loro ospedale, non al calderone di un debito sanitario prodotto dalla corruzione più vergognosa.

Come nel campo della salute, così anche in quello dell’istruzione codesto Stato ha preteso di saper fare meglio dei privati. E si capisce: entrambi erano, da sempre, terreno d’azione prediletto della Chiesa. E da essi, con buona pace del “libera Chiesa…“, bisognava scacciarla, per imporre, a scuola, il pensiero unico codificato dai programmi ministeriali e, in corsia, un’assistenza spoglia di carattere soprannaturale, via via sempre più tecnica, sempre meno umana (Lombroso, ricordiamoci, era ben vivo e attivo).

In questo modo, due settori fondamentali della vita pubblica venivano trasformati in monopolio statale, si assuefacevano i cittadini all’idea che fosse compito (quasi) esclusivo dello Stato provvedere alla loro salute e alla loro istruzione, e, non da ultimo, il Big Government così creato poneva le premesse per successivi o incrementi di spesa pubblica e, dunque, o della tassazione o del debito. Oppure dell’inflazione monetaria, con tutto quel che ne segue in termini di ciclo economico.

Di “liberale”, in tutto questo, c’è solo il pareggio di bilancio – vero, non “al netto del ciclo”, perché i conti o quadrano o non quadrano – e solo se si dimentica quante ruberie abbiano aiutato il pur leggendario Quintino Sella a conseguirlo.

Il sistema corporativo, ossia il “fascismo di sinistra”

Il titolo suonerà forse sorprendente, ma, per quanto riguarda la visione e, quindi, la gestione dell’economia, nulla è più falso della contrapposizione tra un fascismo “di destra” e un comunismo “di sinistra”. Lo studio del sistema corporativo, purtroppo, non viene mai approfondito a dovere, ma basta veramente poco ad accorgersi che Mussolini, checché si possa dire della sua evoluzione ideologica su altri fronti, è sempre rimasto convinto che la direzione dell’economia, in tutti i settori, spettasse allo Stato.

Assumendo il nome di “corporativo”, il sistema, formalmente, poteva richiamarsi ad uno degli insegnamenti fondamentali dell’Enciclica “Rerum novarum” e, prima ancora, al principio fondante delle antiche corporazioni di arti e mestieri: la negazione della lotta di classe, perché l’imprenditore e i lavoratori sono, in realtà, associati a collaborare per un interesse comune, giacché il buon andamento dell’impresa conviene a entrambi.

Ma è davvero oro quel che luccica? Come viene attuato questo principio?

– La legge vieta sia lo sciopero sia la serrata;

–  impone un solo sindacato (pardon, “associazione professionale”) per ogni categoria;

–  per ogni ramo di attività o di produzione, è istituita una “corporazione”, cioè un ramo dell’amministrazione pubblica (sic!) cui spetta coordinare l’attività delle suddette associazioni rispetto a quel settore, quindi fissare, tramite ordinanze corporative, una disciplina unitaria della produzione, regolare i rapporti tra categorie professionali e anche stabilire “le tariffe per le prestazioni e per i beni di consumo offerti al pubblico in condizioni di privilegio” (cfr. art. 2063 c.c.);

–  e non dimentichiamoci che le norme corporative prevalevano su qualsiasi previsione contrattuale difforme (cfr. art. 1339 c.c.)…

Basta aggiungere che il sistema trovò infine, nel 1939, il proprio coronamento nella “Camera dei fasci e delle corporazioni”, ramo del Parlamento sostitutivo della precedente Camera dei deputati, e sarà ben chiaro il quadro: la vita pubblica è organizzata in nome e in funzione del Partito; tutti i possibili conflitti tra le categorie professionali, incluse le semplici rivendicazioni salariali, trovano soluzione nelle citate ordinanze corporative, oppure nei contratti collettivi stipulati dalle associazioni professionali per disciplinare tutti gli aspetti del rapporto di lavoro (cfr. art. 2071 c.c.). Questi contratti, se non dispongono altrimenti, valgono per tutti gli aderenti alle associazioni che li hanno stipulati, inoltre prevalgono sempre su quelli individuali; non soltanto la loro formazione è soggetta al controllo dell’autorità governativa, ma addirittura le controversie di lavoro, tutte, vengono concepite essenzialmente come problemi di applicazione, interpretazione o rispetto della disciplina corporativa (ordinanze, contratti), cosicchè le sentenze dell’apposita Magistratura del lavoro hanno efficacia generale e non circoscritta al caso deciso.

Il fascismo si presenta come una “terza via” tra liberismo e socialismo, perché lascia ai privati la proprietà dei mezzi di produzione, assoggettando però a vincoli stringenti la gestione. Ma quando si consideri la natura di questi vincoli, diventa chiaro che l’organizzazione dell’intero sistema produttivo viene a trovarsi determinata, più o meno direttamente, dallo Stato “coordinatore” ossia pianificatore; che all’autonomia privata residuano solo gli spazi da esso graziosamente concessi; e che, se la proprietà è il potere di godere e disporre del proprio bene (cfr. art. 832 c.c.), qui resta forse il primo aspetto ma il secondo scompare quasi; è giocoforza concludere che ci troviamo in presenza di un sistema socialista.

E cosa succede, in un sistema del genere, detto anche “capitalismo di Stato”? Che si arricchiscono i potenti, i boiardi del Partito. Nel caso italiano, pappa e ciccia con i grandi industriali. Il tutto, sulle spalle di quei lavoratori la cui tutela si proclamava di aver assicurato. Stato e soldi, Stato e affari: sempre un connubio pessimo.

Intanto, un lugubre Ventennio assuefà il popolo all’idea che la direzione statale su ogni aspetto della vita sociale e dell’attività economica sia cosa buona e giusta.

La Costituzione e la Democrazia Cristiana

L’ordinamento corporativo, peculiarità fin troppo evidente del dissolto regime, è stato smantellato con un tratto di penna già all’indomani del 25 Luglio; ma basta una lettura accorta degli artt. 39, 41 e 42 della Costituzione – cui aggiungo per buona misura il 99, sebbene il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro non abbia mai svolto un ruolo di peso – per comprendere che davvero non si può parlare di libertà restaurata. Indirizzo e coordinamento dell’attività economica privata; proprietà indirizzata ai fini sociali; contratti collettivi efficaci anche per chi non è iscritto ai sindacati firmatari. Sì, la libertà di associazione ricomprende anche quella di formare sindacati; ma che fine fa la mia libertà di non iscrivermi, se comunque le condizioni del mio lavoro vengono decise da sindacati che mi restano completamente estranei? E qual è l’incentivo a creare nuovi sindacati, se la Carta costituzionale ha, di fatto, previsto un monopolio legale in favore di quelli (già) registrati?

Ora, com’è possibile che la Costituzione sia stata scritta in questi termini? Molto semplice: grazie alla maggioranza comunista-democristiana dell’Assemblea Costituente. Presieduta da Terracini, ricordiamolo. Non proprio un missino.

Ma la stessa Democrazia Cristiana non era in alcun modo liberale o liberista. Non in economia, almeno.

Intanto, visto quel che si è detto della politica ecclesiastica dello Stato “liberale”, certo non stupirà che ogni Cattolico, all’epoca, provasse un’istintiva allergia per tale aggettivo.

Inoltre, le dottrine economiche dell’individualismo liberale non incontrano affatto il favore del magistero: la “Rerum novarum” preferisce un sistema corporativo vero, fondato sulla libertà di associazione; e la “Quadragesimo anno” condanna la pretesa di separar l’economia dall’etica.

Mancava, disgraziatamente, qualcuno che sapesse mostrare termini e condizioni dell’emersione spontanea dell’ordine economico, giuridico e sociale. Mancava, insomma, la Scuola Austriaca. E mancava una sua lettura teologica che affermasse, con sana semplicità, che se Dio ha creato l’uomo in modo tale che la sua interazione spontanea dia luogo ad un ordine, allora ha voluto anche quest’ordine, giudicandolo il migliore; esso andrà certo sorvegliato, talvolta corretto su punti specifici, talaltra perfezionato, ma pretendere di sostituirlo con un altro principio ordinante sarebbe tout court blasfemo.

A ciò deve aggiungersi l’ambiguità innata del movimento democratico-cristiano.

L’espressione “Democrazia Cristiana” non nasce in Italia, ma in Francia, al tempo della III Repubblica. Inizialmente, contava non il sostantivo, ma l’aggettivo: il movimento intendeva affermare che si poteva essere Cattolici senza essere monarchici fautori della restaurazione borbonica e che anche una democrazia parlamentare può essere cristiana, cioè riconoscere i diritti di Dio, prima di quelli dell’uomo. Senonché, i suoi esponenti non hanno accettato solo il metodo democratico, ma anche l’eresia che vuole il popolo sovrano. Eresia, innegabilmente, giacché “sovrano” è chi non riconosce alcun’autorità superiore: né la Chiesa, né il Papa, né Dio Stesso. Può mai un popolo dirsi, nello stesso tempo, libero e Cattolico? Evidentemente, si imponeva una scelta; e il movimento, già condannato nelle sue deviazioni sotto S. Pio X (Lett. Enc. “Notre Charge Apostolique”, 1910), trovò un nuovo maestro in Jacques Maritain, promotore di un partito – non confessionale, ma – “di ispirazione cristiana”, deputato a testimoniare non meglio precisati “valori” cristiani in una società la cui secolarizzazione era non solo data per scontata, ma addirittura lodata e giustificata sul piano teologico, perché quaggiù in terra l’uomo – testuale – “è dio senza Dio” e in Cielo “è dio in Dio” (“L’Humanisme intégral”, 1936, conclusione).

Così si spiega come mai le leggi meno Cattoliche che sia dato immaginare – divorzio, aborto, revisione del Concordato – siano state approvate da Parlamenti in cui il partito di maggioranza era composto di Cattolici (?) e nonostante la ferma opposizione della Chiesa. Ma qui si potrebbe anche dire: nihil novi sub sole. Dopo la perenna vigenza – formale – dell’art. 1 dello Statuto Albertino e il falso sistema corporativo, perché stupirsi ancora?

Così si spiega anche la posizione presto assunta in campo economico.

Un partito siffatto poteva, sì, rivendicare la libertà di associazione sindacale – e perfino riconoscere che esistono realtà anteriori allo Stato: questo significa l’espressione “società naturale” riferita alla famiglia dall’art. 29 Cost. – ma non certo contrastare lo “spirito del tempo” o tentar la restaurazione del vero ordine corporativo.

Del resto, “L’Humanisme intégral” è uscito nello stesso anno di un altro testo, forse ancor più influente, la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”. E al suo apparire, subito la dottrina keynesiana si è diffusa come un incendio nella prateria: apparsa come “la” soluzione ai problemi del momento”, che si sbarazza degli avversari quasi senza colpo ferire. Da allora ad oggi, la teoria macroeconomica resta keynesiana; il Piano Marshall, gli aiuti alla ricostruzione, l’ampio ricorso ad investimenti pubblici per lo sviluppo delle infrastrutture vengono giustificati, da tutti, con le teorie di Keynes. E solo alla fine degli anni Sessanta, finito il boom, mentre le ricette che erano parse così efficaci nei decenni precedenti non funzionano più, si assisterà alla rivolta contro la “conventional wisdom” keynesiana; sarà l’ora del neo-monetarismo, sarà l’ora di Friedman e della Scuola di Chicago. Neo-liberisti, certo. Ma anch’essi debitori a Keynes di gran parte del loro bagaglio teorico; solo, molto più scettici sull’efficacia della spesa pubblica. A loro si deve la giustificazione teorica della fine del sistema di Bretton Woods. Il ’74, lo dico per completezza, vede riemergere anche un’altra tradizione, quella della Scuola Austriaca, con l’assegnazione del Nobel a von Hayek: ma non è l’avvio di una “rivoluzione scientifica”, il paradigma keynesiano resta egemone.

In altri termini, il liberismo vero, in economia, non era popolare neppure in campo accademico. Figuriamoci in termini elettorali.

Un partito nato senza la spina dorsale di princìpi intangibili – anzi proprio dal rifiuto del Frangar non flectar – poteva opporre al socialismo montante solo la resistenza del corpo inerte, del peso morto che si lascia trascinare a poco a poco.

E siccome “socialista” può ben dirsi anche Keynes e non certo solo i comunisti, non stupisce che, anche prima dei veri e propri governi di centro-sinistra, il capitalismo italiano degli anni del boom sia, in larghissima parte, statale o sussidiato dallo Stato. Il quale, del resto, controlla le banche fin dalla crisi del ’29. L’IRI, creato nel ’33, non è stato certo messo in liquidazione dai Governi DC. Si sarebbe dovuta liquidare l’AGIP: è nato l’ENI, cui la legge ha accordato addirittura un monopolio sulle trivellazioni in Pianura Padana. La produzione di energia elettrica è stata nazionalizzata: l’ENEL nasce nel 1962. E dal piano Vanoni del ’54 in poi, è tutto un fiorire di programmi economici, fino a quello quinquennale (sic!) approvato con legge del 27 Luglio 1967. Statale l’ILVA, statali ferrovie e autostrade, riempita di soldi pubblici la FIAT, statali perfino i panettoni della SME…

Ormai, l’intervento pubblico è oggetto di invocazioni costanti e accorati appelli: siamo al di là dello Stato organizzatore, siamo allo Stato-mangiatoia, dal cui intervento sembra che guadagnino tutti.

Sembra.

Perché ciò è possibile solo se le spese non sono coperte dalle tasse. Dunque, solo se si ricorre al debito o all’inflazione.

Del resto, la vulgata keynesiana benedirà qualsiasi genere di spesa – tranne, a onor del vero, quella rivolta alle importazioni – come idonea a far crescere la domanda aggregata e quindi la produzione, il reddito e finanche il gettito. Questa è la ricetta che, anche oggi, va per la maggiore su tutti i quotidiani.

Nella fiera della spesa pubblica facile, facilissimo è perdere la consapevolezza che indebitarsi significa spendere oggi le risorse di domani o che le mirabolanti promesse di pensioni future equivalenti all’ultimo stipendio richiederebbero che, già oggi, si cominciasse ad accantonar risorse per farvi fronte.

Poi, il crollo del sistema di Bretton Woods e la crisi petrolifera scatenano il decennio dell’inflazione a due cifre.

Di recente, quando Draghi è stato accusato di “italianizzare” la BCE, dalle nebbie di un passato che sembra remoto, o forse rimosso, è riaffiorato il vero perché di quell’inflazione: lo Stato spendeva in deficit e la Banca d’Italia, ad ogni asta, comprava i titoli di Stato rimasti invenduti. Con quali soldi? Ma che domande! Con quelli stampati apposta, naturalmente, che, finiti in mano allo Stato, venivano poi immessi nel sistema economico; e il rialzo dei prezzi spingeva i cittadini ad acquistare BOT in massa, perché apparivano l’unico rifugio contro quell’inflazione che, invece, scatenavano. E tutti incassavano lauti interessi, senza capire che, per pagarli, lo Stato aveva contratto altro debito, che sarebbe a sua volta stato pagato con altro debito… E così via, fino ad oggi, perché continuiamo ad indebitarci per sostenere la spesa per interessi.

Conclusione

Oggi, non solo la pressione fiscale ha raggiunto livelli ormai insostenibili, ma, quel che è peggio, sebbene a parole tutti convengano che si debba tagliare la spesa, è sempre sottinteso che si debba trattare di quella degli altri; ossia, come di solito si dice, occorre tagliare le spese improduttive e salvaguardare i servizi essenziali.

Cioè tutto quello che lo Stato ha ampiamente dimostrato di non saper fare – men che meno meglio dei privati – e che tuttavia, come per riflesso condizionato, ormai ci viene automatico pensar che debba fare.

Siamo diventati socialisti… e neanche lo sapevamo.

Il guaio è che la “via italiana” del dire e negare, essere e non essere, ben illustrata dagli esempi sopra riportati, in questo caso non è praticabile: il gioco si trova, ormai, al punto di rottura e, per giunta, in mano a giocatori sovranazionali di ben altro peso.

O si taglia la spesa, ma sul serio e subito dopo si cominciano a ridurre le tasse, oppure l’unica alternativa – non essendo praticabile il ripudio del debito pubblico, che oggi va di moda chiamar default, quasi fosse un’insolvenza qualsiasi – è una combinazione letale di inflazione e Stato di polizia tributaria.

Siamo già molto vicini al punto in cui il Fisco può stabilire il “giusto prezzo” (sic!) di vendita dei beni e presumere l’evasione dell’eventuale differenza.

E’ ora di accorgersi, non solo che siamo diventati socialisti, ma che ci troviamo alle porte un socialismo non edulcorato, non mascherato, con cui non valgono le politiche alla tarallucci e vino.