Sociologia della tassazione: redistribuzione e democratizzazione

Ma come è riuscito lo Stato a compiere una simile impresa, e a generare un cambiamento nell’opinione pubblica, tale da consentire la rimozione del precedente vincolo sulla sua dimensione, garantendo invece  (e continuando a garantire) la sua crescita inesausta, sia in termini assoluti che relativi [36]?

Non vi può essere alcun dubbio che l’elemento chiave di questo giro di volta, in seno all’opinione pubblica – elemento che ha iniziato ad attecchire, nell’Europa occidentale,  intorno alla metà del XIX secolo, verso la fine di quel secolo negli Stati Uniti, e poi ad un ritmo costante di accelerazione, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, in tutto il mondo[37], sia stato l’emergere di nuove attraenti ideologie stataliste: siano esse implicite od esplicite.

In realtà, gli Stati hanno sempre avuto la consapevolezza dell’importanza decisiva di ideologie che ne sostenessero l’operato,  per stabilizzare e consolidare la loro azione di sfruttamento su una data popolazione; e, proprio in ragione di questa consapevolezza, hanno sempre tentato di esercitare il loro controllo, soprattutto, sulle istituzioni vocate all’istruzione. Anche per quelli più deboli fra loro, dovrebbe apparire naturale vedere gli Stati prestare particolare attenzione alla “corretta”  istruzione ideologica, e concentrare tutti i loro poteri in funzione della completa distruzione degli istituti di insegnamento indipendenti, intervenendo altresì per consegnarli nelle mani del monopolio pubblico. Di conseguenza, al fine di riacquistare il sopravvento nella lotta permanente delle idee, a partire dalla metà del XIX secolo si impose un costante processo di nazionalizzazione, o di socializzazione, delle scuole e delle università (uno degli esempi più recenti può riscontrarsi nel tentativo fallito, da parte del governo Mitterand, di sottomettere le scuole cattoliche francesi), nonché  di allungamento del periodo di istruzione obbligatoria [38] [Si tenga presente che il saggio oggetto di traduzione  fu pubblicato, per prima volta nel 1993, ndt].

Eppure, il sottolineare questo aspetto ed i fatti connessi all’alleanza sempre più stretta sussistente tra  lo Stato e gli intellettuali [39], nonché il rimaneggiamento della storia da parte di questi ultimi, in conformità alle ideologie stataliste, permette di porre, semplicemente, il problema  ben a fuoco. In effetti, quando si sente parlare dell’occupazione del sistema di istruzione, ad opera dello Stato,  forse ci si dovrebbe immediatamente chiedere come potrebbe invece essere la situazione, se l’opinione pubblica aderisse, in maniera esplicita, ad un’etica favorevole alla proprietà privata! Una simile presa di posizione presuppone allora un cambiamento nell’opinione pubblica. Come si è potuti arrivare a questo punto, soprattutto se si considera che tale modifica postula l’accettazione di idee manifestamente errate, e quindi può essere difficilmente giustificata alla stregua di un processo, endogenamente motivato, di avanzamento intellettuale?

Sembrerebbe che un cambiamento di rotta verso la menzogna richieda l’introduzione sistematica di forze esogene: una vera ideologia è in grado di sostenere sé stessa per il solo fatto di essere vera. Una ideologia falsa, al contrario, richiede il supporto di fattori condizionanti esterni, con un chiaro, tangibile impatto sulle persone, nell’ottica di riuscire a generare e a sostenere un clima di corruzione intellettuale.

Ed è a questi fattori tangibili, intesi a supportare l’ideologia e a darle forza, che bisogna rivolgere lo sguardo, per capire il declino dell’etica della proprietà privata ed il corrispondente aumento dello statalismo nel corso degli ultimi 100 – 150 anni. [40]

Vorrei discutere ora di  quattro specifici fattori e spiegare la loro funzione corruttiva per l’opinione pubblica. Si configurano tutti come alterazioni nella struttura organizzativa dello Stato. Il primo elemento è l’adeguamento strutturale del potere centrale sovrano, il quale si è evoluto da uno Stato militare o di polizia ad uno Stato redistributore (il prototipo di tale cambiamento organizzativo è il paradigma, spesso emulato, della Prussia di Bismarck).

In luogo di una struttura di governo che è caratterizzata da una classe dirigente di dimensioni contenute, la quale utilizza le risorse, di cui si è appropriata per via dello sfruttamento parassitario, quasi esclusivamente per il puro consumo dell’apparato di comando, ovvero per il mantenimento del suo apparato militare e delle forze di polizia, gli Stati, oggigiorno, sono sempre più impegnati in una politica di acquisizione attiva del consenso, tra le persone che operano al di fuori dell’apparato governativo medesimo. In forza di un sistema di trasferimenti, di concessioni, e di privilegi a predeterminate clientele, e attraverso la produzione statale e la provvisione di certi beni e servizi “pubblici” (come, per esempio, l’istruzione), la popolazione è stata resa sempre più dipendente dal consolidamento e dalla perpetuazione del potere statale. Le persone al di fuori dell’apparato governativo, sempre più, riscontrano un interesse finanziario tangibile nella sua esistenza e potrebbero subire un pregiudizio, per lo meno nel breve periodo e in alcuni ambiti della loro esistenza, qualora lo Stato dovesse perdere potere. È naturale, questa dipendenza tende a ridurre la resistenza e ad aumentare il sostegno. Lo sfruttamento può ancora sembrare riprovevole, ma lo si avverte in minor misura se, in conclusione, succede che uno possa anche diventare beneficiario, per certi rispetti, di tali azioni.

In riconoscimento di questa influenza corruttrice sulla pubblica opinione, quindi, lo Stato si è ritrovato sempre più impegnato nell’esercizio delle politiche redistributive. La quota di spesa pubblica per l’assistenza, rispetto alle spese militari e ai costi vivi della macchina statale, è cresciuta. Queste ultime voci di spesa sono, invero, suscettibili di aumentare ancora costantemente in termini assoluti, e così è stato, praticamente ovunque, fino ad oggi, ma perdono sempre più importanza, in tutto il mondo, se comparate alle spese destinate alle misure redistribuzionistiche [41].

A seconda delle particolari condizioni espresse dall’opinione pubblica, tali politiche redistributive assumono tipicamente, ed in maniera simultanea, una delle due forme e frequentemente, come nel caso della Prussia,  le rivestono entrambe, congiuntamente. Da un lato, ci si imbatte nel modello della Sozialpolitik, delle cosiddette riforme del welfare, che in genere postulano una redistribuzione del reddito dai “proprietari”, espressione dei  produttori, ai  “non proprietari”; d’altro canto, si ha invece a che fare con la costituzione di cartelli nell’industria e con la regolamentazione, che in genere implicano una redistribuzione dai cittadini produttivi che “non hanno”, o che “non hanno ancora”, verso la categoria consolidata dei privilegiati che “già hanno”.

Con l’introduzione di un modello di Sozialpolitik si fa appello a sentimenti egualitari, e una parte sostanziale di tale paradigma  può essere corrotta  dall’accettazione di condizioni di sfruttamento, perpetrate dallo Stato, in cambio della realizzazione, sempre ad opera di questo, della “giustizia sociale”. Di converso, con l’introduzione di una politica di cartellizzazione e di regolamentazione, si fa leva su opinioni tipicamente conservatrici, in particolare diffuse tra l’establishment borghese, e si può essere portati ad accettare le appropriazioni parassitarie e non-contrattuali dello Stato, in luogo della sua promessa di conservazione dello status quo.

Socialismo egualitario e conservatorismo sono così trasformati e ricondotti nell’alveo delle ideologie stataliste. Sono in competizione tra di loro, nel senso che essi sostengono i modelli di redistribuzione, per certi rispetti divergenti, ma i loro sforzi competitivi convergono e si integrano sinergicamente nel fornire supporto alla causa statalista e al redistribuzionismo pubblico.

Il secondo adeguamento strutturale che ha contribuito a favorire la frustrazione dell’etica della proprietà privata si sostanzia in un cambiamento nelle costituzioni degli Stati. In risposta alla sfida lanciata da quest’etica, gli Stati mutano le loro costituzioni, passando da una autocrazia monarchica o da una oligarchia aristocratica, al modello, per noi ormai familiare, della cosiddetta democrazia liberale [42]. Invece di essere un’istituzione che limita le possibilità di accesso al suo proprio interno e/ o che blinda il conseguimento di particolari posizioni di comando mediante un sistema di legislazione di casta o di classe, è stata adottata una costituzione che, in linea di principio, spalanca l’accesso alle cariche pubbliche a chiunque, e garantisce uguali ed universali diritti di partecipazione e concorrenza nella realizzazione di politiche statali. Tutti – e non solo la “nobiltà” – ricevono ora una  sorta di quota di partecipazione legale nello Stato, e la resistenza al suo dominio tende a ridursi di conseguenza. Mentre lo sfruttamento e l’espropriazione possono anche aver la parvenza di un male, alla fine la ravvisano molto meno. Il genere umano si dimostra per quello che è, specie quando viene data la possibilità di partecipare a tale processo. Mentre, un tempo, le ambizioni di potenziali detentori del potere, in seno  alla massa del pubblico, dovevano andare frustrate, ora, per quelli, si schiudono opportunità per uno sbocco istituzionalizzato.

Quale scotto da pagare per la democratizzazione della sua costituzione, lo Stato danneggia una parte sostanziale dell’opinione pubblica, dissimulando progressivamente il fatto fondamentale che un atto di sfruttamento e di espropriazione rimane tale, in tutte le sue manifestazioni e in tutte le sue conseguenze, a nulla importando come, e da chi, lo stesso sia deliberato e messo in pratica. Lo Stato lusinga invece le persone ad assecondare l’opinione che tali atti siano di per sé legittimi, fintanto che viene garantita la possibilità di avere voce in capitolo, da qualche parte lungo il percorso, e fintanto che,  in qualche modo, si assicura la partecipazione alla selezione del personale statale [43].

Questa funzione corruttrice della democratizzazione, da intendersi come uno stimolo per la rinascita del potere dello Stato, è stata descritta con grande perspicacia da Bertrand de Jouvenel:

Dal XII al XVIII secolo l’autorità dello Stato è cresciuta in maniera costante. Il processo è stato avvertito da tutti coloro che lo hanno visto prender corpo; e questo li incitò alla protesta incessante e ad una reazione violenta. In tempi più recenti, il suo sviluppo è proseguito a un ritmo accelerato, e la sua estensione ha postulato una corrispondente estensione della guerra. Ma ora non abbiamo più cognizione del processo, non protestiamo nemmeno più, non abbiamo più reazioni. La nostra quiescenza è un fenomeno nuovo per la storia, per la quale il Potere deve ringraziare la cortina di fumo in cui trova riparo. Nei tempi passati si poteva vedere, si manifestava nella persona del sovrano, che non negava di essere il padrone assoluto, e nella cui figura le passioni umane erano ben distinguibili. Ora, dissimulato nelle pieghe dell’anonimia, esso sostiene di non avere un’esistenza propria, e rivendica di essere espressione di null’altro, se non dello strumento impersonale e senza passione della volontà generale. Ma ciò è chiaramente una finzione …. Oggi, come sempre, il Potere è nelle mani di un gruppo di uomini che controllano la “stanza dei bottoni” …. L’unica cosa che è cambiata è che ora è più semplice per i governati cambiare il personale che compone la categoria dei principali detentori del Potere. Se lo si analizza da questo angolo visuale, questo aspetto indebolisce il Potere, perché le volontà che controllano la vita di una comunità possono, sulla base del capriccio di questa, essere sostituite dall’affermarsi di altre volontà, in cui tale comunità nutre ora maggior fiducia. Ma, spalancando la prospettiva del Potere a tutti gli animi bramosi, questa inclinazione rende l’espansione del potere molto più agevole. Sotto l’ancien regime, gli spiriti più irrequieti della comunità, che, come ben si sapeva, non avevano la benché minima possibilità di conseguire delle posizioni di Potere, si affrettavano a denunciare anche il suo più piccolo abuso. Ora, invece, quando tutti possono potenzialmente ambire a diventare ministro, nessuno si preoccupa di ridimensionare un ufficio a cui anch’gli potrebbe un giorno aspirare, o di mettere sabbia negli ingranaggi di una macchina che anch’egli ha intenzione di sfruttare, quando verrà il suo turno. Quindi, la verità è che si registra, nell’ambito della cerchia politica di una moderna società, una diffusa complicità che favorisce l’espansione del Potere [44].

Articolo di Hans Hermann Hoppe su Mises.org

Traduzione di Cristian Merlo

Link alla prima parte

Link alla seconda parte

Link alla terza parte

Link alla quarta parte

Link alla quinta parte

Link alla sesta parte

[36] Sulle tematiche seguenti, si rimanda in particolare a A.V. Dicey, Lectures on the Relation Between Law and Public Opinion in England (New Brunswick, N.J.: Transaction Books, 1981); Elie Halevy, A History of the English People in the 19th Century, 2 vols. (London: Benn, 1961); W.H. Greenleaf, The British Political Tradition, 3 vols. (London: Methuen, 1983–87); Arthur E. Ekirch, The Decline of American Liberalism (New York: Atheneum, 1976); Higgs, Crisis and Leviathan.

[37] Sugli eccessi dello statalismo, registrati in tutto il mondo a partire dalla Prima Guerra Mondiale, si fa rinvio a Paul Johnson, Modern Times: The World from the Twenties to the Eighties (New York: Harper and Row, 1983).

[38] Circa le correlazioni tra Stato ed istruzione, si veda Murray N. Rothbard, Education, Free and Compulsory: The Individual’s Education (Wichita, Kans.: Center for Independent Education, 1972).

[39] Sul rapporto tra Stato ed intellettuali, si veda Julien Benda, The Treason of the Intellectuals (New York: Norton, 1969).

[40] Per quanto verrà esposto in seguito, si veda in particolare Hoppe, Eigentum, Anarchie, und Staat, chaps. 1, 5; idem, A Theory of Socialism and Capitalism, chap. 8.

[41] Su questo orientamento, si rimanda a Webber and Wildavsky, A History of Taxation and Expenditure in the Western World, pp. 588f.; sui processi redistributivi in genere, si rinvia a de Jasay, The State, chap. 4.

[42] A tal proposito, si veda Reinhard Bendix, Kings or People (Berkeley: University of California Press, 1978).

[43] Sulla psicologia sociale della democrazia, si rimanda a Gaetano Mosca, The Ruling Class (New York: McGraw Hill, 1939); H.L. Mencken, Notes on Democracy (New York: Knopf, 1926); sulla tendenza della regola democratica a “degenerare” in una regola oligarchica, si rinvia a Robert Michels, Zur Soziologie des Parteiwesens (Stuttgart: Kroener, 1957).

[44] Bertrand de Jouvenel, On Power (New York: Viking Press, 1949), pp. 9–10.