Sociologia della tassazione: lo “stato” di guerra permanente

Gli altri due aggiustamenti apportati dallo Stato, al fine di uscire dal suo punto più basso di popolarità e di addivenire alle sue dimensioni attuali, hanno a che vedere con le relazioni interstatali. Per prima cosa, come spiegato in precedenza e testé accennato di nuovo da de Jouvenel, gli Stati, in qualità di sfruttatori monopolistici, tendono a farsi coinvolgere nella guerra con gli altri Stati. Qualora il  loro potere interno di sfruttamento sia debole, cresce il desiderio di compensare queste perdite per via di una espansione esterna.

Tuttavia, questo desiderio è frustrato dalla mancanza di supporto interno. Il sostegno viene acquisito attraverso una politica di redistribuzione, di regolamentazione industriale, e di democratizzazione (in realtà, gli Stati che non adottano queste misure sono destinati a perdere e ad uscire sconfitti da ogni guerra di lunga durata!). È questo supporto che viene utilizzato come una leva straordinaria per la realizzazione delle mire espansionistiche dello Stato.

Questo  rinnovato supporto si avvantaggia del fatto che la redistribuzione, la regolamentazione e la democratizzazione implicano una maggior, tangibile identificazione della popolazione con uno Stato specifico e quindi, quasi automaticamente, conducono ad una espansione delle tendenze protezionistiche, se non addirittura di quelle caratterizzate da aperto antagonismo verso “l’esterno”; tanto che, in particolare, i produttori privilegiati dallo Stato sono per loro natura ostili alla concorrenza “straniera”. Questo sostegno è trasformato dallo Stato e dai suoi ascari intellettuali in un parossismo di nazionalismo, e fornisce il quadro intellettuale per l’integrazione dei sentimenti di egualitarismo socialista, conservatore e democratico [45].

Sostenuti da un simile afflato nazionalista, gli Stati iniziano così  il loro corso espansionista. Per più di un secolo, prende corpo una serie quasi ininterrotta di guerre e di spedizioni  imperialiste, ognuna delle quali più brutale e distruttiva di quella precedente e che vede il coinvolgimento sempre più preponderante della popolazione civile. Questo processo culmina con i due conflitti mondiali ma non si esaurisce con quelli. In nome della comunità politica socialista, conservatrice o democratica e per mezzo della forza bellica, gli Stati hanno ampliato i loro territori, raggiungendo dimensioni in confronto alle quali anche l’Impero Romano appare insignificante e hanno effettivamente annientato o sottomesso un numero progressivamente crescente di  nazioni, caratterizzate da una cultura propria e distinta [46].

Tuttavia, non solo l’espansione esterna del potere dello Stato è condizionata dall’ideologia nazionalista. La guerra, come naturale conseguenza del nazionalismo, si configura anche come uno strumento per rafforzare la potenza interna dello Stato finalizzata allo sfruttamento e all’espropriazione. Di fatto, ogni guerra si pone di per sé come una situazione di emergenza interna e una situazione di emergenza richiede e sembra legittimare l’accettazione incondizionata del potenziamento dei poteri ispettivi e di controllo, da parte dello Stato, sulla propria popolazione. Un siffatto potere di controllo, acquisito in forza della creazione di situazioni di emergenza, si riduce in tempo di pace, ma non si ridimensiona mai sino a raggiungere i suoi livelli prebellici. Piuttosto, ogni guerra terminata con successo (e solo i governi che hanno avuto successo sono in grado di sopravvivere) viene impiegata come grimaldello dai governanti e dagli “intellettuali di corte”, ai fini di propagare l’idea che solo grazie alla vigilanza nazionalistica e agli ampliati poteri di governo è stato possibile respingere gli “aggressori stranieri” e salvare, in tal modo, il Paese: pertanto, se si desidera essere pronti e preparati per far fronte all’emergenza successiva,  ci si deve “mettere il cuore in pace” e conservare questa ricetta di successo. Fomentata da un siffatto nazionalismo “dominante”,  ogni guerra di successo culmina con il raggiungimento di un nuovo periodo di pace, caratterizzato da un sempre più elevato livello di ingerenza governativa; il che, pertanto, rafforza ulteriormente l’appetito del governo per predisporsi ad affrontare in maniera vincente la successiva emergenza internazionale [47].

Ogni nuovo periodo di pace significa un accresciuto livello di interferenza statale rispetto al precedente: internamente, sotto forma di maggiori restrizioni della gamma delle opzioni di scelta esperibili dai proprietari, relativamente all’esercizio dei diritti di proprietà; ed esternamente, per quanto riguarda i rapporti con l’esterno, sotto forma di rafforzate barriere commerciali e di restrizioni sempre più severe ai movimenti demografici (in particolare ai flussi emigratori ed immigratori). Non meno importante, poiché questo livello di interferenza si basa su un’accresciuta discriminazione nei confronti degli stranieri e del commercio estero, ogni periodo di pace reca con sé l’aumentato rischio di un prossimo conflitto internazionale o condiziona fortemente i governi interessati a porre in essere accordi bilaterali o multilaterali tra Stati, volti alla cartellizzazione delle loro rispettive strutture di potere; una sorta di “joint venture” dedita allo sfruttamento congiunto e all’espropriazione, ciascheduno per sé, delle altrui popolazioni [48].

Infine, il quarto aggiustamento è imposto necessariamente dagli altri tre e ancora una volta a causa del processo di concorrenza interstatale, delle crisi e della guerra. Esso non è propriamente il sottoprodotto dello Stato, rispetto a quanto lo siano la redistribuzione,  la democratizzazione e la propensione alla guerra; così come, a sua volta, non costituisce assolutamente un suo sottoprodotto il fatto che vi sia una concorrenza tra Stati. Piuttosto, utilizzando una terminologia hayekiana piuttosto in voga, esso si pone come la conseguenza imprevista e non voluta di un fattore che compromette i progetti della dominazione mondiale di un solo Stato (che è, ovviamente, il sogno di ognuno di essi!): l’esistenza di altri Stati continua, in effetti, a esercitare un vincolo significativo per la crescita dimensionale e per la struttura di ognuno di essi.

Tanto se previsto, quanto se imprevisto, questo adeguamento strutturale deve essere comunque tenuto in debita considerazione se si vuole comprendere appieno lo sviluppo che ci ha condotto al livello di statalismo attuale. Ed è anche solo rifacendoci a questo elemento che si riesce a rispondere agevolmente al quesito del perché lo “Stato- tassatore” abbia imposto, in tutto il mondo, il suo predominio .

Diventa abbastanza agevole spiegare come, attraverso una serie di guerre nazionalistiche nel corso del XIX e XX secolo, gli Stati dell’Europa occidentale e del Nord America siano giunti a dominare il resto del mondo e a lasciare la loro impronta indelebile su di esso. Nonostante il relativismo culturale, ai giorni nostri in piena espansione, la ragione di questo si ravvisa nel semplice fatto che questi Stati erano il residuato di società caratterizzate da una superiore tradizione intellettuale – quella del razionalismo occidentale – che poneva al centro delle proprie elaborazioni le idee di libertà individuale e di proprietà privata; e che questa tradizione aveva gettato le basi per la creazione di una ricchezza economica di gran lunga superiore a quella mai registrata in qualsiasi altro luogo della terra. Perché questi Stati hanno attinto parassitariamente  a tale fonte superiore di  ricchezza economica, non deve affatto sorprendere che essi siano stati poi in grado di fronteggiare tutti gli altri in maniera vittoriosa.

È anche del tutto evidente il motivo  per cui, con la notevole eccezione di un certo numero di Paesi dell’area del Pacifico, gran parte di questi Stati non occidentali, sconfitti e ricostituiti, abbiano del tutto fallito, sino ad oggi, nel rilanciare in modo significativo la propria statura internazionale o anche solamente a tentare di eguagliare quella degli Stati nazionali occidentali; specie, per non essere riusciti a farlo dopo aver raggiunto l’indipendenza politica dall’imperialismo occidentale. In assenza di una tradizione “endemica” di razionalismo e di liberalismo cui ispirarsi, tali Stati hanno naturalmente espresso la propensione ad imitare o ad adottare, in maniera pedissequa, le “vittoriose” importazioni ideologiche del socialismo, del conservatorismo, del democratismo, e del nazionalismo: le medesime ideologie a cui le élite intellettuali di questi Paesi sono state esposte, in maniera quasi esclusiva, durante i loro studi presso le università di Oxford e Cambridge, di Londra, Parigi, Berlino, Harvard e Columbia. Come conseguenza inevitabile, un mix di tali e di tutte quelle ideologie stataliste, non imbrigliate da una significativa tradizione di etica della proprietà privata, ha come risultato il disastro economico e tale fatto preclude in partenza, in maniera più o meno importante, l’assunzione di qualsiasi ruolo di primo piano nella politica internazionale [49].

Ma come può spiegarsi tutto ciò – ed è questa la risposta al quesito che può apparire meno scontata – se gli Stati occidentali si combattono tra di loro? Cosa determina il successo in questi conflitti, e cosa, al contrario, è invece destinato a provocare la sconfitta?

Naturalmente, la redistribuzione, la democratizzazione e il nazionalismo non possono essere chiamati in causa di nuovo, ancorché si possa supporre che questi Stati abbiano già adottato tali politiche con la finalità, in primo luogo, di riconquistare la forza interna e di prepararsi per la guerra con gli altri Stati. Piuttosto, così come è la tradizione, relativamente più radicata, dell’etica della proprietà privata che favorisce il predominio di questi Stati  su quelli del mondo non occidentale, parimenti, ceteris paribus, è una politica relativamente più liberale che può condizionare il loro successo, a lungo termine, nella lotta per la sopravvivenza tra gli Stati occidentali stessi. Tra questi, quegli Stati che hanno adeguato le loro politiche redistribuzioniste interne, così da diminuire l’importanza degli interventi di regolamentazione economica orientati al conservatorismo, rispetto all’incidenza delle politiche di tassazione più  vocate al socialismo,  tendono a superare i loro concorrenti nell’arena della politica internazionale.

La regolamentazione mediante la quale quegli Stati obbligano, anziché proibiscono, determinate transazioni tra due o più adulti consenzienti, proprio come gli atti di imposizione  fiscale, si configura, né più né meno, come  una violazione dei diritti di proprietà privata. Nel perseguire entrambi i tipi di politica redistribuzionista, i rappresentanti di Stato incrementano il loro reddito a scapito di una corrispondente riduzione del reddito altrui. Tuttavia, mentre per un verso non è certo meno distruttiva, per la produzione, del fenomeno impositivo, la regolamentazione possiede la caratteristica peculiare di richiedere il controllo dello Stato sulle risorse economiche: e questo perché possa esplicare la sua funzione esecutiva, senza che vi sia la contestuale necessità di dover aumentare le risorse a sua disposizione. In pratica, la regolamentazione prevede il comando dello Stato in aggiunta alla spesa pubblica: così facendo essa non produce reddito monetario per lo Stato, se non nella forma della soddisfazione della pura avidità di potere (succede, ad esempio, che A, ancorché non ne consegua guadagni materiali personali, bandisca il comportamento di B e C, che nel frattempo si stanno prodigando, l’un con l’altro, per dar luogo a scambi commerciali reciprocamente vantaggiosi).

D’altra parte, la tassazione e una redistribuzione delle risorse, in accordo al principio “da Pietro a Paolo”, accrescono i mezzi economici a disposizione dello Stato, almeno per quanto concerne la componente dei “costi di gestione” dell’atto di redistribuzione stessa; e questo nonostante tutto ciò non riesca a generare soddisfazioni incrementali (a parte, eventualmente, il maggior apprezzamento di Paolo), rispetto a quelle che potrebbero effettivamente trarne i legittimi proprietari delle risorse economiche estorte, mettendole a frutto in base ai propri legittimi desideri [50].

Chiaramente, i conflitti interstatali e le guerre  richiedono mezzi economici e tante più risorse verranno assorbite, quanto più frequenti e duraturi sono tali eventi. In effetti, gli Stati che controllano una maggior quantità di risorse economiche, suscettibili di essere impiegate nello sforzo bellico, tenderanno, ceteris paribus, ad imporsi nel conflitto.

Quindi, dal momento che una politica di tassazione (e di tassazione senza regolamentazione) frutta un ritorno monetario superiore allo Stato, rispetto ad una politica di mera regolamentazione, oppure di tassazione unita alla regolamentazione, gli Stati, obtorto collo, devono muoversi nella direzione di un’economia relativamente deregolamentata e di un modello caratterizzato da un apparato fiscale intrusivo e micidiale, al fine di evitare la sconfitta internazionale.

Ed è proprio questo vantaggio relativo nella politica internazionale degli “Stati- tassatori”, rispetto agli “Stati- regolamentatori” che può spiegare l’ascesa degli Stati Uniti al rango di prima potenza imperiale del mondo [51].  Questo approccio spiegherebbe anche la sconfitta di Stati caratterizzati invece da una iper- regolamentazione, quali la Germania- nazista e l’Italia -fascista, nonché la relativa debolezza dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati rispetto ai Paesi della NATO e le recenti manovre simultanee verso la deregolamentazione economica e verso un rafforzamento dei livelli di aggressione imperialista del governo Reagan e, in misura minore, di quello della Thatcher [si tenga presente che il saggio oggetto di traduzione  fu pubblicato, per prima volta nel 1993, ndt].

Con questa riflessione si conclude il mio studio, basato su un’analisi prasseologica dell’evoluzione dell’odierno contesto mondiale pervaso di statalismo, nonché del potenziamento, in particolare, del moderno Leviatano fiscale. Sulla scorta di tale approccio, mi sia concesso di terminare con alcune brevi osservazioni relative a come sia possibile superare l’attuale scenario, dominato dalla presenza totalizzante dallo “Stato- tassatore”.

Questo non può essere combattuto per via di un semplice boicottaggio, come si  potrebbe fare se ci trovassimo di fronte ad un business privato; perché un’istituzione dedita alle attività di espropriazione e sfruttamento non rispetta minimamente il verdetto negativo sancito dai boicottaggi. Inoltre, questa situazione non può semplicemente essere osteggiata contrastando la aggressività dello Stato con la violenza difensiva, in ragione del fatto che la sua aggressione è sostenuta e supportata dall’opinione pubblica. Così, il cambiamento di paradigma postula una rivoluzione di pensiero nell’opinione pubblica.

L’etica della proprietà privata – l’idea che la proprietà privata sia, in re ipsa, un’istituzione giusta, oltre che l’unico mezzo per creare prosperità economica e lo Stato sia invece avvertito come un’istituzione criminale, oltremodo distruttiva della formazione della ricchezza – deve essere ravvivata e deve ancora ispirare la mente e il cuore delle persone. Con le rampanti ideologie stataliste del nazionalismo, del democratismo, del redistribuzionismo (sia nella sua variante socialista che in quella conservatrice), questo intendimento sembra prefigurarsi a volte come una pia illusione. Ad ogni modo, le idee sono cambiate rispetto al passato e possono essere soggette a nuovi cambiamenti anche in futuro. In realtà, le idee possono cambiare istantaneamente [52]. Inoltre, il concetto di “proprietà privata” ha una forza attrattiva decisiva:..essa, e solo essa, si pone come il vero riflesso della natura dell’uomo inteso come essere razionale. [53]

Articolo di Hans Hermann Hoppe su Mises.org

Traduzione di Cristian Merlo

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[45] Sui concetti di nazionalismo, imperialismo, colonialismo – e sulla loro incompatibilità con il liberalismo classico – si veda Ludwig von Mises, Liberalism (San Francisco: Cobden Press, 1985); idem, Nation, State and Economy (New York: New York University Press, l983); Joseph A. Schumpeter, Imperialism and Social Classes (New York: World Publishing, 1955); Lance E. Davis and Robert A. Huttenback, Mammon and the Pursuit of Empire: The Political Economy of British Imperialism 1860 – 1912 (Cambridge: Cambridge University Press, 1986).

[46] Si veda, a tal riguardo, Krippendorff, Staat und Krieg; Johnson, Modern Times.

[47] Questo processo è il tema centrale di Higgs, Crisis and Leviathan.

[48] Il più perverso di tali accordi consiste probabilmente nel limitare l’accesso, per coloro che non sono criminali e desiderano immigrare in un determinato territorio – nonché la possibilità per coloro che vivono in questo territorio di offrire loro lavoro – e nell’estradizione nei loro Paesi d’origine.

[49] Sulle problematiche del cosiddetto “Terzo Mondo”, si veda  Peter T. Bauer and B.S. Yamey, The Economics of Under-Developed Countries (London: Nisbet and Co., 1957); P.T. Bauer, Dissent on Development (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1972); idem, Equality, The Third World and Economic Delusion (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1981); Stanislav Andreski, The African Predicament (New York: Atherton Press, 1969); idem, Parasitism and Subversion (New York: Pantheon, 1966).

[50] Sulla regolamentazione e sulla tassazione, quali differenti forme di aggressione nei confronti della proprietà privata e circa i loro aspetti economici e sociologici, si rimanda a Rothbard, Power and Market; Hoppe, A Theory of Socialism and Capitalism.

[51] Sulla politica estera imperialistica, in particolare quella degli Stati Uniti,  si veda in particolare Krippendorff, Staat und Krieg, chap. III, p. 1; e Rothbard, For a New Liberty, chap. 14.

[52] Si veda anche Etienne de la Boétie, The Politics of Obedience: The Discourse of Voluntary Servitude, ed. Murray N. Rothbard (New York: Free Life Editions, 1975).

Decidete una volta per tutte di non essere più servi e sarete liberi. Non vi chiedo di scacciare il tiranno, di rovesciarlo giù dal trono ma soltanto di smettere di sostenerlo; allora lo vedreste crollare a terra e andare in frantumi per il suo stesso peso, come un colosso a cui è stato tolto il piedistallo (pp. 52–53).

[53] Sulla – aprioristica – giustificazione razionale dell’etica della proprietà privata si rimanda a Hans-Hermann Hoppe, “From the Economics of Laissez Faire to the Ethics of Libertarianism,” in Walter Block and Llewellyn H. Rockwell, Jr., eds., Man, Economy, and Liberty: Essays in Honor of Murray N. Rothbard (Auburn, Ala.: Ludwig von Mises Institute, 1988); idem, “The Justice of Economic Efficiency,” Austrian Economics Newsletter (Winter, 1988); infra capitoli 8 e 9.