L’annosa questione del valore: alle origini del problema

Riprendiamo un’interessante e corposa analisi storica sulla questione del “valore” ad opera di Damiano Mondini, pubblicata su The Road to Liberty

Non v’è dubbio alcuno che, fra i diversi concetti affrontati dall’analisi economica, quello del valore dei beni rappresenti un’imprescindibile pietra miliare. In effetti, nulla sembra più proprio della scienza economica che rispondere ad una domanda tanto semplice quanto insidiosa: come determinare il valore di un bene economico? Detto altrimenti: di fronte ad una “merce” –  termine scientificamente inesatto, ma adorato dalla vulgata marxista -, è possibile individuare un metodo, il più accurato possibile, per capire quanto vale? A ciò si aggiunga il fatto che, come si vedrà, dalla risposta a questa domanda derivano diversissime prese di posizione su cardini stessi dell’economia politica, nonché molteplici e contrastanti opinioni politiche.

Stupisce dunque che una questione tanto scottante sia rimasta sostanzialmente insoluta quanto meno fino al 1871: nei secoli precedenti l’uomo aveva codificato il diritto, aveva composto la Divina Commedia e il Clavicembalo ben temperato, aveva fatto progressi tecnologici sbalorditivi; ciò nondimeno, non era stato in grado di risolvere adeguatamente il problema del valore. Non deve meravigliare, dunque, che nel mondo accademico ancor oggi la questione non venga affrontata con la dovuta chiarezza, e che posizioni ormai superate permangano come incrostazioni. Del resto, il mondo “reale” dell’economia vera, non quella delle Università ma quella del commercio, dei mercati e dei bar, pare averla risolta senza difficoltà, più con spirito pragmatico che con minuzia intellettuale: un’ulteriore conferma che l’intelligenza è spesso altro dall’acculturazione. In questo scritto ci si propone dunque di ripercorrere brevemente la storia del pensiero economico, soffermandosi sulle differenti risposte date all’annosa questione del valore.

Le radici greche. Il primo pensatore ad occuparsi in modo relativamente organico della determinazione del valore è Aristotele (IV secolo a.C): le sue riflessioni principali sono rinvenibili nella Politica, nella Retorica e nei Topici. Innanzitutto, il filosofo greco delinea una distinzione, destinata a diventare famosa, tra valore d’uso e valore di scambio. Il valore d’uso di un bene è determinato dal suo grado di soddisfare un bisogno: esso ha dunque una connotazione soggettiva, e la sua utilità – ossia il livello di valorizzazione datane da una persona – può variare con il mutare dei desideri umani. In un passo della Politica lo Stagirita aggiunge poi una precisazione nella quale alcuni interpreti hanno ritenuto di scorgere una embrionale intuizione del concetto di “utilità marginale”: sostiene infatti che il valore d’uso di un certo bene comincia a diminuire allorché ne aumenta la disponibilità. Si tratta di un’elaborazione estremamente avanzata, alla quale tuttavia fa da contraltare un’assunzione del tutto illogica proposta nella Retorica: in quest’opera Aristotele osserva infatti che il valore d’uso s’accresce d’importanza se il bene viene consumato abbondantemente; come vedremo, l’utilità marginale è invece sempre decrescente, e dunque diminuisce progressivamente all’aumentare delle unità consumate. Nel terzo libro dei Topici Aristotele sostiene che la domanda di un bene è connessa al suo valore d’uso: essa varierà in ragione del desiderio che i consumatori nutriranno per quel bene. Il valore di scambio deriverebbe dunque dal valore d’uso, e si esprimerebbe sul mercato per mezzo della domanda che s’indirizza ad un bene detenuto da qualcun altro disposto a cederlo. Tale domanda sarebbe influenzata dal fenomeno della “rarità” – in gergo, diremmo della “scarsità” – in quanto gli uomini apprezzano maggiormente il possesso di cose che non sono facilmente disponibili. L’analisi è piuttosto accurata, anche se non del tutto sistematica, rimanendo scarsità e utilità determinanti non correlate nella determinazione del valore in termini soggettivi. Si noti comunque che, nella riflessione del filosofo greco, il valore d’uso non si configura come intrinseco e naturalmente corrispettivo di un certo bene, ma viene determinato dalla differente valorizzazione soggettiva – l’utilità -, nonché dal suo grado di scarsità relativa.

Effimera sottigliezza scolastica? Nella sua storia del pensiero economico Murray N. Rothbard scrive quanto segue:

“gli Scolastici furono pensatori sofisticati ed economisti sociali che favorirono il commercio e il capitalismo, e che difesero il prezzo di mercato quale giusto prezzo, con l’eccezione della questione dell’usura. [Per Tommaso d’Aquino il profitto mercantile] era un compenso per il lavoro del mercante e un premio per i rischi connessi  al trasporto. [A suo avviso il commerciante svolgeva] un’importante funzione di spostare beni da dove essi sono abbondanti a dove sono scarsi”.

L’elaborazione culturale della Scolastica dunque, soprattutto in ambito economico, è ben lungi dal risolversi in quella “effimera sottigliezza scolastica” di cui, a suo tempo, parlò Immanuel Kant, per liquidare la “barbarie medievale”. Per quanto concerne la speculazione sul valore, fondamentale è il pensiero del teologo francescano Pierre de Jean Olivi (XIII secolo). Nel suo Tractatus de emptione et venditione, de contractibus usuraris et de restitutionibus, Olivi va oltre la prospettiva tomista e greco-aristotelica: coglie infatti lucidamente come il valore di un bene sia legato non solo alle sue qualità intrinseche (virtuositas) e alla difficoltà con cui esso può essere reperito (raritas), ma soprattutto alla sua capacità di soddisfare le esigenze e le aspettative soggettive (complacibilitas).

Ben prima della nascita della scienza economica moderna, dunque, risulta evidente che la libera volontà individuale non può non avere un peso nella determinazione del valore. A ciò si aggiunga che, al di là delle semplificazioni, la virtuositas stessa non ha un fondamento oggettivamente ponderabile, ma dipende sempre in ultima istanza dalla diversa utilità attribuita al bene da ciascun individuo. Partendo dalla sua analisi estremamente avanzata del valore, Olivi fornisce una giustificazione filosofica e razionale del processo di mercato: come ha evidenziato Rothbard, per il francescano il mercato è “come un’arena in cui i prezzi per i beni sono formati dalle interazioni fra individui con differenti utilità soggettive e dissimili valutazioni dei beni. I giusti prezzi di mercato, allora, non sono determinati dal riferimento alle qualità oggettive del bene, ma dall’interazione delle preferenze soggettive che hanno luogo sul mercato”. Olivi è stato dunque un soggettivista, in ciò anticipando ampiamente la rivoluzione marginalista del 1871.