La Guerra alla Droga è Guerra alla Libertà

Gli sforzi profusi dal sindaco Bloomberg al fine di vietare bibite in lattina, ritenute troppo dolci, sono apparsi spesso nei notiziari ultimamente; un aspetto particolare dell’autodifesa del sindaco ha grande rilevanza nell’eccellente libro di Laurence Vance: la cosa che mi ha colpito è la strategia stessa del personaggio: si è limitato a segnalare i pericoli per la salute causati dai drink che voleva bandire, insieme ai costi che le malattie causate dal consumo di queste bevande avrebbeero potuto imporre.

Non mi è mai sembrato che al sindaco Bloomberg venisse in mente la privazione della libertà dell’individuo nel consumare una sostanza nociva sotto supervisione governativa: la decisione dovrebbe essere presa dalla persona autonomamente. Il fatto è che, per Bloomberg, questo punto di vista non è degno di menzione: il paternalismo di stato, per lui, non richiede alcuna difesa.

Come ci ricorda Vance, non sono solo i libertari che rifiutano il paternalismo. Al contrario, l’idea che lo stato possa affrontare solo gli atti diretti verso altri e non quelli che incidono immediatamente sull’individuo stesso, è parte integrante della tradizione classica-liberale. La sua dichiarazione canonica è data da John Stuart Mill:

L’unica libertà che merita tale nome è quella atta a perseguire il nostro bene a modo nostro, purché non cerchiamo di privare gli altri del loro o di ostacolare i loro sforzi per ottenerlo. Ciascuno è guardiano della sua stessa salute, sia fisica che mentale e spirituale. L’umanità trae maggiore profitto nel sopportare ciascuno che vive come gli sembra più opportuno che obbligando ciascuno a vivere come sembra buono per il resto” (pag. 13, quoting Mill).

Mises ha applicato il principio di Mill al tema del libro di Vance, la regolamentazione delle droghe, in modo  incisivo. Per consentire la regolamentazione delle droghe pericolose si apre la porta agli attacchi alla libertà di parola e della stampa:

L’oppio e la morfina sono certamente droghe pericolose e che creano dipendenza. Ma una volta che si ammette il principio per cui spetta al governo di proteggere l’individuo dalla sua stessa stupidità, non si possono muovere grandi obiezioni nei confronti di ulteriori prevaricazioni… E perché limitare la benevola provvidenza del governo alla protezione del solo fisico dell’individuo? Non è il danno che un uomo può infliggere alla propria mente e alla propria anima ancor più disastroso di qualsiasi male del corpo? Perché non gli si impedisce di leggere libri scabrosi e vedere recite pessime, di guardare statue e quadri indecenti e di ascoltare musica orrenda? (pag. 24, quoting Mises)

Per Vance, la questione fondamentale, nella regolamentazione delle droghe,è la libertà individuale. Egli non nega affatto che queste droghe possano causare gravi danni; ma la questione della regolamentazione non è da considerare bilanciando i benefici e i danni del libero accesso alle droghe contro i benefici e i rischi della loro regolamentazione o della proibizione.

Gli argomenti pratici e utilitaristici contro la guerra alla droga sono importanti, ma non così tanto quanto l’argomento morale della libertà di usare o abusare delle droghe per amore della libertà. La liberalizzazione delle droghe è libertà: libertà di usare la proprietà nel modo in cui si ritiene più opportuno, libertà di godere dei frutti del proprio lavoro in qualsiasi modo si ritenga opportuno, libertà di usare il proprio corpo secondo le proprie scelte, libertà di seguire il proprio codice morale, libertà dalla tassazione mirante ad ingrandire la tirannia politica, libertà dall’intrusione governativa nella vita privata di ciascuno, libertà di essere lasciati soli” (pagg. 12-13).

Questo passaggio illustra la forza di Vance e la sua eloquenza, spesso basata, come in questo caso, sulla ripetizione di una frase chiave.  Se le conseguenze per Vance non rappresentano l’aspetto più importante, esse sono, nondimeno, molto rilevanti (tra l’altro, un errore diffuso consiste nel credere che i sostenitori di un diritto basato sulla morale ignorino le conseguenze e che quindi, queste, per loro, non rivestano importanza alcuna. Al contrario, quasi tutti i sostenitori di una visione moralistica del diritto pensano che le conseguenze siano moralmente importanti. A mio avviso, Vance non dovrebbe mettere in contrasto le considerazioni “morali” con quelle “pratiche e utilitaristiche”. Entrambi gli aspetti sono parti della moralità). Gran parte del libro consiste in un elenco sintetico ma completo degli effetti negativi della regolamentazione delle droghe. La guerra alla droga ci ha portato alla popolazione carceraria più alta nel mondo

Gli Stati Uniti sono il leader mondiale nel tasso di incarcerazione e nella popolazione carceraria totale… Quasi il venti per cento della popolazione carceraria viene imprigionata a causa di incriminazioni concernenti gli stupefacenti; quasi la metà della popolazione carceraria federale è accusata di reati simili. Ci sono quasi 350.000 americani in prigioni federali o di stato in questo momento [Novembre 2011] per via di questi illeciti” (pag. 71).

La guerra alla droga ha molteplici effetti spiacevoli sulle libertà civili:

La guerra alla droga ha distrutto la privacy in campo finanziario. Depositate più di 10.000 dollari in un conto bancario e diventerete sospetti trafficanti di stupefacenti… La guerra alla droga ha fornito ragioni alla militarizzazione dei dipartimenti di polizia locale… ha portato a un comportamento scandaloso da parte della polizia nel tentativo di arrestare spacciatori… ha sventrato i divieti previsti dal Quarto Emendamento riguardo le perquisizioni e i sequestri ingiustificati” (pag. 57-58).

Nei suoi deleteri effetti sulla libertà, questa guerra alla droga ricorda i peggiori effetti del proibizionismo. Riguardo questi ultimi vale la pena di cercare e leggere il breve racconto dell’epoca del revisionista storico Harry Elmer Barnes, Prohibition versus Civilization: Analyzing the Dry Psychosis (Viking Press, 1932).

Tali costi immensi non hanno portato buoni risultati. Al contrario, la guerra alla droga è stata un palese fallimento.

“Nonostante decenni di leggi proibizioniste, minacce di multe e/o arresti, e le campagne di propaganda di massa, le droghe sono disponibili ed economicamente accessibili” (p. 26).

Vance, è evidente, ha lanciato una sua personale battaglia contro questa impostazione e uno degli argomenti da lui usati mi colpisce particolarmente, in quanto grandemente efficace. I danni del tabacco e dell’alcool superano, di gran lunga, gli effetti negativi delle droghe pericolose ma non vi è alcuna mozione per il loro divieto. La proibizione è riconosciuta da quasi chiunque come un fallimento da non ripetere. Se è così, come si può giustificare il divieto di sostanze meno pericolose?

L’abuso di alcool e l’uso frequente di tabacco sono due delle principali cause di morte negli Stati Uniti. Sembra piuttosto ridicolo sostenere la messa al bando di sostanze stupefacenti e non la messa al bando di alcool e tabacco” (p. 11).

Vance scrive da un punto di vista che sorprenderà molti lettori. Egli stesso non ammette l’uso di droghe pericolose. Al contrario, è un cristiano e un famoso biblista che ritiene il loro utilizzo peccaminoso.

In qualità di aderente ai principi etici del Nuovo Testamento, ritengo che l’abuso di droga sia un vizio, un peccato e un male che i cristiani dovrebbero evitare, così come dovrebbero evitare di sostenere la guerra governativa alle droghe stesse” (pag. 79).

Se Vance sposa questo punto di vista riguardo l’utilizzo di stupefacenti, perché è così fermamente convinto che le persone abbiano il diritto di consumare queste droghe? La sua risposta è di grande interesse per tutti gli studenti di teologia morale: Vance sostiene che i cristiano possono, con perfetta coerenza, mantenere la distinzione tra vizi e crimini, avvalendosi della repressione violenta solo nel secondo campo.

Nessun cristiano sarebbe favorevole alla criminalizzazione di tutti i peccati. Perlomeno non quando la Bibbia dice che “il pensiero di stoltezza è peccato” (Proverbi 24:9). Perché, allora, alcuni cristiani sono così pronti a catalogare come ‘crimini’ alcuni peccati? solo perché lo stato li reputa tali?

Ho il sospetto che le mirabili osservazioni di Vance a riguardo siano di interesse anche per coloro che non condividono la sua fede.

La Guerra alla Droga è una Guerra alla Libertà è un eccellente contributo alla battaglia libertaria.  Possiede il potenziale per fare molto bene e Vance merita una marea di elogi per il suo magnifico lavoro.

Articolo di David Gordon su Mises.org

[The War on Drugs Is a War on Freedom • By Laurence M. Vance • Vance Publications, 2012 • Xvi + 103 pages]

Traduzione di Nicolò Signorini