Dalla parte di San Martino

Tra le storie dei santi, certamente una delle più famose è quella di S. Martino e del mendicante. In sintesi, il santo, allora militare, vestito e adorno di mantello, vedendo che il mendico pativa non poco freddo, taglia il mantello a metà e lo condivide con il mendicante; il mattino seguente, il mantello, miracolosamente, tornerà integro: Martino sogna Gesù mentre questi ne loda l’operato.

Questo esempio, a prima vista banale, costituisce, in realtà, un elogio del volontarismo e della proprietà privata quale diritto naturale.

Il gesto di S. Martino, infatti, accresce l’immagine salvifica che abbiamo di lui, in quanto egli, possessore ed utilizzatore unico del mantello, decide di privarsene volontariamente per donarlo al mendicante, il quale non potrà che riconoscere la sua bontà e rendere grazie al cuore di quell’uomo che ha alleviato la sua sofferenza.

Adesso proviamo, invece, a pensare ad uno Stato etico, in regime di welfare coercitivo, che quindi deve, giuridicamente (a livello positivo almeno) e moralmente, accondiscendere ai bisogni e alle richieste dei più deboli, redistribuendo le risorse tra i cittadini.

Se inserissimo i due personaggi all’interno di tale contesto, ipotizzando un S. Martino taxpayer, lo scenario sarebbe più o meno questo:

  • S. Martino, a causa delle elevate imposte che, in quanto benestante, deve versare all’apparato pubblico, sarà significativamente più povero, oltre ad essere, probabilmente, molto più accorto nella gestione delle risorse rimanenti;
  • il mendicante avrà, o almeno dovrebbe avere, a disposizione un minimo di pasti caldi giornalieri e di vestiario, non sufficienti, però, a garantirgli un’esistenza dignitosa e una reale possibilità di miglioramento personale, materialmente parlando almeno.

Ci rendiamo immediatamente conto dello strano gap di risorse formatosi tra questi due soggetti: perché ciò che nella situazione precedente accomodava entrambi adesso lascia tutti con un po’ di amaro in bocca? La risposta è molto semplice, dato che si è aggiunto un altro soggetto alla nostra storia: lo sceriffo di Nottingham. Quest’ultimo ha il compito di prelevare le risorse da S. Martino, anche con la forza, in caso quest’ultimo si opponesse, per distribuirle al mendicante.

Non si tirino conclusioni affrettate circa l’onestà di questa figura; supponiamo, infatti, che questi svolga il suo lavoro efficientemente e con onesta dedizione: le risorse che arriveranno al mendicante saranno comunque minori di quelle che gli arrivavano in precedenza, in quanto nelle imposte di S. Martino saranno comprese anche le spese relative allo svolgimento dell’attività di sceriffo (armi, cavalli, cartelle esattoriali, magari anche dipendenti, et cetera), nonché un ammontare determinato che permetta allo sceriffo e ai suoi dipendenti, almeno, di sopravvivere.

Comprendiamo, dunque, che un apparato burocratico, oltre alle sue degenerazioni corrotte ed inefficienti (peraltro naturali), costituisce, di per sé, una perdita notevole di energia e di risorse, le quali potrebbero essere adoperate in molti modi differenti, più efficaci ed efficienti.

Adesso, invece, si cerchi di focalizzare l’attenzione sull’amorevole gesto del santo. Se l’apparato burocratico-amministrativo fosse totalmente efficiente, riconoscerebbe lo stato di necessità in cui il mendicante versa e preleverebbe coattivamente il mantello di Martino per donarglielo. E dove, in tal caso, si vede la bontà del santo? La sua naturale, viscerale, propensione all’aiuto dell’Altro, se lo Stato agisce per suo conto, partendo dal presupposto che la sua gestione sarà migliore? Dove finisce (e dove inizia, quindi) la Libertà?

Inoltre, supponendo che tale governo raggiunga la massima efficienza, non ci sarà più bisogno di redistribuire le risorse, perché tutti avranno ciò di cui necessitano, vita natural durante e nulla più. Ma che razza di uguaglianza è mai questa? Suddetta omologazione al ribasso, la quale priva l’uomo di ogni forma di libero arbitrio e soffoca ogni stimolo al miglioramento (stimolo peraltro insito nella nostra stessa natura), è davvero il punto d’arrivo utopico cui dobbiamo aspirare?

La risposta, almeno per tanti, sarà negativa.

Tuttavia, occorre analizzare un altro punto, una delle obiezioni stataliste maggiormente in voga: “Voi vedete la questione dal punto di vista di S. Martino, il quale possiede una scelta” – dicono gli statalisti – “noi, invece, la vediamo dal punto di vista del mendicante che, nudo come un verme, potrà solo, nella situazione appena descritta, appellarsi al buon cuore dei passanti, oppure morire di freddo e di stenti”.

Partendo da questo assunto e da quello, forse più importante, della totale (o quasi) mancanza di buon cuore nelle persone (non sono forse persone anche i governanti?), essi giustificano l’uso della forza attraverso una sorta di “teleologia sociale” o “etica della redistribuzione”.

È il contratto sociale [1]: nessuno di noi lo ha mai letto o accettato, eppure ne siamo tutti vincolati (in maniera praticamente totale nel Leviatano hobbesiano; attribuendo, esclusivamente, funzioni di tutela giurisdizionale e legislativa all’autorità nel limitato pactum subiectionis lockeano).

Oltre all’analisi dal punto di vista della rimozione della libertà, vorrei ricordare a tali oppositori che, comunque la si veda, Martino resta indispensabile in quanto, senza di lui, senza la sua condizione sociale, senza il suo lavoro e le sue risorse, il problema non si porrebbe, dato che avremmo due mendichi infreddoliti e morenti, incapaci di provvedere a se stessi.

È per questo, per ciò che rappresenta non nel momento in sé, ma nel percorso di vita che lo ha portato e lo influenzerà nella decisione, che parteggio per S. Martino, dimodoché sia il mendicante ad attraversare questo immaginario confine e non viceversa, come vorrebbero, anche inconsciamente, alcuni.

Filippo Martini

Note:

[1] In realtà, come sappiamo, in Locke, al contrario di ciò che  accade nel Leviatano, il pactum societatis e il pactum subiectionis non si fondono: è il secondo a dare vita alla limitata soggezione del popolo all’autorità politica.