Gli investimenti “determinano” i risparmi?

Ma quando è nata l’idea che per investire bisogna aver prima risparmiato? Essa è presente già in Adam Smith, se lo si legge superficialmente. Poi la straordinaria fortuna della stessa idea le fa percorrere l’intera storia della teoria economica. Fino a quando arriva Keynes che, con la forza della disperazione che viene dal vedere i danni che l’idea ha fatto quando è stata applicata dopo la prima guerra mondiale, riesce a capovolgerla e afferma che, al contrario, sono gli investimenti a determinare i risparmi. Dopo un po’ e specie guardando a quel che accade durante la seconda guerra mondiale, l’eresia keynesiana diviene la nuova ortodossia”.

Tutto si può imputare a Marcello De Cecco [La crescita o l’austerità? La lezione americana, in La Repubblica – Affari & Finanza, 10 Dicembre 2012, pag. 1], fuorché la scarsa chiarezza. Ma prego il cortese lettore di sottolineare quel Tutto: il solo dato lampante dell’articolo, infatti, è l’intento dell’Autore di scrivere un peana pro-Keynes e anti-austerità. Se, però, si viene ai termini del ragionamento, “grande confusione sotto il cielo”.

In primo luogo, di quale Keynes si parla? L’insostenibilità di un tipo particolare di debito pubblico, quello da danni di guerra, è il tema centrale di Le conseguenze economiche della pace, il primo grande successo editoriale dell’economista di Cambridge; ma il rapporto tra risparmi e investimenti è trattato, semmai, nell’opus magnum, la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, che data 1936 e non muove certo dalla situazione del 1919, ma, semmai, dalla Grande Depressione cominciata dieci anni dopo.

Per la verità, non escluderei che l’articolista accomuni i due testi sotto una stessa prospettiva, l’idea che il debito si ripaghi con la crescita, visto che l’intero suo pezzo è rivolto contro la «teoria dei due stadi»: «Prima l’austerità e poi la crescita». In quest’omologazione, sembra che giochi un ruolo chiave anche la sua visione dell’aumento dei prezzi (inflazione nel senso oggi corrente): «A partire dagli anni settanta, quando una ondata di inflazione colpisce gli Stati Uniti, i cosiddetti monetaristi di Chicago tornano ad affermare la vecchia ortodossia. L’inflazione è per loro un fenomeno monetario e se si vuole colpirla a morte bisogna operare riducendo drasticamente il tasso di incremento della quantità di moneta.». Se ne desume che, per De Cecco, l’inflazione non è un fenomeno monetario; che, negli anni Settanta, i cittadini americani pagassero il conto della fine del sistema di Bretton Woods non gli passa neanche per l’anticamera del cervello. La moneta, per lui, dev’essere davvero qualcosa che si può manipolare senza il minimo problema, sui prezzi o altrove, perché gli sfugge che sì, la Germania è effettivamente riuscita, all’incirca tra il ’24 e il ’30, a pagare le rate del debito estero grazie alla ripresa economica; ma questa è stata resa possibile dalla riforma monetaria che ha introdotto il Reichsmark, ripristinando la parità aurea antebellica e dal conseguente afflusso, dall’estero, di denaro in cerca di un porto valutario sicuro. Gli sfugge, soprattutto, che una manciata di mesi del ’23 è bastata a mandare in frantumi l’intero sistema monetario ed economico tedesco, che l’iperinflazione si è scatenata perché la Banca centrale aveva sposato la teoria secondo cui “Se servono soldi (per il debito pubblico, per gli sfollati della Ruhr, etc. etc.), basta stamparli“. O forse egli conosce qualche altra spiegazione, che per caso non getti ombre sull’ideale keynesiano della moneta manovrabile?

Per la verità, De Cecco è andato anche oltre: qui non si tratta più, come nella Teoria generale del Maestro, di manovrare il tasso di interesse per assicurar l’equilibrio tra domanda e offerta di moneta, nonché tra risparmi e investimenti; qui si elogiano gli Stati Uniti perché «Hanno continuato bellamente a spendere, facendo crescere il debito e affrontando la crisi con una politica monetaria straordinariamente espansiva.». Solo che la crescita del debito non è affatto slegata da tale politica, come forse vorrebbe far credere l’esimio articolista: la nuova moneta entra in circolazione, tra l’altro, proprio grazie alle aste sui titoli di Stato; la certezza che ad esse parteciperà un acquirente con fondi illimitati mantiene i rendimenti a livelli ridicoli; e il Governo federale beneficia, altresì, del fatto di essere il primo a ricevere la nuova liquidità, che può quindi sfruttare prima che essa abbia avuto qualsiasi impatto sui prezzi. Ma già, per De Cecco l’inflazione non è un fenomeno monetario.

Solo se si capisce che egli aderisce alla politica “Se servono soldi (per il debito pubblico o per gli investimenti), basta stamparli” diventa possibile intendere l’asserto «sono gli investimenti a determinare i risparmi».

In macroeconomia – dunque per keynesiani e monetaristi – dicesi “investimento” l’acquisto, da parte delle imprese private, di beni durevoli destinati alla produzione, cui viene assimilato quello di abitazioni nuove dalle famiglie; esulano dal concetto, invece, altre accezioni del termine nel linguaggio corrente, come le opere pubbliche o le attività finanziarie. Dal canto suo, il “risparmio” è l’eccedenza del reddito disponibile sul consumo, dunque il “non speso“; condizione dell’equilibrio economico è – non che i risparmi si trasformino in investimenti, si badi bene, ma – che l’ammontare complessivo degli uni eguagli quello degli altri (S=I). A ciò si potrà arrivare (anche) perché gli investimenti generano un aumento del reddito, attraverso la remunerazione dei fattori produttivi coinvolti, e quindi consentono un incremento sia dei consumi sia dei risparmi (“Crescita” è la parola magica, la ricetta per il riequilibrio automatico…).

Quel che De Cecco non spiega, però, è come si possano avviare investimenti senza prima aver risparmiato. Le risposte possibili sono solo due: l’indebitamento e la creazione di moneta dal nulla. Visto il suo elogio degli Stati Uniti, è da credere che egli prediliga la seconda strategia, pur non trascurando la prima, se assume le vesti del debito pubblico. Cioè di un debito che non si pensa affatto a ripagare, tanto ci pensa la Banca centrale. Tout se tient [1].

Ben difficilmente un keynesiano si schiererà mai contro la banca a riserva frazionaria. Dopotutto, per lui, le somme depositate sui conti correnti sono senz’altro “risparmio”, per il semplice fatto che non vengono spese immediatamente in beni di consumo; e il metodo più semplice per consentire a I di eguagliare S consiste senz’altro nel permettere alle banche di prestare a terzi ciò che, come depositarie, dovrebbero semplicemente custodire, a patto, però, che i depositanti conservino (sulla carta) la disponibilità piena e costante (“a vista”) dei saldi creditori di conto corrente. In questo modo, infatti, S resta costante, mentre I cresce. Il fatto che la moneta fisica sia passata di mano e che ai correntisti sia rimasta solo quella bancaria – non più la proprietà di un bene, ma un diritto di credito – in quest’ottica è irrilevante. Del resto, si dirà, esiste una Banca centrale che, in caso di corsa agli sportelli, può stampar tutta la cartamoneta necessaria a farvi fronte e anche di più.

L’approccio Austriaco è radicalmente diverso. E non solo perché considera questo processo di espansione creditizia come il primo stadio del ciclo economico, cioè la premessa di una catastrofe. I termini-chiave vengono definiti in modi diversi, et pour cause. Anzitutto, il risparmio volontario – tralascio il problema di quello forzato – non è il semplice “mettere da parte” del linguaggio corrente, ma la riduzione del proprio livello di consumi in vista di un investimento. Nozione che, a sua volta, abbraccia anche gli acquisti di beni durevoli da parte dei consumatori (non si parla di “famiglie”, ma di chi, pur essendo, magari, titolare di impresa, in quel momento non agisce come tale). Ma il problema non è meramente lessicale: le divergenze terminologiche nascono da contrasti teorici irriducibili.

Il modello keynesiano è fatto di aggregati: “le imprese” sono un tutto indifferenziato, non importa chi investa in quali settori, né per quali motivi o con quali aspettative. Stesso discorso per “le famiglie” – cioè qualunque cosa non sia “impresa” – “lo Stato” e il “resto del mondo” (operatori e investitori esteri). E’ come se esistessero soltanto quattro giganteschi attori economici: i singoli soggetti non hanno, in quanto tali, posto alcuno nel quadro. Non è un caso che quest’approccio sia ritenuto perfetto per la contabilità nazionale: riduce tutto a termini quantitativi, anzi monetari (come se la moneta fosse “misura” del “valore”). Del che offre un ottimo esempio il calcolo economico alla base dell’investimento, descritto come se si trattasse semplicemente di attualizzare il rendimento atteso di una somma di denaro. Dunque, come se “capitale” e “denaro” fossero sinonimi.

Al contrario, l’approccio Austriaco è fondamentalmente microeconomico: già per Menger, il punto centrale della Methodenstreit è che non ha senso ragionare per aggregati, quasi che essi fossero entità a sé stanti [2]. Le scelte sono sempre compiute dai singoli, mai da “le imprese” in generale, perché non tutti gli imprenditori si muovono nella stessa direzione, quello è il comportamento tipico dei lemming. Più radicalmente ancora, “le imprese” non sono tra loro sommabili, non sono grandezze omogenee: ognuna ha una propria struttura produttiva, di costi e ricavi, si inserisce in una data filiera e dipende da certi sbocchi al consumo finale. E’ vero che, in un mercato a concorrenza perfetta, le imprese avrebbero tutte la stessa struttura di produzione e offrirebbero gli stessi beni allo stesso prezzo, sostenendo gli stessi costi; ma un simile mercato non è mai esistito né mai esisterà, perché “le imprese”, qui sì in blocco, fanno di tutto per innovare, per distinguere i propri prodotti da quelli dei concorrenti, rendere più efficienti i processi produttivi, etc. La concorrenza si gioca soprattutto su questo terreno… che, però, per i keynesiani è irrilevante.

L’investimento, a sua volta, non è l’impiego del capitale, inteso come somma di danaro; bensì l’acquisizione di beni capitali, o, se si preferisce, aziendali. Qui si parla, infatti, di “capitale” nel senso aziendalista del “complesso di beni organizzati” per la produzione e l’esercizio dell’impresa (cfr. art. 2555 c.c.) [3]. Un complesso non omogeneo: presi in sé, un lenzuolo e un cucchiaio non hanno nulla in comune; ma formano entrambi parte del “capitale” di un albergo, perché destinati (dall’imprenditore) all’attività in favore dei clienti. Ciò non toglie, però, che essi restino beni diversi sotto profili ben rilevanti, basti pensare alla durata: gli ammortamenti, la necessità di periodiche sostituzioni dei beni strumentali, l’obsolescenza tecnologica sono tutti problemi ignorati dalla teoria keynesiana degli investimenti (se non per una loro distinzione, d’importanza marginale, in “lordi” e “netti”). Invece, da un punto di vista individuale, cioè del soggetto agente, non è affatto la stessa cosa mantenere in efficienza un capitale che già produce e impiantare qualcosa di nuovo, i cui ritorni non saranno immediati.

Anche per questo, ma comunque in generale, l’equivalenza tra un simile complesso di beni e una somma di denaro – diciamo, i costi della loro acquisizione[4] – ha senso solo ex ante, nel momento in cui debbo decidere l’impiego della mia liquidità e raffronto, indubbiamente, i rendimenti attesi. Ma una volta che il denaro è stato speso, acquisito il capitale d’impresa vero e proprio, quest’equivalenza non ha più senso alcuno. Primo, perché la moneta non è un bene di produzione (né di consumo), bensì, per definizione, un mezzo di scambio, il che non può certo dirsi dei beni aziendali. Secondo, perché liquidare gli investimenti non è mai cosa facile o gradita, di norma comporta perdite. Terzo, perché essi, solitamente, richiedono tempo per essere conclusi e cominciare a ripagarsi, ma, fintantoché non sono completati, le possibilità di liquidarli in termini appena soddisfacenti sono minime, sicché l’imprenditore farà di tutto per non esservi costretto. Quarto, e di conseguenza, perché i comportamenti degli attori divergono. L’investimento aziendale lega le mani molto più di quello finanziario;[5] volerli considerare e trattare allo stesso modo non ha senso.[6]

Per questo la duplice strategia tanto lodata da De Cecco è inconferente rispetto al fine.

Prendiamo l’ipotesi della creazione di moneta bancaria. Le banche operano, diciamo, con una riserva del 10%, quindi han potuto prestare agli investitori (imprese e no, ricordiamolo) il 90% dei depositi [7]. Ognuno di questi investitori ha un proprio progetto, propri tempi di azione e di rientro, quindi non si possono trattare in aggregato; questo, però, ha importanza solo quando emergono rischio e incertezza. Intanto, la banca può considerar questo stock di prestiti unicamente come fonte di interessi… e mettersi a prestare anche questi, non appena comincia ad incassarli. Così, l’offerta di credito continua a crescere e si autoalimenta; ma, prima o poi, scarseggerà la domanda, perché si sarà esaurita la platea di chi, date quelle condizioni, era disposto a chiedere un prestito (perché sapeva cosa farne e, non da ultimo, aveva calcolato di poterlo ripagare). Quindi, per trovar nuovi mutuatari, la banca dovrà abbassare il tasso di interesse o comunque le rate (magari allungando la durata dei contratti). Supponiamo che non si metta, invece, a concedere prestiti a clienti che, prima, avrebbe ritenuto poco affidabili (il caso dei mutui subprime): ebbene, non importa. Se si attirano nuovi investitori, questi, proprio perché nuovi, sono di qualità inferiore ai precedenti: prima, il loro piano finanziario non era sostenibile, ora (con un tasso più basso o una durata più lunga) sì. Certo, è possibile che, nel frattempo, si stiano facendo sentire gli apparenti benefici del boom e, dunque, molti, vedendo crescere i propri redditi, abbiano deciso di investire; ma questi arrivano alla spicciolata davanti agli sportelli, secondo i loro gradi di prudenza, le situazioni pregresse, la sensibilità al progressivo contagio dell’euforia, etc. L’elemento tempo, tanto trascurato dai keynesiani, qui si rivela essenziale: anche ammesso, in astratto, che l’aumento di reddito sia capace di assorbire, sotto forma di nuovi prestiti, le entrate derivanti dagli interessi, la banca ha un forte incentivo a non aspettare. Intanto, non è affatto certa che questa clientela si presenterà, e in che dimensione; inoltre, ha già contabilizzato le entrate future, le sta già incassando, e ha fretta di impiegarle prima e in modo più redditizio della banca concorrente; ma soprattutto, quand’anche i fortunati detentori di maggior reddito si presentassero in massa all’istante e ottenessero un prestito, si dovrebbero, poi, collocare nuove entrate da interessi [8].

Quindi, anche se accettassimo di definire “risparmio” la moneta creata dal nulla e non spesa (ma non si chiamano cose diverse con lo stesso nome), comunque resterebbero vero che, presto o tardi, gli investimenti non si coprono da soli, ma generano cattivi investimenti. Questo è uno dei danni che derivano dalla riserva frazionaria (gli altri sono eccesso di investimenti e distorsione dei prezzi relativi: gli ingredienti della bomba).

De Cecco vorrebbe farci credere nelle virtù taumaturgiche della banca centrale, che curerebbe le crisi con l’espansione monetaria. Invece, rispetto all’espansione creditizia, il discorso non cambia, si aggrava e basta.

Come fa la Banca centrale a mettere in circolazione la nuova moneta? La presta, di norma non a privati, bensì alle banche o agli Stati. Trascuriamo per un momento lo Stato e restiamo ad una banca qualsiasi, che ora può prendere in prestito somme considerevoli a tassi molto convenienti… purché, beninteso, riesca a reinvestirla assicurandosi rendimenti migliori. Questi si potrebbero spuntare anche sui mercati finanziari; ma essi altro non sono che mercati del debito, pubblico o privato che sia, sicché si tratta pur sempre di decidere se accordar credito a qualcuno oppure no [9]. Quindi, la nuova liquidità costituisce senz’altro un incentivo potente ad allargare le maglie del credito bancario tradizionale; e, se si dirige verso la finanza, produce gli stessi effetti (calo degli interessi, lancio di nuove emissioni di titoli, allocazione distorta di risorse, diminuita percezione del rischio, etc.).

Sul mercato finanziario sono presenti anche i titoli di Stato. In teoria, dovrebbero essere percepiti come più affidabili degli altri, il che li rende, quasi per natura, destinatari privilegiati della liquidità bancaria (Draghi, con il LTRO, ha puntato proprio su questo). Ma che succede se la Banca centrale, direttamente o tramite gli istituti di credito che finanzia, stampa moneta a beneficio degli Stati? Quel che si è visto in Europa nei mesi scorsi: i tassi di interesse calano… e l’aggiustamento dei conti pubblici viene rinviato. Se poi uno Stato, anziché profittare di liquidità creata altrove, riceve appoggio esplicito dalla propria banca centrale, com’è oggi il caso degli USA, il rischio percepito dagli investitori quasi si azzera (perché, mal che vada, all’orizzonte c’è qualcuno cui rivendere quei titoli; qualcuno con fondi illimitati).

E che fa lo Stato con i soldi che gli vengono prestati?

Di rado qualcosa che aumenti le sue entrate in modo significativo: la spesa pubblica per “investimenti” non si ripaga in termini di aumento indotto del gettito fiscale. E, a onor del vero, né i keynesiani né i monetaristi, oggi, pretendono che ciò accada: per loro basta che resti sotto controllo il rapporto debito/PIL, perché il PIL qui funge da indicatore di quante risorse lo Stato potrebbe spremere ai privati se il barometro dei mercati volgesse al brutto.

Intendiamoci: in termini quantitativi, i diecimila euro in cozze e champagne del signor Fiorito valgono quanto il piccolo finanziamento regionale, di identico importo, al bar sotto casa. Il PIL registra, in ogni caso, lo stesso aumento della domanda aggregata. I keynesiani si sono creati uno strumento statistico a loro immagine e somiglianza, il miglior supporto per le loro teorie.

Ma, anche così, non riescono a neutralizzare del tutto l’incidenza di sprechi e inefficienze del settore pubblico: più lo Stato spreca e più sprecherà, così domandando sempre più soldi al mercato (o direttamente alla banca centrale). Anche al netto di mazzette e appropriazioni indebite: le imprese si abituano alla pastura dei fondi pubblici, sempre incerti nei tempi di erogazione, ma convenienti, e li reclamano a gran voce, in misura crescente. Per questa via, lo Stato fa concorrenza alle banche, ma al ribasso, perché attira progetti “non bancabili” o per cui lo sconto sugli interessi vale la maggior incertezza sui tempi; e, il più delle volte, affida le valutazioni del caso proprio agli istituti di credito, felicissimi di intascar commissioni e percentuali a rischio zero per loro, quindi incentivati a prestare alla grande, soprattutto a chi non avrebbe i requisiti per rivolgersi a loro, così non perdono neppure un potenziale cliente. La pretesa dello Stato di far politica economica, distribuendo incentivi di qua e di là, distorce le scelte imprenditoriali e dà vita a vere e proprie battute di caccia all’incentivo (per tacere delle frodi).

Tutto questo può restare irrilevante, in termini di PIL; ma il PIL non è pensato per misurare il rischio. E, in queste circostanze, il rischio di credito aumenta, per tutti; illusorio sperare che nessuno se ne accorga.

Qualche esempio di attualità italiana: lo Stato, pur tra difficoltà crescenti, continua a stanziare miliardi per le opere pubbliche. Si bandiscono gare di appalto, molte imprese pianificano la propria attività in funzione di questi progetti; qualcuno vince, comincia a lavorare, ma i soldi arrivano con il contagocce. Stesso discorso per i fornitori delle ASL, che, soprattutto al Sud, misurano i tempi di incasso delle fatture in anni. O per chi attende i rimborsi fiscali. Tutti creditori dello Stato, tutti tenuti a pagar puntualmente le tasse. Anche su quello che dallo Stato ancora non hanno ricevuto.

Perché tutto questo?

Intanto, perché i conti pubblici seguono il principio della competenza, non della cassa: i miliardi stanziati oggi possono essere spesi nell’arco di qualche anno, saranno comunque imputati a questo bilancio, poiché conta il momento in cui sorge il debito, non quello in cui viene estinto. Stesso discorso sul versante delle entrate: l’IVA, ad esempio, è dovuta dall’imprenditore allo Stato nel momento in cui – e per il fatto che – ha emesso la fattura, non quando incassa i soldi (a meno che non si avvalga del regime speciale detto, appunto, “IVA per cassa”); e così per tutte le altre imposte. Naturalmente, questo complica molto le valutazioni sulla reale sostenibilità delle spese; e non a caso la riforma adottata con L. 196/2009, così come i decreti sul “federalismo fiscale”, prevedono il passaggio, sia pur graduale, alla contabilità di cassa.

Ma c’è un altro problema. Il vero ostacolo che impedisce alla competenza di tramutarsi celermente in cassa: il servizio del debito.

Ogni mese scadono titoli di Stato per decine di miliardi. Miliardi che, quindi, vanno tenuti pronti per l’eventualità che questi titoli vadano rimborsati, che i detentori non li rinnovino. Lo Stato può rimandare per anni il pagamento dei suoi creditori interni, ma guai a tardare di un sol giorno con il debito pubblico: è inadempimento, insolvenza, default. Salta la scadenza di oggi? Domani, non vedrai un’anima all’asta di BOT, BTp e compagnia; o, se ti va di lusso, ti chiederanno un tasso esorbitante. Stesso discorso per la spesa per interessi: oltre ottanta miliardi l’anno, se ben ricordo, da corrispondere sull’unghia alle scadenze. E con un andamento variabile, sicché,  dopo ogni asta dei titoli pubblici, si debbono rifare i conti per vedere se questa voce di spesa cresce, cala o resta in linea con le previsioni.

In un contesto del genere, che fa lo Stato? Si tiene liquido: incassa e, finché  può, trattiene in cassa. Per questo non ammette, se non con mille paletti, la compensazione tra crediti e debiti (fiscali e no): estinguerebbe i secondi, risparmierebbe su interessi magari anche molto salati, ma dovrebbe rinunciare ad entrate fresche hic et nunc. Il criterio della cassa, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra in veste di Nemesi.

Nel frattempo, molte imprese chiudono, o falliscono, aspettando i soldi dello Stato. Oppure si indebitano con le banche, su cui, quindi, torna a gravare una parte dei rischi connessi alla spesa pubblica. Per inciso, tali fenomeni comportano anche una mancata crescita del PIL (e una perdita di gettito fiscale), quindi, a parità di condizioni, rischiano di avviare un circolo vizioso anche per il bilancio pubblico [10]. Di certo, ritardi di pagamento e crediti deteriorati si diffondono a macchia d’olio. In breve: la situazione peggiora con una spesa pubblica in crescita continua.

Sì, perché, di anno in anno, il debito aumenta. Ogni dicembre lo Stato usa le giacenze di cassa accumulate per abbatterne più che può; ma ne resta comunque più che a gennaio, perché le entrate non bastano a coprire la spesa per interessi.

I politici, ben che vada, ci promettono il pareggio di bilancio, ma “al netto del ciclo” (a casa mia, i conti quadrano o non quadrano, tertium non datur). Mal che vada, invocano, sempre in tandem, deficit spending ed espansione monetaria, con l’idea che l’uno o l’altra si ripaghino da sé. Qualcuno proporrà il default, senza dubbio. Si dà il caso che i titoli di Stato siano in portafoglio a molti italiani-persone fisiche, nonché a banche, assicurazioni, fondi pensione… Ma, stranamente, non lo dice nessuno (e l’Argentina, dopo dieci anni, gira ancora per tribunali, organismi arbitrali e quant’altro).

“Settant’anni (e rotti) di Keynes e il mondo va sempre peggio”: questi, signore e signori, sono i bei risultati del debito facile e degli approcci keynesiani.

Eppure, un bel po’ di suonatori insiste con la grancassa: prima spendere, poi, forse, eventualmente, guadagnare quel che serve per poterselo permettere.

Caro De Cecco, cara legione keynesiana: perseverare diabolicum. Non costringeteci a chiamare l’esorcista.

Guido Ferro Canale

Note:

[1] Del resto, egli scrive molto chiaramente – e con ragione – che il ricorso all’indebitamento è la strategia dei Governi che vogliono mantenere livelli di spesa alti senza scaricarne sui cittadini il costo in termini di tassazione. La sola pecca del suo ragionamento sta nel credere che un andazzo del genere possa proseguire all’infinito, che il debito sia finanziabile senza limiti; ma questa possibilità esiste se, e nella misura in cui, il produttore di cartamoneta noto come “Banca centrale” ha titolo e, soprattutto, volontà per ricoprire, appunto, il ruolo di finanziatore con fondi illimitati e rinnovati in perpetuo, detto eufemisticamente lender of last resort. Senonché, perfino la Federal Reserve deve tener conto dei rischi di inflazione e, quindi, limitare, in qualche modo, i propri interventi… sicchè il gioco assomiglia sempre più ad un esercizio di equilibrismo acrobatico sul filo che si assottiglia.

[2] Così come il problema centrale dell’economia, e delle scienze sociali in genere, è lo studio dell’ordine spontaneo, studio semplicemente eluso da Smith con la «metafora misticheggiante» della “mano invisibile”.

[3] A onor del vero, il significato originario del termine capitale (< caput) si riferisce effettivamente alle somme di denaro e, precisamente, alla capitalizzazione, al loro far da “base” per il computo degli interessi. Ma poi l’uso del termine si è evoluto, proprio per rispecchiare il fatto che il denaro, di per sé, non rende nulla, che solo una finzione giuridica porta a qualificarlo “bene fruttifero”: perché renda, va impiegato; e impiegarlo significa spenderlo. “Capitale” diventerà, dunque, ciò che ho acquistato con la somma presa in prestito, il complesso di beni grazie a cui conto di pagare gli interessi che andranno a maturare su quella stessa somma. Se, oggi, l’evoluzione del linguaggio segue il percorso inverso, forse si è perso di vista il fatto che la moneta non è un bene di produzione.

[4] Perché potrebbe anche trattarsi della sommatoria dei prezzi di mercato per la (ri)vendita di ciascuno dei singoli beni, in un dato momento; ma non è questa la sede per parlarne.

[5] Espone anche a rischi diversi: le banche non hanno mai, né possono avere, i soldi necessari per ripagare tutti i correntisti (perché operano a riserva frazionaria); lo stesso vale per i titoli finanziari, è materialmente impossibile comprarli tutti, nel momento in cui gli investitori fuggono in massa, perché la moneta fisica prestata è stata moltiplicata grazie all'”effetto-leva”. Per questo esistono sempre i rischi di corse agli sportelli o di crisi finanziarie. Rischi che il capitale aziendale, in sé e per sé, non presenta.

[6] E tuttavia, proprio questa sembra l’impostazione alla base degli IAS/IFRS, i princìpi contabili internazionali.

[7] Anche di più, se parte dei prestiti è concessa in forma di fido, perché allora la banca può contar sul fatto che una parte di questo credito resterà inutilizzata.

[8] O da nuovi depositi, perché l’aumento del reddito potrebbe, con buona probabilità, prendere anche quella via.

[9] Un vantaggio offerto dai mercati finanziari è, in teoria, la maggior facilità di cedere il titolo, rispetto ad un normale contratto bancario; ed è senz’altro questa la ragione per cui le banche USA, dopo aver concesso i mutui subprime, li “cartolarizzavano”, incorporandoli in titoli per rivenderli sul mercato finanziario, sbarazzandosi del rischio. Ma si può vendere solo se qualcuno vuol comprare: quando tutti si vogliono sbarazzare della merce avariata (per l’ottima ragione che i mutuatari insolventi sono in aumento e nessuno riesce a capire quanto rischino i detentori del singolo titolo, progettato apposta per occultare questo genere di informazioni), non resta che sperare nel Governo, nella Banca centrale, o in tutti e due. E infatti…

[10] Eventualità non impossibile, se si considera che i crediti insoluti delle imprese verso la P.A. sono stimati in circa settanta miliardi.