“Ad un gigante l’abito di un nano”: i problemi giuridici dell’unificazione secondo Gianfranco Miglio

Ricorrenze italiane, il 1961

 

Generalmente, le celebrazioni avvengono a blocchi di 50 anni. Stranamente, un lasso di tempo che dovrebbe essere significativo, i 25 anni, perché rappresenta una generazione, viene spesso dimenticato, a favore dei dieci o dei venti anni, e naturalmente del secolo, o del mezzo secolo, cifre considerate più “tonde”. Il cinquantesimo anniversario dell’Italia unita, nel 1911, viene adeguatamente celebrato, con relativa cerimonia torinese il 17 marzo. Ma, come ha dimostrato di recente Emilio Gentile, in Né Stato né nazione. Italiani senza meta [1], si tratta di un centenario estremamente controverso, già allora. I cattolici dichiarano il 17 marzo giorno di lutto nazionale. I repubblicani, eredi distratti e incerti di Mazzini, vedevano la tragedia dell’Italia nell’essere una monarchia, i socialisti, gramsciani, vedevano nel Risorgimento una “rivoluzione mancata”, come del resto, anche dal punto di vista socialista, esso era davvero, e dunque gran parte dell’opinione pubblica italiana del 1911, in questo supportata dai lamenti di Croce (sulla mancanza di unità sociale in Italia), e di altri intellettuali come Giovanni Amendola, che dichiarava chiaramente, su La Voce, che “L’Italia come oggi è non ci piace”. 600.000 morti e 2 milioni di feriti, questo il bilancio della Prima Guerra Mondiale, da parte italiana, non forgiarono la nazione sperata, ma anzi ne esasperarono le lacerazioni, creando una nuova classe di spodestati, ufficiali e sottoufficiali, che costituirono la base per la dittatura fascista. Dove regionalismi anche solo moderati, si pensi al sardismo certo non indipendentista di Emilio Lussu, la “Irlanda veneta” del 1920-22, vennero fatti tacere con la violenza, la stessa violenza applicata ai vecchi repubblicani e ai nuovi socialisti. E dove si venne a creare un’altra Italia, un’ennesima Italia, virtualmente e poi apertamente anti-italiana, proprio nei territori finalmente “redenti”, il Trentino e l’Aldo Adige.

Ma se dal 1911 passiamo al 1961, possiamo, in numerose istanze, osservare che le medesime problematiche del 1911 riemergono, spesso ancora intatte, in una ricorrenza importante in assoluto, il primo centenario, e anche relativamente al tema del mio saggio, il pensiero di Gianfranco Miglio [2].

Infatti, proprio nell’ambito delle celebrazioni del 1961, abbiamo uno dei primi interventi di Miglio, proprio sulla giustizia amministrativa nel neonato Regno d’Italia, intervento su cui mi soffermerò in questo paragrafo [3].

Le celebrazioni del 1961 hanno un significato straordinario: l’Italia veniva fuori dalla pagina spaventosa del governo Tambroni, un accenno di guerra civile ha luogo con i fatti di Genova, del 30 giugno 1960 e l’Italia si ritrova in un fronte di instabilità ampiamente previsto, o quantomeno prevedibile, anche se non in tutte le sue possibili conseguenze. Le celebrazioni, in tono minore, ebbero luogo durante il III governo Fanfani (26 luglio 1960-21 febbraio 1962), un governo durato un anno e mezzo, un anno complicato, anche e soprattutto politicamente, dall’emergere del partito socialista e comunista e dalla rifondazione che si stava dando il movimento neofascista, ormai chiaramente escludo da un ruolo politico decisivo, e, dopo i fatti di Genova, costretto a ripensarsi ab imis fundamentis. In una straordinaria, salutare eclisse della destra fascista, o storica, italiana, le celebrazioni del 1961 lasciarono spazio a diverse posizioni anti-unitarie. Se dunque passiamo da una visione generale – che data la natura e gli scopi del mio testo è necessariamente frammentaria – ad una visione particolarissima, possiamo vedere, in un semplice ciclo di lezioni presso l’Università Cattolica di Milano, una piccola cartina di tornasole del disagio, già avvertibile allora, verso la mera “celebrazione” dell’Italia unita. Il volumetto, assai modesto in pagine, che nacque da queste lezioni, rappresenta in realtà un momento importantissimo nella storia dell’autocoscienza italiana. Dal punto di vista degli studi su Miglio, abbiamo i suoi primi chiari pronunciamenti critici verso l’unificazione amministrativa dell’Italia unita; dal punto di vista generale, abbiamo la dichiarata presa di coscienza dell’insoddisfazione per il modello italiano da parte di un sicuro centralista, come Ettore Passerin d’Entrèves (1914-1990). E proprio da Passerin occorre partire, prima di analizzare lo scritto di Miglio [4],

All’inizio del suo saggio, che apre la raccolta, e si intitola “L’unificazione d’Italia e gli obiettivi delle forze politiche interne e dei maggiori Paesi d’Europa”, lo storico torinese approdato in Cattolica proprio nel 1961, per rimanervi solo 4 anni (farà rientro a Torino nel 1965 a Giurisprudenza, nel 1969 nella neonata Facoltà di Scienze Politiche), dopo tredici anni a Pisa, procede proprio dal constatare quali e quanti siano i protagonisti della “opposizione antiunitaria”:

Le pungenti formule polemiche messe innanzi nel 1860-1861 dall’opposizione antiunitaria – un’opposizione poco efficiente, ma varia e ricca di motivi, poichè si passa dal radicalismo democratico-repubblicano e dal federalismo del Cattaneo al guelfismo legittimistico di certi patrioti cattolici – ci serviranno quasi in via pregiudiziale ad inquadrare il problema dell’unificazione italiana, che si presenta ancor oggi come uno dei più interessanti fra quelli che si incontrano nella storia moderna. Il problema storiografico, visto attraverso queste testimonianze polemiche, si ripropone come problema storico attuale: ed in fondo è un problema vivo anche in tal senso, perché non pare se ne siano esaurite le implicazioni, nel breve giro di un secolo [5].

Di grande interesse l’incipit dello storico torinese. Nel 1961 sono presenti le stesse tensioni antiunitarie del 1861; non siamo in una situazione in cui affiorino vere e proprie istanze indipendentistiche, ma il tradizionale federalismo di Cattaneo, che singolarmente Passerin pone “all’estrema sinistra”, non sinistra politica, ma sinistra intesa come radicale contestazione delle scelte centralistiche (!), viene richiamato subito, come istanza potenzialmente distruttiva, ancorché affatto laica ed in essenza liberale. Certamente all’amico Miglio le parole di Passerin che seguono, sulla distruzione di una delle “risorse di una splendida intelligenza”, incapace, come vero del resto, di “trovare sufficiente presa al di fuori di ristretti gruppi di còlti”, avranno fatto piacere [6]. Ugualmente, Passerin intuiva il peso (anche futuro) del legittimismo guelfo, superiore anche a quello del repubblicanesimo mazziniano  o del socialismo (entrambe istanze fallite nel Risorgimento centralista, monarchico ed essenzialmente liberal-borghese), ma riconosceva alcuni aspetti negativi dell’unificazione, che mostravano bene come, almeno in quel volume e all’interno di un ambiente (potenzialmente) neoguelfo come la Cattolica, la critica all’unificazione potesse essere accolta, discussa, e accettata, come il (giovane) Miglio comincerà a fare proprio in questo volume:

L’unificazione assumeva dunque l’aspetto di una rottura rivoluzionaria, e non soltanto agli occhi di coloro che decisamente l’avversavano, come gli scrittori della Civiltà cattolica. Resta a noi di definire più serenamente gli aspetti positivi e negativi di questa “rivoluzione dell’unità”. Negativo appare, per certi aspetti, il modo dell’unificazione, cioè l’impronta autoritaria che le fu impressa per l’urgenza degli eventi e per la forma mentis di alcuni degli uomini che la realizzarono. Negativo appare inoltre l’inaridirsi di forme di vita, di tradizioni culturali, di autonomie politiche locali che accompagnarono o seguirono l’unificazione [7].

Queste parole, scritte da uno storico certamente non sospetto di sentimenti o posizioni antiunitarie, aprono in un certo senso il discorso che un giurista (prima di tutto) come Miglio farà nel suo contributo, considerando che questi avrebbe declinato in “sistemi giuridici locali” quel che uno storico, pur non alieno da profonde nozioni giuridiche, chiamava “tradizioni culturali” e “autonomie politiche locali”. In ogni caso, il saggio di Passerin, bilanciato e forse troppo ottimista, alla fine, sul fatto che il Parlamento neonato dell’Italia unita avrebbe operato come il Parlamento inglese in funzione dal 1688 (ma per questo rimando al Martucci da me citato prima, che illustra bene come in realtà i primi parlamenti italiani funzionassero, anche prima della morte di Cavour) [8], apre un volume che mostra bene come non sempre gli scritti celebrativi abiurino alla critica, anche radicale, di quel che dovrebbero celebrare – soprattutto se provengono da libere aule universitarie.

Miglio, innanzi tutto, ci offre una precisazione metodologica, e in senso ampio ideologica, che mostra bene qual fosse, nelle cose di scienza, il suo atteggiamento di fondo; e mostra anche bene come sia falsa l’idea che attribuisce in ogni caso connotati negativi alla storia come “revisione”, ma altrettanto falsa sia quella che loda ogni revisionismo. Il senso di continua provvisorietà del lavoro dello storico è data da uno scienziato della politica, che era nato come storico del diritto pubblico e in particolar modo internazionale [9]:

Questa improvvisa alluvione [di scritti sull’Unità, n.m.], ha arricchito le acque di una vena finora tenue della storiografia speciale: vale a dire della “storia amministratriva” applicata appunto al fenomeno unitario. In verità l’interesse per tale aspetto delle vicende dalle quali nacque lo Stato nazionale costituisce uno dei tratti salienti di quella “revisione” della storia risorgimentale cui già, con vario atteggiamento, si sono riferiti i colleghi che mi hanno preceduto in questo banco.

E in proposito dirò subito che, a mio parere, le polemiche, ancorché garbate, che si intrecciano a proposito del significato metodologico di tale “revisione” sono tutte più o meno male impostate, e, in ultima istanza, superflue. Hanno torto infatti coloro i quali considerano con sospetto ogni tentativo di aggiornare l’interpretazione tradizionale del cosidetto “Risorgimento”, e si atteggiano a custodi di una verità intangibile; ma hanno torto anche coloro che si attendono dalla “revisione” ormai in atto, l’acquisizione di una verità altrettanto definitiva: agli uni e agli altri bisogna ricordare che la nostra storiografia continuerà ad essere vitale, se i nostri interessi di uomini di pensiero e di ricercatori continueranno ad essere desti, la “revisione” non avrà mai fine, le “verità” nuove che oggi ci sembra di intravvedere, saranno presto a loro volta superate, e l’interpretazione della genesi dello Stato nazionale continuerà a mutare col mutare delle generazioni e del loro panorama spirituale [10].

Parole profetiche per quanto è avvenuto, in tutt’altro clima spirituale, economico e socio-politico rispetto al 1961, nel 2011, ma parole che hanno un significato assoluto per quel che riguarda il “compito infinito” per dirla con Friedrich Schlegel, della ricerca storiografica: che deve essere sempre “revisione”, per non essere o mera ripetizione, o erudizione vacua.

Miglio comincia la sua analisi del problema dell’unificazione amministrativa invocando l’opera di storici dell’economia e della società, ma solo parzialmente o per nulla del diritto, che negli anni intorno al 1961 avevano fornito studi imparziali e critici sul movimento risorgimentale. Sono studi che non hanno mancato di influenzare due generazioni di storici. Il primo, di Alberto Caracciolo. Il secondo, di Ernesto Ragionieri. Miglio cita anche una “acuta conferenza” di Nicola Jaeger, per la quale tuttavia non dà ulteriori riferimenti bibliografici [11].

La disamina del libro di Caracciolo (1926-2002) offre a Miglio un ottimo incipit per i suoi ragionamenti. Indubbiamente, Caracciolo aveva ragione nel definire lo iato tra “società civile” e “Stato” nel primo periodo unitario, mettendo in luce come tutte le evoluzioni associazionistiche, liberali, del Piemonte pre-unificazione, siano in qualche modo scomparse nel decennio successivo al 1861. Ma proprio nella visione positiva della borghesia settentrionale che avrebbe avuto Caracciolo, rispetto alla sua controparte, quasi inesistente, al Sud, Miglio vede un limite grave all’interpretazione; infatti proprio la borghesia sabauda sembra poi compiacersi del nuovo assetto dello Stato italiano: “proprio la borghesia settentrionale fu la prima ad intendersi con l’amministrazione pubblica centrale e a preferire il comodo controllo diretto di quest’ultima alla scomoda ‘resistenza’ organizzata nelle mitiche istituzioni ‘autonome’”. Insomma, non esisteva, per Miglio, una base per il futuro buon andamento amministrativo, e non solo amministrativo, dello Stato italiano, in quella borghesia sabauda esaltata da Caracciolo [12].

Maggiore credito Miglio riserva ad Ernesto Ragionieri (1926-1975), lo storico marxista le cui opere, anche e proprio la trilogia del 1969 sull’unità d’Italia, andrebbero rilette con attenzione [13]. In questo caso, Ragionieri, in suo studio, aveva ritenuto cruciale per capire l’andamento amministrativo italiano dopo l’unificazione lo studio del ceto prefettizio, rendendosi conto della pericolosità delle statistiche sulla composizione regionale dell’alta burocrazia italiana compilate da Francesco Saverio Nitti (su cui invece per Miglio si era ingannato proprio Caracciolo), ma, per Miglio, misconoscendo l’importanza, con un “errore di prospettiva”, dei disegni di Legge Minghetti del 1860-1861: un punto di forza del pensiero di Miglio, la lode per l’abortita riforma Minghetti (che apre le porte ad ogni altro fallimento successivo), tema su cui il pensatore ricorre spesso, con il medesimo argomentare espresso qui:

Ma un errore di prospettiva bisogna contestare all’Autore, là dove (p. 485) sottovaluta la portata innovatrice e la spinta verso l’autonomia dei Disegni di legge Minghetti del 1860-1861; come altri ha frattanto dimostrato, il Progetto relativo alle Regioni, e quello concernente i Consorzi, se fossero stati accolti avrebbero profondamente trasformato ed influenzato in senso liberale tutto il nostro assetto amministrativo, perché sul piano tecnico si trattava di decentramento spinto fino al limite del “federalismo” [14].

Non sono tuttavia le opere di storici sociali e politici che interessano soprattutto Miglio. Qui, e siamo nell’ambito di letture fondamentali per tutte le sue future posizioni sull’unificazione amministrativa, Miglio si sofferma soprattutto su due storici del diritto e giuristi, Carlo Ghisalberti (1929-) e Adriana Petracchi (1936-1999). Le opere principali di Carlo Ghisalberti dovevano ancora comparire, nel 1962 [15].

Cominciamo da Ghisalberti. La critica allo studioso romano, allora giovanissimo, si appunta su questioni di interpretazione e metodo fondamentali, perché delineano non solo la futura radicale differenza di percorso dei due studiosi, ma proprio il pensiero di Miglio rispetto all’unificazione amministrativa, che ruota intorno alla legge 20 marzo 1865. Entrambi concordano, almeno allora, sulla “fretta” con cui il processo di unificazione amministrativa è stato condotto dal governo; il fatto che la legge 20 marzo subisse un’accelerata approvazione con varo diretto del governo viene stigmatizzato da entrambi. Ghisalberti vede proprio in questo varo precipitoso e autoritario, completamente ignaro dell’opinione pubblica probabilmente contraria, l’origine del futuro risentimento di lungo termine e la polemica, giusto le parole di Miglio, “contro la pretesa ‘piemontesizzazione’ del nuovo assetto amministrativo nazionale”[16].

Ora, nella critica a Ghisalberti si presenta, in nuce, come ho detto, tutto il Miglio critico dell’unificazione amministrativa fino alla morte. Ghisalberti sosteneva (e sempre sosterrà) il fatto che gli ordinamenti sabaudi imposti in tutta l’Italia conquistata non differivano se non di poco da quelli presenti in tutti quegli stati, in quanto tutti quegli ordinamenti “erano stati resi pressocchè omogenei dal comune influsso delle riforme napoleoniche” (c.m). Ebbene, proprio qui Miglio attacca fieramente il giovane collega. E’ bene dunque riportare per intiero il passo:

A queste tesi vanno opposte due riserve fondamentali. In primo luogo il Piemonte – i cui ordinamenti o vennero puramente e semplicemente estesi a tutto il Regno (come per la Legge comunale e provinciale), oppure costituirono il nucleo di gran lunga essenziale del nuovo assetto unitario – fu proprio, di tutti i grandi Stati pre-nazionali, quello che più tardi e contro-voglia [sic] ripristinò le innovazioni franco-napoleoniche. Non solo ma – come dirò più avanti – nell’ordinamento unitario vennero trasfuse particolarità ed istituzioni che si qualificano come esclusivamente piemontesi, come peculiari prodotti dell’esperienza subalpina.

La seconda riserva investe in generale il metodo seguito da Ghisalberti. Non si può attribuire un significato particolare all’affinità delle istituzioni di due o più Stati, senza calcolare prima il grado di tale affinità su di un cànone [sic] più ampio. Così, per esempio, il fatto che durante l’antico regime esistessero Corti di controllo contabile tanto nel Regno Sardo come in quello di Napoli, come nello Stato della Chiesa, non prova nulla circa l’attitudine di quegli Stati ad accettare ad un certo punto una struttura istituzionale comune: perché “Corti dei Conti” esistevano un po’ dappertutto durante l’assolutismo barocco e le analogie notate fra quegli Stati italiani non erano che un aspetto della più generale uniformità istituzionale europea del tempo.

La stessa osservazione vale anche, almeno in buona parte, a proposito dell’influsso franco-napoleonico, il quale, come è noto, investì praticamente le istituzioni di tutta l’Europa ottocentesca. Se questo grado di omogeneità viene stimato sufficiente a spiegare l’attitudine di due Stati ad accettare un ordinamento comune, allora bisogna riconoscere che pressocché tutti gli Stati dell’Europa centro-occidentale, in quel torno di tempo, erano pronti a fondersi in un’unica comunità politica [c.m.].

La verità è che, nello stimare la peculiarità dei singoli ordinamenti e nel calcolarne il grado di resistenza ad eventuali processi di uniformazione, bisogna badare non ai lineamenti “generali” delle istituzioni – quasi sempre abbastanza omogenei – ma piuttosto agli aspetti “particolari”, solo apparentemente di valore secondario: perché proprio in questi ultimi, infatti, si esprime spesso l’originalità di un dato ordinamento; e soltanto con questo metodo si giunge a capire che cosa gli uomini del tempo considerassero peculiarità irrinunciabile delle proprie istituzioni [c.m.] [17].

Se Carlo Ghisalberti aveva appena superato la trentina, una giovanissima studiosa, allora di appena 26 anni, Adriana Petracchi, viene discussa alla fine del saggio di Miglio, ed in particolare, viene analizzata la monumentale ricerca della studiosa di Varese, che si conquista qui un elogio di quelli destinati a segnare positivamente una carriera: “ i tre grossi volumi di Adriana Petracchi […] danno finalmente un’idea di come vada concepita e condotta, con moderno metodo scientifico, la storia delle istituzioni nel ramo speciale degli ordinamenti amministrativi”[18].

La studiosa fornisce a Miglio le prove di quanto egli stesso stava elaborando, attraverso un acuto studio del diritto amministrativo sabaudo. La prima: una strettissima “dipendenza dell’ordinamento comunale e provinciale italiano da quello piemontese”:

L’uno deriva dall’altro non solo per l’ispirazione e per la struttura fondamentale, ma anche (si veda ad esempio la distinzione delle spese municipali in obbligatorie e facoltative) per talune accidentali e pur tenaci sopravvivenze storiche; la constatazione è ora così evidente, così palmare, che non potrà non riflettersi su tutta la questione dell’impronta “piemontese” ricevuta dal nuovo Stato nazionale [19].

La ricerca della Petracchi tocca poi un tema che sarà sempre caro a Miglio – nemico delle Province e dei Prefetti tanto quanto Luigi Einaudi, e su basi teoriche parzialmente affini – ovvero proprio l’ordinamento provinciale dato dal Piemonte sabaudo all’Italia intiera, ordinamento che poi si estende, tragicamente, anche alla nuova unità amministrativa chiamata “regione”, che “si palesa anch’essa creazione piemontese, strumento pacatamente preparato dai tecnici subalpini dell’amministrazione pubblica per adeguare quest’ultima alle dilatate dimensioni del grande regno”[20].

Le conclusioni della Petracchi, sottoscritte in toto da Miglio: il fallimento dei quattro disegni del Minghetti fanno tutt’uno, nel preparare il fallimento dell’unificazione amministrativa italiana, con l’impreparazione tecnica dei sabaudi, derivata “dall’esiguità e dalla scarsa autorità della contemporanea dottrina amministrativa italiana”[21] (in paragone ad esempio a quella austriaca, credo). A riprova di questo, Miglio, citando la Petracchi, fa notare, cosa davvero da portare i brividi, che tutte le grandi leggi di riordino amministrativo, del 1848, del 1859, e quella fondamentale, e l’unica post-unitaria, del 1865, non sono prodotti parlamentari, ma furono “tutte varate dal Governo con decreti e leggi delegate”[22].

Dopo essersi confrontato con storici e giuristi, giovani o affermati, ma per la più parte molto giovani, e per nulla intenti a “celebrare” semplicemente i cent’anni di Stato italiano, come molti altri faranno, più o meno acriticamente, in quel torno decisivo di anni [23], Gianfranco Miglio chiude questo suo primo denso contributo sull’unificazione amministrativa, ma alla fine sull’unificazione tout court, con un’osservazione tutta sua, fondamentale, poi variamente sviluppata fino alla fine.

Tale osservazione riguarda un punto essenziale, “l’intima contraddizione […] che contrapponeva le esigenze dell’unificazione ‘nazionale’ a quelle della creazione di uno Stato costituzionale”. A questa conclusione Miglio giunge non solo dopo aver esaminato attentamente la letteratura che qui cita, e verosimilmente molta altra qui non citata, ma vi giunge in un processo di maturazione intellettuale personale straordinario, mostrando una perspicacia e maturità di giudizio notevole (Miglio aveva allora da poco passato la quarantina), ma soprattutto, facendo venire al pettine un nodo gordiano, davvero, nella storia dell’Italia unificata. Dove si nota l’antitesi cruciale di cui parla Miglio: “in tre punti decisivi”:

In primo luogo là dove, alla necessità  pratica e squisitamente “politica” di riconoscere e conservare i particolarismi geo-storici, si opposero l’illuministico, tardivo, dogmatico ed esasperato rispetto per il principio di eguaglianza e l’infantile “furore livellatore” che ne derivò. In secondo luogo nel contrasto tra il bisogno di conservare ed organizzare sostanziali autonomie locali, e l’opposta tendenza (che prevalse) a confinare queste ultime sul piano puramente “amministrativo” sottoponendole altresì a rigidi controlli, come corollario dell’ideologia la quale voleva egemonico il potere legislativo unitario e declassata a mera funzione “esecutiva” ogni altra subordinata autorità. Infine nell’urto fra l’opportunità di lasciare aperta e facile via a graduali assestamenti e a progressive riforme, e il bigotto rigore con cui si applicò dovunque il principio “rappresentativo”, consolidando e consacrando conseguentemente gli interessi attuali e transitori e legando le mani allo Stato proprio nella sua missione fondamentale di protettore degli interessi latenti e futuri, cioè dell’interesse generale della comunità [24].

E qui dunque Miglio intraprende quella via che lo allontana non solo dagli autori presenti in questo esiguo ma significativo volumetto, ma anche dal coro degli scienziati politici e storici delle dottrine politiche italiane, portandolo a percorrere una via coerentemente, e scientificamente, battuta ma prima ancora tracciata proprio da lui, e solo da lui. Le ultime righe del saggio, dicono tutto:

Queste contraddizioni avrebbero messo a dura prova anche una classe politica affinata ed agguerrita da una lunga tradizione tecnico-scientifica: era logico che dovessero sopraffare gli improvvisati artefici dell’unificazione italiana rendendo imperfetta e in fondo sostanzialmente illusoria la loro opera [c.m] [25].

Paolo Luca Bernardini

Note:  

[1] Roma, Laterza, 2010.

[2] Sull’importanza del 1961 come spartiacque nella storia italiana, tra gli altri, si è soffermato Paolo Bagnoli, L’idea dell’Italia 1815-1961, Reggio Emilia, Diabasis, 2007.

[3] Gianfranco Miglio, “Gli studî di storia amministrativa. Gli aspetti amministrativi dell’unificazione nazionale”, in Archivio dell’Istituto per la Scienza dell’amministrazione pubblica, 2 (1962) pp. 1217-1238. Il testo viene ripreso nel volumetto citato nella nota successiva.

[4] Il volume La formazione dello Stato unitario, Milano, Vita e Pensiero, uscì nel maggio 1963, dunque ad una certa distanza dalle celebrazioni. Oltre allo scritto di Miglio, “L’unificazione amministrativa” (pp. 71-92), comprendeva anche una presentazione di Francesco Vito, allora Rettore della Cattolica, e, oltre a Ettore Passerin d’Entréves, scritti di Mario Romani, Antonio Petino (entrambi ordinari di storia economica, il primo alla Cattolica, il secondo a Catania), e di Rosario Romeo. Da notare che il titolo di questo volumetto venne ripreso da Nicola Raponi, che nel 1993 curò con questo titolo appunto una raccolta di scritti del maestro (Ettore Passerin d’Entréves, La formazione dello stato unitario, Roma, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, 1993).

[5] Ivi, p. 1.

[6] Ivi, p. 2.

[7] Ivi, p. 4.

[8] Ivi, p. 31. Purtroppo, in effetti, almeno per chi scrive, con buona pace di Passerin D’Entrèves, il parlamento italiano ha operato per 150 anni riunendo “profeti e sacerdoti di una nuova ed oppressiva chiesa politica”.

[9] Vale la pena di ricordare che il primo lavoro sostanziale di Miglio fu una dissertazione sul diritto di neutralità nel Settecento, La controversia sui limiti del commercio neutrale tra Giovanni Lampredi e Ferdinando Galiani, Milano, ISPI, 1942, ripubblicata da Aragno, Torino, 2009; ricordo, a titolo personale, che il primo incontro con l’opera di Miglio è avvenuto, per me, proprio in relazione al diritto dei neutri, sviluppato, sulla base dell’ancor fondamentale lavoro di Miglio, in Paolo L. Bernardini, “Arte di governo e diritto di neutralità nel tardo giusnaturalismo tedesco. A proposito della traduzione del Galiani ‘politico’ in Germania’”, in Federica La Manna, a cura di, ‘Commercium’. La circolazione della cultura in area italiana e germanica nel XVIII secolo, Firenze, Olschki, 2000, pp.234-259.

[10] Ivi, p. 71s.

[11] Ivi, p. 73. Purtroppo non sono riuscito a reperire il testo pubblicato dello scritto del grande civilista e giudice delle Corte costituzionale pisano (1903-1975). Si tratta di una conferenza tenuta il 27 marzo 1961 in occasione della costituzione della “Fondazione italiana per la storia amministrativa”, con il titolo Unità d’Italia e fusione degli Italiani. L’importanza di questa conferenza appare chiaro ove Miglio (pp. 86s) ne riassume i contenuti: “In tale meditato contributo l’Autore infatti affronta e porta a termine, con l’ausilio della sua esperienza di processualista, due ‘verifiche’, tecnicamente molto difficili ma ormai indispensabili e decisive: innanzi tutto, valendosi di opportuni confronti con le esperienze straniere parallele, misura, per così dire, il ritmo con cui venne effettuata la unificazione amministrativa italiana, e ne dimostra per la prima volta l’eccezionale celerità; in secondo luogo accerta entro quali limiti all’imposizione di una legislazione e di una organizzazione formalmente uniformi corrispose una prassi egualmente omogenea.

Le conclusioni, sebbene avanzate con responsabile cautela, appaiono oltremodo importanti: l’unificazione amministrativa che accompagnò la fondazione del Regno nazionale, valutata su di un metro europeo, fu precipitosa come nessun’altra; non solo, ma si unificarono norme e ordinamenti che sarebbe stato logico lasciare molteplici, e si lasciarono sussistere particolarismi legislativi che si sarebbere dovuti invece rapidamente uniformare; infine, le profonde differenze naturali e peculiarità tradizionali presero la loro rivincita sull’unità superficialmente imposta, ed a norme formalmente identiche corrisposero ben presto interpretazioni ed applicazioni intimamente differenziate: volendosi governare il Paese con ordinamenti uniformi, bisognò tollerare che le stesse leggi avessero applicazioni e significati differenti, e che l’unità diventasse, sotto un certo profilo, una elegante finzione.”

[12] Alberto Caracciolo, Stato e società civile. Problemi dell’unificazione italiana, Torino, Einaudi, 1960. Da leggere, dal punto di vista della storia della storiografia, congiuntamente con Id, Il Parlamento nella formazione del regno d’Italia, Milano, Giuffrè, 1960. Cui qui Miglio non fa riferimento.

[13] In particolare la cura di Italia giudicata. 1861-1945, Torino, Einaudi, 1969, 3 volumi.

[14] Ivi, p. 78. Il saggio di Ragionieri cui fa riferimento Miglio è  “Politica e amministrazione nello Stato unitario”, in Studi storici, 1, 1959-1960, pp. 472-512.

[15] Mi riferisco, per questo nostro tema in particolare, a Carlo Ghisalberti, Stato e costituzione nel Risorgimento, Milano, Giuffrè, 1972; Storia costituzionale d’Italia, 1849-1848, Roma-Bari, Laterza, 1974; Unità nazionale e unificazione giuridica. La codificazione del diritto nel Risorgimento, Roma-Bari, Laterza, 1979. Come è noto, le posizioni dei due eminenti studiosi saranno destinate a scontrarsi spesso, e radicalmente.

[16] Ivi, p. 80. Lo studio di Ghisalberti cui si riferisce Miglio è “L’unificazione amministrativa del Regno d’Italia”, in Problemi della pubblica amministrazione, 2, 1961, II, pp. 49-58.

[17] Ivi, pp. 82s.

[18] Ivi, p. 87. Adriana Petracchi, Le origini dell’ordinamento comunale e provinciale italiano. Storia della legislazione piemontese sugli enti locali dalla fine dell’antico regime al chiudersi dell’età cavouriana (1770-1861), 3 voll., Venezia, Pubblicazioni dell’Istituto per la Scienza dell’Amministrazione Pubblica, 1962.

[19] Ivi, pp. 87s.

[20] Ivi, p. 89.

[21] Ibidem.

[22] Ivi, p. 90.

[23] Ad esempio Luigi Salvatorelli, Pensiero e azione nel Risorgimento, Torino, Einaudi, 1963.

[24] Ivi, pp. 91s.

[25] Ivi, p. 92.