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Source link: http://vonmises.it/2013/01/18/international-accounting-standards-e-ciclo-economico-austriaco-considerazioni/

International Accounting Standards e ciclo economico austriaco: considerazioni

venerdì, gennaio 18, 2013 di Jesus Huerta de Soto tradotto da Guido Ferro Canale

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Non dobbiamo scordare che un elemento centrale del recente periodo di espansione artificiale è stata una graduale corruzione, nel continente americano così come in Europa, dei principi tradizionali della contabilità qual è stata praticata per secoli in tutto il mondo.

Per la precisione, la scelta di accettare gli International Accounting Standards (IAS) e il loro recepimento legislativo in diversi Paesi (in Spagna, tramite il nuovo Schema Generale di Bilancio, in vigore dal 1 Gennaio 2008) hanno comportato l’abbandono del tradizionale principio della prudenza e la sua sostituzione con il principio del fair value nella stima del valore delle attività, specialmente finanziarie. In quest’abbandono del tradizionale principio della prudenza, un ruolo di primo piano è stato giocato da intermediari, banche d’investimento (che ora sono in via d’estinzione) e, in generale, da tutte le parti interessate a “gonfiare” i valori di libro per renderli più vicini a valori del mercato azionario, asseritamente più “obiettivi”, che, nel passato, sono cresciuti di continuo, in un processo economico di euforia finanziaria.

In realtà, durante gli anni della “bolla speculativa”, questo processo è stato contraddistinto da un circolo vizioso: i valori in ascesa del mercato azionario venivano immediatamente registrati nel libri e, a quel punto, tali scritture contabili erano sfruttate per giustificare ulteriori incrementi artificiosi nei prezzi delle attività finanziarie quotate sul mercato.

In questa folle corsa ad abbandonare i princìpi contabili tradizionali e a rimpiazzarli con altri più “al passo coi tempi”, è diventato normale valutare  società basate su ipotesi non ortodosse e criteri puramente soggettivi, che, nei nuovi standard, prendono il posto del solo criterio realmente oggettivo (quello del costo storico). Ora, il collasso del mercato finanziario e la generale perdita di fiducia, da parte degli operatori, nelle banche e nelle loro pratiche contabili, hanno rivelato il grave errore insito nella resa agli IAS e al loro abbandono dei princìpi contabili tradizionali fondati sulla prudenza: l’errore di indulgere ai vizi di una contabilità creativa, fondata sul fair value.

E’ in questo contesto che dobbiamo considerare le recenti misure adottate negli Stati Uniti e nell’Unione Europea per “alleviare” (leggi: eliminare in parte) l’impatto della contabilità basata sul fair value per le istituzioni finanziarie. Questo è un passo nella direzione giusta, ma insufficiente e fatto per le ragioni sbagliate. Diciamolo: i responsabili delle istituzioni finanziarie stanno cercando di chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati: cioè, quando il drammatico crollo nel valore di attività “tossiche” o “illiquide” ha messo a repentaglio la solvibilità delle loro istituzioni. Ad ogni modo, questi personaggi erano felicissimi dei nuovi IAS, durante gli anni precedenti di “esuberanza irrazionale”, in cui valori eccessivi e in continua ascesa sui mercati azionari e finanziari arricchivano i loro bilanci di cifre mirabolanti corrispondenti ai loro profitti e valori netti, cifre che a loro volta li incoraggiavano a correre rischi (o meglio, incertezze) quasi senza un solo pensiero al pericolo. Quindi, vediamo che gli IAS agiscono in modo prociclico, mettendo in risalto la volatilità e falsando le prospettive della gestione dell’impresa: in tempi di prosperità, creano un falso “effetto benessere” che induce le persone ad assumere rischi sproporzionati; quando, da un giorno all’altro, gli errori commessi vengono alla luce, la perdita di valore delle attività riduce immediatamente il capitale delle imprese, che sono obbligate a dismettere attività e tentar di ricapitalizzare nel peggior momento possibile, cioè quando le attività valgono il minimo e i mercati finanziari si prosciugano. Chiaramente, princìpi contabili che, come quelli degli IAS, si sono dimostrati capaci di tali alterazioni debbono essere abbandonati prima possibile e tutte le riforme contabili recentemente approvate, in particolare quella spagnola, che è entrata in vigore il 1 Gennaio 2008, vanno abrogate. E non solo perché queste riforme costituiscono un vicolo cieco in un periodo di crisi finanziaria e di recessione, ma soprattutto perché è vitale che, in periodi di prosperità, restiamo saldamente ancorati al principio di prudenza nelle stime, un principio che ha informato tutti i sistemi contabili dal tempo di Luca Pacioli all’inizio del quindicesimo secolo [recte sedicesimo] fino all’adozione del falso idolo degli IAS.

In sintesi, l’errore più grave della riforma della contabilità, recentemente introdotta in tutto il mondo, consiste nel cestinare secoli di esperienza contabile e di gestione delle imprese, allorché rimpiazza il principio della prudenza, come quello di rango più elevato tra tutti i princìpi contabili tradizionali, con il principio del fair value, che è semplicemente l’introduzione del volatile valor di mercato per un’intera categoria di attività, soprattutto quelle finanziarie. Questa rivoluzione copernicana è estremamente dannosa e minaccia le fondamenta stesse dell’economia di mercato, per diverse ragioni:

  • in primo luogo, violare il tradizionale principio della prudenza e richiedere che le voci di bilancio riflettano i valori di mercato significa provocare, in dipendenza dalle fasi del ciclo economico, una crescita abnorme dei valori di libro con surplus che non si sono materializzati e che, in molti casi, potrebbero non materializzarsi mai. L’artificioso “effetto benessere” che questo può produrre, specialmente durante la fase di boom di ogni ciclo economico, conduce all’allocazione di profitti fittizi (o meramente temporanei), all’assunzione di rischi sproporzionati e, in sintesi, a commettere errori imprenditoriali sistematici e a dilapidare il capitale della nazione, in danno della sua struttura produttiva sana e della sua capacità di crescita a lungo termine;
  • In secondo luogo, devo sottolineare che lo scopo della contabilità non è rispecchiare valori asseritamente “reali” (che in ogni caso sono soggettivi e che vengono determinati – e variano – giorno per giorno sui mercati corrispondenti) sotto il pretesto di ottenere una (malintesa) “trasparenza contabile”. Invece, lo scopo della contabilità è permettere la gestione prudente di ogni impresa e di prevenire il consumo del capitale, applicando standard severi di precauzioni contabili (basati sul principio della prudenza e la registrazione del costo storico o del valore di mercato: il più basso tra i due), standard che assicurano, in ogni momento, che i profitti destinati al riparto derivano da un surplus sicuro, che può essere distribuito senza pregiudicare in alcun modo la prosecuzione futura e la capitalizzazione dell’impresa;
  • Terzo, dobbiamo tenere ben presente che sul mercato non esiste alcun “prezzo di equilibrio” che una parte terza sarebbe in grado di determinare obiettivamente. Semmai è vero il contrario: i valori di mercato nascono da valutazioni soggettive e fluttuano in modo brusco, e perciò il loro uso in contabilità elimina molta della chiarezza, della sicurezza e dell’informazione che i bilanci contenevano in passato. Inoltre, la volatilità insita nei valori di mercato, soprattutto nell’arco del ciclo economico, sottrae alla contabilità basata sui “nuovi princìpi” molta della sua capacità di fungere da guida per l’azione degli amministratori e li conduce a commettere sistematicamente errori macroscopici nella gestione, errori che sono stati sul punto di provocare la più grave crisi finanziaria che abbia devastato il mondo dal 1929 a questa parte.

[J. Huerta de Soto, Money, Bank Credit and Economic Cycles, Ludwig von Mises Institute, Auburn (AL) 2009 (2nd ed.), pagg. xxii-xxv]

Traduzione di Guido Ferro Canale

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avatar poisson gennaio 20, 2013 alle 13:57

Esistono situazioni in cui la popolazione desidererebbe vivamente la costruzione di nuove strade. Il punto sta nel fatto che si soddisfi tale desiderio, ma non richiedendo una spesa da sostenere, anzi, sarebbe un buon inizio per materializzare le enormi imposte che si pagano da sempre. Invece si notano continuamente costruzioni di infrastrutture che non hanno nessun senso logico, dei veri e propri sprechi! E una nuova strada può portare sicuramente grandi benefici agli individui!

avatar Vincenzo gennaio 19, 2013 alle 07:34

Faccio una osservazione-domanda un po’ provocatoria.
Ma non è che gli IAS altro non siano che il risultato dell’idea trasformata in ideologia che solo il mercato determina il valore di qualche cosa?
Insomma, se si afferma che è solo il mercato a guidare l’imprenditore ad investire in una certa direzione, se si afferma che la costruzione di una strada da parte del settore pubblico è un malinvestimento perché nessun privato lo avrebbe mai fatto di suo, peraltro dimenticandosi che non lo farebbe perché magari non possiede gli strumenti per raccogliere gli utili, assegnare agli asset il valore di mercato di quel momento diventa una logica conseguenza.

avatar Luigi Pirri gennaio 19, 2013 alle 18:30

“…peraltro dimenticandosi che non lo farebbe perché magari non possiede gli strumenti per raccogliere gli utili”

Beh, in effetti non tutti gli imprenditori hanno Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza a disposizione! :D

A mio avviso la risposta alla tua domanda è già nell’articolo.

Il “valore di mercato”, nel senso in cui tu mi pare lo intenda, è un concetto impreciso e vago: il valore è conferito dalle scelte soggettive dei consumatori.

La questione del valore

avatar Vincenzo gennaio 20, 2013 alle 07:15

Appunto, il valore è assolutamente soggettivo, ed è quello che ho affermato (magari non si è capito molto bene).
Ma se il valore che gli individui soggettivamente danno a un certo bene è il parametro sulla base del quale si investe, è conseguenza inevitabile che gli asset debbano essere valutati al valore di mercato, cioè ad un valore mutevole nel tempo.
Giusto? sbagliato? Non lo so. Resta il fatto che se si prende una cosa si deve prendere anche l’altra perché sono le due facce della stessa medaglia.
Quanto alla questione della strada, lasciando da parte le facezie su Polizia e Carabinieri, una strada non porta benefici solo diretti a chi la usa ma anche a chi non la usa. Ad esempio, poiché una nuova strada farà calare i costi dei trasporti, i beni che arrivano su un certo mercato saranno più a buon mercato e i consumatori ne beneficeranno. Come farà chi ha costruito la strada a farsi pagare questo beneficio da loro?
Oppure chi possiede un ristorante nelle vicinanze della nuova strada vedrà incrementato il suo giro d’affari. Come farà il costruttore della strada a farsi pagare?

Quando nel mio lavoro presento una proposta ai clienti c’è sempre l’elenco dei benifici diretti quantificabili, di quelli diretti non quantificabili e di quelli indiretti. In genere, data la ristrettezza del campo, quelli diretti quantificabili, che in genere sono i soli su cui il singolo soggetto basa le sue scelte di spesa, bastano ed avanzano per giustificare il costo proposto. Nel caso di una strada i benefici diretti quantificabili e quelli indiretti sono spesso e volentieri quelli preponderanti. Ad esempio la presenza di una via di comunicazione che permette lo sbocco dei prodotti sui mercati può, nel corso degli anni, portare allo sviluppo di un’area industriale laddove prima non c’era nulla.

avatar Luigi Pirri gennaio 20, 2013 alle 08:52

Perché sarebbero “facezie”? Lo Stato dispone della forza pubblica per raccogliere i suoi proventi.

A me non sembrano “facezie”. E non lo sono per la scuola austriaca di economia.

La costruzione di una strada porta “benefici” quando i consumatori sono disposti a sostenerne i costi poiché, appunto, vi vedono dei benefici.

Quando la costruzione è imposta ex lege, non apporta benefici, ma distrugge capitale: è quello che, anche se per una vicenda diversa, spiega Bastiat ne “Il racconto della finestra rotta”: è un modo piuttosto incivile, quello della ricchezza tramite distruzione, di pensare al benessere generale.

Se, come abbiamo detto, il valore è soggettivo, quindi le scelte spettano alla libera coscienza degli individui, è difficile sostenere che la costruzione coercitiva di una strada apporti benefici.

Sicuramente, apporterà “beneficio” alla ditta appaltatrice.

avatar Guido Ferro Canale gennaio 20, 2013 alle 13:59

Caro Vincenzo, mi permetto di concentrarmi sugli aspetti non “coperti” da Luigi, le cui risposte trovo, d’altronde, sempre precise.
Anzitutto, il principio del “fair value” si applica soprattutto agli investimenti finanziari, ma non solo: IAS 40 riguarda il settore immobiliare, IAS 17 i “leases”, incluso quello che noi chiamiamo “leasing” e che è un tipico contratto d’impresa.
Ciò posto, occorre distinguere gli investimenti finanziari da quelli in immobilizzazioni: solo questi ultimi sono detti “investimenti” in macroeconomia.
Sui mercati finanziari si scambiano, essenzialmente, due cose: azioni e titoli di debito. Ebbene, il prncipio del “fair value” scardina la logica del cassettista, che valuta la bontà degli investimenti finanziari in base alla loro capacità di ripagarsi nel tempo attraverso cedole e dividendi; mi dice che se accuso una perdita *potenziale*, cioè se in quel momento il prezzo di mercato è inferiore a quello di acquisto, questa è una perdita *attuale*; dovrei, insomma, comportarmi sempre come se dovessi liquidar tutto in quel preciso istante.
Peggio ancora quando si tratti di investimenti reali: una volta comprato – o preso in leasing – un macchinario, non m’importa un accidente di come vari il suo prezzo di mercato; si tratta di un dato che andrò, eventualmente, a guardare se giudicherò – per *altre* ragioni – non più conveniente quell’investimento e vorrò dismettere il bene.
Più in generale: la Sua domanda-provocazione è esatta solo ex ante, non ex post. Il prezzo di mercato fa da riferimento quando si hanno i soldi in mano e si deve decidere come impiegarli; non quando sono già stati impiegati. Solo lo speculatore ragiona nella logica degli IAS; e tuttavia, anch’egli potrebbe, in certi casi, limitare le perdite portando i bond a scadenza. Gli IAS costituiscono un formidabile disincentivo.
Non parliamo dell’errore di assimilare alla finanza gli investimenti produttivi: qui, il mio giudizio guarderà sì ai prezzi di mercato, ma non dei beni strumentali, bensì dei prodotti finiti; e farò bene a tener d’occhio, per quanto possibile, l’intera filiera.
Infine, per quanto riguarda il Suo lavoro, mi lasci dire che ogni beneficio è quantificabile. Solo, non a priori. Si tratta di capire quanto ciascuno sarebbe disposto a pagare per ottenerlo.
Mi spiego con un esempio: il Passante di Mestre. Opera promossa a gran voce dalle associazioni imprenditoriali del Nord-Est, perchè avrebbe comportato risparmi notevoli nei costi – e nei tempi – di trasporto merci, eliminando un collo di bottiglia del sistema infrastrutturale, con i relativi ingorghi.
Già questo dovrebbe mostrare che le opere, di solito, non si fanno perchè un burocrate si sveglia al mattino e lancia freccette a caso su una cartina, ma perchè, sul territorio, qualcuno – a torto o a ragione – le prospetta come idonee a risolvere problemi e si dà da fare per la loro realizzazione.
Il Passante è una delle pochissime opere della c.d. “legge obiettivo” giunta al traguardo. Ma dopo saecula saeculorum, anni di attesa per i fondi pubblici,… e la sorpresa di un collo di bottiglia trascurato, la mancanza di una quarta corsia sulla Venezia-Trieste, che si mangia buona parte del beneficio.
Ora, immaginiamo di raccontare una storia un po’ diversa.
La Confindustria Veneto manda qualcuno che gira, impresa per impresa, a spiegare che quest’opera consentirebbe di risparmiare sui costi, invitando ciascun imprenditore a riflettere se non valga la pena scommettere qualche soldo su questo possibile risparmio: se si raccoglierà un numero sufficiente di manifestazioni di interesse, gli dice, si costituirà una società ad hoc, per progettare e realizzare l’infrastruttura; saranno emesse tot azioni, che verranno offerte a tutti gli imprenditori della zona; ciascuno potrà acquistarne quante vuole, o anche nessuno; il prezzo unitario è stimato tra X e Y. Ciascuno degli interpellati fa i propri conti e comunica un assenso di massima, magari indicando anche quanto è disposto a spendere e, quindi, prenotando un numero di azioni variabile in dipendenza dal prezzo unitario, ancora da precisare. La società viene costituita, le azioni emesse e sottoscritte; si parte.
Bisogna, anzitutto, fare in modo che il denaro raccolto generi flussi di cassa annui sufficienti a coprire i costi di gestione e, magari, anche a generare profitti, che non saranno distribuiti, ma andranno ad incrementare i mezzi disponibili. Intanto, si aprono uffici e assumono tecnici; magari qualche socio conferisce beni strumentali in natura, comunque si fa girare la voce. Partono i lavori di progettazione e, insieme, le discussioni sul territorio. Da un tracciato di massima si passa ad un vero progetto, ascoltando le esigenze di tutti, perchè i soci vivono ed operano sul territorio. Il compito può richiedere anni, ma, intanto, i fondi crescono; e si delinea anche un quadro più preciso dei costi, nonchè dei prevedibili tempi di realizzazione. Se occorrono mezzi aggiuntivi, si proporrà ai soci una relazione sullo stato dell’arte, insieme con un aumento di capitale. Infine, il progetto sarà concluso e verrà presentato agli enti incaricati dell’approvazione; i quali dovranno preoccuparsi poco di eventuali rogne politiche, perchè non si tratterà della classica grande opera calata dall’alto, ma di un progetto costruito sul territorio, chilometro dopo chilometro. L’infrastruttura viene realizzata, la società – se non ne assume la gestione – si scioglie, redistribuendo ai soci il patrimonio residuo, pro quota; e l’investimento si ripagherà con i risparmi promessi.
Tutto questo senza restare appesi come mortadelle all’aleatorietà dei fondi pubblici e, forse, semplificando perfino un po’ l’iter decisionale, senza bisogno di ricorrere a quel “débat public” che oggi passa per una panacea.
Adesso vediamo un po’ perchè le cose, di fatto, non vanno così.
I malanni sono due: l’inflazione e le tasse.
Se il Governo ci lasciasse in tasca i soldi che preleva per finanziare opere pubbliche, sapremmo farli fruttare. Ma, con l’attuale livello di pressione fiscale, alle imprese non avanza un cent.
Nel momento in cui si fa un ragionamento a medio-lungo termine, occorre tener conto delle variazioni del potere d’acquisto: l’inflazione c.d. “fisiologica” al 2% annuo corrisponde a prezzi che salgono del 21,9% in dieci anni. Ma l’indice dei prezzi, quando non rispecchi solo quelli al consumo (come il f.o.i. dell’Istat), è una media fatalmente inadeguata al settore dell’edilizia, in senso ampio, il quale è tra i più sensibili al ciclo economico. Sulla strada di una società di scopo del genere anzidetto si pongono, quindi, due mine: l’estrema aleatorietà dei costi di costruzione, la cui varianza ostacola il calcolo di convenienza; e l’esigenza di investire, medio tempore, la liquidità raccolta in modo da ottenere un ritorno reale, non solo nominale, ossia di battere l’inflazione (meglio se quella specifica del settore). Il primo elemento aggiunge un rischio, rispetto a cui gli azionisti potrebbero non accontentarsi più, come compenso, dei profitti realizzati con i fondi, qualora si decidesse che l’opera non conviene più e la società fosse sciolta. Il secondo elemento obbligherebbe a correre rischi, perchè maggiore il rischio, maggiore il rendimento. Non a caso, le grandi società si finanziano in modo opposto a quello descritto: prendono in prestito, non ne concedono.
Dateci una moneta stabile – ma per davvero, non per finta! – la deflazione naturale che conseguirebbe agl’incrementi di produttività e la logica del salvadanaio tornerà conveniente; lasciateci in tasca i soldi, anzichè spremerci come limoni, e tempo dieci anni vedrete i risultati.

avatar Guido Ferro Canale gennaio 20, 2013 alle 14:34

Mi permetto di aggiungere qualche dato sul Passante (visto che la pagina di Wikipedia mi sembra accurata). La maggior parte dei costi sarà ripagata dagli utenti in termini di sovrapedaggi:

* > 986.000.000 € il costo complessivo dell’opera IVA esclusa,

dei quali 284.000.000 € a carico dello Stato e 702.500.000 € saranno recuperati dalla riscossione dei pedaggi[16].

* 103.000.000 € per opere complementari a carico della Regione Veneto[17].
* 1200 espropri per 4 milioni di metri quadrati (€ 200.000.000).

Il valore dei terreni agricoli, grazie a un accordo con le associazioni di categoria, è stato valutato tre volte di più del VAM (Valore agricolo medio).

* 200 imprese coinvolte, 400/700 operai impiegati quotidianamente oltre ai 6.000/7.000 impiegati nell’indotto[18].

Il gestore CAV ha il compito di restituire all’ANAS le spese che ANAS stesso ha anticipato.[19]

Inoltre, quanto ai tempi, dell’opera si parla dal 1980, il primo progetto concreto è del ’90, l’apertura al traffico del 2009 (ma manca ancora qualche opera complementare).
E state tranquilli che si è giunti ad aprire i catieri grazie all’idea dei sovrapedaggi, tra l’altro da poco ritenuti legittimi dalla Corte UE (http://www.ediliziaeterritorio.ilsole24ore.com/art/infrastrutture24/2013-01-15/passante-mestre-legittimi-sovrapedaggi-125505.php?uuid=AbzeMUKH).
Ma se tanto alla fine paga il privato, non sarà meglio che lo Stato si tolga dai piedi?

avatar Vincenzo gennaio 21, 2013 alle 09:27

Con questo rispondo anche a Luigi Pirri.

Anche per me il “fair value” per me è una autentica idiozia. Ciò che nei miei commenti ho voluto affermare è che esso è ANCHE il prodotto della logica che attibuisce valore alle cose a seconda della loro quotazione, totalmente soggettiva, di mercato. In altre parole c’è una specie di eterogenesi dei fini.

Mi sono rifatto a ciò che sperimento nel mio lavoro, e dicendo questo mi collego alla questione strade, perché in 30 anni di esperienza mi sono accorto che, se ovviamente ognuno è capace di capire se un paio di scarpe costa 10 euro di più in un negozio piuttosto che in un altro, sono pochissimi coloro che sanno fare valutazioni corrette tra scelte diverse laddove essa richieda un calcolo un po’ complesso e stime del tipo “Sliding Doors”, ovvero cosa succederebbe se un certo evento si verificasse oppure no.

Potremmo dire che questa è in effetti la “capacità imprenditoriale”. Ma fare l’imprenditore anche solo 50 anni fa era cosa tutto sommato alla portata di molti: i mercati erano ristretti, si può dire che l’imprenditore conoscesse i suoi potenziali clienti uno per uno, i prodotti erano semplici, si conoscevano bene forze debolezze dei concorrenti visto che magari erano le stesse persone con cui poi la sera ci si ritrovava al bar.

Oggi la rivoluzione nei trasporti e nelle comunicazioni ha profondamente cambiato le cose. Non è forse un caso che tra fine ’800 e inizio ’900 negli USA vennero fuori i Rockfeller, i Carnegie, i J.P Morgan, gli Astor e poi i Ford e compagnia cantando mentre negli ultimi anni sono sbucati solo i Bill Gates e gli Steve Jobs.
E in Italia l’ultimo grande imprenditore venuto su dal nulla, tralasciando Berlusconi che è un caso estremamente particolare e il esordio rislae comunque a oltre 40 anni fa, è Benetton il cui successo inizia negli anni ’70-80; dopo c’è il deserto.

E’ tutto questo che poi porta ad un infilarsi sempre più forte dello stato nelle questioni economiche essendo esso ritenuto, nella testa delle persone comuni, un’entità che meglio di altri può raccogliere informazioni ed esperienze per fare una valutazione.

Il fatto che questa idea, nella pratica, si riveli del tutto infondata, nulla toglie alle premesse che la fanno nascere.

Penso che compito degli economisti sarebbe quello di prendere atto del problema, che esiste, e del fatto che la soluzione perseguita fino a oggi non funziona e poi sviluppare una serie di soluzioni laternative da proporre al dibattito e alla pubblica valutazione.

Ciò che osservo, viceversa, è una contrapposizione, se mi permette un po’ sterile, tra coloro che si rifanno a un ideale di capitalismo che certamente ha portato grandi vantaggi e grande sviluppo nel XIX secolo e coloro che si rifanno a una teoria, quella keynesiana, sviluppata negli anni ’30 del XX secolo con l’intento di affrontare la Grande Depressione, tra la’altro non essendo neanche chiarissimo se abbia effettivamente avuto successo oppure abbia semplicemente posto le basi per la guerra. In mezzo a tutto ciò sguazzano pescecani vari che hanno combinato nel neo-liberismo il peggio di entrambe le teorie.

avatar poisson gennaio 18, 2013 alle 15:29

Libro eccellente..!

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