Libertà monetaria, nonostante tutto

«Per pecuniam non immediate succurritur indigentiae vitae, sed est instrumentum artificialiter adinventum pro naturalibus divitiis levius permutandis.»

[N. Oresme, Tractatus de natura, origine, iure et mutationibus monetarum, Cap. I]

Anche in quest’orasardex di follie inflazioniste càpita, seppur troppo di rado, di imbattersi in notizie che aprono il cuore alla speranza: a me è successo inseguendo una pista di ricerca che su tutto pareva puntare, tranne che su argomenti monetari; invece, ho finito per scoprire che, proprio nell’attuale tempo di crisi, fioriscono gli esempi di alternative currency. Vedere come, nonostante tutte le violente imposizioni statal-tecnocratiche, la libertà monetaria riesca a manifestarsi e, anzi, a conquistare spazio mi ha commosso – non esagero – e indotto a sperare che, forse, non arriveremo del tutto impreparati e indifesi all’ora dell’iperinflazione.

Un po’ di teoria

Mi permetto di dare per scontato che gli utenti del sito già sappiano che “moneta” non è affatto sinonimo di “moneta a corso legale” e che abbiano almeno un’idea della sua origine storica dal baratto; del resto, queste non sono nozioni essenziali per l’argomento che vorrei trattare.

E’ e si dice moneta qualsiasi mezzo generale di scambio [1], si tratti di un bene o di un diritto. Il punto non dovrebbe richiedere particolari delucidazioni: è tipico della moneta poter essere scambiata con qualsiasi cosa (bene o servizio) si desideri e si trovi disponibile sul mercato. Un po’ più di attenzione richiedono, invece, le distinzioni che seguono.

Alle origini dello scambio monetario, troviamo la moneta merce: «quel tipo di moneta che è al tempo stesso un bene commerciale»[2] e che, proprio essendo uno dei più desiderati, quindi dei più facili a scambiarsi, ha finito per acquisire anche un uso monetario. Storicamente, ciò è accaduto ai beni più disparati, dai chiodi alle conchiglie; ma a noi sono più familiari i metalli preziosi, in particolare l’oro e l’argento.

In seguito, per sfruttare al meglio i vantaggi dello scambio monetario, si sono sviluppati i sostituti della moneta: esattamente come un credito può essere incorporato in un titolo (assegno, cambiale…) le cui vicende sono autonome rispetto al rapporto fondamentale, così i depositi in oro, argento o altra moneta merce si possono trasferire non fisicamente, bensì tramite consegna o girata del titolo, la fede di deposito. Le banconote sono, inizialmente, titoli al portatore che legittimano a ritirare, presso qualsiasi filiale della banca emittente, l’equivalente in oro del valore nominale [3]. In questo modo, il bene prezioso resta conservato al sicuro e non è necessario portarlo con sé, esponendosi a rischi e scomodità. Per questo i sostituti finiscono per circolare in luogo della moneta che rappresentano. Come dire che acquisiscono, a loro volta, un uso monetario.

Così è nato un nuovo genere di moneta, la moneta creditizia: «quel tipo di moneta che costituisce un diritto nei confronti di qualsiasi persona fisica o giuridica. Questi diritti, però, non debbono essere necessariamente pagabili a vista e assolutamente sicuri; se lo fossero non vi sarebbe alcuna differenza fra il loro valore e quello della somma di moneta cui si riferiscono e non potrebbero essere sottoposti ad un processo di valutazione indipendente da parte di coloro che se ne servono. In un modo o nell’altro, la scadenza di questi diritti deve essere differita ad una data futura.» [4].

La moneta segno – «costituita da oggetti con una particolare qualificazione giuridica» [5], i quali però, di per sé, non si distinguono affatto da beni congeneri che, tuttavia, non sono moneta [6] – nasce per l’intervento dello Stato, che altera i sostituti monetari già esistenti in circolazione, vietandone, per legge, la conversione in moneta merce [7]: in questo modo, p. es., le banconote, rimaste esteriormente immutate, sono state tramutate in cartamoneta inconvertibile, una prima volta nel 1914, in tutti i Paesi coinvolti nella Prima Guerra Mondiale (e proprio al fine di finanziarla), poi, successivamente, in vari altri casi e Stati dove la convertibilità era sopravvissuta o era stata reintrodotta.

Infine, la moneta legale è quella che lo Stato impone di accettare in pagamento, nonostante qualsiasi volontà o patto contrario (corso legale: cfr., anche per i limitatissimi temperamenti, gli artt. 1277-80 c.c.), e con la quale esige che si paghino le tasse. Direttamente o indirettamente, ne controlla la produzione, che sfrutta a proprio vantaggio e in danno dei cittadini.

La libertà monetaria è la possibilità di scegliere spontaneamente la moneta che si preferisce, di introdurne di nuove nell’uso, di affiancarle le une alle altre e anche di abbandonarle [8]; questi tempi di inflazione crescente, dunque di occulte rapine, dimostrano che, senza libertà monetaria, non si dà vera libertà economica.

Ma l’emersione di una moneta è un procedimento spontaneo, su cui lo Stato può intervenire solo ex post (anche l’introduzione di una nuova valuta legale richiede l'”aggancio” a quella preesistente, e in termini più incisivi del semplice tasso di cambio: lo ha mostrato bene il passaggio all’euro); e l’ordine spontaneo è resiliente. Patisce coercizione, può essere, in apparenza, perfino soppresso; eppure troverà sempre modo di manifestarsi. Expellas furca, tamen usque recurret.

E così sta avvenendo, proprio oggi. In Italia e non solo. La liberazione dalla moneta legale e dalla sua controparte bancaria – pur limitata dalle leggi, nella portata e negli effetti – sta prendendo forma e campo.

“Monete complementari”

La crisi economica, comportando, per le imprese, una maggior difficoltà di accesso al credito bancario e, insieme, esborsi più gravosi, soprattutto dal punto di vista fiscale, ha reso attraenti le forme alternative di finanziamento, inclusa quella, si può dire “estrema”, della moneta complementare (alternative currency). Già si è detto che la valuta legale è quella in cui si debbono pagare le tasse (e tenuta la contabilità: art. 2423 §5 c.c.): proprio questo sostiene la domanda di cartamoneta a corso forzoso;[9] ma fa anche sì che, in tempo di crisi, gli operatori abbiano interesse a sostituirla con un’altra moneta – sia pure solo in determinati ambiti o mercati – conservando le banconote per gli esborsi fiscali.

Su questo meccanismo di convenienza, cui si uniscono altri vantaggi, diversi da caso a caso, si fonda il successo crescente dei sistemi alternativi di pagamento, che continuano a nascere in tutta Italia (e non solo).[10] Si tratta di un insieme assai variegato: «I Sardex per adesso sono una camera di compensazione di crediti e debiti fra aziende sarde. Gli Scec, di cui esistono le banconote, sono un sistema di sconti. I Dropis saranno (la beta è prevista a febbraio) “un baratto di promesse” online, una moneta peer-to-peer» [11]. In questa sede, ci occuperemo solo di uno che sembra tra i più collaudati, il Sardex.[12]

Il circuito Sardex

In circolazione on-line da gennaio 2010 [13] il Sardex è una moneta virtuale (perché non viene stampata) e non convertibile in euro, destinata agli scambi tra le imprese sarde [14]; il meccanismo di funzionamento viene paragonato, dagli stessi ideatori, ad un fido bancario senza interessi. All’impresa che manifesta l’intento di affiliarsi al circuito commerciale Sardex.net, la società che lo gestisce invia un broker, incaricato di analizzare le sue esigenze di spesa e le possibilità di acquisto e vendita; in base a questa valutazione si calibrano sia la quota di adesione [15] sia l’abbonamento annuale (da 350 a 2.500 €) [16]. L’iscrizione comporta, automaticamente, l’apertura di un “conto corrente” virtuale su cui viene accreditato un saldo in Sardex (al cambio fisso di 1:1 con l’euro), mentre i dati risultanti dalla valutazione del broker vengono incrociati con tutte le altre imprese già presenti nella rete, nell’intento di far compiere le prime operazioni entro un mese [17] (Non è inutile aggiungere che la gestione del circuito genera un buon fatturato[18] e che la società coltiva progetti di espansione molto ambiziosi [19]).

Immaginiamo che la nuova impresa sia un fruttivendolo e che entri nel circuito con «un fido […]: ad esempio, un massimale di 2mila Sardex, equivalenti a 2mila euro. Supponiamo ora che il commerciante di frutta voglia acquistare merce per 500 euro da un produttore agricolo, un coltivatore diretto. Pagherà in Sardex attraverso una transazione informatica. La somma sarà scomputata dal suo conto che scenderà così a 1.500 Sardex. Il conto del produttore, supponiamo anche questo di 2mila Sardex, salirà invece a 2.500 Sardex. Con la somma ottenuta il coltivatore potrà effettuare a sua volta altri acquisti. Pagare, ad esempio, l’elettricista che ha aggiustato la centralina dell’impianto di irrigazione. Gli aderenti, insomma, si scambiano beni e servizi avendo come unità di conto per misurare il valore di quanto comprato o venduto, la moneta virtuale, il Sardex. L’unica condizione prevista è che entro un anno il fido “bancario” ottenuto sia in pareggio. Il contadino che ha venduto ortaggi per 500 Sardex dovrà compiere acquisti per l’equivalente. Nel caso non ci riesca – ma sinora non è mai successo, assicura Mancosu [uno dei fondatori] – dovrà compensare in euro. Questa somma sarà ritirata dal gestore che la utilizzerà per acquistare beni da aziende del circuito che hanno avuto difficoltà a vendere la loro merce. ‘Non è ancora successo perché abbiamo creato un paniere di prodotti con un buon livello di interscambio. Questo significa che l’azienda che entra nel circuito offre beni richiesti dalle altre e, allo stesso tempo, ha la possibilità di acquistare beni o servizi che le servono’, precisa Mancosu» [20].

All’interno del circuito – che costituisce, a tutti gli effetti, un mercato particolare, a sé stante – l’uso della moneta legale è ridotto ad extrema ratio, ad evenienza assai improbabile, giacché tutte le imprese aderenti sono impegnate a compensare i propri rapporti di dare-avere e, ovviamente, alla vendita di qualcuno corrisponde l’acquisto di qualcun altro. Inoltre, «in caso di difficoltà, le altre aziende della rete si muovono per aiutar[e]» quella che deve pareggiar la posizione, acquistandone i prodotti o vendendogliene dei propri, certe della convenienza reciproca [21]. Il circuito offre a tutti un ampliamento del giro di clientela e una parallela riduzione del rischio di trovarsi a carico merce invenduta, senza gravare sulla liquidità in moneta legale (quote associative a parte). E l’obbligo di pareggio entro l’anno, oltre a evitar che si debbano indicare in bilancio rimanenze attive o passività, rende possibile un altro vantaggio, certo tra i principali: l’assenza di interessi [22].

Qualche osservazione conclusiva

l  Il circuito funziona perché non si sogna neppure di ragionar per aggregati, ma analizza le necessità di ogni singola impresa, fa circolare le informazioni e lascia il resto all’iniziativa individuale. Sembra un’ovvietà – e lo è – ma merita di essere sottolineata, dal momento che la “politica economica” vorrebbe, invece, fondarsi sugli aggregati… ossia espungere dal proprio orizzonte tutto ciò su cui si fonda il successo imprenditoriale.

l  La moneta naturale non è necessariamente moneta fisica; tuttavia, non è mai moneta segno. Il Sardex esiste solo in forma elettronica, eppure ha un valore oggettivo di scambio, beninteso all’interno del solo “luogo” in cui esista, cioè il circuito.

l  La nascita di questa moneta conferma, a mio avviso, il teorema della regressione di von Mises [23]: esso, infatti, non ha mai avuto un uso non monetario che possa, inizialmente, aver fatto da guida nella valutazione dei prezzi; ma questo non è affatto necessario nel caso, poiché, «per fare le transazioni nel sistema informativo di Sardex.net bisogna prima inserire il numero e la data della fattura, altrimenti non procede» [24]. In altri termini, il compimento dell’operazione suppone un calcolo previo in euro; e qui soccorre il cambio paritario, che rende pressoché automatiche anche le valutazioni di convenienza.

l  Per le ragioni già viste, ad oggi è possibile solo introdurre monete complementari rispetto alla legale, senza eliminarla del tutto. Ma che accadrà nel momento in cui la valuta di carta apparirà meno affidabile di quella bensì immateriale, però di sicura convertibilità in beni di consumo e/o servizi?

Guido Ferro Canale

Note:

[1]     Cfr. L. von Mises, Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1999 (trad. it. condotta sulla seconda edizione tedesca, del 1924), pp. 8-10.

[2]     L. von Mises, Teoria, p. 27.

[3]     Donde la dicitura “pagabili a vista del portatore”, sopravvissuta sulla cartamoneta della lira italiana fino all’introduzione dell’euro.

[4]     L. von Mises, Teoria, p. 27. Ogni tipo di credito, dunque, può diventare moneta creditizia, nel momento in cui circola come mezzo di scambio generalmente accettato; ma è evidente che ciò avverrà soprattutto per i crediti di somme pecuniarie. Il rapporto di credito, in quanto tale, postula due elementi di valutazione assenti nella regolazione immediata del sinallagma: la probabilità di inadempimento della controparte e l’eventuale termine (iniziale o finale) cui è assoggettata l’esigibilità della prestazione. Nel momento in cui l’adempimento è generalmente reputato certo e il credito è pagabile a vista, dunque all’istante, questi elementi si azzerano e la moneta creditizia funge da sostituto monetario perfetto, perché viene considerata in tutto equivalente alla moneta merce che rappresenta: è il caso dei depositi e dei conti correnti bancari. In tutti gli altri casi, avremo sostituti monetari imperfetti (assegni, cambiali, oggi anche contratti derivati), il cui potere d’acquisto sarà, invece, diverso e inferiore.

[5]     L. von Mises, Teoria, p. 27.

[6]     «Un pezzo di carta specificamente caratterizzato come moneta dal contrassegno di una qualche autorità non differisce in alcun modo, dal punto di vista tecnologico, da un altro pezzo di carta che ha ricevuto un simile contrassegno da una persona non autorizzata, proprio come un pezzo da cinque franchi autentico non differisce tecnologicamente da una “riproduzione autentica”. L’unica differenza consiste nella legge che regola la manifattura di tali monete e la rende impossibile senza riproduzione.». L. von Mises, Teoria, pp. 26-7.

[7]     L. von Mises, Teoria, p. 27, ammette, sia pure come una possibilità abbastanza remota, l’emersione spontanea della moneta segno sul libero mercato («La teoria soggettiva del valore prova la possibilità della sua esistenza. Se poi la moneta segno sia mai esistita effettivamente è un’altra questione», da dirimersi in base all’indagine storica). In seguito, però, si è anzitutto ricostruita «la tipica sequenza degli avvenimenti mediante cui essa sorge: innanzitutto, il governo instaura un sistema monopolistico di moneta merce, o in modo diretto vietando l’uso degli altri metalli preziosi, o indirettamente tramite l’imposizione del bimetallismo. In seguito conferisce lo status monopolistico di corso legale alle banconote di una banca privilegiata a riserva frazionaria. Infine, quando le banconote privilegiate hanno cacciato dal mercato gli altri mezzi di scambio, il governo permette alla sua banca prediletta di non rispettare la convertibilità (contrattualmente concordata) di queste banconote. Tale sospensione dei pagamenti poi trasforma in cartamoneta quelle che erano precedentemente banconote.». J.G. Hülsmann, L’etica della produzione di moneta, Solfanelli, Chieti 2011 (ed. or. The Ethics of Money Production, Ludwig von Mises Institute, Auburn, AL, 2008), p. 167. Ma soprattutto, si è concluso che «sul mercato [la cartamoneta] sarebbe del tutto insostenibile», «ogni singola cartamoneta continua ad esistere solo a causa di speciali privilegi legali, che la proteggono dalla concorrenza delle altre cartamonete e delle monete naturali d’oro e d’argento.» (Ibid., pp. 168-9). «Per la sua propria natura, la cartamoneta fornisce solo servizi monetari, mentre la moneta merce rende due tipi di servizio: quello monetario e quello come merce. Ne segue che i prezzi pagati per la cartamoneta possono scendere a zero, mentre il prezzo di una moneta merce sarà sempre positivo purché essa attragga una domanda non monetaria. […] Pertanto l’uso della cartamoneta comporta il rischio di totale e permanente annientamento del valore. Questo rischio non è presente nel caso della moneta merce […]. Non ci vuole molta fantasia per prevedere le implicazioni pratiche di questo fatto. In un vero libero mercato, la cartamoneta non potrebbe reggere la concorrenza delle monete merce. I partecipanti al mercato più lungimiranti e prudenti si disfarrebbero [sic] della loro cartamoneta per primi e gli altri seguirebbero a tempo debito. Alla fine di questo processo che potrebbe svolgersi in pochi secondi, ma che potrebbe andare avanti per alcuni anni, la cartamoneta sarebbe completamente sradicata.». Ibid., p. 39.

[8]     Per la verità, L. von Mises, Teoria, pur basandosi sull’ipotesi di una pluralità di mezzi generali di scambio, non la considerava affatto la condizione ideale e reputava, anzi, che il processo di selezione di mercato avrebbe condotto, infine, all’affermazione di una sola moneta (cfr. ibid., pp. 7-8). Successivamente, però, la teoria monetaria Austriaca si è orientata altrimenti e prevale, ora, la tesi che la pluralità di monete in circolazione – monete cc.dd. “naturali”, ossia emerse spontaneamente sul libero mercato – corrisponda all’optimum oltreché allo stato di fatto. Cfr. J.G. Hülsmann, Etica, pp. 30-3.

[9]     Che, in quanto fondata sulla fiducia, costituisce uno stock finanziario, non reale. Tuttavia, essa, rispetto alle altre attività finanziarie, è assai meno soggetta a crisi, perché esiste sempre almeno un soggetto che la accetta, anzi, la esige in pagamento: lo Stato.

[10]    La Stampa – Economia del 26 marzo 2012 (“Nascono nuove monete, il Bristol Pound e il Sardex“) segnala che, nella città inglese, «Un gruppo di commercianti indipendenti ha lanciato il “Bristol Pound” con il sostegno dell’amministrazione comunale e di una banca», il Bristol Credit Union. «Già oltre 100 società e imprese hanno firmato la loro adesione al Bristol Pound, che sarà stampato in tagli da uno, cinque, dieci e venti pound. Un Bristol Pound avrà esattamente il valore di una sterlina. Tra le aziende che accetteranno la nuova moneta ci sono ristoranti, caffè e anche la compagnia dei traghetti.». Ma soprattutto, essa potrà servire per il pagamento delle tasse (locali, si suppone).

[11]    R. Luna, 5 cose da sapere e 5 quote sugli italiani che stanno creando monete alternative all’euro, su www.ilpost.it, 19 gennaio 2012. F. Dente, Da Cagliari a Torino il grande boom delle monete fai da te, su www.vita.it, 17 febbraio 2012, menziona anche l’Ecoaspromonte e il Taurino; E. Lorusso, Euro in crisi? Noi abbiamo il Sardex, su www.panorama.it, 11 giugno 2012, aggiunge il Napo, «ovvero i buoni acquisti voluti dall’amministrazione partenopea per stimolare gli acquisti».

[12]    Ispirato, peraltro, al wir svizzero, circuito analogo sorto nel pieno della Grande Depressione e tuttora in pieno rigoglio; a sua volta, ha dato vita ad un emulo siciliano, il Sicanex (attivo dal 21 giugno 2012: A. Demurtas, Sardex, moneta virtuale anti-crisi, su Lettera 43 – Quotidiano Online Indipendente, 9 giugno 2012).

[13]    Ma la società emittente, Sardex.net (omonima del sito web dedicato) è stata fondata a luglio 2009. «Nei primi quattro mesi si sono iscritte 60 aziende, a fine aprile [2010] le prime transazioni, su cui Sardex prelevava una quota del 3,5%: “Ci serviva per auto sostenerci, ma poi l’abbiamo tolta”. A fine 2011, erano 450 le imprese in rete, oggi sono 600.». A. Demurtas, Moneta virtuale. «“L’inizio non è stato facile, era necessario che le aziende iniziassero a fare affari tra loro per mettere in moto il meccanismo”» [Sardex, moneta virtuale per l’economia più antica: il baratto, su www.informarexresistere.fr, 17 dicembre 2011]: è il problema tipico delle “esternalità di rete”, su cui v. amplius I. Lavanda – G. Rampa, Microeconomia, pp. 260-1.

[14]    Ma «Dpixel di Gianluca Dettori ha investito in Sardex per finanziare lo sviluppo che lo porterà da moneta fra aziende (B2B) a moneta anche per i consumatori (C2B).» [R. Luna, 5 cose, grassetto nel testo]. Il progetto dovrebbe tradursi in realtà già a gennaio 2013 [F. Pirisi, Il Sardex convince la Confcommercio: il baratto è anti crisi, in La Nuova Sardegna – Nuoro, 15 novembre 2012], però si parlava di una sperimentazione da avviarsi già a giugno 2012: «visto che i privati non sono produttori di valore, “avranno una payback e riceveranno crediti spendibili in Rete se acquistano prodotti all’interno del circuito”. Naturalmente, ogni transazione avrà allegata una data e un numero di fattura. Il privato che fa un acquisto su Sardex.net paga in euro e riceve in cambio un bonus in sardex, da rispendere all’interno nel circuito. Il cittadino avrebbe così un servizio o un prodotto gratis e i sardex da lui versati contribuirebbero a fare girare il sistema e l’economia sarda.». A. Demurtas, Moneta virtuale.

[15]    F. Dente, Da Cagliari a Torino, ne indica l’importo «da 150 a mille euro a seconda della grandezza dell’azienda», ma afferma espressamente che quello della quota annuale è identico, così ponendosi in contrasto con le altre fonti, unanimi nel riferire, per essa, la “forchetta” riportata nel testo.

[16]    L. Landoni, Moneta complementare: dove vai se (con l’Euro) il… bustex non ce l’hai?, su www.informazioneonline.it, 10 novembre 2012.

[17]    A. Demurtas, Moneta virtuale.

[18]    «A poco più di un anno dall’inizio delle transazioni, il fatturato della Sardex.net è arrivato a quota 300 mila euro (a fine 2011). Ora la società vanta 10 dipendenti pagati, con età dai 27 ai 36 anni. Cinque sono broker, tre esperti di informatica, due di amministrazione e tre di comunicazione.». E. Lorusso, Euro in crisi. «I soci invece non sono assunti e non ricevono uno stipendio. Dopo aver restituito il capitale iniziale alle famiglie che li avevano aiutati a partire, hanno deciso infatti di reinvestire tutto il resto che avevano guadagnato nella società.». A. Demurtas, Moneta virtuale.

[19]    «Il venture capital Dpixel, amministrato da Gianluca Dettori, […] è entrato nel consiglio di amministrazione di Sardex con grandi speranze: in 10 anni l’obiettivo è quello di transare il 10% dell’economia sarda, 2 miliardi e rotti di euro» (lo stock attuale di Sardex ha superato il milione di euro). A. Demurtas, Moneta virtuale. Inoltre, «Il circuito Sardex è ora al centro dell’interesse dell’università di Cagliari e persino del governo dell’Ecuador: il presidente Rafael Correa, che ha rinegoziato il debito con le autorità internazionali, [h]a spedito proprio a Cagliari il governatore della banca centrale ecuadoregna per studiare il modello Sardex, che sarà presto esportato anche nel resto d’Italia.». Economia più antica.

[20]    F. Dente, Da Cagliari a Torino.

[21]    P. Guarnieri, Economia virtuale: in Sardegna nasce la moneta a chilometro zero, su http://economiaefinanza.blogosfere.it/, 19 gennaio 2012.

[22]    «“Attraverso Sardex.net le aziende si finanziano in maniera reciproca a tasso zero, nel senso che non ci sono interessi su questi massimali di scoperto concessi: se io ho preso mille dovrò restituire solo mille. Avere la possibilità, in questo momento di stretta creditizia, di finanziarsi reciprocamente e di ridurre l’esposizione bancaria è un vantaggio non da poco. Anche qualora l’impresa non riuscisse, con i suoi servizi, a ripagare i servizi che ha acquistato, si tratterebbe comunque di saldare un pagamento a 365 giorni a tasso zero.”».F. Dente, Da Cagliari a Torino.

[23]    Cfr. L. von Mises, Teoria, pp. 65-9.

[24]    F. Dente, Da Cagliari a Torino. Prescindo, qui, da un problema di indubbio interesse, il trattamento IVA degli scambio contro Sardex.