Hayek e Keynes: ricette a confronto

Quello che ci proponiamoTigerTailDebates di fare in questo breve saggio è di analizzare il modo in cui Hayek da un lato e Keynes dall’altro, credono si possa uscire da un periodo di difficoltà economica.

Non è nostra intenzione, in questa sede, procedere ad una completa esposizione del ciclo economico austriaco e della teoria generale; più nello specifico ci domanderemo: come si ponevano i due autori di fronte ad una situazione di grave crisi, di estesa “disoccupazione” dei fattori produttivi (da intendere, quindi, sia come disoccupazione dei lavoratori, sia come largo inutilizzo di beni capitali; quindi capannoni non utilizzati, macchinari acquistati ma che non hanno modo di esser impiegati, ecc.)?

Logica vuole che, se diverse sono le cornici teoriche, altrettanto diverse saranno anche le ricette proposte per uscire dalla crisi.

La ricetta di Hayek è, in effetti, il corollario della sua spiegazione della crisi: se la crisi è il risultato di una politica del credito facile, consona a rendere convenienti investimenti in settori che, senza quel tipo di politica, non lo sarebbero stati; e se tale espansione creditizia ha spinto le imprese ad usare fattori di produzione in modo, quantomeno, “azzardato” (dando luogo a malinvestments, cattivi investimenti), allora, di conseguenza, si uscirà dalla crisi liquidando queste spregiudicate iniziative economiche.

È la politica monetaria ad esser sotto accusa: gli incentivi da essa forniti hanno prodotto forti distorsioni del sistema produttivo; tipici, anche per quel che riguarda la crisi dei nostri giorni, sono i malinvestimenti nel settore edilizio.

la spiegazione vera (seppur non verificabile) di uno stato di disoccupazione generalizzata, fa discendere questa situazione da una discrepanza tra la distribuzione del lavoro (e degli altri fattori della produzione) nelle industrie e la distribuzione della domanda fra i prodotti ottenuti impiegando tali fattori. Questa discrepanza è provocata da una distorsione del sistema di prezzi e salari relativi, e può essere corretta solo mediante un cambiamento di queste relazioni, facendo sì che prevalgano quei prezzi e quei salari in cui la domanda e l’offerta si eguagliano[1]”.

La crisi svolge il ruolo necessario di ripristinare gli equilibri, ristabilendo le strutture produttive che sarebbero prevalse in assenza dell’instabilità di origine monetaria, reintegrando strutture di prezzo che non siano distorte dall’illusione dell’erogazione di crediti illusori.

Se la crisi è conseguenza di questo tipo di politica, per uscire da questa condizione è allora necessario che le imprese non produttive falliscano; detto fallimento “libererà” risorse (sia di capitale in senso stretto, sia di lavoratori), consentendo un ri-orientamento verso utilizzi effettivamente produttivi e profittevoli.

Contrariamente a quanto si tende a pensare, tutto ciò favorisce la creazione di ricchezza: il salvataggio delle imprese in difficoltà perpetuerebbe le scelte sbagliate, mentre i fallimenti permettono di trasferire gli attivi a proprietari e manager che sapranno utilizzarli meglio”[2].

Di segno diametralmente opposto è la ricetta proposta da Keynes, prima in una serie di articoli e di saggi; poi, più estesamente, nella “Teoria Generale”.

Lo scopo principale della teoria di Keynes sembrerebbe quello di individuare – una volta compreso il motivo per il quale siamo precipitati in una situazione economicamente critica – misure concrete attuabili dall’autorità politica al fine di porre rimedio alla crisi.

Il rimedio proposto da Hayek (e dalla corrente di pensiero che a lui si rifaceva, all’epoca denominata “scuola deflazionista”) appare a Keynes non una soluzione per uscire dalla crisi, bensì un modo per aggravarla.

La liquidazione degli investimenti erronei (secondo il paradigma hayekiano) passa per il fallimento di molte imprese, per il licenziamento di molti lavoratori; tutte persone che, vedendosi ridotta, se non annullata, la propria fonte di reddito, procedono, come prima cosa, a ridurre la propria domanda di beni; ciò, a cascata, si ripercuote su altre imprese, sia di beni di consumo che di beni capitali; il che conduce ad ulteriori licenziamenti, ad un peggioramento del “clima economico”, con conseguente revisione al ribasso delle aspettative degli imprenditori circa il futuro e un ulteriore crollo della domanda di investimenti.

Keynes parte da una constatazione:

basta vi sia un’insufficienza di domanda effettiva perché l’incremento dell’occupazione possa essere arrestato prima che sia raggiunta la piena occupazione. L’insufficienza della domanda ostacolerà il processo di produzione, sebbene il prodotto marginale del lavoro superi ancora la disutilità marginale dell’occupazione”[3].

Secondo Keynes, dal libero operare delle forze di mercato, potrebbe giungere una risposta inadeguata; la persistente tendenza “equilibratrice” (condivisa da Hayek e dalla maggior parte degli economisti classici), scaturente dal libero gioco delle forze del mercato per Keynes non costituiva la regola ma l’eccezione:

la domanda effettiva che comporta l’occupazione piena è un caso particolare, la quale si verifica solo quando la propensione a consumare e l’incentivo ad investire stanno in una relazione peculiare l’una con l’altro; [questa] può esistere solo quando, accidentalmente o deliberatamente, l’investimento corrente crea una domanda di ammontare esattamente uguale all’eccedenza del prezzo di offerta complessiva della massa di prodotto ad un livello di occupazione piena, su quello che la collettività decide di spendere in consumi, quando è pienamente occupata”[4].

Pertanto, secondo l’economista di Cambridge, se la propensione a consumare e la quota dei nuovi investimenti provocano una domanda aggregata insufficiente, il livello effettivo dell’occupazione non raggiungerà l’offerta di lavoro potenzialmente disponibile al salario reale attuale.

I problemi sono quindi due, collegati tra loro: scarsa propensione al consumo e debolezza dell’incentivo ad investire. Spesso poi accade che il primo influisca sul secondo

una collettività povera sarà propensa a consumare la massima parte della sua produzione, cosicché basterà un volume modesto di investimenti per assicurare loro il pieno impiego; una collettività ricca dovrà implementare possibilità di investimento molto più ampie, affinché la propensione al risparmio dei membri più facoltosi sia compatibile con l’occupazione dei più poveri”[5].

In un contesto di crisi il problema principe è, perciò, la mancanza di investimenti; la proposta di Hayek – “deflazionista”, in quanto mirata al non–salvataggio, con conseguente fallimento, delle imprese non profittevoli, avrebbe solo ulteriormente aggravato la situazione; una prospettiva di prezzi decrescenti scoraggerebbe ancor più gli imprenditori, inducendoli a rinviare le scelte di investimento, in attesa di tempi migliori.

Come ovviare a tale inconveniente?

La risposta di Keynes è così formulata: in un contesto nel quale i privati, scoraggiati da aspettative pessime circa il futuro, non si lanciano in quegli investimenti volti a colmare il divario generato dalla propensione al risparmio – rendendo così insufficiente la domanda effettiva – non potendo (o non volendo) impiegare capitali, è necessario l’intervento dell’autorità politica. Come spiega Luigi Einaudi:

oggi il contatto [tra domanda e offerta di beni produttivi] non si opera, perché l’imprenditore non spera profitti; la macchina economica è incantata; i fattori produttivi, beni strumentali e uomini, rimangono disoccupati e i desideri degli uomini rimangono insoddisfatti. Occorre disincantare la macchina. E poiché al disincanto non basta il normale meccanismo economico, è d’uopo trovare un espediente”[6].

Non possiamo trattare interamente il sistema teorico keynesiano, ma è utile spiegare il motivo per cui un aumento della domanda, su iniziativa dell’autorità politica, si sarebbe reso necessario in una situazione come quella che stiamo descrivendo.

Uno dei punti cardine del sistema di Keynes consiste nel meccanismo del moltiplicatore; tale concetto viene introdotto per la prima volta nella teoria economica da R. F. Kahn, nel suo articolo “The Relation of Home Investment to Unemployment”, apparso nel Giugno del 1931 sull’Economic Journal.

Kahn afferma che, in date circostanze, si può stabilire un rapporto definitivo tra reddito ed investimento e, subordinatamente a certe semplificazioni, tra l’occupazione totale e l’occupazione impiegata direttamente in investimenti. Il suo ragionamento, nel sopracitato articolo si basava sulla nozione fondamentale:

se in varie circostanze ipotetiche si assume come data la propensione a consumare, e se si suppone che la pubblica autorità – monetaria o di altra specie – svolga un’azione per stimolare o ritardare l’investimento, la variazione totale sarà una funzione della variazione netta dell’ammontare dell’investimento”[7].

Stabilito, quindi, che un certo investimento messo in atto dall’autorità pubblica sortirà effetto non soltanto sui fattori produttivi direttamente coinvolti nell’investimento, ma comporterà un risultato totale maggiore – dato l’effetto moltiplicativo in questione – rimane da comprendere quanto grande questo possa essere.

Keynes prende in esame due esempi di collettività: una più ricca (e più occupata) ed una più povera (a causa anche della sotto-occupazione). In una collettività più povera sarà maggiore la propensione al consumo e, conseguentemente, maggiore risulterà l’effetto moltiplicativo sull’iniziale investimento:

da quanto detto sopra, l’impiego di un certo numero di lavoratori in opere pubbliche eserciterà sull’occupazione complessiva, in tempi di grave disoccupazione, un effetto molto maggiore di quello che si eserciterà più tardi, quando ci si sarà avvicinati ad uno stato di occupazione piena […] quindi anche opere pubbliche di dubbia utilità possono rendere parecchie volte il loro costo in tempi di grave disoccupazione; ma la loro utilità può risultare molto più discutibile con l’approssimarsi ad uno stato di occupazione piena”[8].

L’idea, pertanto, è questa: in presenza di fattori della produzione non occupati, il modo migliore, nonché più rapido, per consentire all’economia di uscire dal punto in cui la fase discendente del ciclo economico l’ha condotta, consta di un massiccio intervento “pro-investimento” da parte dell’autorità pubblica; questo consentirebbe al sistema produttivo di riavviarsi, rimettendo in circolo liquidità e infondendo fiducia alle imprese.

Contrariamente, per Hayek questa non è la strada corretta da seguire; in effetti, egli non nega che possa funzionare, e persino con una certa rapidità; non disconosce nemmeno che, in certi casi particolari di crisi profonda e duratura, una spinta da parte dello Stato potrebbe rappresentare davvero l’unica opportunità.

A tal proposito, vale la pena notare che nessuno ha ritenuto inverosimile che, per mezzo di una espansione monetaria, si possa aumentare velocemente l’occupazione, giungendo nel più breve tempo possibile al pieno impiego – e ciò non è stato confutato neppure da quegli economisti per i quali l’esperienza di una inflazione di grandi dimensioni ha influenzato decisamente il loro modo di analizzare la realtà. Tuttavia, si è inteso sostenere che il tipo di pieno impiego conseguibile attuando questa strategia risulta intrinsecamente instabile. Inoltre, l’impiego di questi mezzi volti alla creazione di occupazione servirebbe a perpetuare le fluttuazioni economiche:

[…] gli economisti non dovrebbero nascondere che mirare al massimo di occupazione, raggiungibile nel breve periodo mediante la politica monetaria, è essenzialmente la politica di chi è ridotto alla disperazione, di chi non ha niente da perdere e tutto da guadagnare”[9].

Eppure, coerentemente con l’impostazione hayekiana, questo approccio per risolvere realmente la crisi si rivela profondamente errato. L’economista Austriaco si pone un interrogativo: a cosa è dovuta la crisi?

Ciò che osserviamo è un numero sorprendentemente elevato di imprese incapaci di produrre profitto, riduzioni di attività o, addirittura, chiusure; si licenzia personale e le assunzioni si azzerano. Keynes ritiene, tra le altre cose, che un piano di investimenti pubblici possa comportare un rialzo dei prezzi, ricreando in tal modo i profitti ora mancanti (o l’aspettativa di questi). Tuttavia, il problema va ricercato nello sconsiderato sviluppo di taluni settori e nel depotenziamento di talaltri, ovverosia in uno squilibrio tra prezzi e nel fatto che alcuni prezzi non poterono diminuire, mentre altri subirono una brusca caduta. Qualora ciò rispondesse al vero, un innalzamento dei prezzi generato da inflazione creditizia lascerebbe sussistere la sproporzione tra i prezzi stessi, nonché tra costi e ricavi.

Per quanto, in definitiva, un piano di rilancio pubblico sia in grado, nel breve, giovare alla causa, nell’ipotesi in cui continuassero a persistere cause di immobilità dei fattori (accordi sindacali che impediscono la discesa dei salari degli occupati, ostruendo l’assorbimento di nuova manodopera a quello specifico livello di salario reale), blocchi alla concorrenza (quali divieti tecnici o legali all’ingresso di nuove imprese in determinati settori), vincoli alle movimentazioni di capitale, una politica impositiva che si rivela un pesante fardello per le imprese private, una spesa pubblica nominale fissa – benché, nel contesto di regressione economica, in crescita relativa – è difficile ritenere che, nel medio-lungo periodo, possa essere considerato una soluzione convincente ed auspicabile della crisi; appare, piuttosto, un modo per prendere fiato, rinviando, sine die, i problemi da risolvere.

La tesi di Hayek  mostra, in conclusione, che un ricorso a questo genere di misure interventiste può, nel breve periodo, rappresentare la via più semplice da percorrere per reinnescare lo sviluppo economico; in realtà, però, tali ricette contribuirebbero a gettare le basi per un nuovo ciclo espansivo, costruito nuovamente su una distorsione nell’utilizzo delle risorse, la quale, a tempo debito, comporterà l’ingenerarsi di una nuova crisi.

 Gabriele Manzo


Note:

[1]    Hayek, Inflazione, distribuzione del lavoro e disoccupazione, pg 481

[2]    Salin, Ritornare la capitalismo per evitare le crisi, pg 148

[3]    Keynes, Teoria generale dell’occupazione, p. 27

[4]    Ibidem, p. 25

[5]    Ibidem, p. 27

[6]    Einaudi, Perché il mio piano non è quello di Keynes, p. 204

[7]    Keynes, Teoria generale dell’occupazione, p.  101

[8]    Keynes, Teoria generale dell’occupazione, p. 112

[9]    Hayek, La possibilità di scegliere tra diverse valute, p. 497