Da ragazzino mi
piaceva giocare a calcio con gli amici nel cortile di mio zio Salvatore e, quando la palla partiva nella direzione sbagliata frantumando un vetro, lui ci rimproverava tutti col suo accento calabrese: “Guardate guagliuni cosa avete fatto! Avete visto che danno? Siete forse impazziti? Per punizione starete un mese senza palla!”.
Oggi, dopo tanti anni, mi chiedo: il mondo è forse impazzito? Perché gli economisti insistono nel rompere finestre? Perché mai Keynes ha detto che questa pratica potrebbe generare posti di lavoro? Perché non si legge Bastiat, Mises, Hayek? Se zio Turiddu fosse vivo, la giusta punizione da lui impartita a governi e banche centrali sarebbe stata: “Dimenticate Keynes e la macroeconomia tradizionale, leggete tutti i libri di Mises e degli economisti Austriaci per i prossimi cent’anni!“.
Invero, sembra proprio che il nostro vecchio mondo sia decisamente impazzito, una malattia dai diversi nomi ma tutti equivalenti: interventismo, socialismo, keynesismo, monetarismo, sviluppismo, socialdemocrazia, stato sociale, populismo …
Di certo, lungo tutta la storia economica mondiale, banche centrali e commerciali mai hanno emesso tanto denaro e convogliato tanto credito, sotto gli occhi compiacenti di un Comitato di Basilea divenuto ormai una sorta di club esclusivo a garanzia di banche centrali e banchieri. I vari governi, dal canto loro, mai avevano raggiunto debiti pubblici a livelli tanto irresponsabili quanto quelli che oggi vediamo, tutto sotto la benedizione ‘scientifica’ del keynesismo e del monetarismo: teorie economiche che hanno dimostrato, ieri come oggi, la propria incapacità di spiegare il mondo reale.
La crisi globale non è dovuta alla mancanza di credito o di regolamentazioni statali, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa! Essa non è stata provocata dai mercati, ma dai governi! Causa principale della crisi è stata l’imposizione di tassi di interesse artificialmente bassi da parte delle banche centrali, tra cui la FED e la Banca Centrale Europea.
La Teoria Austriaca del Ciclo Economico (Austrian Business Cycle Theory) spiega perfettamente come tassi di interesse artificialmente bassi portino ad un boom iniziale che inganna gli attori economici: questi s’illudono che il livello di risparmi reali sia oggi maggiore che in passato, laddove, invece, si tratta solo di scritture contabili travestite da risparmio, vale a dire senza basi né fondamenti reali. Tassi di interesse così bassi avviano un boom di investimenti nei primi stadi della struttura del capitale dell’economia; in questa prima fase del ciclo economico i governi pensano di essere ricchi e pertanto spendono di più. Chi paga il conto? Naturalmente i cittadini, che vengono derubati dallo Stato.
L’economia ora produce più beni capitali, cosa che incentiverà i settori legati alla produzione di beni di consumo; tra i due inizia quindi un braccio di ferro, una disputa per il credito con conseguente pressione ad aumentare i tassi di interesse. Ecco manifestarsi uno scoordinamento tra risparmio ed investimento, cioè tra offerta e domanda: con tassi di interesse più elevati, molti progetti di investimento non apparirebbero più così redditizi e dunque non verrebbero intrapresi.
Nel 1928, Hayek dimostrò come il meccanismo di mercato dei prezzi relativi dirotti risorse da attività di consumo ad attività di investimento, in risposta a mutamenti delle preferenze intertemporali dei consumatori. Spiegò, inoltre, come una diminuzione della domanda di prodotti (ossia il consumo corrente) possa essere associata ad un aumento della domanda di lavoro o di altri fattori in un’ottica temporale della struttura di produzione, consentendo un aumento del livello di consumo futuro. Stiamo parlando di processi di mercato, ineludibili e inesorabili, la cui stessa esistenza viene ignorata, trascurata o financo negata da Keynes e dai suoi seguaci.
Essa è invece l’essenza della Teoria Austriaca del Ciclo Economico: con tassi di interesse artificialmente bassi, i consumatori sono incoraggiati a ridurre ulteriormente il livello di risparmio ed iniziare a consumare di più; gli imprenditori, a propria volta, sono ora indotti ad aumentare la spesa in investimenti. Si genera dunque quello squilibrio tra risparmio e investimento che caratterizza un’economia dalla crescita insostenibile! Questa è, in breve, la lezione della critica Austriaca verso le banche centrali, sviluppata da Mises nel 1912 e da Hayek negli anni ’20 e ’30: contrariamente a quanto Keynes pensava, recessioni e depressioni sono provocate da scarsità di risparmi ed eccesso di malinvestimenti, non da eccesso di risparmi e carenza di investimenti.
Proprio questa lezione, sintesi della saggezza di una Scuola Austriaca incompresa o respinta dalla teoria economica oggi in voga (mainstream economics), spiega perfettamente la crisi del mondo contemporaneo.
Purtroppo, gli economisti sono stati istruiti a dare per scontato l’intervento pubblico nell’economia e plaudono al ruolo del governo, poiché da essi visto come rapido e potente esecutore delle loro ricette.
La crisi economica mondiale, iniziata nel mercato statunitense dei mutui per poi diffondersi in tutto il mondo, continua a resistere ai ‘rimedi’ somministrati dai governi: aumenti esorbitanti di spesa pubblica, inflazione vertiginosa della moneta e del credito! Secondo i seguaci di Keynes, come Krugman, abbiamo bisogno di rompere più finestre e molto altro ancora; per i monetaristi è indispensabile fornire ‘liquidità’ all’economia attraverso l’emissione di nuovo denaro e la concessione di ulteriore credito.
Questi due falsi rimedi sono stati applicati dai governi in un modo mai visto prima e senza alcuna conseguenza realmente positiva: l’Europa è in una situazione molto preoccupante, aggravatasi dopo l’unificazione amministrativa e l’introduzione dell’euro; quest’ultima ha portato molti governi a illudersi di essere diventati miliardari dalla sera alla mattina ma, al loro risveglio, si sono accorti che è stato solo un sogno e di essere rimasti poveri. Gli Stati Uniti nel frattempo, dopo vari tentativi assolutamente inutili di quantitative easing, hanno tentato di affrontare il cosiddetto fiscal cliff (voragine fiscale) riuscendo solo a darsi la zappa sui piedi.
In breve, il mondo sta impazzendo: i ‘dottori’ dell’economia stanno prescrivendo zucchero a un diabetico. L’economia mainstream è in crisi ed è proprio in un momento come questo che noi Austriaci dobbiamo dimostrare al mondo come le nostre teorie siano di gran lunga superiori.
Il nostro lavoro potrà, magari, dare i propri frutti non prima di due o tre generazioni, ma abbiamo il dovere di lottare per lasciare un mondo migliore ai nostri nipoti. La Scuola Austriaca è la più piccola e la più antica, ma è anche quella che si è diffusa più di ogni altra negli ultimi anni.
Al lavoro dunque, colleghi Austriaci! Se il mondo è impazzito, è nostro obbligo morale impegnarci per aiutarlo a guarire.
Ubiratan Jorge Iorio
Ubiratan Jorge Iorio è Direttore Accademico dell’Istituto Mises Brasil, Socio onorario dell’Associazione Ludwig von Mises Italia e professore di Economia presso l’Università dello Stato di Rio de Janeiro





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A chiusura di quanto prima scritto aggiungo che la storia della finestra rotta è perfetta per spiegare le esternalità negative di un intervento “pianificatore”. Ma al tempo stesso esistono esternalità negative in azioni di mercato, ad esempio aprire una linea aere low-cost fa sicuramente felice chi vuole viaggiare ma, facendo aumentare i consumi di carburante, provoca un aumento generalizzato del prezzo del petrolio con ricadute negative anche su persone che su un aereo non ci hanno mai messo piede.
Ugualmente talune azioni hanno esternalità positive.
Per ragioni opposte a quelle sopra dette, decidere di andare a piedi invece che in automobile provochera un beneficio a tutti. Smettere di fumare fa ridurre i costi sanitari e riduce i rischi di incendio.
In mercati di piccole dimensioni, come quelli in cui hanno scritto i classici, le esternalità sia positive che negative venivano fuori rapidamente e tutti si adattavano di conseguenza. Compito della politica dovrebbe essere, in sistemi molto più complessi come quelli odierni, valutare le esternalità in modo da fornire informazioni adeguate per adattare i propri comportamenti.
La spiegazione del ciclo economico legata ai “malinvestments”, che poi sono sia gli investimenti nella direzione sbagliata che la mancanza di investimenti, mi trova perfettamente concorde. Sul fatto che la correzione della crisi, perlomeno in tempi ragionevoli, possa avvenire solo tramite le libere dinamiche di mercato ho qualche dubbio così come sul fatto che le crisi sarebbero meno violente laddove non si cercasse di “guidare” il mercato.
La crisi attuale, che poi riguarda solo le economie occidentali, ne è il chiaro esempio, laddove se ne comprendesse la natura fondamentale.
Gli eccessi della finanza e altre ragioni che vengono portate a spiegazione della crisi attuale sono, a mio avviso, solo elementi marginali seppur importanti, per certi versi anche conseguenze.
La ragione fondamentale sta nel fatto che il nostro sistema economico è stato basato nel dopoguerra su un uso molto intensivo di materie prime, in particolare dei combustibili fossili. Tanto per fare un esempio, il consumatore americano richiedeva auto gigantesche assetate di benzina e le aziende automobilistiche le fornivano. Oppure, negli ultimi anni vi è stata una forte richiesta di trasporto aereo a basso costo e sono nate compagnie come Ryan Air. Ma i costi di Ryan Air sono bassi in virtù della struttura organizzativa, non perché un aereo di Ryan Air consumi di meno di uno Alitalia o Lufthansa. E quindi il successo delle low-cost ha spinto all’insù i consumi di carburante.
Quando però andiamo a considerare come si forma il prezzo del petroli, e in conseguenza in certa misura anche del gas, vediamo che il prezzo di mercato è legato al costo di estrazione marginale. Insomma se la quantità richiesta può essere soddisfatta solo dai pozzi in Medio Oriente dove per tirare fuori il petrolio basta fare un buco nel deserto, il prezzo di mercato sta basso, 20-30 o 40 $/barile; se devo tirarlo fuori dalle sabbie bituminose dell’Alberta schizza a 100 $/b. Ma a quel punto anche quello che arriva dall’Arabia viene a costare 100 $/b portando a un gigantesco trasferimento di risorse verso i paesi produttori.
Quando paesi come la Cina e l’India sono entrati nel mercato globale iniziando anch’essi a consumare quantità rilevanti di materie prime, seppure a livelli pro-capite decisamente inferiori ai nostri, si è registrato un aumento dei costi di acquisizione delle materie prime tutto il sistema è andato in crisi, stante il nostro stile di vita ad alto consumo finale di energia e di materie prime. Nel gennaio 1999, quando vennero fissati cambi dell’euro, il Brent stava a 11 $ al barile, nel giugno 2008, un attimo prima dello scoppio della crisi, raggiunse i 140 $ al barile. Per l’Italia, che importa a spanne 500 e più milioni di barili l’anno ciò ha significato oltre 60 miliardi di dollari di maggior esborso, senza contare che contemporaneamente sono anche aumentati i costi del gas. Insomma sono 4 e più punti di PIL secchi.
E’ ben difficile ritenere che i nostri stili di vita si possano autonomamente correggere, attraverso i meccanismi del mercato, per tenere conto delle mutate condizioni in tempi sufficientemente rapidi, tanto profondi in noi essi sono radicati.
Forse questo è il caso in cui una buna guida politica, anche attraverso alcune forzature, sarebbe necessaria
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