Il libero mercato della moneta

Quando, poco più hayek1di due anni fa, alla seconda Conferenza di Losanna di questo gruppo, dissi, in maniera scherzosamente acida, che non vi era possibilità di avere una moneta degna di questo nome, a meno che non fossimo riusciti ad eliminare il monopolio statale della produzione di moneta, ero serio a metà; ma l’impressione fruttò: seguendola, scoprii di avere aperto una porta che conduceva ad un luogo inesplorato dalla teoria economica recente, da duecento anni a questa parte almeno. Vi furono diverse persone che presero a cuore la causa, dedicandosi ad essa appassionatamente.

Di conseguenza, sono più convinto che mai: se avremo una moneta decente, questa non arriverà dal governo; sarà, invece, opera di imprese private, poiché la fornitura di mezzi di scambio affidabili non è solo un business altamente profittevole ma impone, altresì, sull’emittente una disciplina cui il governo non può essere soggetto. Solo le imprese capaci di ciò sopravviveranno nel settore.

Ora, ciò detto, dobbiamo liberarci da pregiudizi diffusi: nella vigenza del Gold Standard, o altri standard metallici, il valore della moneta non deriva dall’oro. Il fatto è: la necessità di convertire in oro la moneta emessa, impone agli emittenti una disciplina idonea a controllare la quantità di moneta in circolazione; credo sia legittimo affermare che, nel gold standard, è la domanda di oro per scopi monetari a determinare il valore stesso del metallo; allo stesso modo, hanno ragione coloro i quali ritengono che il valore della moneta aurea sia collegato al valore del metallo in altri usi. Il gold standard è l’unico metodo a disposizione per disciplinare il governo; e il governo agirà ragionevolmente solo se costretto a farlo.

Ho paura che la speranza di disciplinare il governo sia sparita per sempre. Il grande pubblico ha iniziato a comprendere, e purtroppo un’intera generazione di economisti ha insegnato, le facoltà taumaturgiche del governo: nel breve periodo, può aumentare la quantità di moneta per alleviare le sofferenze economiche generali, soprattutto riducendo la disoccupazione.

Sfortunatamente, questo è vero solo nel breve periodo; tali espansioni monetarie, con effetti “benefici” a breve, diventano, nel lungo termine, causa di disoccupazione ancora maggiore. Cosa, quindi, possono fare i politici guardando al lungo periodo?

Non credo sia fondata l’auspicio di un ritorno al gold standard. Anche se, attraverso il diritto internazionale, il gold standard fosse reintrodotto, non c’è la minima speranza che i governi agiscano secondo le regole; e il regime aureo non può essere reintrodotto dalla mera legislazione: esso, infatti, richiede l’osservazione costante, da parte del governo stesso, di determinate regole, le quali includono restrizioni occasionali del totale circolante (il che provocherà recessioni nazionali o locali); nessun governo, oggi, potrebbe implementare ciò, considerando la conformazione mentale dell’opinione pubblica e la “Keynesizzazione” delle accademie economiche, portate a difendere l’aumento della quantità di moneta.

Come affermato sopra, è sbagliato ritenere che il valore dell’oro o di altra base metallica determini, direttamente, il valore della moneta. Il gold standard fu un meccanismo deputato, per lunga parte con grandi successi, ad imporre ai governi un controllo appropriato del mezzo di scambio, al fine del mantenimento del valore della stesso, collegato all’oro. Ma vi sono diversi casi storici che provano l’effettiva possibilità, nell’interesse dell’emittente, di controllare persino la quantità di moneta fiduciaria, in modo tale da mantenerne costante il valore.

Vi sono tre esempi storici che illustrano quanto detto e che, infatti, furono largamente responsabili dell’insegnamento fondato sull’importanza dell’appropriato controllo della quantità di moneta e non della sua converbitilità in qualcos’altro: questo, credo, sarebbe svolto più efficacemente non se avessimo una regolamentazione atta a forzare i governi in questo senso, ma solo se fosse nell’interesse dell’emittente, poiché quest’ultimo può restare competitivo solo se consegna agli individui una moneta stabile.

Vi esporrò questi esempi brevemente. I primi due non si riferiscono direttamente al gold standard per come lo conosciamo; ebbero luogo mentre gran parte del mondo adottava un silver standard, nella seconda metà del secolo scorso (quindi il 1800, NdT), quando l’argento iniziò a svalutarsi improvvisamente. La caduta del suo valore causò una svalutazione delle diverse valute nazionali e, in due occasioni, venne adottata un’importante misura. Il primo episodio, che fu di ispirazione, credo, alla teorizzazione monetaria Austriaca, si verificò nel mio paese nativo nel 1879. Il governo aveva un ottimo consigliere in politica monetaria, Carl Menger, il quale disse loro:

“Bene, se volete evitare l’effetto del deprezzamento dell’argento sulla vostra valuta, fermate la coniazione e l’espansione monetaria; i gettoni in argento inizieranno a crescere sopra il valore stesso del loro contenuto in argento”.

Il governo Austriaco seguì il suggerimento e il risultato fu quello esattamente predetto da Menger. Potremmo parlare del “Gulden” Austriaco, l’unità in circolazione allora, una sorta di “banconota in argento”; le monete metalliche in circolazione, infatti, divennero moneta fiduciaria: con il deprezzamento dell’argento, il valore del Gulden venne controllato, interamente, dalla limitazione della quantità di monete metalliche in circolazione.

Esattamente lo stesso fu fatto quattordici anni dopo dall’India Britannica. Essa aveva, ugualmente, un silver standard e il deprezzamento dell’argento portò la rupia sempre più in basso, finché il governo Indiano decise di fermare la coniazione; e di nuovo,  le monete metalliche iniziarono a fluttuare sopra il valore dell’argento in esse contenute. Ora, a quel tempo, non vi era, né in Austria né in India, qualsiasi aspettativa sulla convertibilità, ad un tasso particolare, di quelle monete in oro o argento. La decisione a riguardo fu presa molto tempo dopo ma la dinamica fu la completa dimostrazione della possibilità di derivazione, anche in caso di monete metalliche,  del valore del mezzo di scambio da un effettivo controllo della sua quantità piuttosto che dal suo contenuto.

Il terzo esempio è anche più interessante, sebbene più breve, essendo riferito direttamente al metallo giallo. Durante la Prima Guerra Mondiale, la grande inflazione scatenatasi nei paesi belligeranti portò in basso non solo il valore della moneta cartacea ma anche quello dell’oro, poiché, in larga parte, la prima sostituiva l’oro stesso; la domanda aurea cadde. Di conseguenza, il valore di mercato dell’oro diminuì e i prezzi crebbero in tutto il mondo. Ciò si verificò anche nei paesi neutrali. In particolare, la Svezia era enormemente preoccupata: poiché ancorata al gold standard, essa venne inondata di oro proveniente dal resto del mondo, che qui si diresse perché il paese mantenne il gold standard; i prezzi Svedesi crebbero quasi come quelli mondiali. Ora, la Svezia aveva un paio di grandi economisti all’epoca ed essi ripetevano ciò che gli Austriaci consigliarono nel 1870:

“fermate la coniazione di oro e il valore delle monete metalliche auree in circolazione crescerà aldilà del contenuto metallico”.

Il governo svedese così fece, nel 1916, e accadde esattamente ciò che gli economisti avevano predetto: il valore delle monete auree aumentò oltre il contenuto metallico e la Svezia, per il resto della guerra, evitò gli effetti dell’inflazione.

Cito questo solo come illustrazione di quello che fra gli economisti che sanno il loro fatto è opinione comune: il gold standard è un meccanismo parzialmente idoneo nel costringere i governi a fare ciò che dovrebbe essere fatto, nonché l’unico meccanismo abbastanza efficace in caso di monopolio dell’offerta monetaria. D’altro canto, l’oro non è necessario per assicurare una buona valuta. Credo sia possibile, per le imprese private, emettere moneta fiduciaria stabile, a condizione che il pubblico e l’emittente capiscano che la domanda per questo mezzo di scambio dipenderà dall’incentivo, per l’emittente stesso, a mantenerne costante il valore; poiché, se così non fosse, le persone cesserebbero di usare la moneta in questione, rivolgendosi ad altri imprenditori.

Come risultato di questi suggerimenti alla Conferenza di Losanna, ho lavorato sull’idea in un libretto dato alle stampe un anno fa: Denazionalizzazione della Moneta. Da allora, il mio pensiero al riguardo si è affinato non poco; speravo di essere in grado di avere, in questa conferenza, la seconda edizione riveduta e ampliata a disposizione, probabilmente già “esportata” dall’Institute of Economic Affairs; sfortunatamente non è ancora presente nel nostro paese.

Nella seconda edizione, sono giunto ad un paio di nuove conclusioni interessanti, che prima non avevo elaborato. Nel primo discorso, due anni or sono, indagai gli effetti della selezione dell’emittente: solo quelle istituzioni finanziarie in grado di controllare diligentemente, in maniera stabile, la moneta emessa, dimodoché diventasse d’uso comune anche nella tenuta dei libri contabili, avrebbero preservato il loro ruolo. Ora ritengo la situazione molto più complicata; vi saranno due tipi di competizioni: una legata alla scelta dello standard destinato ad essere generalmente accettato e l’altra mirata a selezionare quelle particolare istituzioni cui potrà essere affidato questo compito.

Se oggi tutti gli ostacoli legali all’emissione di moneta privata fossero rimossi, come prima conseguenza, come tutti voi aspettereste, le persone utilizzerebbero l’unica cosa conosciuta e generalmente compresa: l’oro. Ma questo, a breve termine, metterebbe in dubbio lo stesso standard metallico: rappresenterebbe un buon investimento perché, stante l’aumento della domanda, il suo prezzo aumenterebbe; ciò, però, renderebbe il metallo inadeguato come moneta. Nessuno vorrebbe caricarsi debiti in termini di unità destinate ad aumentare di valore, quindi le persone inizierebbero a guardarsi intorno: se fossero liberi di scegliere la moneta, per ciò che concerne la tenuta della contabilità e il calcolo economico, preferirebbero uno standard con potere d’acquisto stabile.

Non ho tempo qui di descrivere dettagliatamente ciò che intendo con l’espressione “potere d’acquisto stabile” ma, brevemente, con essa indico un tipo di moneta nei cui termini è è ugualmente probabile che il prezzo di una qualsiasi merce presa a caso aumenti o diminuisca [1]. Un tale standard riduce il rischio di cambiamenti imprevedibili nei prezzi di determinati beni, poiché e gli errori di previsione si cancellerebbero l’un l’altro, compensandosi (sopravvalutazioni e sottovalutazioni) a vicenda. Se una tale moneta fosse emessa da un’istituzione rispettabile, il pubblico, probabilmente, sceglierebbe prima diverse definizioni dello standard da adottare, diversi tipi di indici numerici di prezzi; il processo competitivo, gradualmente, indicherebbe, alle banche e al pubblico, la moneta idonea.

Il fatto interessante sta in questo: il monopolio monetario statale ci ha non solo privato di un mezzo di scambio desiderabile ma anche del processo attraverso cui scoprirla; non sappiamo ciò che vogliamo perché, nei duecento secoli in cui abbiamo usato monete metalliche e altro, non ci è stato mai permesso di sperimentare, non abbiamo avuto chances di trovare la moneta “migliore”.

Lasciatemi  fare un’ulteriore osservazione: nelle mie pubblicazioni e conferenze, inclusa quella odierna, parlo spesso del monopolio di stato. Ora, questo è legalmente presente nella maggior parte dei paesi solo limitatamente. Abbiamo, effettivamente, dato al governo, per ragioni tutto sommato giustificabili, il diritto esclusivo di coniare moneta. E dopo avergli dato questo potere, credo sia comprensibile l’ulteriore diritto attribuitogli: il controllo su qualsiasi moneta, promessa di pagamento, carta di credito e via dicendo. Che sia vietato ad altri l’emissione di dollari, di competenza dello Stato, è ragionevole, anche se non del tutto benefico; non sto certo suggerendo di consentire l’emissione di dollari. Tutta la discussione, in passato, sul free banking, si riferiva, principalmente, alla possibilità di un’effettiva concorrenza nell’emissione monetaria di dollari. Questo, ovviamente, non funzionerebbe.

Ma se le istituzioni private iniziassero a mettere note di pagamento sotto altri nomi, senza tassi fissi di cambio con la moneta ufficiale o l’uno con l’altro, ciò, nei paesi principali almeno, per quanto ne so, non sarebbe illegale; tutto ciò, a mio avviso, non è ancora stato tentato poiché siamo portati a credere che il governo, nel caso, non esiterebbe a ostacolare, finendo col rendere impraticabile, questo sistema. Ad esempio, poiché nei processi non possono essere che riscossi debiti denominati in dollari, questo sistema sarebbe impraticabile. Certo, sarebbe ridicolo provare a emettere altra moneta se le persone non fossero in grado di contrattare nei suoi termini. Ma questo particolare ostacolo è stato, ora, fortunatamente rimosso nella maggior parte dei paesi, quindi la via sembra libera.

Se fossi responsabile della policy di una grande banca del paese, inizierei ad offrire al pubblico sia prestiti che depositi in unità di conto per la quale mi impegnerei a mantenere stabile il valore in termini di un indice numerico definito. Non ho dubbi e credo molti economisti siano d’accordo con me su questo punto specifico: è tecnicamente possibile controllare il valore di qualsiasi moneta usata in competizione con altre, la qual cosa fa sì che l’emittente possa adempiere l’obiettivo di stabilità valutaria. Il punto essenziale, che non sottolineerò mai abbastanza, è il conseguimento, per la prima volta, di una moneta influenzata solamente dalle capacità o meno dell’emittente: questi andrebbe incontro alla perdita totale del suo profittevole business, nel caso in cui la sua moneta si deprezzasse. Perderebbe la sua posizione a vantaggio di un concorrente capace di offrire un migliore servizio.

Come ho detto prima, credo questa sia l’unica speranza attualmente. Non vedo la minima possibilità che il presente (ripeto: presente) tipo di governo democratico, il quale può essere piegato agli interessi di qualunque gruppo particolare, possa restituirci una moneta sana. Vedo, invece, due alternative: continuare ad accrescere il trend inflazionistico, il quale, come sapete, è assolutamente distruttivo economicamente; ma ritengo possibile un’alternativa ancora peggiore: lo Stato non smetterà di aumentare l’offerta monetaria ma, come è già stato fatto, tenterà di sopprimere gli effetti evidenti dell’inflazione stessa; controllo dei prezzi e aumento della centralizzazione e pianificazione economica. Non si tratta, perciò, di scegliere solo un migliore sistema monetario, infinitamente migliore del precedente, ma di allontanare il graduale declino in un sistema totalitario, pianificato, il quale, almeno in questo paese, non arriverà a causa dell’introduzione esplicita ma passo passo, nel tentativo di sopprimere gli effetti dell’inflazione attuale.

Mi piacerebbe potere sostenere la possibilità di implementazione a lungo termine del mio piano; c’è stato un intelligente revisore del mio libretto che ha scritto:

“Beh, trecento anni fa nessuno avrebbe creduto al futuro controllo statale della religione; quindi, forse, in trecento anni, potremmo vedere la perdita del controllo economico da parte delle istituzioni governative”.

Non abbiamo tutto questo tempo; siamo di fronte, probabilmente, al peggiore sviluppo politico possibile, risultato di una politica economica che si è spinta veramente troppo in là.

La mia proposta non è, come vorrei, una sorta di “accordo temporaneo” da diffondere e da implementare al momento del crollo del sistema; non è un piano di emergenza. Ritengo necessario comprendere, velocemente, l’assenza di giustificazioni storiche per il monopolio monetario attuale: non è mai stata proposta, né provata, l’idoneità del governo a consegnarci una moneta degna di questo nome. È sempre stato consigliato, invece, dal suo inizio come prerogativa Regale, perché necessario alle finanze del governo – non al fine di curare diligentemente l’istituzione monetaria ma per dare rapido accesso al rubinetto monetario. Il che, signori e signore, non ci porterà certo al risultato monetario desiderato. Mettere nelle mani di un’istituzione anti competitiva, che può disporre della forza pubblica per imporre l’accettazione della moneta ed è costantemente soggetta ad infinite pressioni politiche, un potere del genere, non potrà mai regalarci una moneta adeguata.

Dovremmo iniziare presto, sperando che i più intraprendenti e capaci finanziatori e imprenditori inizino presto a sperimentare; il grande ostacolo è costituito dalla necessità di cambiamenti sostanziali nella struttura finanziaria: per esperienza, sono portato a credere che nessun banchiere, immerso nel sistema attuale, possa immaginare il funzionamento di una tale struttura; men che meno arrischiarsi nello sperimentarlo nel proprio settore. Dovremmo puntare su menti giovani più aperte e flessibili, mostrando la possibile implementazione di tale proposta.

Nella realtà è già stato provato, seppure in forma limitata. In seguito alla mia pubblicazione ho ricevuto diverse lettere da piccole banche, le quali mi informavano della sperimentazione di conti in oro e argento, con un interesse crescente per essi. Purtroppo, avrebbero dovuto spingersi oltre, per le ragioni sopra esposte: nel corso di una rivoluzione monetaria, i valori dei metalli preziosi, incluso l’oro, sono soggetti a fluttuazioni rilevanti, perlopiù verso l’alto; gli investitori coinvolti non dovrebbero spaventarsi. Ma coloro i quali fossero alla ricerca, principalmente, di un sistema monetario migliore, dovrebbero sperare che, in futuro non troppo distante, riusciremo a trovare un altro sistema di controllo sulla circolazione monetaria che non sia la convertibilità aurea. Il pubblico imparerà a selezionare la moneta migliore tra le altre.

Se iniziassimo questo presto, potremmo, effettivamente, raggiungere un punto in cui il capitalismo è in grado di fornire a sé stesso la moneta di cui necessita, un risultato mai raggiunto. Sin dagli albori del libero mercato, infatti, non gli è mai stato permesso di produrre la moneta desiderata; se avessi più tempo, potrei mostrarvi come l’assurda struttura monopolistica odierna, storicamente risultante, sia la causa delle grandi fluttuazioni del credito, dell’attività economica e, in ultima istanza, delle depressioni ricorrenti. Se ai capitalisti fosse permesso di avere la moneta di cui necessitano, il sistema competitivo avrebbe già superato le fluttuazioni nell’attività economica e nei prolungati periodi di depressione. Al momento attuale, noi siamo guidati da una politica monetaria ufficiale che ha prodotto così tanti scompensi nell’allocazione delle risorse tali da non augurarsi una dipartita improvvisa del sistema, anche nel caso di adozione di un nuovo sistema monetario.

Articolo di Friedrich Hayek su Mises.org

Traduzione di Luigi Pirri

[1] Grazie ad Enrico Baria per i chiarimenti e le puntali osservazioni, e correzioni, a riguardo.