La secessione è un diritto?

CrackedFlagGrant sconfisse Lee, la Confederazione si sbriciolò e l’idea di secessione scomparve per sempre, o perlomeno questo è quanto l’opinione comune afferma. La secessione non è storicamente irrilevante: semmai, al contrario, l’argomento è parte integrante del liberalismo classico. Anzi, il diritto di secessione deriva, a sua, volta dai diritti difesi dallo stesso liberalismo. Come persino gli alunni di Macaulay sanno, il liberalismo classico ha origine nel principio di auto-proprietà: ognuno è proprietario del proprio corpo. Inoltre, secondo i liberali, da Locke a Rothbard, esiste il diritto di appropriarsi della “cosa di nessuno”.

In questa visione, lo Stato occupa un ruolo rigorosamente secondario: questi esiste solamente per proteggere i diritti che gli individui possiedono indipendentemente da esso e non rappresenta la fonte di tali diritti. Nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti leggiamo:

“per assicurare tali diritti [alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità], sono stati istituiti tra gli uomini gli stati, derivando i loro legittimi poteri dal consenso dei governati.”

Ma cos’ha tutto questo a che fare con la secessione? La connessione è ovvia: se lo Stato non protegge i diritti degli individui, allora gli individui possono interrompere la loro relazione con esso, ed una forma che questa interruzione può prendere è quella della secessione; si rinuncia alla lealtà verso lo Stato originario formandone uno nuovo (Non si tratta, ovviamente, dell’unica forma possibile: una fazione può rovesciare il governo invece di ripudiare la sua autorità).

La Dichiarazione di Indipendenza adotta esattamente questa posizione: qualora un governo “ponga in pericolo il raggiungimento di questi fini, il popolo ha il diritto di modificarlo o abolirlo.” Ma i coloni americani non tentarono di abolire il governo britannico, piuttosto, essi lo modificarono rimuovendo le colonie dalla sua autorità. In breve, si separarono dalla Gran Bretagna. In quanto tale, il diritto di secessione permea le fondamenta della legittimazione degli Stati Uniti d’America. Negate ciò e dovrete rigettare le fondamenta stesse.

Qualcuno, a questo punto, potrebbe porre un’obiezione. Al di là della propria opinione su Jefferson e sul Congresso Continentale, non è incoerente accettare il diritto naturale, come  concepito dai liberali classici, rifiutandosi di riconoscere il diritto di secessione?  In particolare: gli individui hanno diritti naturali, ma una volta scelto uno Stato sono indissolubilmente legati ad esso. In risposta a questa obiezione dobbiamo distinguere due casi.

Primo, chi sostiene questa posizione deve considerare ciò: se lo Stato violasse i diritti destinato ad assicurare, i suoi sudditi non potrebbero andarsene. Ma questo sarebbe folle: lo Stato esiste per certi scopi; però, potrebbe lavorare indisturbato contro questi stessi scopi.

Potremmo replicare: al fine di proteggere i diritti individuali si può fare ricorso a mezzi diversi dalla secessione. Bisogna concedere a questo punto di vista che le alternative alla secessione ne diminuiscono la necessità. Dopotutto, se uno Stato può opporre la sua autorità per bloccare un provvedimento del governo federale, perché dovremmo concedergli anche il diritto di andarsene?

Questo punto di vista, credo, ha una consistenza logica, ma è poco raccomandabile. Perché mai le persone dovrebbero rinunciare a questo potentissimo mezzo per tenere lo Stato sotto controllo? Agire in questo modo lascia i loro diritti naturali, riconosciuti nella teoria, negati nella pratica. Potremmo concludere: coloro che negano il diritto di secessione hanno l’onere di provare logicamente il loro punto di vista. Perché mai i fautori dei diritti naturali ripudiano il diritto di secessione?

Gli antisecessionisti, comunque, possono sposare una posizione meno estrema: ad esempio, ammetterla nel caso in cui lo Stato violi i diritti individuali, ma non negli altri casi. Una fazione non può rinunciare ad una autorità debitamente costituita solo perché preferirebbe essere governata da altri. Non dice la stessa Dichiarazione d’Indipendenza che i governi non devono essere sostituiti per “motivi futili e passeggeri”?

Questa posizione, senza dubbio, è più forte del totale ripudio della secessione, ma dobbiamo ancora un’altra volta domandarci: qual è la sua giustificazione? A prima vista, pensare che una fazione possa fuoriuscire dall’autorità statale a piacimento, appare maggiormente in linea con la visione, meramente funzionale, dello Stato tipica del liberalismo classico. Per negare ciò, bisognerebbe  guardare allo Stato non come ad un mezzo per garantire i diritti; così come nessuno è obbligato a continuare ad acquistare un servizio da un’azienda, ma può cambiare scegliendo un altro fornitore, perché un gruppo non può decidere di cambiare agenzia di protezione?

Inoltre la Dichiarazione di Indipendenza non deve essere letta come favorevole ad un diritto di secessione limitato. Il passaggio che si riferisce ai “motivi futili e passeggeri” fa parte di un ragionamento a proposito della prudenza necessaria in tale processo; ma l’esercizio di molti diritti individuali è imprudente – potrei avere il “diritto” di camminare davanti ad un’auto che sopraggiunge se il semaforo è verde — ma io possiedo tali diritti a prescindere dalla prudenza o meno. Cosìm una fazione può secedere imprudentemente e agire nel pieno dei suoi diritti. Ancora una volta : se così non fosse, come dovrebbe essere?

Il discorso può avanzare ulteriormente. Immaginiamo che un gruppo, pro secessione, sia colpevole di violazione dei diritti individuali. Avrebbe ancora il diritto di secedere? Non vedo perché no. Naturalmente, non si dovrebbero violare i diritti individuali, ma perché, per il fatto della colpevolezza di un teterminato gruppo, obbligarlo a sottomettersi ad uno Stato al quale non vuole più obbedire?

Allen Buchanan, il cui libro Secession rappresenta la più influente discussione sull’argomento nella filosofia statunitense contemporanea, rifiuta la legittimità della secessione sudista del 1861 con le argomentazioni suggerite in precedenza [i]. Poiché la schiavitù viola i diritti individuali, nessuno stato schiavista ha diritto di lasciare l’Unione. Ma perchè giunge a queste conclusioni? (Incidentalmente Buchanan ritiene che la secessione sudista, fosse stata assente la schiavitù, sarebbe stata giustificabile). Ovviamente la dissertazione di Buchanan sul caso sudista ha guadagnato grande attenzione nelle argomentazioni dei secessionisti meridionali contemporanei.

Possiamo individuare una casistica ancora più complessa: Immaginiamo la secessione di un gruppo reo di offese ai diritti individuali. Può il loro ex Stato interferire, nella misura necessaria ad assicurare i diritti altrui?

Anche qui dobbiamo fare un caveat. Il tentativo di resistere alla secessione può portare ad una ulteriore violazione e i benefici dell’intervento dovrebbero essere soppesati accuratamente con i costi. Anche se concordassimo con Locke circa l’esistenza di un generico diritto a far rispettare il diritto naturale, ciò non darebbe vita ad alcun dovere positivo di implementazione.

Robert Barro, un importante economista facente parte della scuola delle “aspettative razionali”, ha arricchito questa argomentazione con perspicacia. Naturalmente, durante la Guerra Civile, il governo di Lincoln non ha agito solamente per assicurare i diritti degli schiavi. Ma supponiamo l’abbia fatto, ciò avrebbe giustificato l’uso della forza per resistere contro la secessione?

No, dice Barro, secondo l’analisi economica:

“La Guerra Civile Americana, di gran lunga il più costoso conflitto di sempre per gli Stati Uniti […] causò oltre 600.000 vittime tra i militari,  un numero sconosciuto di vittime tra i civili, e danneggiò gravemente l’economia del sud. Il reddito pro-capite calò da un livello prebellico di circa l’80% di quello del nord […] a circa il 40% dopo il conflitto. Ci volle più di un secolo dalla fine della Guerra (1865) perchè il reddito pro capite del sud tornasse l’80% di quello del nord” [ii].

Ma, bisogna replicare, questa  citazione di Barro non è dirimente. Nessuno nega i costi della Guerra Civile, ma la nostra questione riguarda la giustificazione: qualcuno ha il diritto di interferire con un gruppo secessionista autore, precedentemente, di crimini?

Il punto sollevato da Barro è rilevante. I costi di un’azione non possono essere ritenuti “irrilevanti” . Tutto ciò è ancor più vero se si tiene conto di un’altra questione che Barro solleva. L’affermazione, ancora una volta, è che la Guerra Civile dimostra (o comunque avrebbe dovuto dimostrare, se fosse stata condotta in modo differente) la bontà della tesi secondo cui la secessione può, in effetti, essere bloccata al fine di proteggere i diritti individuali.

Secondo Barro la difesa dei diritti individuali avrebbe potuto essere assicurata con mezzi meno costosi:

“Tutti sarebbero stati meglio se l’eliminazione della schiavitù fosse stata portata a termine comprando l’appoggio dei proprietari di schiavi – così come fecero i britannici con gli schiavi delle Indie Occidentali negli anni 30 dell’800 – invece di muovere guerra” [iii].

E se questa proposta fosse scartata, poiché “irrealistica”? Cosa sarebbe successo alla schiavitù se alla Confederazione fosse stato permesso di secedere pacificamente? Per Barro la schiavitù sarebbe giunta a termine comunque. Qui una discussione molto dettagliata dello storico Jeffrey Hummel, il quale supporta Barro:

“Nessuna abolizione fu completamente pacifica, ma gli Stati Uniti ed Haiti rappresentano soltanto una piccola fetta (due su una ventina) delle società schiavistiche a predominazione violenta. Il fatto che l’emancipazione raggiunse economie dove ben radicata era la piantagione, come Cuba e il Brasile, suggerisce la debolezza politica dell’istituto della schiavitù, destinato a morire comunque. Le speculazioni, in merito ad una Confederazione indipendente in grado di fermare ed invertire questo trend storico, sono ben poco credibili” [iv].

Ma non abbiamo presp la questione troppo frontalmente? Per quanto malaccorta fosse la politica nordista durante la Guerra Civile, ciò non è sufficiente a mostrare l’ingiustificatezza di ogni resistenza, destinata a difendere i diritti individuali, alla secessione. Solo per questa volta, concordo, ma chi desidera opporsi alla secessione in casi come questo deve presentare una proposta idonea ad evitare costi simili a quelli illustrati nel nostro esempio.

Ad un certo punto, temo, questa analisi della secessione si presta apertamente ad incomprensioni. La secessione scaturisce dai diritti individuali: non l’ho difesa come “diritto collettivo” non riducibile ai diritti individuali. Di conseguenza, in nessuna maniera ne consegue la possibilità, da parte di una determinata maggioranza territoriale, ad obbligare alla secesioni altri residenti, qualora questi siano di avviso opposto. La questione riguarda gli individui. Così, gli argomenti qui proposti non dipendono in alcun modo da presupposti “democratici”.

La questione è stata trattata con insuperabile chiarezza da uno dei principali liberali classici, Ludwig von Mises.

Il diritto di autodeterminazione, per quanto concerne la questione dell’appartenenza allo Stato, non significa che questo: ogniqualvolta gli abitanti di un dato territorio- a prescindere che si tratti di un singolo villaggio, di un’intera contea, o di una serie di distretti contigui-  hanno espresso, mediante il ricorso a libere votazioni, il desiderio di non voler più far più parte dell’ordinamento statale cui al momento appartengono, bensì di ambire  alla costituzione di uno Stato autonomo, ovvero di venire a fare parte di un altro Stato, di queste volontà bisogna naturalmente tener conto” [v].

Secondo Mises, tale diritto si

“estende agli abitanti di ogni territorio sufficientemente ampio da formare un’unità amministrativa indipendente. Se fosse in ogni modo possibile garantire questo diritto di autodeterminazione ad ogni individuo, dovrebbe essere fatto” [vi].

Una volta compresa la disamina Misesiana, gli errori comuni divengono chiari. Secondo alcuni, la Confederazione agì “non democraticamente” nel rifiutare di accettare il risultato delle elezioni del 1860. Lincoln, dopotutto, ricevette la maggioranza relativa dei voti popolari del Paese.

Per un Misesiano la risposta è ovvia: e allora? Una maggioranza (tanto meno una maggioranza relativa) non ha alcun diritto di forzare i dissenzienti. Inoltre, l’argomentazione viene meno nei suoi stessi termini. Non è “non democratico” secedere; la Confederazione, infatti, non negò che Lincoln fosse il legittimo presidente eletto. La democrazia dovrebbe obbligare i sudisti solo a riconoscere l’autorità di Lincoln, qualora essi avessero deciso di rimanere nell’Unione.

Ma ora sorge un problema. Ho tentato di difendere la secessione dal punto di vista individualistico. Come è risaputo, Mises non riconosce i diritti naturali. Temo che, come Jeremy Bentham, egli consideri la Dichiarazione dei Diritti un nonsense. Perché allora Mises accetta l’autodeterminazione?

Il ragionamento di Mises è particolarmente incisivo. Se le persone sono obbligate a rimanere sotto un governo che non hanno scelto allora il risultato più probabile sarà lo scontro. Riconoscere il diritto a secedere “è l’unica possible ed efficace via di prevenire le rivoluzioni e le guerre civili e tra nazioni” [vii]. L’argomentazione non si basa sul diritto naturale, ma è coerente con l’approccio  descritto per sommi capi. Indipendentemente dalla teoria morale soggettiva, è sicuramente un forte punto a favore di una opinione il fatto che essa abbia conseguenze benefiche.

Articolodi David Gordon su Mises.org

Traduzione di Tommaso Cabrini

Note

[1] Allen Buchanan, Secession: The Morality of Political Divorce from Fort Sumter to Lithuania and Quebec (Boulder, Colo.: Westview, 1991).

[2] Robert J. Barro, Getting It Right: Markets and Choices (Cambridge, Mass.: MIT Press, 1996), pp. 26–27.

[3] Ibid., p. 28. Several of my remarks have been adapted from David Gordon, “In Defense of Secession,” review of Getting It Right: Markets and Choices, by Robert J. Barro, The Mises Review 3, no. 1 (Spring 1997): 1–5.

[4] Jeffrey Rogers Hummel, Emancipating Slaves, Enslaving Free Men (Peru, III.: Open Court, 1996), p. 352.

[5] Ludwig von Mises, Liberalism: In the Classical Tradition (Irvington-on-Hudson, N.Y.: Foundation for Economic Education, 1985), p. 109.

[6] Ibid., pp. 109–10.

[7] Ibid., p. 109.