Siamo già oltre il baratro fiscale…

2 Gennaio 2013fiscal_cliff – Parere sulla Mozione di Concordato all’interno degli emendamenti del Senato all’H.R. 8

A dispetto di quanti affermano che, con la votazione di questa mattina, l’Amministrazione ed il Congresso hanno salvato l’America dal “fiscal cliff”, voglio rimarcare che le spese governative hanno già spinto gli americani nel baratro. Solamente serie riduzioni alle spese federali avrebbero permesso a questa caduta libera di non concludersi in un atterraggio rovinoso, ma gli eventi del mese scorso dimostrano che la maggior parte dei funzionari eletti restano responsabili dell’espansione dello Stato sociale-militare.

C’è stato un gran clamore per i tagli “draconiani” che sarebbero stati fatti dai sequestri di bilancio (tagli sistematici in tutti i settori della spesa pubblica, NdR); ma, a dirla tutta, i sequestri non tagliano neanche un punto di spesa. Stando al suddetto piano, la spesa del governo aumenterà di $1,6 bilioni nei prossimi otto anni. Il Congresso lo chiama taglio perché, in mancanza di sequestri, la spesa lungo lo stesso arco temporale sarebbe aumentata di $1,7 bilioni. In ogni caso, si tratta di un incremento di costo.

Nondimeno, anche questi minuscoli tagli nel “tasso di spesa progettato” erano troppo grandi per essere sopportati dai politici di Washington. Con “l’accordo” dell’ultimo minuto siamo giunti nel peggiore degli scenari possibili: tasse più alte, da subito, praticamente per tutti i cittadini e la solita promessa di trattare queste modeste riduzioni nell’aumento di spesa quando staremo già precipitando da due mesi. Eravamo già passati attraverso un percorso simile quando, nel 2011, i Repubblicani chiesero queste esigue riduzioni delle spese governative in cambio di un massiccio innalzamento del tetto al debito. Man mano che questo momento si avvicinava, entrambi gli schieramenti  proclamavano di evitare persino queste insignificanti manovre.

Non cadiamo in errore: l’aumento di spesa è un problema bipartisan. Si crede, generalmente, che un partito rifiuti ogni riduzione delle spese militari, mentre l’altro rifiuti di accettare qualsiasi restringrimento dei programmi di welfare. Le due fazioni si trovano, dunque, eventualmente in disaccordo su che tipo di spesa sia necessario aumentare. Questa contrapposizione è ciò che a Washington viene chiamata “accordo bipartisan”.

Mentre i media enfatizzavano la commedia delle negoziazioni sul filo del rasoio, si palesava chiaramente la possibilità reale che un accordo tra le due parti non si sarebbe mai raggiunto. Era solo un dramma teatrale. È così che Washington opera. Come spesso accade, anche questa volta un pugno di uomini del Congresso e leader dell’Amministrazione si sono riuniti nel cuore della notte, dietro porte sbarrate, per elaborare un’intesa che avrebbe cacciato nelle gole dei Membri di quella “costituente” ciò che era stato ripetuto loro più e più volte: che il mondo sarebbe finito se anche una minuscola diminuzione della spesa pubblica fosse stata approvata.

Quando molti politici, di entrambi gli schieramenti, si congratuleranno per il fatto che questo accordo aumenterà solamente le tasse sul “ricco”, molti americani si vedranno prelevare una parte più sostanziosa del loro stipendio a causa di tale accordo. Il “Tax Policy Center”, il Centro per le Politiche Tributarie, ha stimato che il 77% degli statunitensi soffrirà un aumento dell’imposizione fiscale, dovuto all’eliminazione degli sgravi sui salari.

Le argomentazioni contro i “tagli” automatici alla spesa militare sono state particolarmente disoneste. Falchi da entrambi gli schieramenti profetizzavano disgrazia e sventura se, così come prevedeva il piano, la spesa per la Difesa fosse ritornata ai livelli del 2007! C’è qualcuno che crede davvero che, solamente cinque anni fa, tale spesa fosse così miseramente inadeguata? E, proprio dal 2007, hanno iniziato a dirci che le guerre in Iraq e Afghanistan si stavano esaurendo. Secondo l’Ufficio per il Budget del Congresso, nei prossimi otto anni le spese per la Difesa aumenterebbero del 18% con i tagli, del 20% senza. È questo ciò che viene definito una “pericolosa riduzione della spesa”?

Ironicamente, alcuni dei membri più apertamente anti-tasse e a favore di tagli alla spesa interna, sono i più grandi oppositori ad un taglio, foss’anche di un solo penny, al budget del Pentagono. Innumerevoli volte ci hanno propinato la storia delle centinaia di migliaia di posti di lavoro che sarebbero andati perduti con un ritorno della spesa militare ai livelli del 2007. È davvero sostenibile pensare al budget della nostra Difesa come ad un programma per l’impiego? Molti di questi membri, presumibilmente a favore del libero mercato, sembrano più keynesiani di Paul Krugman quando lodano lo “stimolo” economico creato dal militarismo.

Come Chris Preble del Cato Institute ha scritto di recente: “È facile focalizzarsi esclusivamente sulle imprese e sugli individui danneggiati dai tagli, omettendo di far notare  che la ricchezza tassata per finanziarli sarebbe stata impiegata altrove.”

Anche se, ultimamente, il Congresso viene indicato come responsabile del deficit causato dalla spesa, non dobbiamo mai dimenticare il ruolo della Federal Reserve quale attore principale nell’incoraggiare tale deficit. Senza una Banca Centrale incapace di monetizzare il debito, il Congresso sarebbe impossibilitato nel finanziare lo Stato sociale-militare senza dover imporre un livello di tassazione inaccettabile sui cittadini americani. Ovviamente, le politiche della Fed esigono una tassa: l’inflazione; tuttavia, finché questa rimarrà occultata il Congresso non temerà la stessa reazione negativa che, invece, si verificherebbe in caso di aumento diretto della tassazione.

Nutro poche speranze circa l’eventualità che la maggioranza del Congresso e il Presidente possano cambiare idea, supportando riduzioni reali di spesa, a meno che non vi siano costretti da una crisi economica o da un cambiamento nell’atteggiamento delle persone nei confronti del governo. Fortunatamente, un numero sempre crescente di americani sta realizzando la pericolosità di ulteriori espansioni dello Stato sociale-militare. Confido nella possibilità che questo movimento continui a crescere, forzando i politici a compiere un’inversione di rotta prima che le spese governative, le tasse e l’inflazione distruggano interamente la nostra economia.

Articolo di Ron Paul su CampaignForLiberty.org

Traduzione di Filippo Martini