“Ipermodernità”: la catrastrofe economica Occidentale – Introduzione

I sociologi, incuriositi Grande_guerra_nadrodalle trasformazioni sociali sempre più rapide e profonde che si trovano a studiare, hanno coniato prima il termine riassuntivo di postmodernità (applicato al periodo 1970-2000 ca.), poi quello di ipermodernità, che sottolinea l’aspetto di eccesso e si riferisce, sempre grosso modo, a quest’inizio di millennio. Occorre riconoscere che la loro indagine sui fenomeni è riuscita a produrre una buona descrizione e a individuare molti nessi causali corretti; sfortunatamente, è loro mancata una retta comprensione del ruolo centrale giocato dalla moneta e, spesso, una formazione di impronta keynesiana o, peggio, socialista, ha distorto la loro lettura dei processi economici, altrimenti (va detto) piuttosto precisa.

Questo non è e non vuol essere un saggio di sociologia: non ambisce affatto a spiegare il mondo intero. Si limita a spiegare, fin dal titolo, quel che l’ipermodernità significa in campo economico.

Naturalmente, la tesi che sostengo può sembrare troppo pessimista; ma temo che l’analisi storica la confermi, una volta assegnato il giusto peso ad alcuni dei fattori determinanti le trasformazioni che, giustamente, hanno destato tanto interesse in sociologia:

  • anzitutto, il meno noto in assoluto, il mutamento che ha investito il cardine dell’economia moderna (nonché post- e ipermoderna), la moneta;
  • la stagflazione e le sue conseguenze sulla struttura produttiva;
  • la parallela esplosione dell’investimento finanziario – più conveniente di quello produttivo (almeno in apparenza) – e quindi del debito, un debito che si assume destinato ad un rinnovo perpetuo, come dire a non essere onorato mai;
  • la «globalizzazione, ossia l’eliminazione delle barriere al libero commercio e la maggiore integrazione tra le economia nazionali»[1] (), che, insieme con la libera circolazione dei capitali, formano gli aspetti realmente controversi di un più ampio “fenomeno” globalizzatorio;[2]
  • la configurazione del mercato del lavoro, appunto, come mercato al pari degli altri e, pertanto, del lavoro stesso come merce;
  • lo sviluppo della telematica, che fa saltare i consueti riferimenti spaziotemporali, consentendo di lavorare sullo stesso progetto, “in tempo reale” o quasi, anche a persone distanti, fisicamente, migliaia di chilometri;
  • la conseguente rivoluzione delle prassi delle imprese, prima ancora che del diritto del lavoro, il quale si limita a seguire e recepire, spesso timidamente e a distanza, quel che già avviene nei fatti.

Sebbene questa scelta imponga una certa sintesi, credo che le interazioni tra i suddetti fattori si colgano meglio in una ricostruzione (diacronica e) unitaria degli eventi, che ho tentato di delineare nel prosieguo.

Dalla fine del gold standard al sistema di Bretton Woods (1914-1944)

«Su tutta Europa le luci si stanno spegnendo; non le vedremo mai più riaccendersi in vita nostra.».

La frase pronunziata da Sir Edward Grey, Ministro degli Esteri dell’Impero Britannico, la sera del 3 agosto 1914, in attesa che scadesse l’ultimatum da lui stesso inviato alla Germania del Kaiser e le Potenze europee si trovassero tutte in guerra [3], ben si addice (anche) all’impatto dell’evento sull’economia mondiale.

In quel momento, il commercio internazionale prospera, grazie all’assenza quasi totale di barriere doganali e alla stabilità nei cambi, conseguenza del fatto che tutte le valute sono ancorate ad una parità aurea [4]; in un mondo che condivide, di fatto, una stessa moneta-merce, l’oro (con un qualche ruolo residuo per l’argento), anche la circolazione dei capitali è notevolmente agevolata, né si ha ragione di opporle ostacoli di sorta. Il mondo del lavoro è dominato da un’industria pesante giunta alla maturità, dove la catena di montaggio, già intravista da Adam Smith nel futuro della produzione (Sennett 1999), è una realtà e si accinge a dar vita al vero e proprio fordismo. Nello stesso tempo, la profezia socialista di un impoverimento continuo del proletariato, di un crescendo inarrestabile della sua spoliazione, ha ricevuto una sonora smentita. Nell’arco temporale 1873-1896 [5], la deflazione conseguente alla progressiva demonetizzazione dell’argento ha giovato non poco alle fasce deboli; inoltre, le associazioni sindacali, dapprima considerate illegali, si sono via via affermate e contrattazione collettiva, giornata lavorativa di otto ore, assicurazione obbligatoria sono ormai sancite dai fatti o dalla legge [6]. Delle grandi Potenze, solo la Russia zarista sembra tuttora impermeabile alle conquiste sociali che, nel resto d’Europa, fan credere esorcizzato per sempre lo spettro della Rivoluzione.

Ma la Grande Guerra spazza via in un lampo l’integrazione economica planetaria, per quanto già sviluppata e raffinata [7]: scomparse le parità auree in tutti i Paesi belligeranti, che si danno a finanziar l’enorme spesa bellica semplicemente stampando il denaro necessario (nell’unica forma utilizzabile all’uopo, la cartamoneta inconvertibile); sconvolta la struttura produttiva delle singole nazioni; defluite le riserve d’oro verso gli Stati Uniti, grande fornitore di materiale bellico e unica grande potenza che abbia conservato il gold standard; stravolto il commercio internazionale, monopolizzato dalle esigenze belliche e impedito, per gli Imperi Centrali, dal blocco navale britannico, per la Russia, dall’impossibile passaggio dei Dardanelli.

A conflitto terminato, il ripristino dello status quo ante si rivela semplicemente impossibile: esplode la perdita di potere d’acquisto delle monete, conseguente alla stampa illimitata di cartamoneta; le gravissime tensioni sociali sfociano in moti rivoluzionari da un capo all’altro d’Europa, oltre, naturalmente, all’instaurazione del socialismo reale in un Paese che Marx avrebbe senz’altro giudicato inadatto, la Russia; la ripresa del commercio internazionale risente dell’impossibilità di ripristinar la parità aurea [8]; le economie dei Paesi neutrali sono profondamente mutate, adeguandosi all’interruzione dei traffici normali, e molti di loro hanno innalzato barriere doganali a protezione delle industrie nascenti; in più, tutti gli Stati usciti dal conflitto, vincitori o vinti che siano, si trovano schiacciati dal peso dei debiti esteri contratti, per forniture belliche i primi, per danni di guerra i secondi [9]. L’esplosione della crisi economica mostra, inoltre, che la libera circolazione dei capitali, tanto benefica quando l’oro era l’unica valuta internazionale, riserva brutte sorprese quand’esso è rappresentato da cartamonete la cui convertibilità può venir meno: mentre risorge il protezionismo, nasce il controllo sistematico sui movimenti di valuta. E se negli anni Venti poteva sembrare che il futuro del lavoro consistesse nel comunismo di marca sovietica, oppure nel corporativismo dell’Italia fascista, la Depressione porta con sé il New Deal e le politiche di “piena occupazione”. La macroeconomia keynesiana, incentrata sull’incapacità dei mercati di autoequilibrarsi e il necessario intervento dello Stato, entra in scena nel 1936 e, complice anche la rispondenza allo Zeitgeist, conquista rapidamente le Università.

Guido Ferro Canale

Note:

[1] Stiglitz 2002, Prefazione, p. ix

[2] Peraltro non nuovo: sotto il pur fuorviante titolo di «mondializzazione della concorrenza», Attali 2011, pp. 152-156, descrive l’estensione della cooperazione internazionale, tra il 1850 e il 1914, a settori che vanno dalla conoscenza (Premio Nobel) allo sport (Olimpiadi, Federazioni internazionali) e riporta altresì – cfr. pp. 161-162 – una dichiarazione di Sir Ralph Angell, che, nel 1914, definisce i loro frutti addirittura “Stato-mondo”.

[3]  In B. Tuchman, I cannoni di agosto, Garzanti, Milano 1963, p. 151.

[4] Del gold standard come di un’«istituzione informale», non frutto di un’organizzazione né di un accordo esplicito – come invece l’Unione Monetaria Latina – parla Attali 2011, pp. 136-139.

[5] Cfr. J.G. Hülsmann (2008), pp. 67-69.

[6] Inoltre, non va dimenticato che al socialismo c.d. “riformista” si affianca il movimento operaio cattolico, di cui l’Enciclica Rerum Novarum promuove la nascita, affermando, tra l’altro, l’indisponibilità, da parte del contraente lavoratore, di quel minimo retributivo necessario ad assicurare un’esistenza dignitosa – comprensiva di una certa capacità di risparmio – a lui e alla famiglia.

[7] Attali 2011, p. 204, definendo «seconda “globalizzazione”» quella divenuta possibile con la caduta del Muro, afferma: «Si chiude così la parentesi aperta con la prima guerra mondiale, che aveva dato una violenta battuta d’arresto alla marcia plurisecolare verso la mondializzazione.». In altri termini, impliciti ma chiari, la “prima” globalizzazione, per l’economista francese, è quella ante 1914

[8] La Conferenza di Genova del 1922 adotta, comunque, un nuovo regime monetario internazionale, il gold exchange standard, che prevede la piena convertibilità aurea solo per dollaro e sterlina, cui le altre valute sono ancorate (In proposito, v. i rilievi critici di Rueff 1972, pp. 15-35: un sistema del genere, di fatto, estende al commercio internazionale e alla circolazione dei capitali, che fino ad allora richiedevano trasferimenti fisici d’oro, gli inconvenienti dei mezzi fiduciari e della riserva frazionaria). Il sistema entra pienamente in funzione nel 1925, quando l’Inghilterra ripristina la parità aurea antebellica; ma salta nel ’31, allorché la Bank of England è costretta a sospendere la conversione, perché il panico conseguente alla crisi ne sta depauperando le riserve auree.

[9] Dal 1919 al 1932, la sistemazione del debito – in particolare, ma non solo, di quello tedesco – resta ai primi posti nell’agenda politica internazionale; rilevata l’impraticabilità politica del rimedio più semplice, la compensazione multilaterale, si costituisce anche la Banca per i Regolamenti Internazionali (BRI, tuttora esistente; cfr. Attali 2011, p. 177), con il compito di gestire i flussi dei pagamenti tra gli Stati. Anche l’Unione federale europea, proposta alla SDN da Briand e Stresemann nel Settembre 1929, avrebbe dovuto «inizialmente prendere decisioni di ordine economico, “perché è la questione più pressante”» (Ibid., pp. 173-174), ma, proprio in quell’anno, scoppia la grande crisi, che, a suo modo, risolve il problema, imponendo una sospensione generalizzata dei pagamenti.