La religione statalista di Javert

A coloro che javert-crowedanno per scontati la prosperità e il benessere – e tutti noi, che lo si ammetta o meno, lo facciamo – farebbe bene guardare il film  Les Misérables, che vede Russell Crowe recitare la parte dell’inflessibile ispettore Javert (per non menzionare la straordinaria interpretazione di “I Dreamed A Dream”  da parte di Anne Hathaway). Il film dipinge in modo brillante un livello di povertà che nessuno di noi ha mai conosciuto. Dovremmo ben riflettere su questo e sulle ragioni per cui noi, oggi, non viviamo una tale condizione di povertà (suggerimento: non è grazie al Congresso).

Quelle immagini sono un efficace rimprovero per tutti i nuovi primitivisti di destra e di sinistra che vanno esaltando il ritorno a vite più semplici, la decrescita, e che pretendono di mettere un freno al nostro utilizzo di ogni bene, dal gas all’acqua e al cibo. Questo film è un monumento a ciò che significa veramente la povertà. I risultati non sono romantici, nè tantomeno salutari. Sono volgari, dolorosi, crudeli.

Non sorprende il fatto che quella povertà fosse accompagnata da una inesorabile soppressione della libertà individuale da parte del governo, a dimostrazione di quanto, in questo mondo, povertà e statalismo siano direttamente correlati.

La povertà, a quei livelli, è qualcosa che facciamo veramente molta fatica a comprendere. Ma l’autore del romanzo, Victor Hugo, la vide intorno a sè nella Parigi in cui viveva. Scrisse il romanzo nel 1832, durante un periodo economicamente molto difficile per la Francia. La moneta veniva svalutata. I raccolti non erano soddisfacenti. La carestia dilagava. Un’epidemia di colera si era abbattuta su Parigi dopo che la città era stata invasa da immigranti di altre nazioni dell’Europa, da cui erano stati banditi.

La situazione era particolarmente difficile nelle città come Parigi. Le soluzioni politiche del tempo favorirono da una parte le istanze reazionarie per il ripudio dei principi repubblicani e la restaurazione della monarchia e dall’altra la tendenza rivoluzionaria per l’espropriazione dell’aristocrazia. Una terza alternativa verrà presentata più tardi dal grande pensatore Frederic Bastiat, il quale sostenne l’idea del laissez faire – cioè, la rimozione completa del governo dall’equazione e l’apertura all’iniziativa privata.

Il film inizia immergendo lo spettatore nel mezzo di questa situazione, durante il ventesimo ed ultimo anno della durissima punizione inflitta al carcerato Jean Valjean per aver rubato un singolo pezzo di pane. Viene finalmente liberato dal lavoro forzato ma gli viene imposta la libertà vigilata. Javert  giura che farà rispettare questa imposizione a tutti i costi,  e così farà effettivamente fino alla fine. La legge è la sua devozione. Lo stato che crea e fa rispettare la legge, e per il quale lui lavora perché questo è ciò che dà significato alla sua esistenza, è l’arbitro della giustizia e questa giustizia deve essere cieca, senza riguardo alle circostanze.

L’ironia ci colpisce immediatamente. Venti anni di duro lavoro e un vita intera di libertà vigilata per un furto di poca importanza? Sicuramente la pena non è proporzionata al reato. Anzi, è crudele e priva di senso.

E qual è questa legge, che vanta la moralità più elevata? E’ la legge che tassa, che ruba il potere d’acquisto del denaro, che uccide in guerra, che porta miseria alla popolazione, che permette alle elite di vivere nel privilegio alle spese della popolazione. Lo stato ruba molto più di qualche avanzo di pane. La propria fonte di sostentamento è il furto della proprietà delle persone, ma anche delle loro vite, delle loro speranze, e del loro futuro stesso.

Come scriverà poi Bastiat, l’intenzione originale della legge è quella di proteggere la proprietà e la libertà, ma lo stato la sottomette al proprio arbitrio e ne fa uno strumento di rapina. Nel farlo, la legge perde ogni moralità, facendo rispettare ordini che lo stato stesso viola costantemente nel normale corso del suo agire. Nessun agente dello stato produce ricchezza: sfrutta la propria posizione di privilegio a spese di tutti gli altri.

Javert stesso ne è un buon esempio. Vive nell’abbondanza, circondato di povertà. Veste bene in mezzo a persone con abiti a brandelli. Gode di sicurezza in un mare pieno di persone che vivono alla giornata e non sanno cosa il domani porterà loro. E’ l’ipocrisia impersonificata, ma mai se ne rende conto perché tutta la sua fede e la sua moralità sono legate ad una istituzione chamata stato. Immagina sè stesso come uno strumento di giustizia, quando in realtà è la prima fonte di ingiustizia.

Comunque, Javert non si placa. Dà la caccia a Jean Valjean in ogni dove, trattandolo come un criminale, perseguendolo ovunque vada, determinato a vederlo punito non solo per il suo piccolo furto, ma soprattutto per la sua oltraggiosa resistenza allo stato con la violazione della libertà vigilata. Javert è convinto nel profondo del cuore che questa ricerca non sia personale. Si tratta di portare a termine il suo lavoro, cioè far rispettare la legge. Secondo il suo modo di pensare, la legge è sempre valida – indipendentemente da ciò che l’intuizione morale possa suggerire – altrimenti la sua vita, e lo stato a cui è così legato, sarebbero una bugia totale, prospettiva non sopportabile.

Non ho potuto vedere questo meraviglioso film senza pensare a tutti i modi con cui lo stato e i suoi agenti, oggi, fanno esattamente le stesse cose di Javert – grazie ad una devozione completamente insensata all’idea che ciò che dice la legge sia sempre giusto. Decine di milioni di persone potrebbero fumare marijuana in modo inoffensivo e sicuro, ma poiché la legge dice che la sua produzione, la sua distribuzione e il suo consumo sono illegali, ogni giorno le persone vengono arrestate, depredate, e buttate in una cella. La legge dice che così deve essere.

Questo è solo la superficie dell’assurdità delle leggi. La legge persegue la cosiddetta pirateria digitale, attuata con il download, che non danneggia nessuno. Ogni attività imprenditoriale, ogni settore della società, sono soggetti ad una pletora di obblighi e restrizioni che fanno apparire il regime napoleonico come un esempio di libertà. Basterebbe provare ad intraprendere un progetto imprenditoriale per scoprire la selva infinita di regolamentazioni e tasse, limiti e obblighi che governano ogni aspetto della nostra vita.

Lo stato si prende fino al 40% del nostro reddito e ciò che non può rubare lo prende in prestito dal nostro futuro. Ed proprio lo stato osa esigere il rispetto della giustizia e della pace tra la popolazione, proibendoci di rubarci l’un l’altro, e di usare la minaccia della violenza per ottenere i nostri obiettivi. Lo stato è il meno obbediente alla legge di ogni istituzione nella società.

Sotto queste condizioni, tutti noi facciamo ciò che Jean Valjean fece: vedendo che l’obbedienza alla legge significa perdere ogni speranza di felicità, scegliamo la vita. Così facendo, siamo consapevoli che stiamo commettendo un atto rivoluzionario, a nostro piccolo modo. Siamo consapevoli che se veniamo scoperti, pagheremo un caro prezzo. Ma corriamo il rischio, in ogni caso, perché siamo sicuri dei nostri diritti, perché è innato credere che dovremmo essere liberi, e perchè c’è così tanto da guadagnare dicendo no a quelli che suppongono di avere la proprietà sulle nostre vite.

La maggioranza di noi non affronta la decisione se evadere o meno dalla libertà vigilata. Ma ogni giorni facciamo cose che sappiamo non piacere ai nostri governanti e che verrebbero punite se sapute. Tentiamo di tenerci più reddito e libertà possibili. Non solo, ci è evidente, così come era evidente a qualsiasi popolazione che abbia vissuto sotto un dispotismo, che l’obbedienza totale è roba da babbei (suckers).

Nella Francia del 19esimo secolo, e nell’America del 18esimo secolo, la convinzione che esistesse una linea che il governo non dovesse mai oltrepassare diede vita a ciò che è conosciuto come il movimento liberale di cui sia Victor Hugo che Frederic Bastiat erano esponenti. Hugo diede poesia e teatro. Ma fu Bastiat che trovò le risposte nella forma della libertà economica.

Prima che Hugo scrivesse Les Misérables (1862), Bastiat scrisse The Law (1849) — un brillante trattato in cui spiegò che la risposta ai problemi economici e sociali non fosse una forma diversa di governo – legislature repubblicane, folle democratiche, e monarchi autocratici possono essere tutti sistemi oppressivi – ma fosse invece togliere il potere al governo e darlo alle persone nella loro capacità di essere proprietari e responsabili.

Nel film vengono mostrate due vie per il cambiamento. La prima è la rivoluzione armata. Fallisce – non solo nella finzione del romanzo, ma anche nella vita reale con la Rivolta di Parigi del 1832. La seconda strada è più ingegnosa e delicata. Jean Valjean mostra un semplice atto di compassione nei confronti di Javert. Javert ne è scosso, e realizza che se questa misericordia è vera e giusta, la sua vita e il suo lavoro sono sbagliati e devono quindi finire. Questa rivoluzione morale – una persona alla volta – è la via più efficace.

Il film Les Misérables vale la pena di essere visto perché – non so se intenzionalmente o meno – pone l’attenzione sulla grande contesa tra libertà e prosperità, da una parte, e oppressione e povertà dall’altra. Dovrebbe essere visto accompagnato da una rilettura de The Law di Bastiat, che aggiunge precisione legale ed economica alla travolgente descrizione della condizione umana da parte di Hugo. Entrambi servono da promemoria: questa battaglia non avrà mai fine.

Articolo originale di Jeffrey Tucker su Lfb.org

Traduzione a cura di Niccolò Viviani