La teoria della scuola austriaca | II parte

Human ActionCategorie dell’azione

L’azione umana è inevitabilmente racchiusa in categorie. Esse sono: fini, preferenza, mezzi, scelta, costo, profitto, perdita, causalità, tempo, incertezza.

I fini sono gli scopi che ciascuno vuole perseguire, i bisogni da soddisfare sulla base delle proprie preferenze, orientate da valori e interessi che, come detto, sono soggettivi[1]. I fini sono tendenzialmente infiniti; sono i mezzi, come si vedrà fra breve, ad essere scarsi, e a costringere ad una selezione dei fini. Ciascuno possiede una propria scala di preferenze, in cui ordina le utilità ricavate in un dato momento da beni diversi e/o da unità successive dello stesso bene.

In funzione dei fini ogni individuo predispone dei mezzi. I mezzi sono i beni e i servizi. La caratteristica fondamentale è che i mezzi sono necessariamente sempre limitati. Le risorse che gli individui hanno a disposizione sono scarse, nel senso che sono limitate, finite, non infinite. Definizione economica di scarsità: un bene è scarso se, a prezzo zero, la domanda eccede l’offerta. Un bene libero (gratuito) non è scarso solo se l’offerta di esso eccede sempre la domanda: un bene siffatto è un bene sovrabbondante (es. l’aria). I beni sovrabbondanti non sono mezzi, bensì “precondizioni generali del benessere umano”, perché l’utilizzazione di essi da parte di un individuo in un dato momento non ne riduce la disponibilità per altri nello stesso momento e in quelli successivi; non è necessario economizzarli[2]. Ad esempio, appena l’aria cessa di essere sovrabbondante, come accade quando è desiderata come aria condizionata, diventa oggetto di azione[3]. È il fatto universale della scarsità che dà origine al “problema economico”: quali beni e servizi produrre con le risorse esistenti? Dunque i mezzi devono essere economizzati, cioè destinati ai fini a cui si attribuisce più valore. Mentre per i fini, come si è visto, non si può parlare di razionalità o irrazionalità, per i mezzi si può parlare di adeguatezza o inadeguatezza (nel conseguire il fine).

In un mondo siffatto, caratterizzato dalla scarsità, l’uomo quindi è posto continuamente di fronte a problemi di scelta fra obiettivi alternativi. Quello a cui si rinuncia rappresenta il costo. I costi vengono calcolati in termini di costo-opportunità: il costo-opportunità è la (migliore) attività/consumo/produzione a cui si rinuncia per perseguire quella che è stata scelta. In altri termini, il costo è il secondo fine nella scala di valori del soggetto, avendo egli scelto il primo[4]. Se impiego il mio tempo nel fare una cosa devo rinunciare a farne un’altra (il cui valore, l’utilità a cui rinuncio, è il mio costo), o se impiego risorse materiali per produrre un bene devo rinunciare, con le medesime risorse, a produrne un altro. Esempio: con una data quantità di farina, il costo di produzione di un panino è la rinuncia a produrre, e consumare, cinque grissini; oppure, estendendo ad un’azione non economica: sposare Barbara ha un costo dato dal fatto che non posso sposare Paola – la miglior soluzione alternativa[5]. Tale valutazione è soggettiva. Il costo psichico, ora definito, non va confuso con il costo monetario, che è invece misurabile e confrontabile, in quanto è rappresentato dai prezzi a cui sono stati acquistati i fattori produttivi.

La differenza fra il valore del fine conseguito e tale costo è il profitto o guadagno netto. Esso è l’incremento di felicità dell’individuo che ha agito. Se il valore è negativo l’individuo ha conseguito una disutilità, una perdita, dunque ha sbagliato azione, ha commesso un errore. L’azione viene compiuta se il beneficio derivante da essa supera il suo costo, cioè se l’individuo ne trae un profitto. Questo è il profitto psichico, e non è quantificabile e confrontabile fra individui diversi. Concetto diverso è il profitto monetario, dell’imprenditore, che è la differenza fra ricavi e costi, ed è quantificabile e confrontabile.[6]

La causalità, cioè il legame fra causa ed effetto, è un importante requisito dell’azione umana: solo se si ha consapevolezza del rapporto di causa e effetto si può agire; altrimenti no, ma abbiamo visto che è impossibile non agire.

L’azione umana implica una duplice causalità (e dunque per l’essere umano esistono solo due principi disponibili per la comprensione degli eventi della realtà): quella meccanicistica (tipica del mondo non umano) e quella teleologica. La prima, quella del mondo fisico, dev’essere compresa dagli esseri umani affinché possano utilizzare i giusti mezzi per gli scopi prefissati. La seconda è tipica dell’uomo, perché è il cambiamento come prodotto di un comportamento volto a uno scopo, intenzionale; ci si serve della causalità per produrre gli effetti desiderati.

Circa l’efficacia dell’applicazione della causalità, innanzi tutto, bisogna ritenere di aver individuato la causa della propria insoddisfazione, per intervenire su di essa. Un’azione umana avviene anche se il suo autore ha sbagliato nell’individuazione del rapporto di causa ed effetto (ad esempio, la danza per far piovere da parte dei primitivi). In secondo luogo, bisogna essere in grado di intervenire su quella determinata causa, cioè aspettarsi che una determinata azione possa rimuovere l’insoddisfazione (esempio: il rumore di un aereo che passa non può essere facilmente eliminato, il ronzio di una mosca sì).

Il tempo è un’altra categoria prasseologica. La nozione di cambiamento implica la nozione di sequenza temporale. L’azione umana mira al cambiamento e vive quindi nell’ordine temporale, i mezzi vengono impiegati per conseguire un obiettivo che è collocato in un tempo posteriore. Se l’uomo potesse raggiungere tutti i propri fini istantaneamente nel presente, non vi sarebbe la necessità di agire; ma ciò è impossibile. La ragione umana è incapace di concepire l’idea di un’esistenza senza tempo e di un’azione senza tempo.

Il tempo, come gli altri fattori, è una risorsa scarsa; e l’uomo lo deve economizzare. Anche se un individuo vivesse nel giardino dell’Eden, e potesse avere tutti i beni che desidera senza alcuno sforzo, comunque non potrebbe consumarli tutti nello stesso istante e dovrebbe scegliere fra un consumo effettuato “prima” e uno effettuato “dopo”.

Un altro aspetto relativo al tempo è che gli uomini preferiscono conseguire i propri fini nel più breve tempo possibile. Più presto si consegue la soddisfazione, meglio è; dunque, dato il fine, quanto più breve è il periodo dell’azione (periodo di produzione), cioè la durata temporale dell’azione svolta per quel determinato fine, meglio è. In altri termini, gli individui preferiscono una soddisfazione presente ad una soddisfazione futura, se questa è pari o inferiore. Questo è il fatto universale della preferenza temporale.

L’incertezza è un’altra caratteristica ineliminabile della condizione umana. Il futuro è sempre incerto, non prevedibile con certezza; anche perché a ciò contribuisce la creatività umana. Se l’uomo conoscesse il futuro non sceglierebbe (non agirebbe), perché non potrebbe cambiarlo; sarebbe solo un automa che reagisce a stimoli esterni senza una propria scelta. L’incertezza introduce la possibilità dell’errore, e dunque l’assunzione del rischio[7]. L’incertezza incorpora anche l’impossibilità della conoscenza perfetta di tutte le grandezze del sistema economico(domande, offerte, costi, prezzi, prodotti, tecnologie ecc.)[8] e rende erronei i modelli di previsione macroeconomici.

Tutte queste categorie dell’azione sono implicazioni immediate dell’assioma dell’azione. Sono anch’esse a priori e necessarie: non possono essere negate, perché il tentativo di negarle presupporrebbe la loro esistenza: infatti chi cercasse di negarle incorrerebbe in una trappola logica, perché l’azione di confutazione sarebbe necessariamente incardinata in esse, dunque ne confermerebbe l’esistenza e la veridicità: egli infatti starebbe cercando di raggiungere un fine con dei mezzi (la mente, la lingua) in un tempo definito che trascorre, conseguendo da tale attività un’utilità superiore alla fatica impiegata (profitto) oppure no (perdita) e così via [9].

Secondo un fraintendimento frequente, l’economia studia un ipotetico “uomo economico”, interessato solo all’acquisizione di risorse materiali e di denaro. Da quanto detto emerge invece il carattere universale e lato dell’analisi economica, in quanto l’azione umana comprende anche il soddisfacimento di bisogni intellettuali, spirituali o altruistici. «Le leggi dell’economia […] si applicano a Madre Teresa così come a Donald Trump»[10].

Con gli strumenti teoretici ora esaminati, si può pervenire sia alle leggi fondamentali dell’economia, sia all’analisi del mondo reale. Dall’Assioma Fondamentale, con le sue categorie, e dai due postulati sopra enunciati, l’economia attraverso la deduzione logica può pervenire a delle conclusioni, che sono i teoremi economici. Dunque può elaborare sul piano deduttivo un’analisi dell’economia di Crusoe (individuo isolato) e dell’economia di scambio e monetaria. L’economia è logica applicata. Poiché nelle scienze sociali non sono possibili esperimenti in laboratorio, in quanto non si possono mantenere “costanti” (ceteris paribus) gli esseri umani, la prasseologia sostituisce il laboratorio con ciò che Mises chiamava le “costruzioni immaginarie” o “esperimenti mentali”, nei quali si postula una iniziale condizione di equilibrio (FSR, final state of rest, stato finale di quiete, in cui i prezzi non mutano perché non si effettua alcuno scambio), successivamente si ipotizza (a livello puramente mentale) il mutamento di una variabile, mantenendo costanti le altre, e infine si esaminano gli effetti. Lo stato finale di quiete non è una condizione definitiva che si può realizzare nella realtà (non esiste l’equilibrio finale di lungo periodo), serve solo per isolare singole variabili che mutano, e che condurranno a un nuovo FSR. Un altro esempio di costruzione immaginaria è l’Economia Uniformemente Rotante (Evenly Rotating Economy), in cui il processo produttivo si svolge sempre identico a se stesso: i medesimi fattori produttivi si trasformano nei medesimi beni, che vengono acquistati dai consumatori nelle medesime proporzioni, agli stessi prezzi.

Il procedimento è costituito da a) la comprensione del significato di azione, b) una situazione – considerata data – descritta in termini di categorie dell’azione e c) una deduzione logica delle conseguenze (ancora in termini di tali categorie) derivanti dalla situazione. Ad esempio, per derivare la legge dell’utilità marginale, il procedimento opera nel seguente modo: a) ogni attore preferisce sempre ciò che lo soddisfa di più a ciò che lo soddisfa di meno, b) egli si trova di fronte all’incremento di una unità della quantità di un bene (mezzo scarso), c) per necessità logica questa unità addizionale può solo essere impiegata come mezzo per soddisfare un bisogno ritenuto meno urgente del bisogno soddisfatto con l’unità precedente del bene (legge dell’utilità marginale decrescente). Altro esempio: ad uno stadio precedente del ragionamento si è approdati alla verità che il prezzo di un prodotto è determinato da due variabili, la domanda e l’offerta in un tempo dato. Quindi si mantiene costante l’offerta, e si scopre che un incremento della domanda (determinato da valori più alti nelle scale di preferenza del pubblico) condurranno ad un incremento del prezzo.

Procedendo gradino per gradino attraverso il ragionamento discorsivo, dall’assioma fondamentale dell’azione umana e dalle sue categorie derivano implicazioni logiche che sono leggi dell’economia quali:

– il fatto che i soggetti, quando agiscono economicamente, rientrano – e possono rientrare solo – nelle tre categorie funzionali di imprenditori, proprietari dei fattori e lavoratori;

– il già esaminato principio delle preferenze dimostrate: ogni azione particolare compiuta da una persona dimostra la sua preferenza per quella azione, cioè dimostra che lo scopo a cui è destinata è quello che le procura la massima soddisfazione;

– lo scambio volontario come mutuo beneficio (teorema dello scambio volontario: un atto di scambio tra due o più soggetti ha luogo solo se esso migliora la posizione di benessere di ciascun partecipante);

– ogni scambio volontario dimostra una diversa valutazione dei beni scambiati da parte dei partecipanti (io valuto il tuo bene più del mio, e tu valuti il mio bene più del tuo), dunque ogni scambio volontario sposta i beni dagli usi meno produttivi in termini di valore agli usi più produttivi, secondo la valutazione degli attori (quindi gli impedimenti coercitivi generano inefficienza: v. infra);

– la produzione deve precedere il consumo;

– ciò che è consumato oggi non può essere consumato di nuovo in futuro;

– la legge dell’utilità marginale decrescente; e della disutilità del lavoro crescente (il marginalismo è uno dei più importanti contributi offerti dalla scuola Austriaca);

– il confronto fra utilità e disutilità marginali per determinare la quantità di lavoro (ripartizione del tempo fra lavoro e riposo, che è un bene di consumo);

– la legge dell’associazione di Ricardo (divisione del lavoro): si ottiene una maggior produzione se A si specializza nella produzione di un solo bene anche se è più produttivo di B nella produzione di entrambi i beni;

– la legge della domanda;

– la legge dell’offerta;

– il prezzo di mercato come risultante dell’utilità e della scarsità relative[11];

– se aumenta la quantità domandata di un bene, a parità di offerta, il prezzo del bene salirà;

– la legge dei rendimenti ottimi (esiste necessariamente una combinazione dei fattori produttivi tale per cui il prodotto è massimo);

– la preferenza temporale (una soddisfazione più prossima nel tempo è preferita alla medesima soddisfazione più lontana) e la determinazione dell’interesse;

– la necessità di un mezzo di scambio emergente dal mercato (moneta);

– la teoria quantitativa della moneta;

– mantenendo costante la domanda di moneta, un incremento della quantità di moneta ridurrà il valore (potere d’acquisto) dell’unità monetaria.

E poi gli effetti delle interferenze coercitive:

– l’imposizione fiscale riduce il benessere, perché riduce sicuramente quello del soggetto inciso grazie al criterio delle “preferenze dimostrate”: se il contribuente desiderasse dare allo Stato parte del suo reddito, lo farebbe volontariamente, cioè rivelerebbe la sua preferenza attraverso l’azione del trasferimento; se non lo fa vuol dire che la sua preferenza è di trattenere preso di sé il proprio reddito, e dunque la sottrazione forzata da parte dello stato riduce il suo benessere;

– l’imposizione fiscale disincentiva la produzione e quindi la riduce al di sotto del livello che altrimenti si sarebbe conseguito;

– prezzi fissati autoritativamente sotto il livello di mercato condurranno a penurie del bene;

– pavimenti al prezzo a sovrapproduzioni (disoccupazione nel caso del salario);

– l’eliminazione (o la compressione) della proprietà privata dei fattori non consente di attribuire ad essi un prezzo e quindi rende impossibile il calcolo economico;

– l’espansione artificiale del credito bancario induce i cicli economici.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla prima parte


Per la citazione del presente saggio: P. Vernaglione, La teoria della Scuola Austriaca, in “Rothbardiana”, http://www.rothbard.it/teoria/austriaca.doc, 31 luglio 2009.

Note

[1] Non solo non si possono paragonare, sulla base di un criterio oggettivo e scientifico, i fini tra di loro, ma nemmeno lo stesso fine per due individui diversi, né lo stesso fine per lo stesso individuo in due tempi diversi.

[2] Crusoe non ha bisogno di correre più piano per risparmiare ossigeno; e, per far cadere una noce di cocco con un bastone, può sempre contare sulla legge di gravità, non è costretto a realizzare alcun trade-off relativamente ad essa. Detto in altro modo, non si trova nella condizione di poter conseguire un maggior numero di obiettivi disponendo di “più ossigeno” o “più gravità”. I beni non economici non sono oggetto di azione. Oppure sono guide per l’azione, come ad esempio beni non-scarsi come le idee espresse da una persona (o la musica prodotta, o un file sul web ecc.) appena diventano pubbliche. Esse infatti sono replicabili, nel senso che sono copiabili e condivisibili all’infinito: possono essere appropriate (ascoltate) da altri senza che il proprietario originario di esse ne venga privato, e senza che nessun altro ne venga privato; ciò che non avviene con i beni fisici.

[3] Dunque il termine “scarsità” in questo contesto non ha il significato usuale di “penuria”: anche un bene disponibile in quantità enormi è “scarso”, in quanto non infinito. Inoltre la scarsità non è una caratteristica esclusiva dei beni tangibili o percepibili con i sensi: ad esempio, anche le onde radio sono beni scarsi, nonostante non siano tangibili e percepibili con i sensi.

[4] Le acquisizioni fatte finora consentono di comprendere la definizione di Economia proposta da Robbins: scienza che studia il comportamento umano come una relazione fra scopi e mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi. Il Saggio sulla natura e il significato della scienza economica (1932) di Lionel Robbins fu ritenuto per molti anni, in Inghilterra e negli Stati Uniti, un rilevante lavoro sulla metodologia della scienza economica. Robbins riconobbe i suoi “speciali debiti” a Mises, che aveva cominciato ad occuparsi di epistemologia verso la fine degli anni Venti del Novecento. Tuttavia, l’importanza data da Robbins all’economia come studio dell’allocazione di risorse limitate per il raggiungimento di scopi alternativi è una prasseologia molto semplificata, che fa acqua da tutte le parti. Sono assenti tutte le più profonde analisi di Mises sulla natura del metodo deduttivo e le differenze fra teoria economica e storia. Questa insufficienza potrebbe rappresentare il motivo per cui il lavoro di Robbins non sia riuscito a contrastare la crescente influenza del positivismo nella teoria economica. Cfr. M.N. Rothbard, I contributi fondamentali di Ludwig von Mises, Rubbettino-Facco, Soveria Mannelli (Cz), p. 91.

[5] Il costo che si sopporta nel prendere una decisione dunque è sempre ex ante; appena la decisione è presa e la scelta è concretamente esercitata, cioè appena la risorsa è impiegata, il costo scompare, diventa un costo storico, passato definitivamente e per sempre.

[6] Un imprenditore può volutamente accettare un profitto monetario più basso per godere di un profitto psichico più alto; ad esempio vendendo agli amici alcune unità del bene ad un prezzo più basso.

[7] Rischio e incertezza sono concetti diversi: il primo consente una valutazione probabilistica perché ha a che fare prevalentemente con situazioni del mondo naturale (es. il lancio della moneta, con relativa probabilità del 50%); la seconda no perché riguarda l’azione umana, che è unica, storicamente irripetibile (la probabilità di riuscita di un matrimonio dipende dalle azioni del soggetto coinvolto). La frequenza con cui un evento umano è capitato nel passato non produce sicurezze sul futuro. Il rischio è assicurabile, l’incertezza no.

[8] La teoria neoclassica ha posto la premessa irrealistica della perfetta conoscenza da parte di tutti gli operatori economici, consumatori, produttori, imprese. Dunque le domande, le offerte, i costi, i prezzi, i prodotti, le tecnologie, i mercati sarebbero completamente noti a tutti. La Scuola delle aspettative razionali ha estremizzato tale tesi asserendo che il mercato possiede la conoscenza delle suddette informazioni non solo relativamente al presente, ma anche al futuro.

[9] Barry Smith sostiene invece che tutti questi concetti, ed altri (causazione, soddisfazione, insoddisfazione, ragione, valutazione, anticipazione, mezzi, fini, utilizzazione, tempo, scarsità, opportunità, scelta, incertezza, aspettativa) non si possono considerare una derivazione logica del concetto di azione; cioè non si può simultaneamente e senza circolarità ridurre ognuno di essi al concetto di azione. Secondo l’autore l’economia Austriaca, come altre discipline a priori, utilizza una molteplicità di concetti connessi insieme non con un criterio gerarchico, ma come una rete di connessioni reciproche il cui ordine non è stato stabilito in anticipo.

[10] R.P. Murphy, Lessons for the Young Economist, Mises Institute, Auburn (Al), 2010, p. 7.

[11] La teoria dei prezzi e del valore è il contributo più importante della scuola Austriaca.