La pretesa di sapere – discorso di accettazione del Nobel di Friedrich Hayek

In occasione del ventunesimo anniversario dalla scomparsa di Friedrich Hayek (Vienna, 8 maggio 1899 – Friburgo, 23 marzo 1992), riproponiamo il discorso del grande economista austriaco in occasione della consegna del Premio Nobel per l’Economia (1974).

In un momento storico in cui l’ossessione scientista, mirante, nel campo economico, a racchiudere la complessità sociale in modelli matematici aventi finalità predittive e di controllo, sembra più viva che mai, le parole di Hayek risuonano incredibilmente attuali.

Mises Italia

L’occasione particolare di questa conferenza, insieme al principale problema pratico che gli economisti devono affrontare oggi, ha reso la scelta del suo soggetto quasi inevitabile. Da una parte, l’ancora recente istituzione del premio Nobel per la Scienza Economica segna un passo significativo nel processo tramite cui, nell’opinione del grande pubblico, all’economia è stata concessa parte della dignità e del prestigio delle scienze fisiche. Dall’altra parte, gli economisti sono, in questo momento, chiamati a spiegare come districare il mondo libero dalla grave minaccia dell’inflazione in crescita determinata, bisogna ammetterlo, dalle politiche che la maggior parte degli economisti ha suggerito e perfino invitato i governi a perseguire. Abbiamo effettivamente, al momento, pochi motivi per essere orgogliosi: come professione abbiamo combinato un gran pasticcio.

Mi pare che questo fallimento degli economisti nel guidare positivamente la politica sia strettamente collegato alla loro tendenza a imitare quanto più rigorosamente possibile le procedure, che così tanto successo hanno riscosso, delle scienze fisiche  – un tentativo che, nel nostro campo, può condurre ad un errore fatale. È un approccio descritto come attitudine “scientista” – un’attitudine che, come la definii circa trent’anni fa,

“è decisamente non scientifica nel senso vero della parola, poiché prevede un’applicazione meccanica e non critica di abiti mentali a campi differenti da quelli in cui si sono formati” [1].

Vorrei iniziare citando alcuni degli errori più gravi della recente politica economica quali conseguenze dirette di questo paradigma.

La teoria che ha guidato la politica monetaria e finanziaria negli ultimi trent’anni, e che io ritengo sia in gran parte il prodotto di questa concezione erronea, consiste nel correlare positivamente la piena occupazione e la dimensione della domanda aggregata di beni e servizi; per cui potremmo permanentemente assicurare la piena occupazione mantenendo la spesa monetaria complessiva ad un livello appropriato. Fra le varie teorie avanzate per spiegare l’elevata disoccupazione, questa è probabilmente l’unica a sostegno della quale può essere fornita una forte evidenza quantitativa. Tuttavia io la considero fondamentalmente falsa e agire usandola come base, come stiamo facendo oggi,  ritengo sia molto pericoloso.

Arriviamo alla questione cruciale. Diversamente della posizione esistente nelle scienze fisiche, nell’economia e in altre discipline aventi ad oggetto fenomeni essenzialmente complessi, i dati quantitativi non possono dirci tutto, essendo necessariamente limitati e circoscritti a determinati aspetti dei fenomeni. Mentre nelle scienze fisiche si assume generalmente, probabilmente a buona ragione, che ogni fattore importante, può essere a sua volta direttamente osservabile e misurabile, nello studio di fenomeni complessi, quali il mercato, che dipendono dalle azioni di molti individui, difficilmente tutte le circostanze che determineranno il risultato di un processo, per i motivi che spiegherò più avanti, potranno mai essere completamente conosciute o misurabili. E mentre nelle scienze fisiche il ricercatore potrà misurare ciò che, sulla base della prima formulazione della teoria, considera importante, nelle scienze sociali spesso si considera importante solo ciò che è accessibile alla misurazione. Questa procedura viene, a volte, spinta a tal punto da richiedere formulazioni teoriche che facciano riferimento soltanto a grandezze misurabili.

Difficilmente si può negare la limitatezza di una tale richiesta: in modo del tutto arbitrario, prendiamo in considerazione fatti che devono essere considerati come cause potenziali degli eventi reali. Questa visione, accettata spesso abbastanza ingenuamente, ha alcune conseguenze paradossali; sappiamo, naturalmente, riguardo al mercato e a simili strutture sociali, una grande quantità di fatti non misurabili e sui quali, in effetti, abbiamo soltanto poche informazioni generali e molto imprecise. E poiché le conseguenze di questi fatti non possono essere confermate dai dati statistici, allora vengono semplicemente trascurate da chi è votato ad ammettere nell’analisi solo ciò che considera prova scientifica: il passo successivo è procedere come se nulla fosse, considerando come rilevante soltanto ciò che è misurabile.

La correlazione fra domanda aggregata e piena occupazione, per esempio, può solo essere approssimativa; essendo, però, l’unica su cui abbiamo dati quantitativi, è accettata come collegamento causale. Possiamo quindi avere prove “scientifiche” che supportano fallacie; nondimeno, verranno accettate perché maggiormente “scientifiche”.

Lasciate che illustri tutto ciò – esponendo, altresì, le ragioni per cui tale disoccupazione non può essere curata durevolmente dalle politiche inflazionistiche suggerite dalla teoria oggi in voga – citando la causa principale della disoccupazione odierna: l’esistenza di differenze tra la distribuzione della domanda fra i diversi beni e servizi e la ripartizione della forza lavoro e delle altre risorse nella produzione di questi beni. Possediamo una conoscenza “qualitativa” ragionevolmente buona delle forze che determinano la corrispondenza tra l’offerta e la domanda nei diversi settori del sistema economico, delle circostanze in cui sarà realizzata e dei probabili fattori che ne impediranno la sistemazione. I passi separati nella spiegazione di questo processo poggiano su conoscenze frutto dell’esperienza quotidiana e pochi tra quelli che si prenderanno il disturbo di seguire la discussione metteranno in dubbio la validità degli assunti fattuali o la correttezza logica delle conclusioni da essi ricavate. Abbiamo effettivamente buona ragione di credere che la disoccupazione indichi la distorsione (solitamente a causa del controllo dei prezzi) della struttura dei prezzi e degli stipendi relativi; per ristabilire l’uguaglianza fra la domanda e l’offerta di forza lavoro in tutti i settori sono necessari un cambiamento dei prezzi relativi ed alcuni trasferimenti di forza lavoro.

Ma quando ci viene richiesta una prova quantitativa per la particolare struttura dei prezzi e degli stipendi che sarebbero richiesti per assicurare una vendita continua e regolare dei prodotti e dei servizi offerti, dobbiamo ammettere di non avere tali informazioni. Sappiamo, in altre parole, le condizioni generali in cui ciò che chiamiamo, per certi versi ingannevolmente, equilibrio di mercato, verrà ristabilito; ma non possiamo mai sapere quali sarebbero i particolari prezzi o stipendi che esisterebbero se nel mercato si verificasse un tale equilibrio. Possiamo soltanto dire quali sono le circostanze nelle quali possiamo attenderci che il mercato stabilisca prezzi e stipendi tramite i quali la domanda uguaglierà l’offerta. Ma non potremo mai produrre informazioni statistiche che mostrino quanto i prezzi e gli stipendi prevalenti deviano da quelli che assicurerebbero una vendita continua dell’attuale offerta di forza lavoro.

Benché questa spiegazione delle cause della disoccupazione sia una teoria empirica – nel senso che potrebbe essere provata falsa, per esempio se, con una massa monetaria costante, un aumento generale degli stipendi non conducesse a disoccupazione – non è certamente il genere di teoria che potremmo usare per fare previsioni numeriche specifiche riguardo ai saggi salariali, o alla distribuzione del lavoro, che ci si aspettano.

Perché dovremmo, tuttavia, in economia, invocare come pretesto l’ignoranza di fatti su cui, nel caso di una teoria nel campo della fisica, ci si aspetterebbe certamente che uno scienziato fornisca informazioni precise? Probabilmente non sorprende che chi è impressionato dall’esempio delle scienze fisiche ritenga questa posizione molto insoddisfacente, insistendo sugli standard di prova che ritroviamo in quelle discipline. Il motivo di questa situazione è il fatto, cui già ho fatto un breve riferimento, che le scienze sociali, come molta della biologia ma diversamente della maggior parte dei campi delle scienze fisiche, devono occuparsi di strutture di complessità essenziale, vale a dire, con strutture le cui proprietà caratteristiche possono essere esibite soltanto da modelli composti da un numero di variabili relativamente ampio. La concorrenza, per esempio, è un processo che porterà determinati risultati soltanto se procede in un numero ragionevolmente grande di agenti.

In alcuni campi, specialmente ove problemi di tipo simile si presentino nelle scienze fisiche, le difficoltà possono essere superate usando, anziché informazioni specifiche sui diversi elementi, dati sulla frequenza relativa o sulla probabilità dell’occorrenza di varie proprietà distintive degli elementi. Ma questo è vero soltanto se ci occupiamo di quelli che il dott. Warren Weaver (in precedenza alla Fondazione Rockefeller) ha definito, con una distinzione lungi dall’essere pienamente compresa, “fenomeni di complessità disorganizzata”, in contrasto ai “fenomeni di complessità organizzata” coi quali ci dobbiamo confrontare nelle scienze sociali [2].

La complessità organizzata indica questo: il carattere delle strutture che la espongono dipende non solo dalle proprietà dei diversi elementi di cui sono composte e dalla frequenza relativa con cui si presentano, ma anche dal modo in cui i diversi elementi sono collegati tra loro. Nella spiegazione del funzionamento di tali strutture non possiamo, per questo motivo, sostituire le informazioni sui diversi elementi con informazioni statistiche, ma necessitiamo delle informazioni complete su ogni elemento se dalla nostra teoria dobbiamo dedurre previsioni specifiche su eventi separati. Senza tali informazioni specifiche sui diversi elementi saremmo limitati a ciò che, in un’altra occasione, ho chiamato “semplici previsioni della struttura” – previsioni di alcuni degli attributi generali delle strutture che si formeranno, non contenenti specifiche dichiarazioni circa i diversi elementi di cui le strutture si comporranno [3].

Ciò è particolarmente vero per le nostre teorie che spiegano la determinazione dei sistemi dei prezzi e degli stipendi relativi che si formeranno in un mercato funzionante. Nella determinazione di questi prezzi e stipendi entreranno gli effetti di informazioni particolari possedute da ciascuno dei partecipanti nel processo di mercato – una somma di fatti che, nella loro totalità, non possono essere noti all’osservatore scientifico o a qualunque altra mente individuale. È, in effetti, la fonte della superiorità dell’ordine del mercato e la ragione per cui, quando non è soppresso dai poteri pubblici, rimuove regolarmente altri tipi di ordine, il fatto che nella risultante allocazione delle risorse sarà utilizzata una conoscenza particolare, la quale esiste soltanto dispersa fra innumerevoli persone, più grande di quella che una sola persona può possedere. Ma poiché noi, gli scienziati che osservano, non potremo mai conoscere tutti i fattori determinanti di un tale ordine e di, conseguenza, nemmeno potremo sapere a quale particolare struttura di prezzi e stipendi la domanda eguaglierebbe ovunque l’offerta, allo stesso modo non potremo misurare le deviazioni da quell’ordine; né possiamo verificare statisticamente la nostra teoria, secondo la quale sarebbero le deviazioni da quel sistema di “equilibrio” di prezzi e stipendi a rendere impossibile vendere certi prodotti e servizi ai prezzi a cui sono offerti.

Prima di continuare con la mia preoccupazione immediata (gli effetti di tutto questo sulle politiche occupazionali attualmente perseguite), lasciatemi definire, specificamente, le inerenti limitazioni della nostra conoscenza numerica, così spesso trascurate. Voglio far questo per evitare di dare l’impressione di rifiutare generalmente il metodo matematico nell’economia: considero, in effetti, quale grande vantaggio della tecnica matematica, la possibilità di descrivere, per mezzo di equazioni algebriche, il carattere generale di una struttura di cui non conosciamo nemmeno i valori numerici che determineranno la sua particolare manifestazione. Difficilmente, senza questa tecnica algebrica, avremmo potuto concepire l’immagine d’insieme della mutua interdipendenza dei vari eventi che accadono sul mercato. Ha condotto però all’illusione secondo cui possiamo usare questa tecnica per la determinazione e la previsione dei valori numerici di quelle grandezze; da qui, un’inutile ricerca delle costanti quantitative o numeriche. Questo è accaduto nonostante i moderni fondatori dell’economia matematica non avessero tali illusioni. È vero che i loro sistemi di equazioni, mirati a descrivere la struttura di un equilibrio del mercato sono tali che, se potessimo riempire tutti gli spazi vuoti delle formule astratte, in altre parole, se conoscessimo tutti i parametri di queste equazioni, potremmo calcolare i prezzi e le quantità di tutti i prodotti e servizi venduti. Ma, come Vilfredo Pareto, uno dei fondatori di questa teoria, dichiarò chiaramente, il suo scopo non poteva essere quello di “arrivare a un calcolo numerico dei prezzi” perché, disse, sarebbe “irragionevole” supporre di poter accertare tutti i dati [4]. Effettivamente, la questione cruciale era già stata intuita dai grandi precursori dell’economia moderna, gli scolastici spagnoli del XVI secolo, i quali enfatizzarono ciò che denominarono pretium mathematicum, il prezzo matematico, dipendente da tante circostanze particolari da non poter mai essere conosciuto dall’uomo ma soltanto da Dio [5]. Spesso vorrei che i nostri economisti matematici l’avessero tenuto in giusta considerazione. Devo confessare che ancora dubito del fatto che la loro ricerca delle grandezze misurabili abbia portato contributi significativi alla nostra comprensione teorica dei fenomeni economici – a differenza del loro valore come descrizione di situazioni particolari. Né sono preparato ad accettare la giustificazione secondo cui questo ramo della ricerca sia ancora molto giovane: sir William Petty, il fondatore dell’econometria, era dopotutto, in qualche modo, un collega anziano di sir Isaac Newton nella Royal Society!

Ci possono essere pochi casi in cui la superstizione per cui soltanto le grandezze misurabili debbano essere importanti abbia avuto ripercussioni positive nel campo economico; i problemi attuali dell’occupazione e dell’inflazione sono molto gravi. Probabilmente, a questa mentalità dobbiamo l’incomprensione, da parte della scientisticamente orientata maggioranza deegli economisti, della reale causa della disoccupazio; questo perché il modo in cui questa ha operato non può essere confermato dall’osservazione di relazioni dirette tra grandezze misurabili. Ci si è concentrati quasi esclusivamente su fenomeni superficiali ma quantitativamente misurabili, dando vita ad una politica che ha peggiorato il problema.

Bisogna, è naturale, ammettere prontamente che il genere di teoria che considero come spiegazione autentica della disoccupazione è una teoria dal contenuto piuttosto limitato, perché ci permette di fare solo previsioni molto generali del tipo di eventi che dobbiamo attenderci in una data situazione. Ma gli effetti sulla politica delle costruzioni più ambiziose non hanno avuto molta fortuna e, confesso, preferisco una conoscenza vera ma imperfetta, che lascia molte cose indeterminate e imprevedibili, a una presunzione di conoscenza esatta probabilmente falsa. Il credito spendibile, grazie alla conformità apparente con gli standard scientifici riconosciuti, di teorie apparentemente semplici ma false può avere, come il caso attuale mostra, gravi conseguenze.

Infatti, nel nostro settore, le stesse misure che la teoria “macroeconomica” dominante ha suggerito quali “rimedi” per la disoccupazione – vale a dire, l’aumento della domanda aggregata – sono diventate la causa di una vastissima cattiva allocazione delle risorse che, probabilmente, renderà inevitabile una successiva disoccupazione su grande scala. L’iniezione continua di somme di denaro supplementari, in punti del sistema economico in cui si genera una domanda provvisoria, che dovrà cessare quando l’aumento della quantità di moneta si arresterà o rallenterà, insieme all’attesa di un continuo aumento dei prezzi, attira forza lavoro ed altre risorse in occupazioni che possono durare soltanto a condizioni tali per cui l’aumento della quantità di moneta continua allo stesso tasso – o, forse – persino solo a condizione che continui ad accelerare ad un tasso dato. Questa politica ha prodotto non tanto un livello di occupazione non raggiungibile in altri modi, quanto una distribuzione dell’occupazione non sostenibile indefinitamente ma, dopo un certo periodo, solo grazie ad un tasso d’inflazione tale da condurre, velocemente, allo sfascio di ogni attività economica. Un’errata visione teorica ci ha condotto in una posizione pericolosa, dalla quale non possiamo impedire il riemergere di una sostanziale disoccupazione; non perché, al contrario di ciò che un comune e diffuso malinteso porta a pensare, questa disoccupazione sia determinata deliberatamente come mezzo per combattere l’inflazione: il suo manifestarsi sarà una conseguenza profondamente spiacevole ma inevitabile delle politiche erronee del passato non appena l’accelerazione inflazionistica diminuirà.

Devo, tuttavia, lasciare ora questi problemi d’importanza pratica immediata, che ho introdotto, principalmente, a titolo illustrativo delle conseguenze di grande rilievo che possono seguire dagli errori riguardanti problemi astratti della filosofia della scienza. Ci sono altrettanti motivi per essere consci dei pericoli di lungo termine generati, in un campo ancora più vasto, dall’accettazione acritica di asserzioni che hanno l’apparenza di essere scientifiche di quanti ce ne siano riguardo ai problemi che ho appena discusso. Ciò che principalmente ho voluto fare notare, tramite la discussione di problemi attuali, è questo: certamente nel mio campo, ma credo anche generalmente nelle scienze umane, quella che appare superficialmente come la procedura più “scientifica” è spesso tutt’altro che tale e, in questi settori, vi sono limiti definiti a ciò che possiamo attenderci dalla scienza. Affidare alla scienza – o al controllo intenzionale secondo i principi scientifici – qualcosa di più di ciò che il metodo scientifico è in grado di realizzare, può avere effetti deplorevoli. Il progresso delle scienze naturali nei tempi moderni, naturalmente, ha talmente superato tutte le attese che qualsiasi suggerimento circa la sua limitatezza è destinato a destare sospetti. Resisteranno a tale idea specialmente coloro i quali speravano che il nostro crescente potere di previsione e controllo, generalmente considerato il risultato caratteristico del progresso scientifico, applicato ai processi della società, ci avrebbe presto permesso di modellarla a nostro piacere. È effettivamente vero che, contrariamente all’entusiasmo prodotto dalle scoperte delle scienze fisiche, la comprensione ottenuta dallo studio della società, ha più spesso l’effetto di smorzare le nostre aspirazioni; ed è forse non sorprendente che i più giovani e più impetuosi membri della nostra professione non siano sempre preparati ad accettarlo. Tuttavia, la fiducia nel potere illimitato della scienza è basata troppo spesso sulla falsa credenza secondo cui il metodo scientifico consiste nell’applicazione di una tecnica pronta o nell’imitazione della forma piuttosto che della sostanza della procedura scientifica, come se bastasse soltanto seguire alcune ricette di cucina per risolvere tutti i problemi sociali. A volte sembra quasi che le tecniche della scienza siano state imparate più facilmente rispetto al pensiero utile ad indicarci quali siano i problemi e come affrontarli.

Il conflitto fra ciò che il pubblico nel suo umore attuale si aspetta dalla scienza, al fine di soddisfare speranze popolari e ciò che è realmente in suo potere fare, è una questione seria perché, anche se i veri scienziati riconoscessero tutti le limitazioni nel campo degli affari umani, finché il pubblico si aspetterà di più, ci sarà sempre chi fingerà, e forse onestamente crederà, di poter fare di più, di quanto sia realmente in suo potere, per rispondere alle esigenze stesse. È spesso abbastanza difficile per l’esperto, e certamente in molti casi impossibile per il profano, distinguere fra pretese legittime ed illegittime avanzate nel nome della scienza. L’enorme pubblicità, recentemente fatta dai media a un rapporto “scientifico” circa I limiti alla crescita e il silenzio degli stessi media sulla critica devastante che questo rapporto ha ricevuto dagli esperti competenti [6], deve renderci, in qualche modo, prudenti riguardo l’uso che può esser fatto del prestigio della scienza. Non solo nel campo dell’economia sono stati lanciati proclami esagerati, in nome di una direzione più scientifica di tutte le attività umane e dell’opportunità di sostituire processi spontanei con il “controllo umano cosciente”. Se non sbaglio, la psicologia, la psichiatria e alcuni rami della sociologia, per non parlare della cosiddetta filosofia della storia, sono ancor più influenzate da ciò che ho definito pregiudizio scientistico e dai proclami speciosi su ciò che la scienza può realizzare [7].

Se dobbiamo salvaguardare la reputazione della scienza e impedire l’arrogarsi di conoscenza basata su una somiglianza superficiale della procedura con quella delle scienze fisiche, un grande sforzo dovrà essere orientato verso la confutazione di tali pretese, alcune delle quali sono ormai diventate interessi acquisiti di sezioni di università riconosciute. Non possiamo essere abbastanza riconoscenti a moderni filosofi della scienza come sir Karl Popper, il quale ci ha consegnato un test con cui possiamo distinguere fra cosa possiamo accettare come “scientifico” e cosa no – un test che, sono sicuro, alcune dottrine ora ampiamente accettate come “scientifiche” non passerebbero. Ci sono alcuni particolari problemi, tuttavia, in relazione a quei fenomeni essenzialmente complessi di cui le strutture sociali rappresentano un caso così importante, che mi fanno desiderare di riaffermare, in conclusione ed in termini più generici, le ragioni per le quali in questi campi non soltanto ci sono ostacoli assoluti per la previsione di eventi specifici, ma perché comportarsi come se possedessimo una conoscenza scientifica tale da permetterci di oltrepassarli può in sé diventare un serio ostacolo al progresso dell’intelletto umano.

Il punto principale da ricordare è questo: il grande e rapido progresso delle scienze fisiche è avvenuto in campi in cui ha dimostrato che la spiegazione e la previsione possono basarsi su leggi che descrivono i fenomeni osservati come funzioni di, comparativamente, poche variabili – siano eventi particolari o frequenze relative. Questa può persino essere la ragione ultima per la quale identifichiamo questi regni come “fisici”, in contrasto con quelle strutture più altamente organizzate che qui ho denominato “fenomeni essenzialmente complessi”. Non c’è ragione per la quale la posizione deve essere la stessa in questi ultimi come nei primi campi. Le difficoltà che incontriamo negli ultimi non riguardano, come uno potrebbe inizialmente sospettare, la difficoltà di formulare teorie per la spiegazione degli eventi osservati – anche se questi causano speciali difficoltà nel verificare le spiegazioni proposte e quindi nell’eliminazione delle teorie difettose. Sono dovute al problema principe, il quale si presenta quando applichiamo le nostre teorie a una qualsiasi situazione particolare nel mondo reale. Una teoria dei fenomeni essenzialmente complessi deve riferirsi a un largo numero di fatti particolari; e, per derivarne una previsione o per verificarla, dobbiamo accertare tutti questi fatti particolari. Una volta che riuscissimo a far questo non ci dovrebbero essere particolari difficoltà per derivare delle previsioni verificabili – per mezzo dei calcolatori moderni dovrebbe essere abbastanza facile inserire questi dati negli appropriati spazi vuoti delle formule teoriche e derivarne una previsione. La difficoltà reale, alla soluzione di cui la scienza ha poco da contribuire, talvolta effettivamente insolubile, consiste nella constatazione di questi fatti particolari.

Un semplice esempio mostrerà la natura di questa difficoltà. Considerate una certa partita di calcio giocata da poche persone di abilità approssimativamente uguali. Se conoscessimo alcuni fatti particolari, oltre alla nostra generale conoscenza dell’abilità di diversi giocatori, come la loro condizione di attenzione, le loro percezioni e la condizione dei loro cuori, polmoni, muscoli, etc. a ogni istante della partita, potremmo probabilmente predire il risultato. Effettivamente, se avessimo familiarità sia con il gioco sia con le squadre, dovremmo probabilmente avere un’idea ragionevolmente precisa su ciò che determinerà il risultato. Ma, naturalmente, non potremmo accertare quei fatti e, di conseguenza, il risultato della partita sarebbe fuori dalla gamma scientifica del prevedibile, per quanto bene fossimo in grado di predire gli effetti degli eventi particolari sul risultato del gioco. Ciò non significa che non possiamo fare alcuna previsione sul corso di una partita: se conosciamo le regole di giochi differenti potremo molto presto sapere, guardandone uno, quale gioco si sta giocando e che tipo di azioni possiamo prevedere e quali no. Ma la nostra capacità di predire sarà limitata a queste caratteristiche generali e non comprenderà la capacità di predire singoli eventi particolari.

Questo corrisponde a ciò che ho prima ho chiamato “semplici previsioni strutturali”, cui sempre più siamo limitati nel passare dal regno in cui leggi relativamente semplici prevalgono alla gamma dei fenomeni dove regna la complessità organizzata. Mentre avanziamo, troviamo sempre più frequentemente possibile potere, in effetti, accertare soltanto alcune ma non tutte le circostanze particolari che determinano il risultato di un processo dato; e, di conseguenza, possiamo predire soltanto alcune ma non tutte le proprietà del risultato che dobbiamo prevedere. Spesso, tutto ciò che potremo predire sarà qualche caratteristica astratta della struttura che apparirà – rapporti fra generi di elementi di cui conosciamo singolarmente pochissimo. Tuttavia, poiché sono ansioso di ripetermi, potremo ancora realizzare previsioni falsificabili e, quindi, di importanza empirica.

Naturalmente, rispetto alle previsioni precise che abbiamo imparato ad aspettarci nelle scienze fisiche, questo tipo di semplici previsioni strutturali costituiscono una seconda scelta di cui non è piacevole accontentarsi. Tuttavia, il pericolo di cui voglio avvertire è precisamente la credenza che, per avere un’affermazione da accettare come “scientifica”, sia necessario realizzare di più. Questo è cialtroneria o peggio. Agire nella convinzione di avere la conoscenza e il potere che ci permettono di modellare i processi della società interamente a nostro piacere, conoscenza che in realtà non possediamo, probabilmente ci porterà ad arrecare molti danni. Nelle scienze fisiche ci possono essere poche obiezioni al tentativo di fare l’impossibile; si potrebbe persino pensare che non si debba scoraggiare il presuntuoso o l’arrogante, perché i suoi esperimenti potrebbero, dopotutto, produrre qualche nuova intuizione. Ma nel campo sociale, la convinzione errata secondo cui esercitare un certo potere avrebbe conseguenze favorevoli, è probabile porti all’affidare a una certa autorità un nuovo potere di coercizione sugli uomini. Anche se tale potere non è in sé cattivo, il suo esercizio è probabile impedisca il funzionamento di quelle forze d’ordine spontaneo da cui, senza capirle, l’uomo è, in effetti, è aiutato tantissimo nel perseguimento  dei suoi obiettivi. Stiamo soltanto cominciando a capire quanto sottile sia il sistema di comunicazione su cui è basato il funzionamento di una società industriale avanzata – un sistema di comunicazione che chiamiamo “mercato” e che risulta essere un meccanismo più efficiente per elaborare l’informazione dispersa di qualsiasi altro deliberatamente progettato dall’uomo.

Se l’uomo non deve fare più male che bene nei suoi sforzi per migliorare l’ordine sociale, dovrà imparare che in questo, come in tutti gli altri campi in cui la complessità essenziale di un genere organizzato prevale, non può acquisire la conoscenza completa che permette la padronanza degli eventi. Quindi dovrà usare la conoscenza che può ottenere, non per modellare i risultati come l’artigiano modella i suoi oggetti, ma per coltivare una crescita fornendo l’ambiente adatto, così come fa il giardiniere per le sue piante. C’è un pericolo, nell’esuberante sensazione di sempre maggiore potere che il progresso delle scienze fisiche ha generato e che tenta l’uomo, “ubriaco di successo” per usare una frase caratteristica del primo comunismo, a cercare di soggiogare al controllo della volontà umana non solo il nostro ambiente naturale ma anche quello umano. Il riconoscimento dei limiti insormontabili alla sua conoscenza deve, effettivamente, insegnare allo studioso della società una lezione di umiltà, la quale dovrebbe impedirgli di diventare complice nel fatale tentativo di controllare la società – un tentativo tale da renderlo non solo un tiranno dei suoi compagni, ma il distruttore di una civiltà non progettata da nessun cervello, ma nata dagli sforzi liberi di milioni di individui.

Discorso di accettazione del Premio Nobel, 11 dicembre 1974

Tradotto da Flavio Tibaldi

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Note

[1] “Scientism and the Study of Society,” Economica, vol. IX, no. 35, Agosto 1942, ristampato in The Counter-Revolution of Science, Glencoe, Ill., 1952, p. 15 di questo ristampa.

[2] Warren Weaver, “A Quarter Century in the Natural Sciences,” The Rockefeller Foundation Annual Report 1958, capitolo I, “Science and Complexity.”

[3] Vedi il mio saggio “The Theory of Complex Phenomena” in The Critical Approach to Science and Philosophy: Essays in Honor of K.R. Popper, ed. M. Bunge, New York 1964, e ristampato (con le aggiunte) nel mio Studies in Philosophy, Politics and Economics, London and Chicago 1967.

[4] V. Pareto, Manuel d’économie politique, 2nd. ed., Paris 1927, pp. 223–4.

[5] Vedi, per esempio, Luis Molina, De iustitia et iure, Cologne 1596–1600, tom. II, disp. 347, no. 3, e specialmente Johannes de Lugo, Disputationum de iustitia et iure tomus secundus, Lyon 1642, disp. 26, sect. 4, no. 40.

[6] Vedi The Limits to Growth: A Report of the Club of Rome’s Project on the Predicament of Mankind, New York 1972; per un esame sistematico di un economista competente, cf. Wilfred Beckerman, In Defence of Economic Growth, London 1974, e, per una lista delle prime critiche, Gottfried Haberler, Economic Growth and Stability, Los Angeles 1974, che chiama giustamente il loro effetto “devastante”.

[7] Ho dato alcune illustrazioni di queste tendenze in altri campi, nella mia conferenza inaugurale come professore in visita all’università di Salisburgo, Die Irrtümer des Konstruktivismus und die Grundlagen legitimer Kritik gesellschaftlicher Gebilde, Munich 1970, ora ristampata per il Walter Eucken Institute, a Freiburg i.Brg. by J.C.B. Mohr, Tübingen 1975.