Il mio incontro con Hayek

hayekLa mia frequentazione con l’opera di F. von Hayek dura ormai da qualche anno; mi imbattei per caso in lui all’inizio del percorso universitario, affrontando lo studio di Keynes; credo di aver letto un articolo di non ricordo quale autore, nel quale si parlava di Hayek come d’un filosofo-politico che, fino agli anni ’40 si era cimentato (con esiti non memorabili) negli studi economici, osteggiando per vari anni la montante rivoluzione che Keynes stava conducendo nel pensiero economico; ma tali studi economici avrebbero costituito roba superata, che non valeva punto la pena d’esser studiata.

Per alcuni anni ho portato con me la convinzione che Hayek fosse stato un economista mediocre, e ciò che invece valesse la pena studiare fosse solo la parte più propriamente filosofica, ad indirizzo liberale (verso la quale già provavo simpatia), dal best seller “La via verso la schiavitù” in avanti. A confermare tale idea vi era anche un giudizio di Keynes su una delle opere strettamente economiche di von Hayek, “Prezzi e Produzione”, secondo cui quell’opera era la dimostrazione di come un logico rigoroso, muovendo da un errore nelle ipotesi, potesse finire in manicomio.

Iniziai quindi ad approfondire le opere tarde del pensatore austriaco, a cominciare dal ponderoso “Legge Legislazione e Libertà”; opera che, per quanto lunga densa e, per molti aspetti, criptica per il me stesso di allora, mi impressionò. Seguitai in letture o direttamente di Hayek, o di altri che ne avevano scritto, per un po’; ma rimaneva un tarlo: era davvero possibile che un autore che mi sembrava così interessante, insignito per giunta del Nobel per l’economia nel 1974, meritasse di finire nel dimenticatoio per quanto riguardava la parte economica? Tale tarlo fu sciolto nel momento in cui mi imbattei in Hayek negli studi universitari, nel corso sugli scenari macroeconomici del professor Gnesutta; tra i vari argomenti che potevamo scegliere come oggetto della tesina di metà corso, figurava anche la tematica “Hayek e il ciclo economico”. Non mi lasciai sfuggire l’occasione, e mi fiondai in biblioteca.

L’impatto fu disastroso: cominciai a leggere, ma comprendevo molto poco di quel che l’autore volesse dire. In primo luogo, il linguaggio mi risultava oscuro; non si contavano i termini e le espressioni di cui mi sfuggiva il senso; ed il modo di affrontare la materia era molto distante da quello cui ero stato abituato nel corso dei miei studi economici. Per fortuna non mi si chiedeva di diventare un esperto di Hayek in sole 2 settimane; per la tesina bastò cogliere i due o tre punti caratterizzanti il suo concetto di ciclo economico, aiutandomi in questo con della bibliografia secondaria.

Mi rimase comunque la voglia di capire più a fondo le tesi economiche di Hayek, e di comprendere se, e come, la parte economica potesse coniugarsi con la parte filosofico-politica. Questa tesi nasce, allora, all’insegna di quest’ambizione; una volontà di comprendere meglio le tesi di quest’autore, e vedere se tali tesi potessero avere, ancora oggi, una valenza interpretativa.

L’impresa dovette ridimensionarsi man mano che lavoravo a quest’elaborato, che dovette assumere caratteri più semplici e meno ambiziosi; non poteva, infatti, questo essere la conclusione d’un anno passato cercando di comprendere certi argomenti; potrebbe essere lo sbocco di anni e anni di riflessione sì impiegati; ma mi mancava il tempo e, probabilmente, anche le capacità intellettuali.

La tesi allora, più modestamente, si è prefissa di rintracciare i modelli su cui Hayek si è basato per costruire la propria teoria del ciclo, cercando poi di applicare tale idea alla situazione economica degli ultimi anni; il tutto inframezzato da una parte dedicata al problema della conoscenza e della concorrenza, ed un breve confronto tra le ricette contro la crisi da un lato di Hayek, dall’altro di Keynes.

Rimane però la volontà di tirare le somme, mettendo in campo anche quel che di Hayek ho letto negli anni, anche di non strettamente economico.

Io credo che due siano i nodi attorno ai quali si è concentrata negli anni l’attenzione di Hayek; un primo è la moneta, e l’influenza di questa su inflazione e prezzi relativi. Non si può escludere una componente personale in tale attenzione. Hayek nasce infatti nel 1899; ai tempi dell’iperinflazione di Weimer aveva da poco iniziato gli studi universitari; e non solo ebbe modo di vedere la distruzione di quel regime politico, ma toccò personalmente con mano le conseguenze dell’iperinflazione nel corso della crisi austriaca successiva al disgregarsi dell’impero austro-ungarico; l’intensità del fenomeno inflattivo non fu catastrofico come in Germania, ma Hayek (come racconta nella sua autobiografia) ricorderà sempre come il primo stipendio da lui percepito finì col perdere ogni valore nel giro di pochissimo tempo. D’altro canto, l’attenzione verso questa tematica è storicamente forte nelle aree di lingua tedesca; basti pensare che delle conseguenze negative successive ad un eccesso di stampa di cartamoneta se ne occupa nientemeno che il “Faust” di Goethe (che ricordiamo essere lettura obbligatoria nelle scuole secondarie).

La seconda parte del “Faust”, pubblicata postuma, si apre nella corte in bancarotta di un imperatore edonista. Il tesoriere reale riferisce che “le casse dello stato sono ancora vuote”, come anche le cantine del sovrano, per colpa delle frequenti feste. Mefistofele propone allora di trasformare la semplice carta in banconote. L’imperatore, oppresso dai debiti, è interessato: “Sono stanco e stufo di come e se /, siamo a corto di soldi, quindi falli te”. Le banconote firmate dall’imperatore innescano un boom nei consumi, e “mezzo mondo pare ossessionato dall’idea di mangiare bene /, mentre l’altra metà ostenta vestiti nuovi”. Soltanto dopo che Mefistofele e il suo socio Faust si dileguano, ci si accorge che il valore delle banconote non ha un corrispettivo reale concreto – le riserve auree, per esempio – ma solo la promessa dell’oro che deve ancora essere estratto.

Altro mondo, si dirà; il mondo attuale è quello della cartamoneta a corso forzoso, e la crisi di Bretton Woods ha segnato il tramonto dell’era nella quale la moneta era collegata al valore dei metalli preziosi sottostanti. Certamente. Ma un parallelo con un mondo che non esiste più, che nondimeno ha prodotto quel genere di pensiero, non può che giovare ai tentativi di analisi del mondo contemporaneo; anche solo in termini di comparazione; e può farci comprendere meglio come mai, nell’area di lingua tedesca, l’attenzione verso i fenomeni inflattivi rimanga, tutto sommato ancora oggi, prioritaria.

L’opera di Hayek è dunque attraversata dal tentativo di mostrare la nocività della manipolazione dell’offerta monetaria da parte delle autorità pubbliche; e questo sia nei suoi primi saggi di argomento economico degli anni ’20 e ’30, ma anche alla fine della sua carriera, ad esempio in un saggio dal contenuto fortemente provocatorio del 1976 come “La denazionalizzazione della moneta”; costante in Hayek è l’idea che l’inflazione sia un male da combattere (ricollegandosi in questo a illustri precedenti, da Wicksell risalendo fino a Cantillon, indicato dal nostro come il primo ad aver individuato, nella storia del pensiero economico, l’effettiva catena causale tra l’ammontare di moneta e l’inflazione; prima facendo variare i prezzi relativi, poi il livello generale di questi), impedendo alle autorità demandate al suo controllo di espandere l’offerta a piacimento. Costante è il tentativo di indicare in quale modo ciò avviene; mostrando, cioè, come la continua stampa di nuova moneta da parte delle banche centrali, volta il più delle volte a fungere da sostegno al reddito ed all’occupazione, in definitiva sia un ostacolo al calcolo economico degli attori, falsando le aspettative degli stessi, indirizzando risorse in certi settori, e sottraendole in altri; producendo una distorsione del sistema produttivo (rispetto al caso in cui ciò non avvenisse) tale da generare prima un boom, ed infine una crisi.

Il secondo tema molto importante è quello della conoscenza, e dell’economia intesa come un problema di coordinamento. Gran parte degli sforzi teorici di Hayek sono stati indirizzati, da un lato, a capire come effettivamente funzionasse tale meccanismo di coordinamento nelle moderne economie di mercato; dall’altro, nel far vedere come tale meccanismo non possa esser spiegato solamente mediante le analisi, seppur utilissime da un punto di visto teorico, della teoria dell’equilibrio economico generale. Mutuando l’espressione da un’opera del professor Infantino, l’ordine che si viene a generare è definibile come “un ordine senza piano”. Migliaia e migliaia di agenti, scambiando informazioni sul mercato tramite il sistema dei prezzi, prendono giorno dopo giorno decisioni individuali, senza che un ente centrale dica loro cosa fare e quando, e purtuttavia (e la cosa non cessa di generare meraviglia) generando un ordine. Certo, non l’ordine perfetto, in perfetto equilibrio che studiamo nei sofisticati sistemi di equilibrio generale. Ma un ordine che produce ricchezza e benessere, molto più di quanto non avverrebbe eliminando il mercato, e demandando la pianificazione ad un ente centrale.

D’altronde, e di questo Hayek se ne rese ben presto conto, i modelli di equilibrio peccano perché non possono includere un elemento invece centrale delle economie di mercato, ossia la presenza delle innovazioni. Schumpeter se ne accorse quando, parlando di distruzione creatrice, mostrò come le innovazioni vincenti rompessero l’equilibrio che fin lì sussisteva, generando di fatto un disequilibrio; e questa è, per l’appunto, la realtà di mercato: una sequenza di disequilibri, che purtuttavia non costituiscono una situazione caotica. Ed Hayek continuò l’indagine dei limiti di tale modello di equilibrio, facendo vedere come, in effetti, in esso non trovasse spazio il meccanismo stesso della concorrenza, dal momento che il vero senso di questa è di generare conoscenza; conoscenze (i famosi dati) che invece sono dati per scontati, come già noti, nel modello di equilibrio, e che invece sono il prodotto di questa.

Ad una attenzione verso il meccanismo di coordinazione fa da contraltare una analoga attenzione verso il fatto che la realtà ci mostra numerosi episodi in cui questa fallisce, episodi di non coordinazione, e che portano a risultati non desiderabili, ma osservabili quotidianamente, come la crisi, la disoccupazione, la conseguente bassa crescita economica e via dicendo.

Parte degli sforzi di Hayek (in particolare tutti gli studi sul ciclo) sono volti ad individuare le circostanze che determinano ciò. Il focus in questo caso si sposta sull’elemento tempo, e sulla coordinazione inter-temporale (o sulle cause che determinano il fallimento di questa); tale coordinazione tra beni presenti e beni futuri avviene per il tramite del tasso di interesse; tale tasso, come è noto, non rispecchia le preferenze intertemporali degli agenti, in quanto non è il risultato esclusivo delle preferenze di questi, ma è grandemente influenzato dalle decisioni delle banche centrali, cui è demandato il compito di fissare un “tasso di interesse ufficiale”. Un tasso di interesse mantenuto artificiosamente e per molti anni al di sotto di quello che sarebbe il valore di equilibrio, produce delle notevoli conseguenze sulle scelte degli agenti, e sull’economia in generale. Determina, infatti, una rincorsa all’indebitamento, essendo diventato il costo di prendere denaro a prestito relativamente vantaggioso. Il punto sta però nel fatto che, posto ad un livello troppo basso, il tasso di interesse perde la sua capacità di selezione nei confronti dei vari progetti di investimento.

Diventano convenienti progetti che, viceversa, non lo sarebbero stati, sottraendo risorse a progetti realmente validi. Si produce così il meccanismo di alterazione del meccanismo allocativo cui alludevamo prima, che prende la forma d’uno squilibrio intertemporale nell’allocazione delle risorse: una vera e propria distorsione della struttura produttiva.

In base a tale impostazione cercheremo di far vedere come, alle origini della attuale crisi finanziaria, ci sia la politica monetaria portata avanti dalla Federal Reserve, e seguita dalle principali banche centrali del resto del mondo, inclusa la Bce.

Senza tassi di interesse così bassi, e per un periodo così prolungato, non sarebbe stato possibile l’espansione del credito che ha avuto luogo. Certo, altre circostanze hanno pesato nel determinare la crisi, come gli incentivi pubblici, le garanzie sui mutui concessi dalle banche, gli eccessivi rischi in cui si sono avventurati molti operatori, l’inadeguatezza dei controlli (e di chi era stato delegato a tali controlli, come le agenzie di rating). Senza, però, tale tipo di politica monetaria, la bolla speculativa che ha colpito il settore immobiliare molto probabilmente non si sarebbe verificata; così come non si sarebbe verificato il boom dei valori sul mercato azionario, chiara conseguenza delle iniezioni di liquidità da parte della Fed.

Gabriele Manzo