L’origine dell’imposta sul reddito

«Le libertà conquistate1597 dai cittadini statunitensi nel 1776 furono perdute nella rivoluzione del 1913». Così si esprime Frank Chodorov [1]. Se la casa di un uomo era una volta il suo castello, l’imposta reddituale ha dato al governo la chiave di ogni porta e il diritto di cambiare la serratura.

Oggi i cittadini degli Stati Uniti non sono più i padroni e il governo non è più il servitore. Come è potuto succedere? La rivoluzione combattuta in nome dei diritti naturali inerenti alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità aveva promesso l’ipostatizzazione dell’individuo. Invece, la tassazione federale corrompe gli stati e gli individui per servire gli interessi della volontà centralistica.

Come ha potuto radicarsi la schiavitù fiscale nella terra della libertà?

1812

La prima proposta per l’introduzione di una imposta reddituale negli Stati Uniti risale alla Guerra del 1812. Dopo due anni di guerra, il governo federale aveva accumulato 100 mln USD di debito, cifra incredibile per allora. Al fine di finanziare la guerra contro la Gran Bretagna, il governo raddoppiò le aliquote della sua fonte principale di entrata – le tasse sulle importazioni – paralizzando il commercio e provocando una riduzione nei proventi governativi rispetto a quando i saggi tributari erano inferiori. Al culmine della guerra, furono applicate accise su articoli e commodity; anche beni immobili, schiavi e terra furono tassati. Dopo la fine della guerra, nel 1816, queste tasse furono abolite e, a compensazione, fu istituita un’elevata tariffa protezionistica per redimere il debito bellico accumulato. Fortunatamente, la nozione di imposta reddituale fu debellata.

Lo spirito malevolo della tassa sul reddito riapparve però come provvedimento finalizzato a finanziare l’esercito dell’Unione contro l’azione secessionistica della Confederazione. La guerra costò, mediamente, 1.750.000 USD al giorno [2]. Per sostenere l’entità della spesa, il Congresso repubblicano prese in prestito in modo massivo, raddoppiò le tariffe protezionistiche (la Morrill Tariff provocò, inizialmente, la secessione del Profondo Sud), svendette terreni pubblici, implementò un intrico di licenze autorizzative, incrementò vecchie accise e ne creò di nuove. Tuttavia, queste misure si rivelarono insufficienti.

1861

Nel luglio 1861 il Congresso impose un’aliquota del 3 percento su tutti i redditi netti superiori ai 600 USD annui (corrispondenti a 10.000 USD odierni [2004]). Ma nessuna entrata ebbe mai luogo: venne approvata una seconda imposta prima che fosse dovuta, il 30 giugno 1862, la precedente. La necessità finanziaria dettata dall’azione bellica rese la prima imposta inefficace e la vendita di titoli obbligazionari non poteva tenere il passo con le spese amministrative e militari. Nel marzo 1861 il Congresso legiferò un’imposta del 3 percento sui redditi annui di 600–10.000 USD e una del 5 percento sui redditi annui di 10.000–50.000 USD. E introdusse anche una piccola imposta di successione. Lincoln firmò il disegno di legge l’1 luglio 1862 e la norma entrò in vigore un mese dopo. Il debito dell’Unione ammontava allora a 505 mln USD [3]. Questa legge fiscale includeva la prima apparizione del sostituto di imposta e fu applicata agli stipendi federali nonché a interessi e dividendi [4].

Nel 1863 il Congresso emanò un’altra imposta speciale del 5 percento per i redditi superiori ai 600 USD annui, con la finalità di sovvenzionare un programma di reclutamento militare che avrebbe pagato 2 USD per recluta con la prima paga anticipata [5].

A metà del 1864 i saggi tributari furono accresciuti nuovamente. L’imposta del 3 percento sui redditi superiori a 600 USD crebbe al 5 percento, un nuovo saggio del 7,5 percento fu reso operativo sui redditi superiori a 5000 USD, e il saggio del 5 percento che fino ad allora era stato applicato ai redditi superiori a 10.000 USD fu elevato al 10 percento. L’imposta su interessi e dividendi fu accresciuta dal 3 al 5 percento.

Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, i cittadini dovevano giurare sulla veridicità dei versamenti tributari e agenti governativi potevano impugnare un pagamento; l’ammenda per un mancato pagamento fu raddoppiata — dal 5 al 10 percento [6].

In principio l’imposta sul reddito crebbe modestamente in relazione alle esigenze finanziarie belliche. Nel 1862–1863 drenò solo 2,7 mln USD, ma l’anno successivo significò un prelievo complessivo di 20,2 mln USD. Inoltre, presumendo che molti contribuenti a reddito cospicuo eludessero il fisco, il Congresso elevò al 10 percento il saggio sui redditi superiori a 5000 USD, investì gli agenti tributari del potere di stimare il reddito e incrementò dal 25 al 50 percento le sanzioni in caso di inottemperanza o difformità. Nel 1866 il 30 percento delle entrate federali provenivano dall’imposta reddituale con una totalizzazione di 73 mln USD, e i maggiori contribuenti erano gli stati di New York, Pennsylvania e Massachusetts.

Volendo massimizzare l’osservanza della normativa fiscale e la veridicità dei versamenti, il governo rese i modelli compilati disponibili alla stampa. Questa prassi fu delegalizzata nel 1870 [7].

La Confederazione sperimentò anche un’imposta progressiva, imponendo un’imposta noncash che danneggiò ulteriormente l’economia del Sud [8].

1865

Dopo la fine della guerra, l’imposta sul reddito continuò a pagare il monumentale debito del governo, ma la resistenza montava. Nel 1867 la progressività venne sostituita da un’aliquota del 5 percento su tutti i redditi superiori a 1000 USD annui. La sanzione per inottemperanza fu però elevata al 50 percento e la data di pagamento fu anticipata dal 30 giugno al 30 aprile [9].

Quest’imposta durò fino al 1870 e fu sostituita da un’aliquota del 2,5 percento sui redditi superiori a 2000 USD annui. Quando anche questa terminò (1872), il Paese tornò a una situazione di libertà.

Negli anni postbellici, un boom economico generò drenaggi protezionistici per alcune decadi, ma nonostante questa politica di imposizione fiscale sulle importazioni, ebbero luogo diversi tentativi di ripristino; a questo scopo, tra il 1874 e il 1894 furono presentati 68 disegni di legge.

1894

Durante il panico del 1893, fu promulgato un atto che imponeva un’aliquota del 2 percento su tutti i redditi superiori a 4000 USD annui (circa 50.000 USD in termini monetari odierni), ma esentò gli stipendi di funzionari statali e locali, dei giudici federali e del presidente.

Il senatore Democratico David Hill di New York disse: «L’avanzamento della libertà individuale, tanto caratteristico del nostro Paese, rischia di diventare non più praticabile» [10].

Il presidente Cleveland avversò l’imposta sul reddito, ma lasciò che divenisse legge senza la sua firma, credendo fosse incostituzionale. Nel 1895 la Corte Suprema deliberò, 5–4, contro l’imposta sul reddito, dichiarando che i provvedimenti di questa legge ne facevano una imposta diretta, tipologia fiscale contraria alla Costituzione [11].

L’Articolo I, Sezioni 8 e 9, dichiara che le tasse dirette devono essere distribuite tra gli stati in accordo al censo. Il 16° Emendamento fu disegnato per ovviare a questo problema [12].

1895–1909

A parte un tentativo di ripristinare un’imposta sul reddito per finanziare la guerra ispano-americana, questa tipologia di tributo sostanzialmente scomparve. Nondimeno il partito Democratico, disconoscendo l’eredità politica jeffersoniana, promosse nel 1896 e nel 1908 un emendamento per costituzionalizzare l’imposta in questione [13].

Nel 1908 Th. Roosevelt [14] appoggiò sia la creazione di un’imposta sul reddito sia quella di un’imposta sulla successione, diventando il primo presidente degli Stati Uniti a proporre apertamente che il governo esercitasse un potere di ridistribuzione reddituale.

Nel frattempo, fazioni del Congresso abbozzarono un emendamento compromissorio, e nel 1909 il presidente Taft [15], che, pur non sostenendo necessariamente l’introduzione di un emendamento, era notoriamente a favore della creazione di un’imposta sul reddito, affermò che sebbene la ratifica potesse rivelarsi difficile da ottenere, era «persuaso che la notevole maggioranza della popolazione statunitense appoggi l’idea che il governo nazionale debba essere investito del potere di introdurre un prelievo sul reddito» [16].

Quello stesso anno, la parte congressuale che era contraria all’implementazione di un’imposta sul reddito perse in modo clamoroso e l’emendamento in questione raggiunse i vari stati. L’ultima ratifica avvenne il 13 febbraio 1913. Lo Springfield Republican riportò che «[i]l 16° Emendamento deve la sua esistenza principalmente all’ovest e al sud, dove i redditi pari o superiori a 5000 USD annui sono pochi rispetto alle altre aree del Paese» [17].

1913

Richard E. Byrd, portavoce della House of Delegates della Virginia, predisse che «una mano si stenderà da Washington a ogni business […] Notevoli sanzioni applicate da tribunali distanti minacceranno sistematicamente il contribuente. Un’armata di funzionari, spie e investigatori federali si riverserà sugli stati» [18]. Pandora ha aperto il vaso.

Le elezioni presidenziali del 1912 videro tre rivali sostenitori dell’imposta sul reddito. Il vincitore, Th. W. Wilson [19], in seguito alla approvazione del 16° Emendamento, indisse una speciale sessione del Congresso nell’aprile 1913, che adottò un’imposta  dell’1 percento sui redditi superiori a 3000 USD annui e applicò sovrattasse tra il 2 e il 7 percento su redditi da 20.000 a 500.000 USD. Pochi anni dopo, la Corte Suprema benedisse la progressività.

L’imposta tornò come il prodotto di un sodalizio tra intellettuali statalisti animati da visioni utopistiche, demagoghi invidiosi e facoltosi “imprenditori” desiderosi di tutelare i propri interessi danneggiando la concorrenza e trasferendo i propri costi su uno stato assistenziale in espansione [20].

In principio, le entrate generate dalla nuova imposta furono deludenti: solo 28 mln USD nel 1914. Ma successivamente l’entità drenata crebbe in modo vistoso. Quarantuno milioni USD nel 1915, quando il tasso superiore era il 7 percento; e quasi 60 mln USD nel 1916, quando il tasso superiore era il 15 percento [21]. Nel corso della Prima Guerra Mondiale, l’imposta comportò oltre un miliardo USD [22], quando i saggi erano il 67 percento nel 1917 e il 77 percento nel 1918.

L’imposta sul reddito divenne caratteristica permanente della “società civile”. E oggi possiamo vederlo.

Dopo la Grande Guerra, il tasso superiore scese al 73 percento. Nel 1929 cadde al 24 percento, ma mai negli anni Venti arrivò al tasso prebellico del 7 percento. Ci si potrebbe domandare che cosa farebbero oggi [2004] i cittadini statunitensi per un tasso del 7 percento. Hoover e i Repubblicani elevarono i saggi al 25 percento nel 1930, e al 63 percento nel 1932. Durante il regime statalistico corporativistico del New Deal, i tassi crebbero nel 1936 al 79 percento, nel 1940 all’81 percento, fino alla devastazione del 94 percento nel 1944–1945.

Le aliquote minime mostrarono lo stesso appetito, partendo dall’1 percento sui redditi inferiori a 20.000 USD nel 1915. Nel 1917 il saggio salì al 2 percento sui redditi fino a 2000 USD, e al 6 percento sui redditi fino a 4000 USD. Nel 1941 il tasso minimo fu il 10 percento sui redditi inferiori a 2000 USD. Nel 1945 salì al 23 percento. Oggi è il 10 percento sui redditi annui fino a 7000 USD e il 15 percento sui redditi inferiori a 28.000 USD. Il 10 percento di tutti i percettori di reddito paga il 60 percento di tutte le entrate fiscali. E il 5 percento paga oltre il 95 percento di tutte le entrate derivanti dal prelievo il cittadino medio lavora oggi venti anni della sua vita per pagare le tasse [23].

Nel 1943, su consiglio di Milton Friedman il governo cominciò ad applicare la pratica del sostituto di imposta [24]. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, questo metodo e l’incremento fiscale continuarono.

Solo nel 1964 i saggi massimi decrebbero fino al 77 percento. Nel 1982 il saggio massimo fu abbassato al 50 percento e alla fine degli anni Ottanta venne ulteriormente abbassato al 28 percento. Ma i tassi salirono nuovamente al 31 percento durante il mandato di G. H. W. Bush [25], e ancora nel 1993 al 39,6 percento durante il mandato di Clinton [26]. G. W. Bush [27] sostiene il fermo principio che nessun cittadino statunitense dovrebbe essere tassato dal governo federale oltre il 33 percento. John Kerry sembra essere dell’avviso che i tassi debbano essere elevati al livello istituito da Clinton. L’imposta reddituale espresse la sua natura nel corso della Seconda Guerra Mondiale, divorando la ricchezza e le libertà del Paese come uno sciame di locuste. E divenne la forma di tassazione quasi universale che noi oggi conosciamo. Nel 1940 vennero registrati circa 15 mln di modelli tributari. Solo dieci anni dopo, nel 1950, il numero crebbe a 53 mln. Nel 1939 l’imposta drenò 1 mld USD. Sedici anni dopo, drenò 19 mld USD [28]. Il governo aveva trovato la sua mietitura più proficua: la classe media e la classe lavoratrice. Come disse John Marshall: «Il potere di tassare porta con sé il potere di distruggere» [29].

Con i dovuti adattamenti inflazionistici, negli 81 anni intercorsi tra l’emanazione dell’imposta nel 1913 e il 1994, la spesa governativa crebbe del 13.592 percento [30].

Frank Chodorov scrisse «da qualunque angolazione venga considerato l’emendamento, esso conferisce al governo un vincolo alla proprietà prodotta dai suoi sudditi» [31]. Il governo degli Stati Uniti «proclama con impudenza la dottrina della ricchezza collettivizzata […] Ciò che non prende è una concessione» [32].

E aggiunse: «Gli Stati Uniti d’America non sono più la terra della Dichiarazione d’Indipendenza» [33].

Articolo di Adam Young su Mises.org

Traduzione di Stefano Libey Musumeci

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Note

[1] Frank Chodorov | The Income Tax: Root of All Evil | US–NY 1954.

[2] Jeffrey Rogers Hummel | Emancipating Slaves, Enslaving Free Men: A History of the Civil War | US–IL | p. 222.

[3] John Witte | The Politics and Development of the Federal Income Tax | US–WI 1985) | p. 69.

[4] Harry Edwin Smith | The United States Federal Income Tax History from 1861 to 1871 | US–MA 1941 | pp. 54, 56.

[5] Harry Edwin Smith | The United States Federal Income Tax History from 1861 to 1871 | US–MA 1941 | p. 64.

[6] Harry Edwin Smith | The United States Federal Income Tax History from 1861 to 1871 | US–MA 1941 | p. 66.

[7] Harry Edwin Smith | The United States Federal Income Tax History from 1861 to 1871 | US–MA 1941 | pp. 67–68.

[8] Jeffrey Rogers Hummel | Emancipating Slaves, Enslaving Free Men: A History of the Civil War | US–IL | p. 227.

[9] Harry Edwin Smith | The United States Federal Income Tax History from 1861 to 1871 | US–MA 1941 | pp. 74–75.

[10] Arthur Ekirch, Jr. | The Sixteenth Amendment: The Historical Background | In: Cato Journal | vol. I | no. 1 | primavera 1981 | p. 168.

[11] Arthur Ekirch, Jr. | The Sixteenth Amendment: The Historical Background | In: Cato Journal | vol. I | no. 1 | primavera 1981 | pp. 168–169.

[12] Così recita il 16° Emendamento: «The Congress shall have power to lay and collect taxes on incomes, from whatever source derived, without apportionment among the several states, and without regard to any census or enumeration.» (Il Congresso ha il potere di imporre e prelevare tasse su redditi provenienti da qualunque fonte, senza proporzionamento con la popolazione dei singoli stati e senza considerazioni di carattere demografico o enumerativo.) Libey

[13] Arthur Ekirch, Jr. | The Sixteenth Amendment: The Historical Background | In: Cato Journal | vol. I | no. 1 | primavera 1981 | pp. 171–172.

[14] Theodore Roosevelt (1858–1919), 26° presidente degli Stati Uniti, con mandato dal 1901 al 1909. Libey

[15] William Howard Taft (1857–1930), 27° presidente degli Stati Uniti, con mandato dal 1909 al 1913. Libey

[16] Arthur Ekirch, Jr. | The Sixteenth Amendment: The Historical Background | In: Cato Journal | vol. I | no. 1 | primavera 1981 | p. 173.

[17] Arthur Ekirch, Jr. | The Sixteenth Amendment: The Historical Background | In: Cato Journal | vol. I | no. 1 | primavera 1981 | p. 178.

[18] Arthur Ekirch, Jr. | The Sixteenth Amendment: The Historical Background | In: Cato Journal | vol. I | no. 1 | primavera 1981 | pp. 177–178.

[19] Thomas Woodrow Wilson (1856–1924), 28° presidente degli Stati Uniti, con mandato dal 1913 al 1921. Libey

[20] Bennett Baack, Edward John Ray | The Political Economy of the Origin and Development of the Federal Income Tax | In: Robert Higgs | Emergence of Modern Political Economy | US–CT 1985 | pp. 127–31.

[21] Arthur Ekirch, Jr. | The Sixteenth Amendment: The Historical Background | In: Cato Journal | vol. I | no. 1 | primavera 1981 | p. 182.

[22] Arthur Ekirch, Jr. | The Sixteenth Amendment: The Historical Background | In: Cato Journal | vol. I | no. 1 | primavera 1981 | p. 182.

[23] James Bovard | Lost Rights: The Destruction of American Liberty | US–NY 1995) | p. 289.

[24] Brian Doherty | Best of Both Worlds (intervista a Milton Friedman) | In: Reason | giugno 1995 | p. 33.

[25] George Herbert Walker Bush (1924–), 41° presidente degli Stati Uniti, con mandato dal 1989 al 1993. Libey

[26] William Jefferson Clinton (1946–), 42° presidente degli Stati Uniti, con mandato dal 1993 al 2001. Libey

[27] George Walker Bush (1946–), 43° presidente degli Stati Uniti, con mandato dal 2001 al 2009. Libey

[28] John Chrommie | The Internal Revenue Service | US–CT 1970 | pp. 21–22.

[29] È interessante come questa locuzione, tratta dalla sentenza del Chief Justice John Marshall per il caso McCulloch v. Maryland (1819), fosse un biasimo rivolto alla presunzione di uno stato, Maryland, che voleva tassare un’istituzione federale, la Seconda Banca degli Stati Uniti. Tassare uno strumento del governo federale significherebbe pregiudicarne l’esistenza.
Se la tassazione nuoce alla floridezza di un’istituzione federale, perché non dovrebbe influenzare la salute di un individuo, danneggiandola? In merito alla puntualizzazione che specifica come in realtà l’affermazione del Chief Justice miri alla salvaguardia di un’istituzione governativa che per preservare la propria esistenza deve evidentemente per necessità nuocere a quella dei cittadini, trasformandoli in contribuenti, e non può accettare, pena il rischio di distruzione, che la medesima politica di imposizione fiscale sia adoperata su se stessa, vd. James Corbett | The Power to Tax Is the Power to Destroy | In: Bob Chapman’s The International Forecaster | 30 giugno 2012. Libey

[30] Raymond Keating | Original Intent and the Income Tax | In: The Freeman | febbraio 1996 | p. 71.

[31] Frank Chodorov | The Income Tax: Root of All Evil | US–NY 1954.

[32] Frank Chodorov | One Is a Crowd | US–NY 1952 | p. 154.

[33] Frank Chodorov | The Income Tax: Root of All Evil | US–NY 1954.

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Con i suoi contributi, traduzioni o testi originali, Stefano Libey Musumeci vuole rispondere alla necessità di individuare il funzionamento della realtà. L’autore ritiene che l’approccio logico costituisca il modo migliore per comprendere il mondo. L’approccio logico può solidamente svilupparsi soltanto attraverso una visione polimatica, cioè volgendo costantemente lo sguardo verso molteplici ambiti del sapere. Infatti, la dedizione a diversi ambiti scientifici permette di trovare tra differenti dinamiche analogie, che in assenza di interdisciplinarietà non sarebbero mai trovate. Solamente in questa maniera, cioè attraverso una visione polimatica, attraverso l’amore per il sapere nel suo complesso, è possibile enucleare la logica che sottende il mondo.

Per soddisfare l’esigenza di comprendere la realtà, i polimatici Stefano Libey Musumeci (s.libey@re-think-now.com) ed Émilie Ciclet (e.ciclet@re-think-now.com) hanno fondato l’iniziativa RE-THINK NOW, dove legge ed economia incontrano logica, ontologia (teoria dell’esistenza) ed epistemologia (teoria della conoscenza).

Libey cura il weblog filosofico-poetico StefanoLibey.