La leggenda dell’austerità

Molti politici e KrugmanEuroAusteritycommentatori, tra cui Paul Krugman, sostengono che il problema dell’Europa sia l’austerità, cioè un livello insufficiente di spesa pubblica.

Di solito l’argomento è il seguente: a causa di una riduzione della spesa pubblica, c’è una domanda insufficiente; questo produce disoccupazione. La disoccupazione rende la situazione ancora peggiore, poiché la domanda aggregata diminuisce ulteriormente, provocando minori entrate statali e un aumento del deficit. I governi europei, spinti dalla Germania (che non ha imparato nulla dalle politiche asseritamente disastrose del Cancelliere Heinrich Brüning) riducono ancora la spesa pubblica, tramite il licenziamento di dipendenti pubblici e la riduzione dei trasferimenti statali. Ciò comprime, a sua volta, la domanda, in un circolo vizioso di miseria senza fine. Cosa si può fare per rompere la spirale? La risposta data dai commentatori: porre fine all’austerità, dare impulso alla spesa pubblica e alla domanda aggregata. Paul Krugman arriva perfino a sostenere l’utilità della prepararazione ad un’invasione aliena, il che indurrebbe lo stato a spendere di più. Così la vulgata. Ma è vero tutto questo?

Prima di tutto, c’è davvero austerità nell’eurozona? Una persona è austera quando risparmia, cioè spende meno di ciò che guadagna. Bene, non esiste neppure un Paese nell’eurozona che sia austero. Spendono tutti più di quanto ricevono dalle entrate.

In realtà, i deficit pubblici sono estremamente alti, a livelli insostenibili, come si può vedere nel seguente grafico (deficit pubblici in percentuale del PIL). Notare: le cifre del 2012 sono quelle che i governi si augurano.

Figure1

Le cifre in valore assoluto dei deficit pubblici in miliardi di euro sono ancora più significative:

Figure2

Una buona immagine dell'”austerità” è data anche dal confronto tra spese e entrate statali (relazione tra spese e entrate pubbliche in percentuale).

Figure3Immaginate: una persona di vostra conoscenza spende il 12% in più del suo reddito nel 2008, il 31% in più del suo reddito l’anno successivo, il 25% nel 2010 e il 26% nel 2011. Considerereste questa persona austera? E considerereste il suo comportamento sostenibile? Questo è ciò che ha fatto il governo spagnolo. Si dimostra incapace di cambiare questo corso delle cose; perversamente, questa “austerità” è ritenuta responsabile della contrazione dell’economia spagnola e dell’elevata disoccupazione.

Sfortunatamente, l’austerità è la condizione necessaria della ripresa in Spagna, nell’eurozona, ovunque. La riduzione della spesa pubblica rende disponibili, per il settore privato, risorse reali in precedenza assorbite dallo stato; ridurre la spesa pubblica rende profittevoli nuovi progetti d’investimento privati e ne salva altri esistenti dal fallimento.

Considerate il seguente esempio. Tom vuole aprire un ristorante. Fa i seguenti calcoli: stima i redditi derivanti dall’attività in 10.000 dollari al mese. I costi attesi sono i seguenti: 4.000$ per l’affitto; 1.000$ per le utenze; 2.000$ per il cibo; 4.000$ per gli stipendi. Con ricavi attesi di 10.000$ e costi di 11.000$ Tom non intraprenderà la sua attività.

Immaginiamo ora che il governo sia più austero, cioè che riduca la spesa pubblica. Il governo chiude, quindi, un’agenzia di protezione dei consumatori e vende sul mercato il suo palazzo. Come conseguenza, si verifica una tendenza dei prezzi degli immobili e degli affitti al ribasso. Lo stesso per i salari. I burocrati licenziati cercano nuovi lavori, esercitando una pressione verso il basso del livello dei salari. Inoltre, l’agenzia non consuma più utenze, portando i prezzi al di sotto del livello precedente. Tom può ora affittare lo spazio per il suo ristorante nella precedente sede dell’agenzia a 3.000$ perché gli affitti stanno calando. La sua bolletta attesa scende a 500$ e assume alcuni dei precedenti burocrati come lavapiatti e camerieri, riducendo le sue spese a 3.000$. Ora, con redditi attesi a 10.000$ e costi a 8.500$ il profitto atteso ammonta a 1.500$ e Tom può iniziare la sua attività.

Dal momento che il governo ha ridotto la spesa, può anche ridurre le aliquote fiscali, il che può aumentare i profitti netti di Tom. Grazie all’austerità il governo potrebbe anche ridurre il proprio deficit: il denaro precedentemente impiegato per finanziare il deficit pubblico può ora essere prestato a Tom per un investimento iniziale utile a  rendere i locali della precedente agenzia adatti ad un ristorante. Infatti, oggigiorno, uno dei problemi principali in Paesi come la Spagna è dato dall’assorbimento statale, tramite il settore bancario, dei risparmi reali delle persone. I prestiti non sono di fatto disponibili per le società private, poiché le banche usano i propri fondi per comprare titoli di stato, al fine di finanziare il deficit pubblico.

Alla fine, la questione è la seguente: chi deve determinare che cosa viene prodotto e come? Il governo che usa le risorse per i propri scopi (agenzia di “protezione dei consumatori”, politiche di welfare, guerre, etc.), o gli imprenditori in un processo competitivo e come agenti dei consumatori, nel tentativo di soddisfare le esigenze degli stessi attraverso prodotti sempre migliori e sempre più economici (come Tom, che usa parte delle risorse precedentemente impiegate nell’agenzia pubblica per il proprio ristorante)?

Se pensate che la seconda opzione sia migliore, l’austerità è la via da seguire. Più austerità e meno spesa pubblica significano meno risorse per il settore pubblico (meno “agenzie”) e più risorse per il settore privato, che le utilizza per soddisfare i bisogni dei consumatori (più ristoranti). L’austerità è la soluzione ai problemi in Europa e negli Stati Uniti, perché alimenta una crescita sostenibile e riduce i deficit pubblici.

Un PIL più basso?

Ma l’austerità non riduce almeno temporaneamente il PIL e conduce l’attività economica in un circolo vizioso?

Sfortunatamente, il PIL è una cifra abbastanza fuorviante: è definito come “valore di mercato di tutti i beni e servizi finali prodotti in un Paese in un determinato periodo”.

Ci sono due piccole ragioni per cui un PIL più basso può non essere sempre un cattivo segno.

La prima ragione è collegata alla considerazione delle spese pubbliche. Immaginiamo un burocrate che rilascia permessi alle aziende. Quando nega un permesso per un progetto d’investimento, quanta ricchezza viene distrutta? Sono i ricavi attesi  del progetto o i suoi guadagni attesi? E se il burocrate, senza saperlo, ha impedito un’innovazione atta a far risparmiare all’economia miliardi di dollari l’anno? È difficile dire quanta ricchezza venga distrutta dal burocrate. Potremmo semplicemente prendere il suo stipendio di 50.000$ all’anno e sottrarlo dalla produzione privata: il PIL sarebbe più basso.

Ora trattenete il fiato. Di fatto, accade l’opposto. Le spese pubbliche vengono aggiunte e non sottratte alla somma che genera il PIL: l’attività di distruzione di ricchezza del burocrate alza il PIL di 50.000$. Se l’agenzia pubblica che rilascia i permessi viene chiusa e il burocrate licenziato, l’effetto immediato è una riduzione del PIL di 50.000$. Tuttavia, questa diminuzione del PIL è un buon segno per la produzione privata e la soddisfazione delle esigenze dei consumatori.

In secondo luogo, se la struttura della produzione è distorta dopo un boom artificiale, la ristrutturazione implica anche una temporanea diminuzione del PIL. Infatti, potremmo mantenere invariato il PIL solo se la produzione rimanesse invariata. Se la Spagna o gli Stati Uniti avessero continuato a usare la propria struttura di produzione dei tempi del boom, avrebbero continuato a produrre la stessa quantità di case costruite nel 2007. La ristrutturazione richiede una restrizione del settore immobiliare, cioè un uso minore dei fattori di produzione in questo settore; i fattori di produzione devono essere trasferiti a quei settori ove sono richiesti più urgentemente dai consumatori. La ristrutturazione non è istantanea ma organizzata dagli imprenditori, in un processo competitivo che è gravoso e richiede tempo. In questo periodo di transizione, durante il quale posti di lavoro nei settori gonfiati sono distrutti, il PIL tende a diminuire. Questa diminuzione del PIL è solo un segno del necessario processo di ristrutturazione in corso. L’alternativa è quella di produrre la stessa quantità di immobili del 2007. Se il PIL non diminuisse bruscamente, il boom distruttore di ricchezza continuerebbe (come accaduto negli anni 2005-2007).

Conclusione

L’austerità del settore pubblico è una condizione necessaria per il fiorire del settore privato e per una rapida ripresa. Il problema dell’Europa (e degli Stati Uniti) non è troppo ma troppo poca austerità — o, peggio, la sua completa assenza. Una diminuzione del PIL può essere un indicatore: la necessaria e salutare ristrutturazione dell’economia è in corso.

Articolo di Philipp Bagus su Mises.org

Traduzione di Riccardo De Caria