La teoria della scuola austriaca | Contributi dei singoli autori

austrian schoolCarl Menger[1], il fondatore della scuola, pone su basi soggettiviste il valore, sfidando la dominante tradizione britannica del costo oggettivo e del lavoro. Inoltre presenta la teoria dell’utilità marginale.

Offre un contributo decisivo allo sviluppo dell’individualismo metodologico e dell’analisi a priori di tipo logico-deduttivo[2].

Analizza la nascita della moneta in un contesto di libero mercato[3].

Friedrich von Wieser concentra la sua attenzione sulla definizione di capitale e sulla teoria dell’interesse che ne deriva[4].

Sviluppa il concetto di costo-opportunità.

Eugen von Bohm-Bawerk[5] sviluppa e riformula il lavoro di Menger e lo applica ai temi del valore, dei prezzi, del capitale e dell’interesse. L’interesse non è una costruzione artificiale ma riflette la preferenza temporale degli individui. Tuttavia Bohm-Bawerk non riesce poi a costruire la sua teoria su tali premesse e si orienta sulla produttività quale determinante dell’interesse (la teoria verrà successivamente ampliata e migliorata da Frank Fetter).

Il tasso normale di profitto è il tasso di interesse così determinato, cioè come risultante dei vari saggi di preferenza temporale.

Il capitale non è una quantità data e non è omogeneo, ma è una diversificata struttura che possiede una dimensione temporale. La crescita economica e della produttività derivano non solo dall’aumento della quantità di capitale, ma anche dall’allungamento della struttura temporale, dalla costruzione di “processi di produzione sempre più lunghi” (che dipendono dai saggi di preferenza temporale: più sono bassi maggiore è la disponibilità a risparmiare e investire in processi più lunghi, che renderanno in futuro risultati maggiori in termini di beni di consumo).

Bohm-Bawerk inoltre dimostra l’erroneità della teoria del valore e dei prezzi di Marx[6].

Herbert J. Davenport e Frank A. Fetter all’inizio del Novecento sono i principali “Austriaci” negli Stati Uniti. Fetter migliora la teoria dell’interesse di Bohm-Bawerk: la domanda dei consumatori stabilisce il prezzo dei beni, i singoli fattori di produzione ricevono la loro produttività marginale e tutti i profitti sono attualizzati al tasso di interesse o di preferenza temporale, con il creditore o capitalista che guadagna il tasso di attualizzazione.

Ludwig von Mises con L’azione umana[7] realizza il trattato che caratterizza la scuola. Attraverso la prasseologia mette a punto il metodo a priori già introdotto da Menger, e su di esso vi costruisce l’intero corpo della teoria economica. I primi Austriaci avevano basato la teoria su una corretta metodologia, ma le analisi specifiche erano state spesso elaborate casualmente e in modo non sistematico. Mises riformula l’intero corpo della teoria Austriaca sulla base della prasseologia.

Sviluppando l’intuizione dell’economista ceco Franz Cuhel (1906), sostiene la non misurabilità e non confrontabilità delle utilità soggettive, e corregge l’errore di Menger e Bohm-Bawerk secondo cui l’utilità totale di un bene è l’integrale delle sue utilità marginali[8]. L’utilità è classificabile solo ordinalmente.

Incorpora la teoria dell’interesse come risultante della preferenza temporale di Frank Fetter andando oltre, cioè mostrando che le preferenze temporali costituiscono una categoria prasseologica necessaria dell’azione umana. Inoltre corregge la teoria dell’interesse determinato dalla produttività di Bohm-Bawerk.

Con la Teoria della moneta e del credito (1912) [9] colma la maggiore lacuna che allora caratterizzava la teoria Austriaca (e il resto della teoria): l’analisi monetaria. La moneta aveva un posto a sé, separato dalle analisi relative al resto del sistema economico. Egli sviluppa l’analisi monetaria di Menger eliminando tale scissione, saldando approccio micro e macro (che utilizzava aggregati irreali come il “livello dei prezzi”, il “prodotto nazionale nominale”, la “velocità di circolazione”), cioè integrando la teoria monetaria con le micro-fondazioni dell’economia (azioni individuali): applica alla domanda e all’offerta di moneta la teoria dell’utilità marginale. Inoltre presenta il “teorema della regressione”, afferma la non neutralità della moneta e la mancanza di beneficio sociale a seguito di un aumento della quantità di moneta (tranne che per gli usi industriali). Sempre in materia monetaria, si schiera a favore di un sistema aureo con riserva del 100%, una moneta sana e di mercato che impedirebbe le inflazionistiche interferenze statali [v. Moneta].

Nella seconda edizione di The Theory of Money and Credit (1924) presenta i lineamenti fondamentali della teoria del ciclo economico, partendo da tre teorie importanti ma slegate tra loro: il modello boom-depressione della Scuola Metallica, la differenza fra tassi di interesse realmente praticati e tasso “naturale” di Wicksell e la teoria del capitale e dell’interesse di Bohm-Bawerk [v. Ciclo]. All’inizio degli anni Trenta la teoria del ciclo misesiana è dominante nella teoria economica; verrà abbandonata in seguito alla pubblicazione della Teoria generale di Keynes nel 1936.

In Il calcolo economico nello Stato socialista (1920)[10] e in Socialismo (1921) dimostra l’impossibilità di funzionamento di un sistema economico socialista a seguito dell’impossibilità del calcolo in assenza di prezzi di mercato dei fattori [v. Intervento coercitivo. Lo Stato,  pp. 27-31].

Non solo il socialismo, ma anche il più frammentario “interventismo” non può funzionare, come illustrato in vari saggi raccolti nel 1929 in Critica dell’interventismo; non rimane che il liberalismo di laissez-faire.

Sul piano epistemologico, oltre alla fondazione della prasseologia, sostiene il dualismo metodologico, confuta il positivismo e l’empirismo quale base della verificabilità delle leggi economiche, critica la matematizzazione dell’economia e definisce i rapporti fra teoria e storia[11].

Fredrich von Hayek offre il contributo più importante alla teoria del ciclo economico, approfondendo e perfezionando le intuizioni di Mises[12].

Confuta la teoria del capitale di Frank Knight (che segue Clark), secondo cui produzione e consumo si verificano contemporaneamente, il periodo di produzione è irrilevante e il tasso di interesse è determinato da fattori tecnologici. Contrasta la teoria keynesiana relativamente al capitale e al sistema monetario.

La teoria hayekiana dell’ordine spontaneo e degli esiti inintenzionali dell’azione umana, considerata un elemento centrale della teoria Austriaca, non è accolta dalla componente razionalista della scuola [v. Differenze interne alla Scuola Austriaca].

Henry Hazlitt divulga L’azione umana di Mises e contrasta punto per punto la teoria keynesiana, recuperando Say alla macroeconomia Austriaca.

Murray N. Rothbard radica la scuola Austriaca negli Stati Uniti. Estende e raffina l’opera di Mises e aggiunge contributi alla teoria del monopolio, alla teoria della rendita, all’analisi dell’intervento coercitivo e alla teoria dell’utilità. Applica alla Grande Depressione la teoria Austriaca del ciclo economico.[13]

Piero Vernaglione

Per una rassegna più approfondita degli sviluppi successivi agli anni Settanta del Novecento v. “Differenze interne alla Scuola Austriaca

Tratto da Rothbardiana

Note:

[1] C. Menger Principi di economia politica (1871), Utet, Torino, 1976; nuova ed. Principî fondamentali di economia (1871), Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2001.

[2] C. Menger, Sul metodo delle scienze sociali (1883), Liberilibri, Macerata, 1996.

[3] C. Menger, On the Origins of Money, in «Economic Journal», vol. 2, 1892, pp. 239-255.

[4] F. von Wieser, Il valore naturale (1889), in Opere, Utet, Torino, 1982.

[5] E. Bohm-Bawerk, Capital and Interest (1884), Libertarian Press, South Holland (Ill.), 1959; Teoria positiva del capitale (1889, presentato come secondo volume di Capital and Interest).

[6] E. Bohm-Bawerk, Karl Marx and the Close of His System (1896), T.F. Unwin, Londra, 1898.

[7] L. von Mises, L’azione umana (1949), Utet, Torino, 1959.

[8]  L’utilità di un insieme di unità di un dato bene non è l’integrale delle utilità marginali di una unità di quel bene, ma è soltanto l’utilità marginale di un’unità più ampia. Ad esempio, l’utilità che un cartone di dodici uova apporta ad un consumatore non è una “utilità totale” che ha una relazione matematica (integrale) con l’utilità marginale apportata da un uovo; abbiamo solo a che fare con due differenti utilità marginali, in un caso l’utilità marginale di una confezione da 12 uova e nell’altro caso l’utilità marginale di 1 uovo. Questa correzione di Mises è coerente con la metodologia Austriaca volta a concentrarsi sulle azioni reali degli individui, e non su aggregati ricavati meccanicisticamente.

[9] L. von Mises, The Theory of Money and Credit (1912), L. von Mises Institute, Auburn, 1990.

[10]L. von Mises, Il calcolo economico nello Stato socialista (1920), in AA.VV., Pianificazione economica collettivistica, Einaudi, Torino, 1946.

[11] L. von Mises, Problemi epistemologici dell’economia (1933), Armando, Roma, 1988; Teoria e storia (1957), Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2009.

[12] F. von Hayek, Prezzi e produzione (1931).

[13] M.N. Rothbard, Man, Economy, and State  (1962) with Power and Market (1970), Mises Institute, Auburn, 2004; Toward a Reconstruction of Utility and Welfare Economics,in M. Sennholz (a cura di), On Freedom and Free Enterprise: Essays in Honor of Ludwig von Mises, Van Nostrand, Princeton, 1956, pp. 224-262.