Sullo Stato Onnipotente

“Lo Stato Onnipotente”omni mises è un libro di difficile classificazione. Scritto nel 1944, quando Mises si era ormai stabilito negli Stati Uniti da qualche anno, appare come il tentativo da parte dell’autore di ricostruire il processo che ha portato la Germania, solo un secolo prima culla della cultura europea, a diventare la protagonista assoluta di un conflitto (la Seconda Guerra Mondiale) che per barbarie e violenza non ha forse precedenti nella storia. Ai capitoli più “storiografici” si alternano poi alcune pagine che potremmo definire di filosofia politica, che hanno per oggetto un tentativo di comparazione delle ideologie nazionalsocialista e marxista, e del risultato della loro applicazione rispettivamente in Germania e nell’Unione Sovietica.

Il fallimento del liberalismo tedesco e l’ascesa del nazionalsocialismo

Nella prima metà del XIX secolo, in tutti gli stati tedeschi non v’era pensatore, filosofo o scrittore che non fosse stato contagiato dal pensiero liberale di derivazione francese ed illuminista o da quello “scozzese” di Hume, Smith e Ferguson. Unici a resistere a questa moda filosofica erano illetterati ed analfabeti. Per Mises, il declino dell’egemonia liberale a cavallo tra la prima la seconda metà dell’Ottocento nell’area di lingua tedesca, si dovette  in parte ad alcuni errori politici commessi dagli stessi liberali, ed alla concomitante ascesa della Prussia quale cuore politico ed amministrativo della Germania.

Unificati gli stati tedeschi, Bismarck inaugurò poi la stagione della sozialpolitik allo scopo di “superare i social-democratici nelle misure favorevoli agli interessi dei lavoratori”, sì che una legislazione sostanzialmente socialista si accompagnò alla persecuzione dei maggiori esponenti del partito Social-Democratico tedesco, persecuzione che fu però abbandonata dai successori del Duca di Lauenburg, permettendo al PSD di diventare, nei decenni successivi, il partito politico più influente del Paese. L’intero settimo capitolo de “Lo Stato Onnipotente” è proprio dedicato al PSD, ed in particolare al tentativo di smontare “la leggenda” che lo vede quale unico oppositore al processo di militarizzazione della Germania portato avanti dalla Borghesia tedesca. Al contrario, spiega Mises, sono stati proprio gli sforzi dei social-democratici a gettare il destino del Paese nelle mani della leadership militare che lo ha poi portato ad una guerra assurda e dalle conseguenze nefaste. Contrariamente al mito del “pacifismo” socialdemocratico, difatti, i parlamentari del PSD votarono i crediti di guerra al Kaiser, accontentando in questo le masse socialiste che l’autore definisce “le più entusiaste” per l’inizio delle violenze nel 1914. Solo a guerra ormai perduta, il PSD rivide la propria posizione e decise di rivedere il proprio obiettivo, che non era più la guerra di conquista, ma la guerra di classe.

La svolta anti-bellicista dei socialdemocratici valse loro un gran seguito popolare ed il successo nelle elezioni che, nel 1918, li portarono al governo con un’agenda politica espressamente democratica e di apertura alle “libertà civile” ed ai “diritti dell’uomo”. Il PSD del tempo era però fortemente diviso ed al suo interno convivevano tre “correnti”: i socialisti di maggioranza, i socialisti indipendenti ed i marxisti. Questi ultimi erano, per ragioni ideologiche, del tutto contrari a farsi coinvolgere in un governo che avesse a che fare con i “concetti borghesi di libertà, parlamentarismo e democrazia” e, mentre socialisti di maggioranza e socialisti indipendenti – accusati dai marxisti di essere dei “traditori sociali” – formavano il nuovo esecutivo, diedero il via alle violenze nel tentativo di instaurare la dittatura del proletariato in Germania. L’incapacità (o meglio, l’assenza di volontà) da parte del governo socialdemocratico di fermare le violenze convinse i socialisti indipendenti che “l’avanzata vittoriosa del comunismo non poteva essere arrestata” sì che essi abbandonarono i seggi del governo per unirsi ai marxisti nella rivolta.

Inaspettatamente, però, il tentativo comunista di colpo di stato provocò la reazione della popolazione e dei partiti nazionalisti che si organizzarono militarmente e affogarono la rivoluzione nel sangue. Le turbolenze del ’18-’19 si conclusero con la promulgazione della costituzione di Weimar, approvata solo grazie al voto positivo “degli avversari nazionalisti della democrazia [che] la preferirono alla dittatura dei comunisti. La nazione tedesca ottenne un governo parlamentare come dono dalle mani dei nemici mortali della libertà, i quali aspettavano un’occasione per riprendersi il loro regalo” [1]. Il giudizio di Mises sul quindicennio di vita della Repubblica di Weimar è impietoso: essa non fu altro che il tentativo, destinato a fallire tragicamente, di “tenere una via di mezzo tra i due gruppi che aspiravano alla dittatura”, ovvero i comunisti ed i nazionalisti. Tutti i partiti, da quello cristiano-sociale a quello democratico, dal comunista al nazionalista, erano però più o meno d’accordo sull’assoluto rifiuto dell’abbandono della sozialpolitik e del controllo statale dell’economia. I socialisti volevano la socializzazione dei mezzi di produzione, i nazionalisti la loro nazionalizzazione, che in termini pratici erano esattamente la stessa cosa: lo Stato, non gli imprenditori, avrebbe dovuto decidere cosa e quanto produrre, a dividerli c’era semplicemente il fatto che entrambi concorrevano per il controllo dello Stato. Il precario equilibrio politico impedì agli uni e agli altri di mettere in pratica i propri piani, sì che gli imprenditori tedeschi, in spregio alla Zwangwirtschaft, poterono ricominciare a lavorare indisturbati e riuscirono in breve tempo a rimettere la Germania sul cammino della normalità.

La parentesi di Weimar ebbe una durata breve. All’alba degli anni Trenta del Novecento i partiti erano nuovamente pronti alla guerra per mettere le mani sul Reich. L’equilibrio era stato rotto dal rovesciamento del governatore socialista della Prussia ad opera del Cancelliere conservatore Papen, nel luglio del 1932. A questa azione i socialisti risposero con le uniche due armi a loro disposizione: il Reichsbanner, la forza paramilitare del PSD, e lo sciopero generale. Entrambe erano però invise alla maggioranza della popolazione che, spaventata dalla possibilità dell’esplosione di una nuova guerra civile e dell’instaurazione della dittatura comunista, corse ad ingrossare le fila del Partito Nazional-Socialista di Adolf Hitler.

L’ascesa al potere di Hitler fu inoltre agevolata dalla grave depressione economica del Paese causata dall’inflazione incontrollata che in breve tempo aveva impoverito le classi medie spingendole ad abbracciare le tesi nazionalsocialiste. A questo punto della ricostruzione, Mises apre un inciso per smontare la tesi secondo cui l’ascesa di Hitler ed il secondo conflitto mondiale sarebbero la diretta conseguenza delle “ingiuste” riparazioni di guerra imposte alla Germania dalle potenze uscite vincitrici dalla I Guerra Mondiale, tesi sostenuta già nel 1919 da J. M. Keynes [2]. Al contrario Mises, dopo aver notato che le riparazioni di guerra furono la giusta punizione contro le devastazioni causate dai tedeschi alle popolazioni civili di Francia e Belgio, dimostra come il loro pagamento non avesse in alcun modo impoverito la Germania, anche perché esso è stato fatto con i prestiti ottenuti dai Paesi stranieri, prestiti che il governo Nazional-Socialista ha poi disconosciuto.

I due socialismi e la terza via

L’ideologia nazista ripugna, oggi, la quasi totalità della popolazione. Quando però Hitler ottenne la nomina a Cancelliere del Reich, essa era generalmente accettata dalla maggioranza (relativa) dei tedeschi. Per Mises [3] i nazisti non fecero altro che sostenere le tesi e le conseguenti politiche economiche propugnate per decenni dai socialisti tedeschi [4]: rifiuto del sistema capitalista, controllo statale delle imprese, dei prezzi e dei salari, piena legittimità delle politiche monetarie espansionistiche per sostenere l’occupazione, protezionismo. Il successo dei nazisti rispetto ai socialisti derivò dal fatto che il loro progetto politico era l’unico effettivamente coerente con le tesi di partenza. Inoltre, mentre i socialdemocratici rifiutavano l’idea stessa che una guerra di conquista potesse portare alcun beneficio alla popolazione, i nazisti convinsero i tedeschi che la il raggiungimento del Lebensraum a danno delle “razze slave” avrebbe permesso loro di emanciparsi attraverso il raggiungimento dell’autarchia.

Comune ai sostenitori di nazionalsocialismo e socialismo marxista era inoltre la tendenza, durante le diatribe ideologiche, a utilizzare contro i propri avversari l’arma del polilogismo. Il polilogismo è, nelle parole dello stesso Mises, il rifiuto del postulato secondo cui “la struttura logica della mente è immutabile e comune a tutti gli esseri umani” [5], e rappresenta l’ “atteggiamento di fanatici ottusi i quali non sono in grado di immaginare che qualcuno possa essere più ragionevole o intelligente di loro”. L’autore distingue tra due tipologie di polilogismo: quello di classe (quello utilizzato dai marxisti) e quello razziale (ideato dai nazionalsocialisti). Il primo sostiene che ciascuna classe, oltre che di una coscienza propria, dispone di un’ideologia tesa inevitabilmente a realizzare gli interessi della classe stessa. Nel caso in cui qualcuno osasse criticare le sue teorie, Marx non doveva neppure prestare attenzione al loro contenuto, e si limitava ad accusare l’avversario ideologico di rispondere – anche inconsapevolmente – agli interessi della classe d’appartenenza. Per il polilogismo brandito dai nazisti “La struttura logica della mente […] è differente per le diverse nazioni e razze. Ogni razza o nazione ha la sua propria logica e pertanto la propria economia, la propria matematica, la propria fisica e così via” [6]. In questo modo essi rifiutavano qualsiasi contributo culturale che venisse da appartenenti a razze “altre” ed in particolare a quella giudaica.

Alcune delle pagine più interessanti del libro di Mises riguardano appunto la comparazione tra il modello socialista realizzato in Unione Sovietica e quello realizzato in Germania. Mentre il modello russo è di tipo sostanzialmente “burocratico”, quello tedesco dispone di un “mercato di facciata” in cui gli ex proprietari mantengono la propria posizione a capo dell’azienda a patto di rispettare le direttive del governo centrale e, naturalmente, di dimostrare la propria fedeltà al Führer. Il “modello tedesco” differisce da quello sovietico a causa delle differenze geografiche che intercorrono tra i due territori e quelle economiche pre-esistenti alla presa del potere dei rispettivi partiti d’ispirazione socialisti. Laddove il territorio – in gran parte ancora rurale – della Russia ha un’estensione pressoché sterminata, la Germania è decisamente più piccola e dispone di un tessuto industriale che richiede, per il proprio funzionamento, materie prime non disponibili sul suolo tedesco, il che la costringe a mantenere rapporti economici con i Paesi stranieri per l’importazione di queste.

Mises è convinto che l’unica vera alternativa al socialismo di qualunque genere sia il liberalismo. Egli si trova però costretto a notare come questa convinzione non sia affatto condivisa dai suoi contemporanei, i quali propendono per la maggior parte per la così detta “terza via”, anche detta “interventismo”, la quale si differenzia dal socialismo per il fatto di non voler sopprimere l’impresa privata ma “solo regolare il suo funzionamento attraverso misure di intervento isolate” [7] come ad esempio il controllo dei prezzi e dei salari. Quello che i sostenitori della terza via non comprendono è, per l’autore austriaco, che le “misure di intervento isolate” di cui consiste non sono in grado di raggiungere gli obiettivi preposti sì che si porrà inevitabilmente l’alternativa tra introdurre sempre nuove misure e desistere integramente dal voler regolare il mercato. Come non trova spazio alcuno nel mondo suo contemporaneo, profetizza Mises nella conclusione al volume, “l’utopia liberale” non potrà essere realizzata neppure in futuro, almeno finché alla gente mancherà “la capacità mentale di assimilare i principi dell’economia valida” [8].

Ennio Emanuele Piano

Tratto da ideashaveconsequences.org

Note:

1) L. VON MISES, Lo Stato Onnipotente, p 275.

2) J. M. KEYNES, Le Conseguenze Economiche della Pace.

3) Come per Hayek, La Via della Schiavitù, p 169.

4) Non è un caso, almeno per Mises, che uno dei più convinti aedi del Fuhrer fosse l’ex marxista Werner Sombart, la cui rocambolesca evoluzione intellettuale è raccontata in L. V. MISES, I Fallimenti dello Stato Interventista, pp. 154-164.

5) L. VON MISES, Lo Stato Onnipotente, p 202.

6) L. VON MISES, Lo Stato Onnipotente, p 204.

7) L. VON MISES, Lo Stato Onnipotente, p 90.

8) L. VON MISES, Lo Stato Onnipotente, p 387.