Individualismo metodologico

individualismNella spiegazione della realtà sociale, è un criterio di interpretazione basato rigorosamente sugli individui e sulle circostanze ad essi attinenti. Questa priorità, logica ed etica, dell’individuo è espressione di una linea di pensiero che riceve i suoi primi contributi dal nominalismo di Guglielmo di Ockham, si rinsalda con Locke e i “Levellers”, si raffina con gli illuministi inglesi e scozzesi, in particolare Hume, Mandeville e Smith, e vede il suo più robusto sviluppo nella Scuola Austriaca attraverso l’elaborazione di Menger, Mises, Hayek e Popper. In anni recenti, contributi di particolare interesse sono stati offerti da Boudon.

Il metodo individualistico parte dalla considerazione empirica, solo apparentemente ovvia, che gli individui sono, nell’ambito sociologico, le uniche unità esistenti, e quindi le unità ermeneutiche di base dell’analisi sociale. Il mondo sociale è composto esclusivamente di individui, fonte unica della società. Solo gli individui esistono, pensano, sentono, esprimono bisogni, scelgono, agiscono, perseguono progetti, possono assumersi la responsabilità delle loro azioni. L’unico soggetto di cui si possa predicare o meno la volontà è l’individuo singolo. Priorità esplicativa degli individui rispetto agli insiemi e alle istituzioni sociali. La società è una somma di individui.

Naturalmente non viene negata l’esistenza di relazioni fra le persone (gli individualisti metodologici non sono “atomisti”), c’è un sommarsi e un incrociarsi dei comportamenti individuali che dà vita a nuovi risultati sociali (per alcuni inintenzionali), ma metodologicamente l’analisi delle comunità umane viene ricostruita a partire dai singoli individui. Metodo compositivo. Fare il percorso inverso – dall’ente collettivo all’individuo – significa partire dal risultato e non dai fattori che vi conducono.

Se dieci persone formano una società, esistono ancora dieci persone, non undici, le dieci persone più la società. Il concetto di società come concetto metafisico crolla quando constatiamo che la “società” scompare nel momento in cui le parti che la compongono si disperdono. L’astrazione società non può esistere più se tutti gli individui scompaiono. È anche difficile definire i confini di una società: dove finisce una società e ne comincia un’altra? Invece, è facilissimo vedere dove finisce un individuo e ne comincia un altro, un importante vantaggio per l’analisi sociale (e per l’assegnazione dei diritti e dei doveri).

Tale approccio si contrappone al collettivismo metodologico, una lunga tradizione di pensiero che ha in Rousseau, Hegel, Comte, Marx e Durkheim solo alcuni dei suoi più rigorosi rappresentanti. Tale impostazione è caratterizzata dall’organicismo e dall’olismo (holos, intero). Si tendono a reificare i concetti collettivi: società, Stato, collettività, popolo, nazione, razza, classe, partito vengono trattati come se fossero un’entità autonoma reale, vivente, avente un’esistenza indipendente dai singoli soggetti che la compongono. Si ipostatizza, cioè si attribuisce sostanza a soggetti astratti, a pure costruzioni del pensiero.

Non solo queste entità esistono, ma hanno una mente, fini e valori propri. La conseguenza immediata è che tali fini hanno la precedenza su quelli degli individui. Ciò significa che tali organismi plasmano gli individui; l’appartenenza sociale è un elemento costitutivo dell’individualità. Senza tale realtà onnipresente l’individuo non sussisterebbe. L’individuo deve la propria ragione alla “società” – o ad altri soggetti collettivi; quale che sia il valore di cui un individuo è dotato, esso deriva dal collettivo; il collettivo è tutto e l’individuo nulla. La società come un macroantropo, un uomo allegorico in cui le singole parti, ordinate gerarchicamente nella società naturale, sono funzionali alla vita dell’organismo.

L’equivoco è perpetuato dal fatto che nel linguaggio, per comodità e per sintesi, usiamo delle espressioni di tipo collettivo per designare un certo agglomerato di persone (o di cose: ad esempio, “foresta” è il termine che ci serve per designare un insieme di alberi); ma sono metafore per descrivere le azioni concertate degli individui. Non esistono “gli Stati” in quanto tali, ma solo individui che agiscono di concerto con una modalità “statale”. Come ha fatto notare lo storico  P.T. Moon, quando qualcuno usa la semplice parola “Francia” pensa alla Francia come a un’unità, un’entità. Quando diciamo che “la Francia ha mandato le sue truppe alla conquista di Tunisi”, attribuiamo alla nazione in questione non solo l’unità ma anche una personalità. Le parole stesse nascondono i fatti e rendono le relazioni internazionali un dramma affascinante in cui le nazioni personificate sono attori, e ci dimentichiamo con troppa facilità degli uomini in carne e ossa che sono invece i veri protagonisti. Se non avessimo a disposizione la parola “Francia”, la spedizione a Tunisi dovrebbe essere descritta nel modo seguente: “Alcuni di questi trentotto milioni di persone ne hanno mandate circa altre trentamila a conquistare Tunisi”. La costruzione degli imperi non viene fatta dalle “nazioni” ma dagli uomini. Il problema che ci si pone è innanzi tutto quello di scoprire gli uomini.

Un altro esempio è quello proposto da Gaetano Salvemini: la frase “La Rivoluzione francese ha distrutto i diritti feudali” concretamente significa che, dopo la presa della Bastiglia, i contadini non vollero più pagare i diritti feudali, i deputati della Costituente non riuscirono a farli rispettare, quelli della Legislativa li abolirono legalmente quasi del tutto, quelli della Convenzione condussero a termine l’opera della svalutazione legale.

Mises precisa che ciò che differenzia le azioni puramente individuali da quelle di individui che agiscono come membri di un gruppo è il differente significato attribuito a tali azioni dalle persone coinvolte. È un singolo poliziotto che arresta il criminale, ma le persone attribuiscono tale azione allo “Stato”. Un gruppo di persone armate occupa un luogo: sono le persone che imputano tale azione non ad un numero concreto di soldati, ma alla “nazione”.

Il problema non sta quindi nel se, ma nel come usare i concetti collettivi. Abbiamo bisogno di essi, perché sono degli stenogrammi che ci consentono di comunicare con grande immediatezza e risparmio di tempo. Non sono però delle entità dotate di una vita separata, autonoma. I fenomeni sociali aggregati non vivono di vita propria, non hanno pensieri e volizioni. Come diceva H. Spencer, “un’istituzione politica non si tocca né si vede”.

Esempi di applicazione del collettivismo metodologico e distorsioni a cui conduce

1) Espressioni quali “bene comune” o “interesse generale” o “benessere sociale”. Tali nozioni hanno vizi concettuali insanabili, il più rilevante dei quali è la mancanza di un significato intersoggettivo su cui (anche solo due) individui in buona fede possano convenire. Questi concetti vivono sulla premessa implicita che esistano entità organiche viventi (il gruppo, la comunità, la collettività) che possiedono valori e fini propri. Se tali concetti non esistono come entità autonome, l’unico sottoinsieme che li approssima – rimanendo però concettualmente distinto – è la somma dei “beni” o degli interessi dei singoli individui che fanno parte dell’aggregato sociale considerato.

2) A proposito del debito pubblico, si considera l’intero paese nel suo complesso e si dice che “noi siamo indebitati con noi stessi”; ma fa differenza per ciascun individuo se fa parte dei “noi” o se fa parte dei “noi stessi”.

3) Il mercato è definito “impersonale”, un meccanismo che sfuggirebbe al controllo degli individui, dunque qualcosa di esistente oltre gli individui; ma esso è un’etichetta per indicare le interazioni volontarie fra gli individui che scambiano beni e servizi.

4) Quando, in relazione per esempio ad un reato commesso da un individuo, si sostiene, con intenti solidaristici e umanitari, che “la colpa è della società”, sul piano logico non si fa che affermare che tutti sono colpevoli, tranne chi ha commesso il reato; il che è un’evidente assurdità. Viene travolto il principio di responsabilità individuale (A.W.Green).

5) Il razzismo come espressione del collettivismo; si tratta dell’idea di attribuire un rilievo morale, sociale o politico alla discendenza genetica dell’uomo.

6) Rousseau: la “volontà generale” si pone come fonte unica della moralità, pubblica e privata; esprime la regola del giusto e dell’ingiusto; reclama identità assoluta di interessi. La sua istituzionalizzazione, come previsto dallo stesso filosofo ginevrino, comporta la cancellazione del concetto stesso di minoranza. L’opinione difforme non può essere altro che un errore, da riconoscere immediatamente per riconfluire il più presto possibile nell’“io comune”.

Hegel: lo Spirito, l’Uomo-Dio, è inteso come specie umana collettiva, non come singoli individui. L’”astuzia della ragione”: gli individui agiscono come agenti inconsci dello spirito del mondo. Lo Stato hegeliano è un organismo vivente, un tutto superiore alla semplice somma delle sue parti. È lo Stato a fondare gli individui, non viceversa. Lo Stato di Hegel, in quanto manifestazione dello spirito del mondo, è legittimato a  monopolizzare gli aspetti etici della società.

Marx: la classe determina i comportamenti e i valori dei suoi componenti; la storia è determinata dal conflitto fra entità collettive, le classi. Inoltre, nella realizzazione del comunismo M. vede l’apoteosi della specie collettiva, l’umanità come un nuovo super-essere, in cui gli individui hanno significato solo come parti trascurabili di un organismo collettivo.

7) L’analisi macroeconomica: i grandi aggregati nascondono le interazioni complesse che avvengono al loro interno e con altri aggregati, e la semplificazione diventa una fallacia teorica: ad esempio, il consumo non dipende solo dal reddito passato, ma anche dal reddito futuro previsto, dalla fase del ciclo in corso, dai prezzi dei prodotti, dai guadagni e dalle perdite in conto capitale e così via, fattori che incidono in maniera diversa su individui diversi. La Scuola Austriaca è microeconomica per eccellenza.

In generale, l’utilizzazione di categorie culturali che comportano l’affiliazione forzosa degli individui ad entità trascendentali (cioè concettualmente astratte), così come la costruzione di identità artificiose fondate sul sangue, sulla razza o sull’etnia, rischiano di distruggere l’autonomia e la libertà dell’individuo. Se l’entità collettiva ha una specifica volontà, scopi e obiettivi propri, da questo riconoscimento alla normativizzazione il passo è breve. L’individuazione di una volontà unica da parte del soggetto collettivo comporta infatti la negazione implicita del fatto che gli individui hanno scopi, idee, valori, gusti, interessi, bisogni diversi.

Come accennato in precedenza, l’individualismo metodologico non ha niente a che vedere con l’“atomismo”. Gli individui hanno relazioni fra di loro, vivono insieme, lavorano in équipe. La divisione del lavoro, e lo scambio che ne consegue, è un processo che si è sviluppato sin dagli albori della storia umana. La specializzazione, effetto della divisione del lavoro orizzontale e verticale, è vantaggiosa per tutti, in termini di efficienza (maggiore produttività) e di qualità. La divisione del lavoro implica lo scambio, condizione necessaria per il soddisfacimento dei propri bisogni. Come è noto dal teorema fondamentale dello scambio volontario, un atto di scambio tra due o più soggetti ha luogo solo se esso migliora la posizione di benessere di ciascun partecipante. La condizione atomistica è invece quella di individui completamente autosufficienti, “monadi senza porte né finestre”, che non hanno alcuna relazione di scambio fra loro. Tale condizione, non solo non è auspicata dagli individualisti metodologici, ma non si capisce come potrebbe realizzarsi nelle complesse società moderne. Essa comporterebbe una qualità della vita pessima, insostenibile per la maggior parte degli individui: ciascuno dovrebbe autoprodurre tutti i beni e i servizi necessari per la propria sussistenza, con un inevitabile ritorno ad uno stato primitivo, nel tenore di vita e nel benessere generale. Nessun liberale ha mai teorizzato un simile assetto economico-sociale, incoraggiando la mistica dell’isola deserta.

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana