Finestre rotte e “risorse inattive”

krugman-interna-nuovaOrmai da un certo tempo, Fabrizio Galimberti pubblica, su Il Sole-24 Ore della Domenica, la rubrica Il Sole Junior – L’economia spiegata ai ragazzi, rimarchevole per la chiarezza delle spiegazioni e, spesso, anche per le posizioni assunte. Che non sono Austriache, purtroppo, ma restano ben al di qua di Krugman. Prova ne sia, inter cetera, il recente articolo Un “ghostbuster” per il Pil [1], che ha attratto la mia attenzione per il favore mostrato nei confronti di Bastiat – definito «geniale economista francese dell’Ottocento», nientemeno! – e del racconto della finestra rotta.

Purtroppo, però, Galimberti, pur pienamente concorde sulla necessità di computare i costi nascosti di un evento (e convinto che vi riesca bene la c.d. “green economy“), ritiene che ci sia

«una circostanza in cui Bastiat non avrebbe avuto ragione. Supponiamo che il commerciante che tira fuori i 6 franchi per riparare il vetro non voglia restringere la sua spesa in altre cose. Quei 6 franchi di maggiore spesa li toglie da ciò che avrebbe risparmiato. In questo caso la sua propensione alla spesa (cioè quanto spende del proprio reddito) sarà aumentata e il reddito della nazione ne beneficierà. Se il vetraio non era pienamente occupato quando gli fu chiesto di riparare il vetro, ecco che il reddito del Paese – il famoso Pil – sarà più alto di prima.».

Ho aggiunto le sottolineature per rimarcare quelli che sono, secondo me, gli errori centrali del ragionamento.

Anzitutto, sembra proprio che Galimberti sposi la definizione keynesiana del risparmio come mera eccedenza rispetto al consumo, “reddito non consumato”. Questo è un ottimo esempio di come si possa adottare la prospettiva soggettivista soltanto a metà; e, devo dire, mi stupisco sempre della facilità con cui gli economisti mainstream riescono a cadere in queste fallacie. Il concetto di “propensione”, al consumo o al risparmio, implica un riferimento ineludibile alla sfera delle motivazioni soggettive, individuali; e lo stesso Keynes mostra di esserne ben consapevole [2].  Eppure, egli e i suoi emuli si contentano di una definizione di “risparmio” che non tiene conto di una domanda ovvia, ma non banale: perché Tizio non consuma?

Ma, se ciascuno di noi riflette sui motivi per cui non ha speso, putacaso, i due euro intascati ieri, scoprirà facilmente che il risparmio non è affatto un mero “non-consumo”, bensì un non consumare in vista di qualche cosa. Qui, dunque, entra in gioco il futuro, nei suoi tre fattori: rischio, incertezza e preferenza temporale. Si risparmia oggi per potersi permettere una spesa maggiore in futuro (o per procurarsi un reddito maggiore; ma anch’esso, nella prospettiva del soggetto, non è che un mezzo per ottenere beni del primo ordine); oppure perché si teme che una tale spesa possa rendersi necessaria (Jacques Bonhomme, conoscendo l’esuberanza del figlio, potrebbe aver accantonato i 6 franchi proprio in previsione della rottura della finestra).

Così stando le cose, è evidente perché il ragionamento di Galimberti non individua, in realtà, un’eccezione alla tesi di Bastiat, ma, piuttosto, una lacuna  comune nel ragionamento degli economisti. Partiamo dall’ipotesi in apparenza più favorevole, il “fondo rischi” già accantonato in previsione della rottura della finestra: l’impatto negativo dell’evento è bensì neutralizzato [3], ma solo perché è stato anticipato; Jacques Bonhomme ha rinunciato prima – e magari con gradualità – a spendere i 6 franchi e, nel tempo trascorso da quando ha iniziato ad accantonarli, non li ha impiegati in alcun modo [4]. Se, invece, egli avesse inteso cominciare a mettere da parte la somma necessaria all’acquisto, poniamo, di una bicicletta da corsa; oppure prestare questi 6 franchi sul mercato del credito; o addirittura avviare un qualche processo produttivo in proprio; ebbene, in tutti questi casi l’impatto negativo sarebbe solo differito nel tempo. Posto che le intenzioni dello sfortunato Jacques non mutino nel frattempo, egli comprerà egualmente la bicicletta ecc., ma più tardi: gli occorrerà tempo per risparmiare nuovamente quei 6 franchi. Prendiamo, infine, l’ultimo caso: i 6 franchi costituivano bensì un “fondo rischi”, ma Jacques non aveva pensato solo o tanto alle finestre, quanto, più in generale, agli imprevisti che possono verificarsi in qualunque ménage domestico. E’ chiaro che, se le sue valutazioni sul rischio e l’incertezza non sono mutate, egli dovrà nuovamente risparmiare i 6 franchi. Certo, uno degli eventi temuti, la rottura della finestra, si è verificato; ma ciò, di per sé, non esclude affatto che possa ripetersi ancora. Fino a che punto Jacques crede che urla e ceffoni (o altri strumenti a piacere) abbiano ridotto la propensione del figlio a infrangere vetri? Se poco o nulla, egli risparmierà nuovamente 6 franchi, così rientrando nel secondo caso; altrimenti, può darsi che, ceteris paribus, egli riduca il “fondo rischi domestici”, poniamo, a 5 franchi e mezzo. Ma il mezzo franco che, così, resta disponibile per il consumo futuro non può considerarsi sic et simpliciter una “risorsa liberata”: la riduzione del fondo è stata comprata dalla rottura del vetro, dalla spesa di 6 franchi, o, se si preferisce, da quella parte del fondo preesistente che non viene ricostituita proprio perché destinata a copertura di un evento che ora si assume scongiurato (o meno probabile). E dunque, si rientra nel primo caso.

In sintesi: non c’è dubbio che le finestre rotte abbiano sempre un impatto negativo che neutralizza i loro benefici apparenti; resta solo da vedere quando esso si verifichi, se prima della rottura, in contemporanea o dopo.

Ma esaminiamo anche l’altro aspetto del ragionamento di Galimberti, secondo cui l’impatto positivo sul PIL della spesa per il vetro sarebbe subordinato sia alla mancata riduzione di spesa, sia alla “non piena occupazione” del vetraio. Supponiamo di rientrare nel primo caso, cioè che Jacques avesse accantonato i 6 franchi proprio e solo in previsione della rottura della finestra; e che sia assolutamente certo che il figlio abbia imparato la lezione. Almeno in questo caso, la sua spesa potrà avere un effetto positivo?

Si badi bene: non ho parlato di effetto positivo sul PIL. Molto opportunamente, invero, lo stesso Galimberti, nel prosieguo dell’articolo, mette in guardia contro l’effetto contabile in virtù del quale – nel suo esempio – dopo un’inondazione che distrugge mille case, il PIL cresce, perché i minori servizi abitativi sono più che bilanciati, nell’immediato, dalle spese per i soccorsi e, soprattutto, dagli ammortamenti: quell’anno, il PIL includerà, non la quota di ammortamento fisiologica, connessa al normale invecchiamento di mille case, ma una di gran lunga più alta, perché comprensiva della loro distruzione integrale. «C’è una maniera, anche nella contabilità di una nazione, per vedere gli effetti “veri” di un’inondazione. Ed è quella di andare a vedere il Pil netto, cioè il Pin: Prodotto interno netto, esclusi gli ammortamenti.». Mi permetto di aggiungere che, negli anni seguenti, sul PIL si noterà l’impatto negativo di minori ammortamenti rispetto allo status quo ante, visto che le case sono state distrutte; in particolare, al balzo all’insù dell’anno “zero” terrà dietro un calo marcato nell’anno “uno”, che, oltre a non disporre più della propria quota di ammortamenti, sconterà il raffronto con la precedente, gonfiata dalle distruzioni [5].

L’effetto positivo di cui Galimberti intende parlare è ben distinto da quello contabile testé descritto [6]: corrisponde in realtà – se interpreto correttamente la sua posizione – ad un aumento del PIN, cioè alla produzione di beni e servizi nuovi in misura maggiore rispetto a quelli cui si è costretti a rinunciare [7]. Quindi, non dobbiamo contare la sostituzione della finestra in sé – che, come ammortamento, figura nel PIL, non nel PIN [8] – ma l’aumento della produzione di finestre e/o dell’attività del vetraio: perciò Galimberti precisa che questi non dev’essere pienamente occupato; se lo fosse, potrebbe occuparsi di Jacques solo a prezzo di ritardare il lavoro per qualche altro cliente. Egli sta pensando, invece, ad un vetraio che lavora meno di quanto potrebbe e vorrebbe, dimodoché l’ordine di Jacques crea lavoro senza togliere nulla a nessuno.

Ma qui si impongono due considerazioni.

Anzitutto, il ragionamento fila solo se e finché la spesa per la finestra è interamente finanziata da risparmi reali (l’accantonamento ad hoc; ma potremmo anche pensare ad un’assicurazione di cui Jacques abbia regolarmente pagato il premio); e proprio per questo ci troviamo di fronte ad una crescita vera, non al principio di un boom.

Inoltre, l’assunto di Galimberti, che suppone un vetraio “non pienamente occupato”, implica un’altra fallacia del pensiero mainstream, il concetto di risorse inattive.

Ogni imprenditore sa che la domanda dei suoi beni o servizi è variabile, in misura maggiore o minore secondo i settori e le circostanze; quindi si organizza di conseguenza, per ridurre al minimo il danno dei cali e sfruttare al meglio i picchi. In questo senso, è fisiologico che il vetraio sia “non pienamente occupato” (a meno che non stia già soddisfacendo un picco). Ma la sua capacità produttiva in più non può considerarsi “inutilizzata”, proprio come il risparmio non è semplice “non-consumo”: si tratta, in entrambi i casi, di risorse che assolvono ad uno scopo ben preciso, così nella mente del proprietario come nella struttura del processo produttivo.

Inoltre, in ogni momento, anche su un mercato completamente libero, pregressi errori di valutazione e/o circostanze mutate possono far sì che la singola impresa si ritrovi con un eccesso non voluto di capacità produttiva o di prodotti finiti. Situazione fisiologica – per il mercato, anche se non per la singola impresa – che i picchi di domanda, anch’essi fisiologici in sé, aiutano a gestire. Dove “gestire”, beninteso, significa: vendere i prodotti in eccesso, cercando di realizzare comunque un utile, o almeno di contenere la perdita; e trovare un impiego per la capacità produttiva extra (magari, proprio destinandola a fronteggiare i picchi) oppure dismetterla.

Quando i keynesiani parlano di “risorse inattive”, unificano questi due casi ad un terzo, per loro il più importante: la realtà, innegabile nei momenti di crisi, delle fabbriche chiuse, dei lavoratori a spasso, dei cicli produttivi che non si riesce a completare. Il nome stesso suggerisce la terapia: se le risorse sono inattive, mettiamole in attività; sconfiggiamo il ciclo curandone i sintomi.

Una volta di più, però, l’ignoranza del ruolo svolto dai mezzi fiduciari ha portato a confondere situazioni diverse.

Un aumento di domanda dovuto al fatto che alcuni consumatori attingono a risparmi reali – come Jacques che spende il “fondo rischio finestre” – può senz’altro riassorbire un eccesso di prodotti; magari anche una sovracapacità produttiva, sebbene mi riesca difficile immaginarlo permanente. Ma una cura simile è impossibile per definizione durante una crisi, che non scoppierebbe affatto se i risparmi reali fossero sufficienti a sostenere sia gli investimenti lanciati, sia i consumi. L’errore secondo cui le crisi si combattono con politiche di sostegno alla domanda deriva da quello che attribuisce il loro insorgere a sovraproduzione o sottoconsumo (secondo i casi), anziché agli effetti distorsivi sull’intero sistema economico, prodotti dall’emissione di mezzi fiduciari. Niente di strano, allora, che il veleno sia scambiato per una cura: l’effetto immediatamente visibile è senz’altro quello; ma anche la fase iniziale del boom sembrava crescita vera…

Proprio perché non comprende questi aspetti, Galimberti – che pur afferma che «Allargare la spesa pubblica tanto per spendere di più non è una politica keynesiana» – conclude che «Le politiche keynesiane servono in situazioni estreme» [9]. In ciò, egli applica, su vasta scala, la stessa logica dell’eccezione che crede di aver trovato nel ragionamento di Bastiat: se a Jacques Bonhomme mettiamo in tasca soldi creati ex nihilo, non dovrà ridurre la propria spesa per sostituire la finestra; nello stesso tempo, il vetraio dispone di “risorse inattive”; quindi stiamo facendo aumentare il reddito della nazione. Purtroppo, anche gli economisti più dotati sono regolarmente indotti in errore dall’ignoranza sulla natura del capitale e dei mezzi fiduciari.

Guido Ferro Canale

Note:

[1] Il Sole-24 Ore, 7 aprile 2013, p. 11.

[2] Cfr., infatti, la sistematica della Teoria generale: all’interno del Libro III – La propensione al consumo, il Cap. 8 è dedicato ai fattori oggettivi, il 9 ai soggettivi; e parimenti, nel Libro IV, si trova il Cap. 15 – Gli incentivi psicologici e commerciali alla liquidità.

[3] A patto che non si tema che il figlio rompa di nuovo la finestra: v. infra nel testo.

[4] Cioè non li ha spesi, e neppure prestati: in realtà, infatti, questi soldi sono “impiegati”, nella mente del proprietario, proprio in virtù dell’avvenuta destinazione a coprire il rischio.

[5] Questo ha una certa importanza, dal momento che, piaccia o non piaccia, la contabilità nazionale è impiegata ogni giorno dai pianificatori centrali per prendere decisioni sulle nostre vite e che il Patto di Stabilità e Crescita tiene conto dell’impatto degli “eventi eccezionali” sul PIL.

[6] Si noti, peraltro, che il terremoto in Emilia-Romagna, secondo le stime ufficiali, ha avuto un impatto negativo già sul PIL 2012: in un’area a forte vocazione industriale e dove, peraltro, capannoni e impianti, per lo più, non sono stati distrutti, ma sono rimasti inagibili, i maggiori ammortamenti non hanno potuto compensare il calo nella produzione.

[7] E perciò, egli dovrebbe, in realtà, riferirsi al PIN allorché scrive: «Se il vetraio non era pienamente occupato quando gli fu chiesto di riparare il vetro, ecco che il reddito del Paese – il famoso Pil – sarà più alto di prima.».

[8] In questo, d’altronde e una volta tanto, la contabilità nazionale è in pieno accordo con Bastiat, laddove questi osserva che, alla fine, Jacques ha esattamente ciò che aveva prima: una finestra (meno la disponibilità del denaro; ma, in quest’ipotesi, supponiamo già scontata la spesa).

[9] Nell’articolo a fondo pagina – Keynes, la medicina dei mali estremi – che è, poi, la risposta ad un lettore che lo interrogava «circa le cause della drammatica situazione economico-finanziaria in cui ci trovammo nei primi anni 90, dopo due decenni nei quali sembra aver dominato un robusto sostegno – keynesiano? – alla domanda (welfare esteso, pensioni ai quarantenni, conquiste salariali, ecc.), con forte incremento del debito pubblico […]».