Forme di Governo e Scienza Economica – I parte

6378Poiché viviamo in un mondo dove è presente la scarsità, è possibile entrare in conflitto per l’utilizzo delle risorse limitate. E poiché i conflitti possono sorgere in ogni momento e ovunque si verifichi detta scarsità, necessitiamo di norme per regolare l’esistenza umana. Norme, il cui scopo è quello di evitare l’ingenerarsi delle contrapposizioni. E, al fine di scongiurare contrasti anche violenti per il controllo delle limitate risorse, abbiamo bisogno di regole relative alla loro proprietà esclusiva oppure, per dirla in un altro modo, è necessario definire in maniera precisa i diritti di proprietà per determinare chi sia titolare di dette situazioni giuridiche che consentano lo sfruttamento delle risorse.

Queste regole, che la Scuola Austriaca reputa in grado di assolvere il compito di evitare i conflitti, sono le seguenti: la prima si ascrive alla prerogativa di ogni persona ad essere proprietaria di se stessa e del suo corpo fisico. La seconda regola si riferisce alla modalità di acquisizione della proprietà e al diritto di controllo esclusivo sulle risorse, al di fuori del nostro corpo, presenti nel mondo esterno. Inizialmente, questo non appartiene a nessuno e l’accesso al diritto di proprietà degli oggetti esterni al nostro organismo, viene ottenuto quando siamo i primi a utilizzare le risorse in questione; attività che ci rende, de facto, proprietari. Tale atto viene definito “appropriazione originale” o “entrata in possesso”. La terza e la quarta regola sono implicate dalle prime due: chi utilizza il proprio corpo e gli oggetti di cui si è originariamente appropriato per produrre qualcosa, per trasformare risorse grezze in prodotti aventi un maggior valore, diventa automaticamente il proprietario di ciò che ha prodotto. Il produttore è il proprietario del frutto della sua opera. Infine, l’accesso alla proprietà si può verificare attraverso una cessione volontaria da un proprietario a un altro.

In questo saggio, ciò che viene enfatizzato è la presenza di regole intuibili relative al proprietà della nostra persona fisica, che appartiene esclusivamente a noi stessi. Il pensiero di qualcun altro che possa possederci suona assurdo. Così, l’idea che la proprietà di una risorsa venga assegnata alla seconda persona che l’abbia messa a frutto invece che alla prima, appare altrettanto assurda. Il produttore non è proprietario del frutto del suo lavoro, ma tale diritto appartiene a chi non ha realizzato il bene in questione? Ancora una volta, tutto ciò è assurdo. E, ovviamente, come già detto implicitamente nella regola numero quattro, se qualcuno potesse sottrarre a un altro individuo la sua proprietà senza consenso o autorizzazione, la civiltà umana verrebbe distrutta in un solo istante.

Inoltre, è facilmente comprensibile che se queste regole venissero seguite, il benessere ne risulterebbe massimizzato. Similmente, il rispetto di questi princìpi basilari comporta la reale possibilità che tutti i conflitti siano ragionevolmente evitati.

La questione si complica in presenza di persone che potrebbero, semplicemente, obiettare: “E con ciò?”
Benché potessimo giustificarle e dimostrare che gli individui riceverebbero dei vantaggi e dei benefici economici, evitando persino i conflitti qualora si accordassero al rispetto di queste semplici regole, continuerebbero a esistere dei fuorilegge. Criminali e persone malvagie sussisteranno fintantoché gli uomini popoleranno il mondo.

Cosa possiamo fare con queste persone? Come applicare tali regole?
Diffonderle non implicherà il loro rispetto da parte degli individui in ogni circostanza; persone cattive continueranno a esistere sempre.

I liberali della scuola classica hanno fornito una risposta al quesito relativo all’applicazione di tali regole: questo è l’unico compito che un governo e uno Stato devo assolvere; esso non deve operare in nessun altro settore, se non assicurarsi che chiunque violi le leggi venga punito e – pur minacciando e irrogando sanzioni – riportato alla ragione.

In che modo possiamo interpretare questa risposta proveniente dalla scuola liberale – includendo, nel caso specifico, Ludwig von Mises (poiché la sua posizione in materia era volta a sostenere che tali regole fossero  quelle di una società giusta e che fosse compito dello Stato verificare che i cittadini agiscano conformemente a tali norme, punendo, o sanzionando chiunque le violi)?

Ora, comprendere se questa opinione sia da ritenersi giusta o sbagliata, che la funzione da attribuire efficacemente allo Stato sia quella sovraesposta e che questo sia in grado di  assolvere a tale compito in maniera efficiente o meno, dipende, precipuamente, dalla definizione di Stato. Quella che vi fornirò non è tecnicamente complessa, bensì la formulazione  generalmente accettata da chiunque abbia trattato l’argomento, uno standard: lo Stato è un monopolista territoriale, dotato del potere decisionale e arbitrale di ultima istanza nello specifico territorio sul quale esercita la sua influenza. Ciò significa che quando emerge un conflitto, lo Stato è “arbitro” ultimo deputato a decidere chi deve essere “tutelato” e chi, invece, “soccombere”. Non è possibile appellarsi alla decisione di uno Stato; la sua è la parola finale: o si ha torto o si ha ragione. E questo, necessariamente, sottintende che la signoria di natura statale è quella finale; lo Stato è il giudice supremo e la sua decisione insindacabile, ancorché i casi di conflitto coinvolgano lo Stato stesso o i suoi agenti.  Vedremo, successivamente, come tale assunto comporti una rilevante implicazione sociale, dalla quale scaturiscono importanti conseguenze.

Un corollario di tale enunciato esprime lo Stato quale unica agenzia avente il potere di tassare le persone, determinare in maniera unilaterale il prezzo da pagare per assolvere a questo servizio, nonché l’applicazione delle regole ad esso connesso.

Data la definizione di Stato, vorrei dimostrare quanto sia illusorio credere che questo possa essere capace di assolvere con successo quella che i liberali della scuola classica considerano essere la sua unica funzione, ossia garantire l’applicazione delle regole.

La prima argomentazione contro questa tesi relativa allo Stato minimo è di natura economica, volendo constatare come la presenza di un monopolio sia negativa dal punto di vista dei consumatori, mentre la competizione risulta essere positiva, data la stessa prospettiva. L’enfasi viene posta sul “punto di vista del consumatore”. Sotto il profilo di un produttore invece, il monopolio rappresenta una condizione ottimale, contrariamente alla competizione, vista come un fattore di rischio negativo. Viceversa, per i consumatori, la competizione possiede un’accezione positiva poiché, in uno scenario di monopolio, il prezzo di un dato prodotto sarà più elevato e la qualità di quello stesso prodotto sarà relativamente più bassa di quella che dovrebbe possedere, giacché il produttore è “scudato” dalla competizione rappresentata da altri produttori che vogliono entrare nel mercato offrendo lo stesso prodotto a prezzi più bassi o qualitativamente superiori. Se vigesse un mercato concorrenziale, invece, vi sarebbe un tentativo costante da parte dei produttori di ridurre i costi di produzione, offrendo quindi prezzi più bassi ai consumatori e a ottimizzare la qualità dell’offerta. Se ciò non dovesse verificarsi, il produttore verrebbe semplicemente sconfitto dalla concorrenza.

Quindi, la prima argomentazione, espressa semplicemente, diverrebbe:

Per quale ragione questo assunto non dovrebbe essere valido anche nella fornitura dei servizi tesi a garantire la protezione della  proprietà privata?

Perché un monopolio in quest’area dovrebbe essere positivo, nonostante sia dimostrata la negatività in tutte le altre aree?

Quando si parla della produzione di latte, tutti quanti siamo concordi nell’affermare che un monopolio offrirà un prodotto comparativamente peggiore a prezzi superiori rispetto a quelli di mercato concorrenziale. Tuttavia, quando si parla di monopolio per la fornitura dei servizi relativi all’ordine e alla sicurezza, di poteri di decisione finale, la situazione è molto peggiore. Per lo Stato è possibile produrre un bene di pessima qualità, ma, in quanto monopolista di ultima istanza, potrà fornire altri “prodotti negativi”, nelle modalità che procederò a illustrarvi.

Se io fossi il decisore finale e avessi l’ultima parola in ogni tipo di conflitto sorto, cosa potrei fare?
Potrei, io stesso, determinare il sorgere di tali conflitti e poi essere l’arbitro ultimo di questi; ho facoltà di decidere chi ha torto e chi ha ragione. E se fossi stato io a causare il conflitto, appare facile predire quale sarà la mia decisione finale, in quanto monopolista del mercato. Semplicemente, dirò che ero pienamente giustificato nel commettere tali azioni contro la parte offesa e la ragione è, comunque, dalla mia parte.

Un poliziotto può colpirti alla testa; ti lamenterai, giustamente, del fatto. Ma chi giudicherà il caso?
Forse non il poliziotto in prima persona, ma un altro individuo il cui datore di lavoro è la stessa agenzia che ha impiegato anche il poliziotto. Ciò che possiamo facilmente intuire, data la situazione, è che invece di avere uno scenario in cui esiste e viene promossa la cooperazione pacifica tra gli individui, ne avremo uno in cui ci saranno continuamente dei conflitti causati da quelle persone che dovrebbero proteggere le nostre vite e la nostra proprietà. E che la decisione di risoluzione dei conflitti così determinati, verrà fatta in favore di questi ultimi, a discapito di quelle persone che sono state aggredite dagli stessi agenti dello Stato.

A peggiorare le cose, gli organi dello Stato possono persino decidere che il livello di compensazione,  per avere accesso a questo tipo di giustizia, debba ricadere sulle spalle dei cittadini contribuenti. In sostanza, possono colpirti alla testa, decidere che tale scelta fosse completamente giustificata, poiché avevi commesso una mossa sbagliata, e successivamente dirti: per questo servizio, mi devi 100$. E non puoi rifiutarti di pagare quanto richiesto, altrimenti verresti imprigionato.

Tutto ciò è una diretta conseguenza della definizione di Stato, intenso come arbitro dei conflitti, anche nei casi in cui esso stesso ne sia stato la causa scatenante.

Come se ciò non bastasse, è possibile applicare a tale scenario l’argomentazione standard contro il mercato monopolistico: vi sarà una trend di costante deterioramento nella qualità dei servizi giudiziari offerti e, in parallelo, una trend di crescita dei costi e del prezzo finale per l’offerta di questo servizio. Si paga sempre di più, per ottenere sempre di meno, in termini di giustizia.

È quindi assolutamente palese la poca fondatezza delle argomentazioni a favore dello Stato minimo, la cui idea risulta essere un’assurdità.

I liberali della scuola classica, inoltre, hanno commesso un ulteriore errore fatale, nel ruolo di difensori dello Stato minimo. Quando costoro svilupparono il loro programma – riferendosi a Stati che erano, per la quasi totalità, delle monarchie, con re e regine – sostennero la tesi secondo la quale gli stati monarchici fossero istituzioni negative poiché i sovrani possiedono dei privilegi che violano il principio di uguaglianza davanti alla legge. Ne consegue che il re può compiere atti che ad altre persone semplicemente non sono concessi e, di conseguenza, diviene necessario istituire una società dove il principio di uguaglianza di fronte alla legge sia in vigore.
E quale soluzione proposero? La democrazia.

La maggior parte di loro – quindi non tutti, indistintamente – appoggiò questa tesi; argomentandola seguendo quella logica secondo cui la democrazia è compatibile con il principio di uguaglianza di fronte alla legge, poiché tutti possono diventare re o regine, senatori o primo ministro, senza la presenza distorsiva di una struttura basata sull’ereditarietà della classe sociale.

Articolo di Hans-Hermann Hoppe su Mises.org

Traduzione di Bruno Maria Criscuolo

Adattamento a cura di Antonio Francesco Gravina