Hayek: il ruolo della conoscenza nell’economia

Friedrich August vonmiracle Hayek è stato una delle figure intellettuali più significative nonché uno dei più grandi e influenti scienziati sociali del XX secolo. La sua produzione scientifica si distingue per la molteplicità di argomenti affrontati in discipline così diverse da risultare – a un primo sguardo – lontanissime. Premio Nobel per l’economia nel 1974, Hayek ha apportato un contributo determinante all’aggiornamento della filosofia politica liberale “classica”. Se ne ricordano i contributi pionieristici in economia, nella psicologia cognitiva, nella filosofia politica e del diritto, nella storia economica e nella storia delle idee e del pensiero economico, nonché in campo epistemologico.

La riflessione sul ruolo della conoscenza nell’economia si sviluppa a partire dalle conclusioni alle quali Hayek era giunto nel dibattito con i teorici neoclassici socialisti. Hayek, difatti, aveva individuato l’errore intellettuale e scientifico di questi teorici nel non comprendere che l’impossibilità del socialismo, oggetto di uno scontro avviato dal maestro di Hayek, Ludwig von Mises, deriva dal fatto che i modelli sui quali questi teorici si basavano, ossia i modelli di equilibrio economico generale, presupponevano che tutta l’informazione necessaria, relativa alle variabili e ai parametri delle equazioni simultanee che lo costituivano, fosse “data”. Ciò che invece Hayek dimostrerà, con i lavori pubblicati negli anni ’30 e ’40, è proprio il fatto che, nella realtà della vita economica, l’informazione non è mai data, ma è continuamente scoperta e creata da parte di tutti coloro che agiscono, secondo meccanismi che dovrebbero essere al centro dell’indagine teorica degli economisti e che invece, fino a quel momento, erano dati per acquisiti.

Tuttavia non si può dire che queste fossero le conclusioni teoriche del primo Hayek, quello di Prezzi e Produzione (1931), essenzialmente un teorico dell’equilibrio. Il campo d’interesse iniziale di Hayek è lo studio dei cicli economici e la necessità di incorporare fenomeni ciclici all’interno della teoria dell’equilibrio economico generale, con la quale essi sono in apparente contraddizione.

Questi primi contributi teorici sono fortemente influenzati dalla teoria dell’equilibrio economico generale walrasiano, tra le cui ipotesi teoriche di partenza troviamo quella del “market clearing” e quella per cui gli agenti agiscono razionalmente nel loro proprio interesse.

La prima ipotesi: i prezzi e le quantità di tutti i mercati sono sempre in equilibrio, sebbene di breve periodo; seconda ipotesi: tutte le opportunità di scambio sono continuamente sfruttate. Per di più, la razionalità individuale era estesa anche alle aspettative, cosicché le distribuzioni di probabilità soggettive dei prezzi non possano divergere sistematicamente dalla distribuzione oggettiva implicita nel modello.

In particolare, nella concezione hayekiana della teoria dell’equilibrio, era fondamentale il presupposto dell’equilibrio continuo di un’economia non monetaria; Hayek sosteneva: “un cambiamento nei dati conduce direttamente e immediatamente a un cambiamento dei prezzi”.

Per l’economista austriaco, ogni teoria dei cicli economici deve partire da un dato fondamentale: gli imprenditori hanno commesso errori. Tuttavia, in condizioni normali, gli errori imprenditoriali tenderanno a compensarsi a livello aggregato. La domanda fondamentale pertanto è: perché gli imprenditori commettono, tutti e simultaneamente, errori nella stessa direzione? La risposta data da Hayek sta nei segnali distorti inviati dai prezzi: i prezzi sui quali gli imprenditori hanno basato le proprie previsioni sul futuro hanno creato aspettative che devono necessariamente essere disattese. Il segnale di prezzo fondamentale è il tasso di interesse sui prestiti. La differenza tra ciò che Hayek, riprendendo Wicksell, chiama “tasso di interesse naturale” e il tasso vigente sul mercato sotto l’azione delle autorità di politica monetaria induce a investire in progetti che si riveleranno fatalmente inconsistenti rispetto alle scarsità reali e alle preferenze intertemporali.

Tuttavia, durante gli anni ’30, Hayek sviluppa una riflessione che lo rende sempre più scettico circa la possibilità di applicare una teoria statica dell’equilibrio a una realtà che invece è ontologicamente dinamica: nutre dubbi circa l’appropriatezza scientifico-metodologica di una analisi dei processi dinamici propri di un’economia monetaria – quali sono i cicli economici, caratterizzati da incertezza e informazione incompleta – che sia affidata a una costruzione teorica, quella dell’equilibrio, in cui viene postulata la previsione perfetta da parte degli agenti.

Hayek acquista consapevolezza della ammissibilità di una previsione perfetta solo entro una costruzione logica quale quella del tatônnement, dove simultaneamente (e in anticipo) sono fissati su un singolo mercato tutti i prezzi, compresi quelli dei beni che saranno scambiati in futuro. Ma questo implica che l’ipotesi di previsione perfetta non posss essere utilizzata per capire e analizzare un mondo non governato da tal genere di organizzazione di mercato.

Per capire la svolta teorica di Hayek nell’ambito della riflessione sulla conoscenza va menzionato l’accrescimento della consapevolezza  circa i limiti euristici della teoria dell’equilibrio, cui contribuì il suo coinvolgimento diretto nel grande dibattito sull’impossibilità del calcolo economico in un’economia socialista. E’ proprio grazie alla riflessione sopra un sistema istituzionale operante in modo totalmente diverso rispetto al sistema di mercato – l’economia pianificata socialista – che Hayek riscopre il problema anticamente sollevato da Adam Smith, poi “addomesticato” tramite l’ipotesi di previsione perfetta e conoscenza completa degli agenti: come può una moltitudine di agenti, ognuno dei quali coinvolto in una complessa e crescente divisione del lavoro, coordinare con successo le proprie azioni, dal momento che ciascuno possiede solo conoscenza locale, particolare e idiosincratica? Hayek risponde a questo interrogativo, cruciale per la comprensione della realtà economica, con una serie di lavori pionieristici che compariranno nella seconda metà degli anni ’30 e negli anni ’40.

Il primo di questi lavori scientifici, intitolato “Economia e conoscenza”, fu pubblicato nel 1937. Il problema teorico al centro di questo saggio è il seguente: perché possano essere assunte come valide, le ipotesi che la teoria economica avanza circa la previsione e la conoscenza – e dalle quali scaturisce poi una spiegazione causale della realtà – devono essere supportate da una spiegazione circa il modo in cui la conoscenza è acquisita e comunicata.

Il problema centrale dell’economia è quello di capire come si attui il coordinamento tra i piani individuali di una moltitudine di singoli: piani fondati sull’informazione individuale e poi soggettivamente interpretati al fine di trasformarli in informazioni economicamente utilizzabili e in aspettative. Si ha equilibrio quando i piani degli individui condividono la stessa percezione della realtà oggettiva. La teoria standard dell’equilibrio bypassa questo problema semplicemente assumendo che la stessa conoscenza della realtà oggettiva è data a tutti gli agenti. Ma, seguendo le parole dello stesso Hayek, “l’affermazione per cui, se gli individui conoscono tutte le informazioni rilevanti sono in equilibrio è vera semplicemente perché questa è la definizione di equilibrio”.

Ciò che la teoria economica deve farsi carico di spiegare è proprio il meccanismo empirico di acquisizione e trasmissione della conoscenza. Da qui una critica ai modelli con agente rappresentativo: se ci focalizziamo solo su un agente rappresentativo e applichiamo la pura logica della scelta, tutti i problemi di coordinamento vengono soppressi.

Il problema, come si pone nella realtà di tutti i giorni a un individuo, è: quali beni produrre e commerciare? Dove? Quando? Con chi? A quali prezzi? Questo problema lo si può cominciare ad affrontare non presupponendo che sia risolto a priori, bensì inoltrandosi nella comprensione di ciò che Hayek chiama, sulla scorta della “divisione del lavoro” di smithiana memoria, il problema della divisione della conoscenza, che può essere sintetizzato in: individui diversi conoscono cose diverse.

Il problema centrale dell’economia diventa, pertanto, quello di capire come sia possibile raggiungere l’equilibrio grazie all’interazione spontanea di un numero esorbitante di persone, ognuna delle quali possiede solo “frammenti” di conoscenza. Questo è il compito dell’economia; compito che Hayek riconduce a quello più generale proprio delle scienze sociali: spiegare le conseguenze non volontarie di azioni umane volontarie.

In questo contesto, Hayek ci dà un ulteriore spunto di riflessione. La teoria economica (NdR: quella non prasseologica) procede partendo da alcuni “dati”, dove col termine “dato” si intende qualcosa di preassegnato. Ma a chi si suppone che questi dati siano noti? All’economista osservatore o agli individui le cui azioni l’economista cerca di spiegare? E, in questo secondo caso, i medesimi dati sono noti a tutti gli individui che compongono il sistema oppure possono essere diversi per soggetti diversi?

Le relazioni di equilibrio non possono dedursi meramente dai fatti oggettivi, in quanto l’analisi dei piani e delle conseguenti azioni individuali non può che prendere le mosse da ciò che è a loro noto.

Massimo Bassetti