Mezzi: beni, servizi, fattori di produzione | II parte

mises_crestFattori della produzione

Beni o servizi necessari per realizzare i prodotti. Possono essere così classificati: fattori originari, cioè disponibili in natura (terra e lavoro umano) e beni a loro volta prodotti (beni capitali).

Terra: vengono definiti con questo termine sintetico tutte le risorse fornite dalla natura, i mezzi di produzione originari: terreno destinato all’agricoltura o alla costruzione di edifici, risorse naturali (combustibili, minerali), acqua, alberi, animali, atmosfera, luce solare.

La terra è un fattore di produzione come gli altri e le leggi che determinano la formazione dei prezzi della terra sono le stesse che determinano la formazione dei prezzi degli altri fattori. La terra differisce dal fattore capitale per il fatto che essa non è riproducibile (con espressione meno precisa, è una risorsa permanente).

Esistono appezzamenti di terra diversi, di differente qualità, non la “terra in generale”. Ciò è vero anche per i minerali.

Il compenso (reddito) di questo fattore si chiama rendita (rent; ma “rendita”, nel senso di affitto, indica il prezzo unitario dei servizi di qualsiasi bene, compreso il lavoro). Essendo un bene non-riproducibile, la terra guadagna una rendita netta, a differenza dei beni capitali, che, dovendo essere prodotti e mantenuti, guadagnano solo un reddito lordo, assorbito dai costi di produzione e manutenzione.

Tale reddito (come anche il reddito del fattore lavoro, v. infra) è pagato in anticipo, cioè temporalmente prima del momento in cui il bene prodotto viene venduto; le risorse sono tratte dal capitale risparmiato dal capitalista.

La terra “submarginale”, cioè quella meno produttiva utilizzata in un dato periodo di tempo, genera una rendita “quasi” vicina allo zero.

Lavoro: energia fisica e mentale profusa dall’individuo per la produzione di beni e servizi.

Nel fattore lavoro sono compresi tutti i tipi di lavoro, sia dipendente, sia diretto, sia imprenditoriale.

Il lavoro alle dipendenze prescinde dalla qualità e dalle mansioni, dunque in esso sono compresi sia quello degli operai sia quello dell’amministratore delegato.

Lavoro diretto è quello realizzato da coloro che prestano servizi direttamente al consumatore: dottori, avvocati, artisti ecc.

Non esiste un criterio, e un’unità di misura, oggettivi per misurare il lavoro svolto; ai fini pratici viene misurato attraverso il tempo.

Il lavoro non è un fattore omogeneo, vi sono qualità personali e professionali diverse, dunque i redditi sono differenziati, non vi è un reddito unico.

Il reddito generato dal lavoro dipendente si chiama salario (wage). Il salario è un caso particolare di rendita. Anch’esso viene pagato al lavoratore in anticipo[1].

L’entità che genera i servizi lavorativi – l’uomo – è l’unica di cui non si può determinare il valore capitale (somma delle rendite future) sul mercato, perché la schiavitù non è ammessa e nessuno può acquistare un individuo come bene fisico.

Capitale: beni, a loro volta prodotti, necessari a produrre altri beni (esempi: impianti, macchinari, edifici, qualunque bene funzionale alla produzione di un altro bene). I beni capitali non sono altro che tappe intermedie verso uno scopo finale, che è la produzione di un bene di consumo; sono funzionali non al soddisfacimento di bisogni presenti, ma futuri. Derivano dall’unione dei fattori lavoro e natura (più il tempo; il capitale non è dunque un fattore produttivo indipendente, come gli altri due)[2], e vengono trasformati in beni di consumo.

Mentre i beni di consumo sono beni di primo ordine, i beni capitali sono beni di ordine superiore al primo: es., con un martello si costruisce una trappola necessaria a catturare un coniglio: il coniglio è il bene di consumo (di primo ordine), la trappola è un bene di secondo ordine, il martello è di terzo ordine, e così via.

Ciò che distingue i beni capitali dai beni di consumo non sono le caratteristiche fisiche, bensì il fatto che rappresentano parte del piano che un soggetto ha ideato per la produzione di un bene di consumo; ad esempio, un telaio viene prodotto perché un imprenditore tessile ne ha bisogno per realizzare il suo piano consistente nella produzione di maglioni. Un’automobile può essere un bene di consumo se viene usata per andare in campagna la domenica, ma lo stesso modello di automobile è un bene capitale di secondo ordine per un commesso viaggiatore. Se una persona colleziona trappole come oggetti d’arte, per lui esse sono beni di consumo. Per un negoziante di alimentari, i suoi prodotti sono beni capitali. La distinzione non dipende da una qualità fisica intrinseca dei beni ma dalla funzione economica che i beni svolgono; è il ruolo nei piani umani ad identificare i beni capitali (in coerenza con la visione soggettivista dell’economia). Tuttavia gli istituti di statistica, a fini di calcolo, utilizzano criteri standard basati sulla natura fisica (e dunque sono considerati beni capitali gli impianti, i macchinari, le attrezzature, i fabbricati, le infrastrutture, i mezzi di trasporto, impiegati in un processo produttivo per un periodo superiore all’anno) ma anche sul soggetto che effettua la spesa (impresa, ente pubblico). A partire dal 1995, con la nascita del Sistema Europeo dei Conti, sono stati aggiunti anche beni immateriali come i software o le opere dell’ingegno (artistiche, letterarie, di intrattenimento).

La teoria economica ha adoperato una distinzione fra capitale fisso (non si consuma in un unico ciclo produttivo; es. un macchinario) e capitale circolante (si consuma nella produzione; es. semilavorati, beni intermedi). In realtà tutti i beni capitali sono deperibili.

Se non fossero funzionali alla produzione di beni di consumo, i beni capitali non sarebbero beni economici. I metodi produttivi che utilizzano beni capitali sono chiamati metodi di produzione indiretti, infatti sono metodi di produzione che utilizzano beni a loro volta prodotti (da altri), che a loro volta contengono beni precedentemente prodotti, e così via andando indietro nel tempo.

Bohm-Bawerk attribuì la maggior parte degli aumenti di produttività all’adozione di metodi di produzione consumanti-tempo, o indiretti. Alcuni autori hanno obiettato: perché impiegare più tempo per fare una cosa dovrebbe rappresentare un metodo più produttivo? Perché processi più brevi non comportano maggiore produttività? Hanno chiarito questo aspetto autori come Mises, Kirzner, Lachmann, Rothbard, ridefinendo la teoria di Bohm-Bawerk. Non vi è niente di intrinsecamente più produttivo nell’utilizzare molto tempo per fare qualcosa; se fosse così, si potrebbe aumentare la produttività lavorando più lentamente! Invece, un imprenditore adotta un metodo produttivo più “lungo” temporalmente (più indiretto) se ritiene che il nuovo processo sia più produttivo del vecchio metodo più diretto, cioè sia più conveniente confrontando il costo e il rendimento. Esempio: costruisco una trappola (metodo indiretto) anziché catturare direttamente i topi perché i vantaggi che ottengo dalla trappola sono superiori al costo rappresentato da ciò a cui rinuncio (ad es. la cattura diretta di tre topi) per impiegare il tempo a costruire la trappola.

Il capitale è il valore a prezzi di mercato dei beni capitali. È possibile così effettuare il calcolo economico.

Il reddito prodotto dai beni capitali si chiama rendita (perché, come detto in precedenza, ‘rendita’ è il prezzo dei servizi generati da qualsiasi bene, che sia di consumo o capitale).

Dal punto di vista di un’unità economica, il capitale è la somma di moneta equivalente a tutte le attività meno le passività; le attività possono consistere di terra, fabbricati, impianti, strumenti, beni, diritti, crediti, cassa.

Dunque la struttura del capitale di una collettività, cioè il tipo e la quantità di beni capitali (a loro volta cangianti) esistenti, è determinata in ultima istanza dalle preferenze dei consumatori. E così anche il valore dei beni capitali, determinato dall’utilità che hanno nel contribuire a produrre i beni di consumo desiderati dagli acquirenti.

Il capitale è un insieme eterogeneo composto da una miriade di beni concreti diversi risultanti dai mutevoli piani degli individui, non un unicum indistinto ed omogeneo.

La teoria del capitale dei classici Smith, Ricardo, Malthus, J. S. Mill, dei neoclassici non austriaci (Marshall, Clark, Fisher, Knight), dei monetaristi e dei keynesiani ha due principali differenze rispetto a quella Austriaca: il capitale come insieme omogeneo e la mancanza della struttura temporale (i diversi stages produttivi). Entrambi gli aspetti evidenziano una visione non-soggettivistica del processo economico, perché ignorano le diverse decisioni prese da singoli operatori circa quali beni capitali produrre o utilizzare.

Omogeneità – Considerare il capitale come un insieme omogeneo, o un concetto astratto indipendente dai beni in cui è incorporato come ritengono i marxisti, ha conseguenze analitiche importanti: a differenza dell’eterogeneità, 1) non consente di vedere i cambiamenti nella struttura produttiva che si determinano in conseguenza di un aumento del risparmio volontario; 2) non consente di individuare nei cattivi investimenti (la composizione dei beni capitali non è quella ottimale, che asseconda le preferenze dei consumatori), oltre che nella carenza di investimenti (Keynes), le cause delle crisi economiche (teoria del ciclo); 3) non evidenzia che ogni bene capitale non è un sostituto perfetto di ogni altro, come deriverebbe dalla tesi dell’omogeneità; alcuni beni capitali sono sostituti, altri sono alternativi, altri sono complementari.

Tuttavia l’omogeneità nel calcolo è data dai prezzi di mercato dei singoli beni capitali. Per l’azione umana serve l’equivalente monetario dei vari fattori di produzione; l’enumerazione delle diverse quantità fisiche dei vari beni (l’erroneo concetto di “capitale reale”) non serve ai fini dell’analisi dell’azione volta al miglioramento del benessere umano.

Per un impresa calcolare il totale del suo capitale (operazione possibile solo utilizzando i prezzi di mercato) è importantissima perché le consente di conoscere la sua salute finanziaria. Ad esempio passare da un totale di un milione di dollari di capitale ad un totale di mezzo milione l’anno successivo potrebbe significare che i salari sono aumentati, o le vendite si sono ridotte ecc., tutte cose che hanno prodotto un consumo di capitale.

Struttura temporale – Clark, ancora oggi la base teorica per la sintesi keynesiano-neoclassica e il monetarismo, considerava produzione e consumo simultanei. I processi produttivi non sono suddivisi in fasi (stages), e non bisogna attendere il trascorrere del tempo per ottenere i risultati di ciascun processo. Il capitale è un fondo permanente (non si consuma mai, o si autoriproduce) che genera automaticamente una produttività nella forma dell’interesse. Quanto più grande è questo fondo sociale tanto minore sarà l’interesse: la preferenza temporale non influenza in alcun modo l’interesse. Questo concetto di processo produttivo è la trasposizione della nozione walrasiana di equilibrio generale (equazioni simultanee per illustrare la determinazione dei prezzi di mercato) al campo della teoria del capitale. E, come quello, ha il difetto di far interagire simultaneamente variabili che invece operano sequenzialmente nel tempo. È un modello statico.

Risparmio, investimento – La condizione preliminare alla produzione di beni capitali è sempre un atto di risparmio: mentre costruisco una rete per catturare pesci sto rinunciando a consumare pesci per poterne consumare di più domani grazie alla rete. Se l’aumento della produttività futura dato dalla produzione di trappole supera il sacrificio dovuto alla rinuncia a beni presenti (conigli), allora Crusoe dedicherà parte del suo tempo a produrre trappole. Quando Crusoe produce beni capitali sta risparmiando. Il risparmio è la decisione di soddisfare bisogni più lontani nel tempo. Il trasferimento di lavoro e terra dalla produzione di beni di consumo alla produzione di beni capitali si chiama investimento [su risparmio e investimento v. “Preferenza temporale”].

I risparmi non sono destinati solo all’ampliamento della struttura produttiva (nuovi beni capitali), ma anche al rinnovo e alla manutenzione di beni capitali già esistenti.

I fattori della produzione specifici sono quelli utilizzabili in un solo tipo di produzione, cioè per la produzione di un solo tipo di bene. I fattori non-specifici sono quelli utilizzabili in processi produttivi diversi, dunque con un certo grado di intercambiabilità (convertibili). I primi non sono diffusi; se lo fossero, il problema degli usi alternativi dei mezzi scarsi sarebbe fortemente ridimensionato.

Legge dei rendimenti: nella combinazione dei beni di ordine ulteriore (i fattori della produzione) esiste un optimum, cioè una combinazione tale per cui il prodotto fisico è massimo. Legge eterna dell’azione umana, valida a priori (che non significa conoscere in anticipo le effettive quantità ottime di tutti i fattori produttivi in tutti i singoli casi; è un’asserzione qualitativa).

Piero Vernaglione

Tratto da Rothbardiana

Link alla prima parte

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Note:

[1] Il pagamento del salario rappresenta un esempio di scambio fra beni presenti, il salario anticipato dal datore di lavoro, e beni futuri, quelli prodotti dall’azienda; con i secondi preferiti e perseguiti, rinunciando al consumo e rischiando, solo se superiori ai primi (legge della preferenza temporale). La mancata comprensione di tale concetto ha generato la tesi marxiana dello sfruttamento.

[2] La maggior parte dei beni capitali è prodotta anche grazie al contributo di beni capitali preesistenti.