Hayek: il ruolo della conoscenza nell’economia | IV parte

La teoria della concorrenza perfetta

La teoria della concorrenzaDom-off_Cmg perfetta analizza la determinazione dei prezzi e delle quantità nell’ambito di un certo numero di “forme di mercato” alternative.

La concorrenza perfetta è antitetica rispetto alla concorrenza reale in quanto, mentre in quest’ultima gli imprenditori cercano di “superarsi” migliorando continuamente il modo di produrre, vendere, commercializzare, nella prima è perfettamente inutile tentare di realizzare qualcosa in modo migliore, in quanto l’unica scelta possibile è quella di accettare il verdetto del mercato.

La differenza tra le accezioni di concorrenza come “stato” e concorrenza come “processo” risale a quella tra lo Smith interessato alla concorrenza come processo attivo e il Cournot interessato agli effetti della concorrenza.

Il modello della concorrenza perfetta viene, difatti, definito inizialmente da Cournot, nel suo lavoro del 1838, “Mathematical Principles of the theory of wealth”. La definizione che Cournot dà della concorrenza è quella di “una situazione in cui il prezzo non varia con la quantità, in cui la curva di domanda che si trova davanti l’impresa è orizzontale”. Da questa definizione risulta come Cournot fosse interessato all’effetto finale del processo concorrenziale, ossia il fatto che ogni impresa alla fine di questo processo non potesse esercitare la benché minima influenza sul prezzo del prodotto, essendo il numero di imprese produttrici dello stesso praticamente illimitato; ogni impresa è price-taker. Questa è la descrizione di una situazione, di uno stato appunto; non di un processo.

Il secondo aspetto centrale della concorrenza perfetta viene definito da Jevons nel 1871, nel suo “The theory of Political Economy”, come il possesso da parte di ogni attore del mercato di informazione perfetta. Ciò significa che ogni produttore conosce il prezzo minimo a cui è venduto il dato bene.

E’ di Frank H. Knight (“Risk, Uncertainty and Profit”, 1921) la definizione canonica delle condizioni necessarie alla concorrenza perfetta:

  1. numero infinito di venditori e compratori;
  2. mobilità totale delle risorse (affinché sia garantita l’equalizzazione del rendimento di ogni risorsa in ogni possibile uso);
  3. conoscenza e previsione perfette;
  4. infinità divisibilità dei beni.

I teorici della concorrenza monopolistica, Chamberlin su tutti (Competition as a Dynamic Process, 1961) non sono riusciti a capire che il limite del modello della concorrenza perfetta non sta tanto nel fatto di postulare delle ipotesi troppo poco verosimili, quanto nel considerare tutti i risultati come già raggiunti a prescindere dal tipo di processo che “intercorre” tra uno stato iniziale in cui valgono le date ipotesi e lo stato finale in cui i risultati sono prodotti. Ossia, anch’essi hanno un modello esclusivamente di equilibrio.

Dal punto di vista della teoria della concorrenza perfetta, per imperfezione della concorrenza generalmente si intende solo assenza di perfetta elasticità delle curve di domanda che i venditori hanno di fronte a sé: ciò che preclude l’assenza di controllo sul prezzo del singolo partecipante al mercato, ossia il suo essere price-taker.

Se ci si riferisce, invece, alla concorrenza come processo non si può individuare un ostacolo alla stessa nella descrizione di tipi particolari di azioni, in quanto non esiste un modello di azioni che, in sé, sia necessariamente incompatibile con il processo di mercato concorrenziale: ciò è vero in quanto un’attività di controllo parziale del prezzo non “inceppa” il meccanismo, il processo di ricerca di nuove opportunità.

Cosa impedisce, invece, questa competizione nella ricerca di nuove opportunità? La concorrenza, nel senso di processo, è presente, almeno potenzialmente, sino a che non ci sono impedimenti arbitrari all’ingresso.

La teoria del monopolio

Per quanto riguarda il concetto di monopolio, mentre tradizionalmente questo concetto si riferiva alla condizione di un venditore che ha il controllo dell’offerta ed è protetto dalla possibilità che altri entrino nel mercato, con l’influenza delle teorie della concorrenza imperfetta e monopolistica e la conseguente attenzione posta sul caso opposto della concorrenza perfetta, si è giunti a vedere la presenza di un certo grado di monopolio in tutte le situazioni in cui la curva di domanda che un venditore ha di fronte a sé non è perfettamente orizzontale.

Ma questo concetto di monopolio perde di validità se ci poniamo all’interno della teoria della concorrenza come processo. L’attività competitiva può essere bloccata solo se un produttore ha il controllo esclusivo sui fattori necessari, oltre che, ovviamente, da ostacoli posti dall’operatore pubblico. Pertanto, il monopolio non si riferisce alla posizione del produttore che, senza avere controllo sulle risorse, si trova a essere l’unico produttore di un prodotto particolare: tale produttore è completamente soggetto al processo di mercato della concorrenza, dal momento che gli altri imprenditori sono perfettamente liberi di mettersi in concorrenza con lui. La forma della curva di domanda non ha nessuna attinenza col fatto che il produttore sia monopolista.

In realtà neanche il controllo esclusivo della risorsa tutela il monopolista dalla concorrenza in quanto altri imprenditori possono decidere di entrare in campi di attività molto simili (inclusa la produzione dello stesso bene con risorse diverse). Il fatto è che la tranquillità dell’esistenza del monopolista, per la natura stessa della sua posizione, è soggetta all’influenza della turbolenza della concorrenza che circonda la sua attività e interferisce con essa.

La teoria della concorrenza monopolistica fallisce nel capire che la qualità di un prodotto, così come il suo prezzo, è una variabile economica; in una situazione di disequilibrio, così come ci vorrà tempo per arrivare a un prezzo unico, così ci sarà una costellazione di prodotti di qualità diverse: ciò che si presenta chiaramente come un sintomo del processo concorrenziale è stato considerato come una caratteristica della concorrenza monopolistica afferente al monopolio. La teoria non è stata capace di identificare questi come chiari sintomi di “concorrenza in corso”, di disequilibrio.

Ma la teoria della concorrenza monopolistica è anche scorretta come teoria dell’equilibrio, in quanto non esiste motivo economico per cui, in presenza di libertà di entrata, un’impresa non possa duplicare e imitare del tutto il prodotto di un’altra impresa che dà profitti positivi e che non detiene il controllo esclusivo delle risorse: le curve di domanda, insomma, diventeranno orizzontali.

Se la struttura iniziale delle risorse ha distribuito una particolare risorsa tra molti proprietari, ma un imprenditore lungimirante acquista da solo l’intera offerta, egli avrà acquisito una posizione di monopolio (grazie a un’azione di prontezza imprenditoriale). Nel momento successivo, in cui utilizza la proprietà esclusiva della risorsa, è un monopolio protetto. Se valutiamo i benefici che tale imprenditore trae dal mercato per il fatto di essere l’unico proprietario della risorsa, li attribuiamo alla posizione forte del monopolista; allo stesso tempo, però, possiamo attribuirli al corso dell’azione imprenditoriale, grazie alla quale egli ha raggiunto tale posizione. La situazione finale può essere valutata adottando un punto di vista di breve periodo, in cui la posizione del monopolista è un dato, o da un punto di vista di lungo periodo, in cui l’esistenza stessa di tale posizione si spiega in termini di processo di mercato concorrenziale.

I sunk-cost ci aiutano ad operare una differenziazione tra breve e lungo periodo, riferendoci a questi come definenti diverse prospettive future (di lunghezza temporale diversa) che sono rilevanti per prendere decisioni circa corsi di azioni imprenditoriali. Ciò significa che possiamo ad esempio considerare “di lungo periodo” la decisione di creare ex-novo un impianto con cui produrre scarpe, mentre “di breve periodo” la decisione relativa all’intensità di utilizzazione dell’impianto stesso. I costi che si fronteggiano nelle due decisioni sono radicalmente diversi, dal momento che nella seconda decisione non teniamo in minimo conto dei costi sostenuti per produrre l’impianto.

Lo stesso progetto che viene ora considerato una cattiva proposta dal punto di vista del lungo periodo può tranquillamente rivelarsi conveniente da una prospettiva di breve periodo. La redditività di un progetto può essere valutata solo rispetto alla data di decisione che ha messo in moto il progetto.

La possibilità di valutare gli eventi da più di un punto di vista deriva dalla circostanza che tali eventi non sono il risultato di una singola decisione, ma di una sequenza di decisioni necessarie.

Dal momento che i fenomeni di mercato rappresentano spesso il risultato di una lunga catena di decisioni (in cui ognuna è il presupposto della decisione successiva), un processo di mercato che può apparire concorrenziale da un punto di vista può rivelarsi monopolistico se valutato da un punto di vista diverso.

Consideriamo il caso in cui un produttore, che sia l’unico proprietario di una risorsa particolare, abbia raggiunto la sua posizione monopolistica acquistando tutti i diritti di quella risorsa. Questo produttore utilizza poi questa risorsa in modo monopolistico, attraverso decisioni relative al prezzo e alla quantità. Questa situazione può essere valutata secondo due differenti punti di vista:

  1. Se definiamo le decisioni relative alla quantità di prodotto e al prezzo dal punto di vista di chi considera la proprietà monopolistica della risorsa come data (ossia da una prospettiva di breve periodo), le si definirà semplicemente come decisioni del monopolista.
  2. Se invece classifichiamo questo caso dal punto di vista del lungo periodo, cioè dalla data precedente l’acquisto, da parte del nostro “monopolista”, dell’intera offerta della risorsa essenziale, vediamo che prima di questa data l’offerta della risorsa non era in alcun modo monopolista: tutti potevano acquistarla. Il risultato “monopolistico” non è altro che la conseguenza di un processo concorrenziale e i profitti che egli ricaverà lo sono altrettanto.

Quegli stessi introiti che, dal punto di vista del breve periodo, appaiono come rendite monopolistiche, acquisite sfruttando la posizione di proprietà esclusiva delle risorse, si rivelano profitti imprenditoriali puri nella prospettiva di lungo periodo.

A ciò si aggiunga un’altra considerazione di capitale importanza. L’individuazione dei costi del monopolio da una prospettiva di equilibrio concorrenziale si focalizza inevitabilmente ed esclusivamente sulla “perdita secca” in termini di allocazione sub-ottimale in un contesto statico: il costo marginale non è uguale al prezzo e quindi le risorse potrebbero essere utilizzate in modo allocativamente ottimo aumentando la produzione fino a che non sia raggiunta l’eguaglianza tra i due. La prospettiva austriaca, al contrario, focalizza la propria attenzione (e fa derivare le sue indicazioni di policy) sugli effetti dinamici, di processo, di un eventuale intervento pubblico teso a ricreare le condizioni di concorrenza perfetta – e questi effetti consistono nell’inibire l’innovazione e la sperimentazione di modi di produrre sempre nuovi e sempre migliori rispetto a quelli dei concorrenti, il cui scopo è quello di continuare a godere di un profitto “monopolistico”. Anche se è difficile quantificare la perdita derivante dall’inibizione dei processi innovativi, sembra certo che questa sia molto maggiore della perdita secca “statica”.

Quando si è in presenza di una restrizione monopolistica dell’accesso alle risorse, potrebbe sembrare pertanto che l’interesse dei consumatori sia quello di premere per una politica atta a eliminare il controllo esclusivo della risorsa da parte del monopolista. Ma una politica del genere, sebbene giustificata in un’ottica di breve periodo, può non essere sostenuta da una visione di lungo periodo: l’imprenditore che si è assicurato la proprietà esclusiva della risorsa può aver percepito l’importanza che i consumatori attribuiscono al prodotto a differenza di quanto fatto da tutti gli altri imprenditori. In questo modo il monopolista offre ai consumatori dei prodotti che sono preferiti rispetto a quelli precedentemente offerti e quindi la distribuzione delle risorse è migliorata. L’imprenditore offrirà quel prodotto allettato dalla prospettiva di profitti monopolistici; il suo piano, composto da una sequenza di atti di cui il primo è l’acquisizione esclusiva delle risorse, si basa sull’aspettativa finale di profitti monopolistici. Abrogare i diritti del monopolista non può annullare i vantaggi che i consumatori hanno maturato sin da quando il potenziale monopolista ha compiuto le prime transazioni. Ma una politica economica che arbitrariamente confischi agli imprenditori le posizioni sicure di redditività non può che scoraggiare analoghe azioni imprenditoriali per il futuro. E dato che queste azioni comportano un miglioramento nella distribuzione delle risorse dal punto di vista dei consumatori, qualsiasi atto di scoraggiamento è da condannarsi.

Se si abbandona il modello neoclassico della concorrenza perfetta si può riflettere in modo alternativo sulle conseguenze reali della tendenza al gigantismo delle corporation. Nella concorrenza perfetta, il fatto che queste non siano price-taker e che abbiano un potere di mercato è visto come un grave difetto e un allontanamento dall’equilibrio concorrenziale allocativamente ottimo. Tuttavia queste imprese sono caratterizzate da un alto livello di organizzazione nonché da una presenza integrata in varie branche e settori produttivi, nonché da una struttura finanziaria solida. Avendo capitale investito già in settori diversi e routine organizzative rodate, efficienti e consolidate, queste imprese possono velocemente approfittare di opportunità di investimento sorte nei vari settori e, di certo, lo faranno più velocemente rispetto a chi deve fondare da zero una nuova impresa. Per di più, la loro solidità finanziaria gli permetterà di bypassare i problemi di azzardo morale e informazione asimmetrica che sono all’origine del razionamento del credito nei confronti di chi non può fornire adeguati collaterali.

Molto diverso è il caso in cui un imprenditore è l’unico a produrre un bene perché lo ha fatto per primo ma non è ancora stato imitato da alcuno, senza che tuttavia egli detenga l’accesso esclusivo a risorse limitate. Questo secondo imprenditore rimarrà “monopolista” solo fino a che qualche altro imprenditore non scoprirà come offrire al mercato alternative che non siano meno allettanti di quelle che egli ha già scoperto.

Massimo Bassetti