Libero mercato, interventismo e legislazione privata

HayekMises.jpg1. Libero mercato e interventismo sono processi, non stati

Battersi per il libero mercato senza allo stesso tempo battersi anche per l’idea filosofica di legge sulla quale il libero mercato si regge, e quindi contro l’idea filosofica di legge che rende possibile l’interventismo, è uno sforzo in gran parte inutile.

Ammettiamo che, per assurdo (almeno in Italia), esistesse una forza politica il cui programma economico fosse coerentemente liberale/libertario (mi sia consentito di usare il primo termine in onore a Ludwig von Mises e a Friedrich von Hayek trascurando in questa sede la differenza fra i due termini). Ammettiamo inoltre, sempre per assurdo, che questa forza politica disponesse della maggioranza in parlamento necessaria per attuare questo programma, e cioè per abolire la riserva frazionaria, il corso forzoso, la stampa di moneta, la fissazione arbitraria del tasso d’interesse, la soppressione della libertà contrattuale, la redistribuzione delle risorse, la burocratizzazione dei rapporti economici, qualunque spesa pubblica che sia diversa da quella strettamente necessaria per mantenere uno Stato minimo non arbitrariamente definito.

Ora, anche ammesso che questa forza politica riuscisse a realizzare questo programma, se l’idea filosofica di legge e quindi la struttura istituzionale a essa relativa rimanessero le stesse, l’interventismo economico non sarebbe minimamente scalfito. Infatti l’interventismo economico, così come il libero mercato, è un processo, non uno stato. Il primo è un processo costruttivista degenerativo, il secondo è un processo spontaneo creativo: ma entrambi sono processi, non stati. Questa forza politica avrebbe realizzato uno stato che momentaneamente assomiglia al libero mercato ma che, grazie all’idea filosofica di legge che rimane quella che rende possibile l’interventismo economico (il cosiddetto positivismo giuridico), ricomincerà immediatamente e necessariamente a degenerare verso forme sempre peggiori di socialismo. Chi pensa dunque che la partita del libero mercato si giochi sul solo terreno strettamente economico commette, su un piano diverso, lo stesso errore che gli economisti della Scuola Austriaca rimproverano alle dottrine keynesiane o a quelle neoclassiche: quello di ignorare il fattore tempo.

Legge ed economia sono due facce della stessa medaglia. La legge intesa come principio generale e astratto, che è frutto, come la lingua e il denaro, di un processo evolutivo spontaneo di selezione culturale di usi e convenzioni di successo (e cioè dell’azione umana ma del disegno di nessuno), produce necessariamente il processo del libero mercato, il quale senza di essa non può esistere. In altre parole, la legge così intesa è una pressa che contiene la naturale tendenza dello Stato a espandersi. Allo stesso modo, la “legge” intesa come provvedimento particolare, frutto della decisione arbitraria dell’autorità (per esempio della maggioranza rappresentativa), produce necessariamente il processo del socialismo (inclusa la sua variante contemporanea dell’interventismo economico, naturalmente), il quale senza di essa non può esistere. In altri termini, la “legge” così intesa è una molla che asseconda ed esaspera la naturale tendenza dello Stato a espandersi.

Quindi battersi per il libero mercato senza battersi allo stesso tempo anche per la sovranità della legge intesa come principio (e quindi per l’assetto istituzionale a essa relativo) è sbagliato da un punto di vista scientifico: è come voler contenere dell’acqua nel volume di un bicchiere senza quel bicchiere.

2. La separazione dei poteri

La condizione necessaria e forse sufficiente per creare quel bicchiere è la separazione dei poteri. Con questo termine non mi riferisco, naturalmente, alla separazione fra potere legislativo, esecutivo e giudiziario: quello è uno specchietto per le allodole che sta alla separazione dei poteri come la disuguaglianza legale sta all’uguaglianza davanti alla legge, o come l’euro sta al denaro. La separazione a cui mi riferisco è quella fra due poteri che negli attuali sistemi totalitari sono confusi fra loro e sommati l’uno all’altro: il potere politico (il potere di approvare provvedimenti particolari) e il potere legislativo (il potere di scoprire, custodire e difendere la legge, cioè quei principi generali e astratti che in nessun caso i provvedimenti particolari approvati dal potere politico devono violare). Come dice Friedrich A. von Hayek, “Quello che è successo con l’apparente vittoria dell’ideale democratico è stato che il potere di scoprire le leggi e il potere di approvare misure di tipo governativo sono stati messi nelle mani delle stesse assemblee. L’effetto di questo è stato necessariamente che la maggioranza parlamentare di governo [the supreme governmental authority] è diventata libera di darsi qualsiasi legge l’aiutasse meglio a raggiungere i particolari scopi del momento. Ma necessariamente ciò ha significato la fine del principio del governo sotto la legge. […] Mettere entrambi i poteri nelle mani della stessa assemblea (o delle stesse assemblee) ha significato di fatto il ritorno al governo illimitato”.[1]

La separazione dei poteri argina la naturale tendenza dello Stato a espandersi perché di per se comporta la distinzione fra legge e misure, e quindi il ritorno alla sovranità della prima. L’esistenza della riserva frazionaria, per esempio, oggi è una questione di maggioranza a suo favore: con la separazione dei poteri diventerebbe insostenibile per ragioni di principio, e quindi indipendenti da qualunque maggioranza. Infatti, per mantenerla sarebbe necessario dimostrare che in generale l’appropriazione indebita è un’azione legittima e quindi permetterla in ogni caso e a chiunque, non solo alle banche: infatti su un piano di principio (e cioè di legge) non c’è nessuna differenza fra il guardiano che affitta a terzi la casa che il proprietario gli ha affidato in custodia e la banca che presta a terzi il denaro che il proprietario ha depositato presso di essa (mantenendone quindi la disponibilità) e non prestato. Mutatis mutandis, lo stesso discorso può essere fatto per la stampa di moneta, il corso forzoso, la fissazione arbitraria del tasso d’interesse e, più in generale, per ogni altra forma di interventismo economico.

Un modo per creare la separazione dei poteri è quello istituzionale. Hayek per esempio suggerisce la formazione di due assemblee diverse: da un lato l’assemblea governativa, che si occuperebbe di approvare i provvedimenti particolari necessari per l’amministrazione dello Stato (minimo non arbitrariamente definito); dall’altro l’assemblea legislativa, che non si interfaccerebbe col governo e dalla quale sarebbero esclusi i partiti politici: formata esclusivamente da studiosi, questa avrebbe il compito di scoprire, custodire e difendere la legge (il principio generale e astratto che nessun provvedimento particolare, men che meno uno costituzionale, può violare). Questa soluzione ha molti vantaggi. Fra questi il maggiore è senza dubbio il fatto che offre la possibilità di una certa e sempre maggiore riduzione delle dimensioni dello Stato resa possibile dalla privazione del diritto di voto, per la sola assemblea governativa, a tutti coloro che, ricevendo direttamente denaro ‘pubblico’ e quindi traendo un beneficio diretto e personale dall’espansione dello Stato, hanno un conflitto d’interessi in quanto elettori. Tale privazione del diritto di voto contribuirebbe a ripristinare un pezzo di democrazia e sarebbe possibile solo con la separazione dei poteri. A fronte di questi vantaggi, tuttavia, questa soluzione ha lo svantaggio di essere in pratica irrealizzabile: perché coloro che detengono un potere politico illimitato dovrebbero mettersi d’accordo per dimezzarlo?

3. La legislazione privata

Io credo tuttavia che una forma di separazione dei poteri possa essere realizzata creando una struttura legislativa privata e parallela a quella istituzionale. Un po’ come è stato fatto con Bitcoin in campo monetario, ma senza le incongruenze di Bitcoin. Se infatti, da un lato, ho i miei dubbi sul fatto che Bitcoin sia denaro (a differenza dell’oro, non è una merce), quella difesa dai legislatori privati può essere la legge, quella “vera”: nel senso di quella generalmente conosciuta, sentita e rispettata anche da coloro che in casi particolari sono a favore (o non si rendono conto) della sua violazione.

La legislazione privata dovrebbe essere svolta al di fuori dell’attuale quadro istituzionale anche se, paradossalmente, non in contraddizione con esso. Infatti, anche se il quadro istituzionale e normativo rimanesse lo stesso di adesso, una forza politica coerentemente liberale potrebbe impegnarsi a promuovere in parlamento la difesa di determinati principi generali e astratti (e cioè di leggi) elencati in campagna elettorale; e potrebbe farlo in modo credibile promettendo ai suoi potenziali elettori di seguire ciecamente i “suggerimenti” di una o più organizzazioni terze da essa approvate (legislatori privati) a cui i cittadini possano rivolgersi a loro spese per togliere di mezzo ostacoli “legislativi” che limitino la loro libertà o la realizzazione dei loro progetti nei casi in cui credano che questi ostacoli siano in contrasto con i princìpi che quella forza politica si è impegnata a difendere. Il fatto che i legislatori possano essere degli studiosi, invece che dei “decisori”, e soprattutto che possano essere soggetti privati, può sembrare una stranezza a molti, ma è utile ricordare che la legislazione come attività di studio privata è tutt’altro che estranea alla tradizione giuridica occidentale: “L’attività dei giuristi classici era una vera e propria arte … il loro obiettivo fondamentale era quello di scoprire i principi universali della legge, che sono immutevoli e inerenti nella logica delle relazioni umane. È vero, tuttavia, che la stessa evoluzione sociale spesso ha bisogno dell’applicazione di questi immutevoli principi universali a nuove situazioni e problemi che emergono continuamente da questo processo evolutivo. Inoltre, i giuristi Romani lavoravano indipendentemente e non erano dipendenti pubblici (civil servants)”[2].

Chi ritiene che, nella situazione attuale, sia impossibile che una forza politica non totalitaria (cioè coerentemente liberale) possa essere rappresentata in parlamento, e che sia pura follia sperare che possa esserlo in modo significativo, ha ragione. Tuttavia il consenso di questa forza politica non dovrebbe essere visto come una pre-condizione per la legislazione privata, ma come un suo risultato: una forza politica coerentemente liberale che proponesse la separazione dei poteri mediante legislazione privata potrebbe migliorare significativamente il suo consenso. Non solo infatti la legislazione privata sarebbe un modo per coinvolgere direttamente (con un forte uso di Internet) i cittadini nel processo legislativo ma soprattutto essa sarebbe una forma di autolimitazione unilaterale e informale del potere. Non mettendo minimamente in discussione l’idea filosofica di legge e quindi la struttura istituzionale vigenti, il Movimento 5 Stelle (M5S) di Beppe Grillo non si differenzia dagli altri partiti politici in nulla che sia significativo in relazione alla sovranità della legge. Tuttavia, l’importanza anche mediatica che la rinuncia volontaria del M5S ai cosiddetti “rimborsi elettorali” ha avuto in termini di consenso conferma che se da un lato nessuna forza politica ha incentivo a mettersi d’accordo con le altre per ridurre, anche istituzionalmente, il potere politico, essa ha rilevanti incentivi ad autolimitarsi per prima in modo unilaterale e informale: questi incentivi, soprattutto oggi che la domanda di limitazione del potere politico è infinita e l’offerta praticamente nulla, sono il consenso che può ottenere in questo modo.

4. Conclusioni

Affiancare sistematicamente alla battaglia economica per il libero mercato quella filosofica per la sovranità della legge intesa come principio non è un modo per disperdere le energie e quindi per infiacchire la prima battaglia, ma un modo per mettere insieme le energie necessarie e per vincerla. La battaglia filosofica per la sovranità della legge si vince sulla trincea della separazione dei poteri. Le istituzioni stanno perdendo l’ennesima occasione di imparare dai propri errori: invece di riformare le istituzioni attorno alla «nuova domanda: Come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?»[3] esse continuano a volerle riformare attorno alla «vecchia domanda [quella più inutile di tutte, n.d.r.]: Chi deve governare?»: si veda per esempio l’attuale dibattito pro o contro il presidenzialismo attorno a cui ruotano gli attuali propositi di “riforme” costituzionali. La legislazione privata è una via parallela di mercato per riportare al centro la prima domanda e passare così dalla sovranità dei legislatori alla sovranità della legge intesa come principio, e quindi al libero mercato.

Giovanni Birindelli


[1] Hayek, F. A., 1998, Law, Legislation and Liberty (Routledge, London & New York), Vol. 3, p. 101, traduzione mia.

[2] Huerta de Soto J., 2006, Money, Bank Credit and Economic Cycles (Ludwig von Mises Institute, Auburn AL), p. 25, traduzione mia.

[3] Popper, K., 2003, La società aperta e i suoi nemici (Armando Editore, Roma), p. 156, corsivo nel testo originale.