Hayek: il ruolo della conoscenza nell’economia | VI parte

Critica all’economia del benessere

La critica all’economia del benessereSocial_indifference_curves_small è quella mossa inizialmente da Hayek nella forma:

nell’impostazione consueta della teoria del benessere il problema da risolvere è quello di trovare il modo migliore di utilizzare le risorse disponibili, nell’ipotesi che noi possediamo tutte le informazioni rilevanti riguardo al sistema dato delle preferenze e ai vari mezzi disponibili”.

Il problema posto in questi termini, tuttavia, è prettamente logico o matematico; la soluzione è implicita negli assunti che lo identificano. Continua Hayek:

non è assolutamente questo il problema economico che la società deve affrontare […] i “dati” sui quali si basa il calcolo economico non sono mai, e mia potranno essere, “dati” per l’intera società a una singola mente che possa calcolarne le implicazioni […]. Il problema economico è quello di utilizzare la conoscenza che, nella sua totalità, non è mai data per nessuno”.

Per l’economia del benessere la funzione sociale del mercato è quella di uno strumento di calcolo che generi le giuste soluzioni per il sistema di equazioni che identificano la distribuzione ottima. Per Hayek, invece, la funzione sociale del mercato è quella di un meccanismo per comunicare informazione, di strumento sociale per mobilitare tutti i frammenti di conoscenza sparsi nell’economia. L’analisi ortodossa del benessere assume che il compito sociale, di importanza cruciale, di rendere disponibile a coloro i quali assumono le decisioni i frammenti sparsi di informazione è già stato portato a termine.

Nella consueta economia del benessere si utilizza la scatola di Edgeworth per mostrare che là dove le curve di indifferenza delle parti si intersecano, c’è spazio per uno scambio che sia vantaggioso per entrambi. Ovviamente, lo scambio può in effetti non aver luogo, nonostante la presenza delle condizioni per uno scambio reciprocamente vantaggioso, perché la conoscenza è imperfetta. Questa situazione crea un’opportunità che può essere sfruttata imprenditorialmente da un’azione che elimini la mancanza di coordinamento. È possibile valutare il successo di un sistema di organizzazione sociale nel promuovere il coordinamento delle decisioni dei suoi singoli membri.

In un’economia di mercato, ciascuna opportunità di coordinamento non sfruttata rappresenta un’opportunità di profitto imprenditoriale. Il mondo dell’equilibrio di mercato non può essere valutato sulla base del successo nel coordinare i frammenti di informazione perché per ipotesi non esiste ignoranza.

Lo stato di equilibrio è quello in cui tutte le azioni sono perfettamente coordinate, ciascun partecipante al mercato combina le sue decisioni con quelle che egli (con precisione perfetta) prevede gli altri partecipanti prenderanno.

Nel sistema dei prezzi di equilibrio, ogni individuo che prende le decisioni dispone di una serie di segnali pienamente coordinati che permette a tutti i piani di coincidere. Nel processo di mercato, invece, gli stessi segnali trasmessi dai prezzi si sviluppano attraverso un processo di apprendimento che è regolato volta per volta da una serie provvisoria di prezzi. Questo processo di apprendimento spinge i piani verso un coordinamento sempre migliore.

Man mano che il processo di riequilibrio procede, esso identifica situazioni sempre più scoordinate e allo stesso tempo diffonde in aree sempre più ampie del mercato le informazioni percepite grazie all’azione imprenditoriale.

Esistono opportunità di profitto imprenditoriale ogni qual volta c’è spazio per un coordinamento più completo dei piani individuali. Per appurare la mancanza di coordinamento tra i piani dei partecipanti al mercato è sufficiente individuare le opportunità di profitto: i profitti si trovano là dove i frammenti di informazione non sono stati coordinati.

La questione fondamentale in un confronto Stato-mercato deve riguardare la capacità dei due sistemi di sottoporre all’attenzione di chi assume le decisioni le opportunità disponibili. È cioè necessario che siano presenti quegli incentivi necessari non solo a sfruttare le opportunità esistenti, ma anche a scoprire le opportunità teoricamente già disponibili e tuttavia non ancora scoperte. Con una direzione statale, in assenza di onniscienza, non è affatto chiaro quali siano i sostituti dell’incentivo al profitto – non solo per stimolare lo sfruttamento delle opportunità socialmente desiderabili, ma per portare all’attenzione la loro stessa esistenza.

Il pericolo nasce dal fatto che l’economia del benessere ortodossa si concentra sullo stato di cose che è ottimale una volta raggiunto, invece che sul processo attraverso il quale è possibile migliorare stati sub-ottimali.

L’eliminazione dello scoordinamento tra le decisione esistenti – ossia l’evoluzione del sistema – costituisce un parametro estremamente adatto per un’impostazione normativa che sia immune dai pericoli del ragionamento nirvana, quale è quello adottato dall’economia del benessere (cadendo nella trappola del realismo concettuale) quando confronta la situazione reale con un irreale stato di equilibrio pareto-ottimale.

Le esternalità di cui parla l’economia del benessere possono benissimo non essere notate, ovvero, è possibile che non siano presi in considerazione modi per rimediare a queste esternalità: l’economia del benessere dà sempre per scontato che tutta la conoscenza sia disponibile.

L’analisi normativa resta essenzialmente statica. Le implicazioni normative vengono delineate in base al presupposto che il processo di mercato raggiunga velocemente una posizione di equilibrio pre-esistente o pre-determinata.

In realtà non esiste un equilibrio che si raggiunge a prescindere dal processo e il processo dipende dal tipo di istituzione esistenti. Non vi è alcun ordine definito indipendentemente dal processo che lo genera.

L’economia del benessere convenzionale ricava un insieme di condizioni che devono essere soddisfatte al fine di ottenere un’allocazione ottimale delle risorse: queste condizioni richiedono l’uguaglianza al margine dei benefici e dei costi sociali. In condizioni idealizzate, i mercati generano un’allocazione ottimale delle risorse. Se il libero funzionamento dei mercati produce una divergenza tra benefici e costi sociali, sia essa in forma di esternalità, restrizione monopolistica della produzione, o qualunque altra cosa, ciò è da attribuire al “fallimento del mercato”.

La teoria della politica economica prevede tre approcci principali al fallimento del mercato: la tassazione, la regolamentazione e la politica antitrust.

Massimo Bassetti