“Finanzcapitalismo”: Disamina di un testo, Improprietà di un concetto | III parte

default-italian1Deindustrializzazione, questa povera incompresa

Gallino ha una strana abitudine: chiama il processo produttivo «catena di creazione del valore» (così, ad es. pag. 145). Peculiarità lessicale forse innocua in sé, ma anche conferma dell’incomprensione di cosa sia davvero il capitale. E infatti, il Nostro ha buon gioco nel denunciare che l’occupazione flessibile, anziché accrescere la produttività, riguarda per lo più mansioni umili e che la c.d. “società della conoscenza”, ora come ora, è soprattutto un miraggio il cui inseguimento ha prodotto eserciti di qualificatissimi disoccupati; ma ferma la propria critica alla c.d. “estrazione di valore” e non ha gli strumenti per capire che, se ha preso piede una simile ricerca spasmodica, e a brevissimo termine, di un profitto superiore alle possibilità dell’economia reale, forse il vero problema sta a monte, in un meccanismo distorsivo potentissimo. Riesce a cogliere il ruolo decisivo del sistema finanziario nella creazione e nel mantenimento di oligopoli globali nel settore agroalimentare (ad onta della loro inefficienza, comprovata dal peggioramento nella situazione alimentare del pianeta); ma gli sfuggono del tutto i reali contorni di un fenomeno opposto solo in apparenza, la deindustrializzazione. Un vero peccato, perché le premesse per comprenderlo c’erano tutte: si consideri la seguente descrizione del modo in cui vengono gestite, oggi, le società quotate.

«Il valore deve essere creato sia facendo salire il corso delle azioni in borsa, in modo che da esse derivino corpose plusvalenze, sia ottenendo, oppure facendo mostra di ottenere, un elevato rendimento a breve termine del capitale di proprietà degli azionisti. Alla fine il rendimento può assumere la forma concreta di dividendi distribuiti o di interessi pagati sul debito ovvero sulle obbligazioni che l’impresa emette; tuttava i segnali ai quali gli investitori assegnano la maggiore importanza sono il corso quotidiano delle azioni, da cui dipende il valore di mercato dell’impresa, e i flussi di cassa dichiarati da una società nei suoi rapporti trimestrali o semestrali.

L’ossequio forzato al paradigma della massimizzazione del valore per gli azionisti ha comportato, grosso modo a partire dagli anni ’80, una nuova concezione dell’impresa. Essa non doveva più venire concepita come un’organizzazione nella quale ogni parte è legata alle altre e il cui comportamento tocca gli interessi di molti gruppi, dai dipendenti ai fornitori e alla comunità locale, oltre a quelli degli azionisti. Doveva invece essere concepita come un “portafoglio” di attività (nel duplice senso di cose che si fanno e di attivi finanziari) connesse solamente in via temporanea da un contratto; un conglomerato di impianti, mezzi di produzione e uffici di cui ogni pezzo deve essere monitorato di continuo al fine di stabilire se il suo rendimento finanziario, ovvero il flusso di cassa che genera o contribuisce a generare, sia pari o superiore a quello dei pezzi migliori della concorrenza. Se tale rendimento è in sé elevato, ma appare inferiore anche soltanto di poco a quello della concorrenza, quel pezzo dell’impresa va ristrutturato al più presto, oppure venduto, o definitivamente chiuso. Ciascuno di questi interventi determina com’è ovvio il licenziamento di gran parte dei relativi addetti, e talora di tutti. Ma di questo non debbono preoccuparsi i manager, dicono i teorici dell’impresa come mera entità finanziaria. La sola finalità che l’impresa deve perseguire è quella di creare valore per gli azionisti. Il modo in cui lo crea è un elemento secondario.» [pagg. 203-4].

La descrizione è ineccepibile; l’Autore ha messo il dito sulla piaga. E tuttavia, non riesce a scorgerla: prigioniero dell’equivalenza capitale=denaro, forzato a considerare “capitalismo industriale” e “finanzcapitalismo” come due specie di un medesimo genere, non comprende che ci troviamo di fronte alla teoria, subito messa in pratica, della sistematica distruzione di capitale reale come optimum per azionisti e mercati finanziari.[1]

Egli si concentra sugli effetti deleteri del fenomeno sull’occupazione: queste strategie, afferma, «mirano in generale a ridurre l’occupazione e a moltiplicare il lavoro precario o informale mediante l’esternalizzazione della produzione» [pag. 205]. Vero: le grandi imprese hanno sostituito l’integrazione verticale con la rete – orizzontale – di fornitori e subfornitori. «Vantaggio per l’impresa madre: sindacati indeboliti, e salari, contributi pensionistici e spese per le assicurazioni mediche fortemente ridotti.», oltre al fatto che il fornitore improduttivo o comunque sgradito può essere eliminato «dalla sua catena di creazione del valore con una semplice e-mail.» [pag. 208]. Anche la febbre da M&A non persegue come scopo l’espansione di impianti e/o produzione, ma l’assorbimento dei concorrenti, a tutto vantaggio degli investitori istituzionali e, una volta di più, del mercato finanziario, che fornisce i mezzi per tali maxi-operazioni. Ne deriva, tra l’altro, un incremento del debito gravante sui gruppi coinvolti; il che rafforza, a sua volta, l’attenzione quasi spasmodica per i flussi di cassa [pagg. 208-17].[2] Si può concordare anche con la valutazione del Nostro circa l’avveramento della profezia di Schumpeter: si è passati dalla compettzione rispettosa a quella coercitiva, anzi, addirittura alla concorrenza distruttiva, ad un “tutti contro tutti” (non solo tra imprese, ma anche tra imprese e lavoratori, o tra lavoratori dello stabilimento A e di quello B, etc.) in cui non esistono alleanze, al massimo accordi ed equilibri tattici.

Ma proprio di qui si può partire per ri-centrare l’analisi rispetto a quel che l’Autore non coglie.

Dopotutto, questa giungla, questo bellum omnium contra omnes non è forse il funzionamento del libero mercato? Lo scatenarsi degli animal spirits, degli egoismi individuali, non è indispensabile al benessere collettivo?

La risposta breve è “No”.

La versione completa richiede un minimo di pazienza.

Anzitutto, l’uomo di Carl Menger non è quello di Adam Smith: il self-love dello Scozzese, impropriamente tradotto con “egoismo individuale”, è l’amor sui di una tradizione agostiniana, esacerbata dal calvinismo, secondo cui gli uomini sono incapaci di qualsiasi azione moralmente buona, perché sempre corrotti almeno nei moventi;[3] e tuttavia, questo amor sui funge anche da principio ordinatore, fonda la “città dell’uomo”; sicchè, basta che si attenui, o addirittura si capovolga la riprovazione morale perché esso diventi raccomandabile saggezza “mondana” e, appunto, economica. La Scuola Austriaca recepisce, invece, l’antropologia della Scolastica: un uomo sostanzialmente buono, solo accidentalmente cattivo. Certo, la particolarità della sostanza aristotelica è che non si vede, che tutto il sensibile è accidente;[4] spesso è difficile riconoscere questa bontà di fondo, perché il male – “accidentale”, ma non per questo “trascurabile”, tutt’altro! – si fa addirittura debordante. E tuttavia, quest’uomo è un animale sociale, portato per natura alla cooperazione, che ne scopre i vantaggi e, per questa via, contiene le proprie tendenze al male attraverso strutture che – per quanto fragili e sempre bisognose di una difesa vigile – assicurano una certa dose di giustizia, sicurezza, libertà e prosperità.[5] Il libero mercato rientra appunto in questo quadro: è un fenomeno (o un insieme di fenomeni) di cooperazione sociale; presuppone il rispetto della proprietà privata e, quindi, funziona male ogniqualvolta essa sia mal definita o mal tutelata (esempio tipico: i beni comuni); e, deve dirsi per altro verso, non corrisponde mai al mercato in concorrenza perfetta, teorizzato nei corsi mainstream di economia, anche solo  perché è impossibile, per un singolo attore, disporre di tutte le informazioni rilevanti in un dato momento.[6] Incertezza e ignoranza sono le condizioni normali in cui si esplica l’azione umana, in campo economico e non solo.

Perciò, quando si assiste allo sgretolamento di qualsiasi rapporto di cooperazione socio-economica – dal lavoro all’investimento reale – possiamo ben dire che il libero mercato sta morendo. Come mai? Perché, da qualche parte, si verifica una violazione sistematica della proprietà privata. Violazione che, di sicuro, avvantaggia qualcuno.

Gallino ha ben capito che il governo mondiale della finanza ha subordinato ai propri interessi tutti gli altri attori, mettendoli anche l’uno contro l’altro; ma non ha colto l’importanza essenziale del dato, perché gli mancavano i presupposti teorici.

Lo sviluppo normale di un’economia capitalistica – nel vero senso dell’aggettivo – passa attraverso processi di produzione sempre più lunghi e complessi, grazie ai quali si possono soddisfare i bisogni più disparati in misura maggiore e/o a costi più contenuti. Beninteso, il carattere proprio di questo sviluppo è asintotico: non promette l’utopia della sazietà universale, ma viene costantemente rilanciato dalla mancanza, la proverbiale “necessità che aguzza l’ingegno”. Viceversa, ciò cui ora si assiste è, per molti versi, un processo diametralmente opposto: smantellamento del ciclo produttivo, o comunque abbreviazione del suo arco temporale, come pure della vita utile dei prodotti; negazione della mancanza, che non può né deve fungere da motore dell’azione, ma viene narcotizzata tramite l’utopia secondo cui tutti i bisogni possono essere soddisfatti senza che il soggetto debba rinunziare a niente; e, di riflesso, esaltazione del denaro a scapito dei beni del primo ordine. Il passaggio di un intero sistema dalla produzione di merci a quella di moneta non significa, in fondo, altro che questo: i bisogni – e con essi, a mio avviso, il soggetto – passano in secondo piano rispetto ad un bene inutile in sé, che, però, contiene una promessa di autosufficienza, direi quasi di onnipotenza, perché, con il denaro, si può comprare tutto.

Inoltre – poiché si può produrre denaro tramite il denaro, senza dover ridurre in alcun modo i propri consumi o avvertire il peso di un sacrificio, proprio perché la moneta non è affatto un bene del primo ordine – lo stato d’animo caratteristico del boom (conseguenza diretta dell’espansione creditizia) assurge a sinonimo di prosperità e, addirittura, ad oggetto di una teoria di management: in un mondo in cui non esiste più il corso normale degli affari, perché la droga monetaria ha avvelenato ogni cosa, solerti zeloti hanno imposto il credo secondo cui si “crea valore” non già avviando un processo produttivo, ma liquidandolo; si “investe” non risparmiando in vista di un fine, bensì prendendo in prestito soldi che vengono, poi, usati per acquistare titoli, azioni o altri prodotti finanziari, nell’intento di lucrare sulle differenze di tasso e/o sull’evoluzione dei prezzi, dunque senza che quest’acquisto configuri, in qualche modo, un impegno, un sacrificio di potere d’acquisto.

Il capitale è risparmio: incorpora risorse sottratte al consumo immediato e tempo non destinato al dilettevole. Ma il boom scoraggia il risparmio, lo fa sembrare inutile, addirittura lo deride; e una folta schiera di economisti è pronta a dimostrare quanto esso sia, in realtà, dannoso; così, una volta scattata l’equivalenza mentale che fa del boom lo stato ottimale degli affari (perché la vera prosperità, la crescita lenta ma sicura, non è neppure più un ricordo), ecco bell’e pronta la strategia aziendale che ne consegue, distruggere il risparmio.

Viva il consumo, dunque? Non necessariamente: codesta “creazione di valore”, dopotutto, non mira affatto a produrre beni di consumo, bensì flussi di cassa, ossia liquidità, o moneta che dir si voglia. Siamo quindi, a ben vedere, un passo oltre l’inflazionismo puro e semplice: non si domanda più la creazione di mezzi fiduciari affinché le imprese possano investire; al contrario, si teorizza come optimum la liquidazione degli investimenti reali. Se condotta alle proprie conseguenze estreme, ma logicamente rigorose, una strategia simile farebbe avverare – incredibile, ma vero – proprio quel “paradosso del risparmio”, in cui tutti sono pieni di soldi, ma nessuno può consumare, perché nessuno ha prodotto; anzi, in questo caso si morirebbe di fame e di ozio, perché “tenersi liquidi” è l’attività virtuosa per eccellenza.

Il problema, dunque, non sta tanto nel debito (che pure è divenuto un gioco fine a sé stesso, ma dalle conseguenze tragiche), quanto nel tramonto di una civiltà, quella occidentale, che si è fondata sul libero esplicarsi dell’azione umana e del suo potenziale creatore, unico mezzo realistico per migliorare la condizione presente dell’uomo senza cedere ad utopie più o meno rivoluzionarie. Non voglio certo asserire che sia concreto il rischio di un suicidio collettivo dell’umanità per rinunzia alla produzione – anche se la forza di una simile distopia dovrebbe far riflettere: la pulsione di morte è una forza potente – ma la sopravvivenza di milioni di persone, già oggi, è messa in serio pericolo, perché il susseguirsi delle crisi lascia, ogni volta, il sistema economico in condizioni peggiori di quelle di partenza. Finora, l’allocazione di risorse sempre meno efficiente e lo sperpero dei cattivi investimenti sono stati bilanciati (almeno nei settori ad alta tecnologia) da guadagni di produttività; ma, avanti di questo passo, la crisi prossima ventura farà impallidire tutte quelle vissute finora e potrebbe rendere impossibile il coordinamento degli sforzi degli operatori economici, non solo e non tanto per il collasso dell’intero sistema, quanto per gli sforzi – e i poteri coercitivi – impegnati, magari perfino in buona fede, nel tentativo di impedirlo.

È auspicabile che si riesca ad evitare l’Era della Scarsità che balugina all’orizzonte, non come un miraggio, ma come un monito da incubo; tuttavia, ciò presuppone una chiarezza di pensiero e una risolutezza nell’azione che, ad oggi, non sono affatto patrimonio comune. Comuni, semmai, sono gli errori di persone benintenzionate, come Gallino, i cui sforzi, per quanto generosi e sinceri, rischiano di essere mal diretti al punto di aggravare quegli stessi mali cui, giustamente, vorrebbero porre rimedio.

Guido Ferro Canale

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[1]    O, per dirla in termini galliniani, che questo genere di “creazione di valore” passa per lo smantellamento di quella che egli stesso ha chiamato “catena di creazione del valore”, sicché il concetto abbisognerebbe, quantomeno, di una ridefinizione. Egli capisce che gli utili non vengono più reinvestiti; ma il disinvestimento pare proprio sfuggirgli, almeno a giudicare da questo passo: «Gli utili di un’impresa dovrebbero venire investiti anzitutto all’interno: cioè in capitale fisso, destinato a diffondere nuovi prodotti ad alto valore d’uso piuttosto che ad accrescere capacità produttive già eccedenti; in ricerca e sviluppo; nell’aumento dell’occupazione, e nel miglioramento delle condizioni di lavoro. Per contro, negli ultimi decenni l’industria finanziarizzata li ha destinati in massima parte a tre finalità: aumento dei dividendi e delle plusvalenze percepiti dagli azionisti; riacquisto di azioni proprie al fine di far crescere il valore delle azioni; elevatissimi compensi ai manager, dell’ordine di centinaia di volte il salario medio, quali incentivi e premi per i risultati finanziari comunque ottenuti. Nel quadriennio 2005-2008, ad esempio, le società incluse da Standard & Poor[‘s] tra le prime 500 del mondo hanno realizzato utili per 2,4 trilioni di dollari, ma ne hanno erogati 2,6 a favore degli azionisti: 1,7 trilioni per il riacquisto di azioni proprie, e 900 miliardi in dividendi.» (pagg. 221-2). Ci sono bensì alcune notazioni sulla deindustrializzazione (pagg. 227-30), ma sempre dall’angolo visuale sbagliato, l’impatto sui salari reali.

[2]    Si noti che, non di rado, occorre indebitarsi per difendersi da acquisizioni ostili.

[3]    D’altronde, in un’ottica di “doppia predestinazione”, agire sperando di procurarsi il Paradiso non può costituire esercizio di una virtù teologale, appunto la Speranza, ma solo presunzione di salvarsi altrimenti che tramite i meriti di Cristo, o addirittura di mutare il decreto divino.

[4]    Appunto questa è la difficoltà di un dogma che non prende a caso il nome di “transustanziazione”.

[5]    La bontà di un’azione si misura anzitutto dalla condotta obiettiva e dalla sua conformità all’ordine teleologico stabilito da Dio; solo in un secodo momento si indaga sul movente, che comunque riguarda anzitutto la moralità del singolo e non il “foro esterno” o la società.

[6]    In questo senso, i lavori di un neo-keynesiano come Stiglitz su asimmetrie informative e limiti del mercato si rivelano assai pregevoli nella pars destruens, sebbene la construens, per molti versi, contraddica proprio le acquisizioni così ottenute, perché muove in direzione di un socialismo la cui impossibilità dovrebbe aversi per acclarata appunto per l’esistenza di limiti insuperabili alla conoscenza e alla circolazione delle informazioni.