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Source link: http://vonmises.it/2013/06/28/lo-stato-una-banda-di-criminali-che-detiene-la-legittimita/

Lo Stato: una banda di criminali che detiene legittimità

venerdì, giugno 28, 2013 di tradotto da

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Criminal GangQual è la differenza tra uno Stato(*) e una banda di criminali, oppure la differenza tra quello e un’organizzazione che impone, con la violenza, le minacce e il ricatto, la propria protezione, come ad esempio fa la mafia? È semplice, e tale differenza possiamo sintetizzarla in una parola: “legittimità”.

In pratica, questa nozione vaga evocherebbe l’idea in base alla quale le persone concepiscono lo Stato – la sua composizione istituzionale, i suoi esponenti,  la sua condotta- come un ente moralmente accettabile o del tutto conforme, a differenza della mafia, la quale – quanto meno nella sua condotta- è invece avvertita come un’organizzazione moralmente inaccettabile o impropria.

Molti Stati rivendicano che la loro legittimità poggi sulla concezione lockeana del consenso dei governati, ma in realtà questo consenso si configura come un fattore altamente problematico, perché la popolazione dei governati raramente, se non mai, ha potuto liberamente esprimere la propria  scelta in ordine al fatto se aderire, o meno, all’assetto di potere precostituito.

I regimi ricorrono alla pubblica istruzione, alla propaganda, alle sentenze giudiziarie (rese dai propri giudici), alle elezioni politiche, alle audizioni pubbliche, e ad altri svariati artifici per instillare nella gente l’idea che i loro governanti sono inequivocabilmente delle autorità legittime, intese ad intraprendere azioni legittime. Molti, se non tutti, di questi pretestuosi tentativi di giustificazione sono altamente discutibili, quando non del tutto falsi, e nessuno di essi si pone come prova decisiva del consenso prestato dai cittadini per essere governati, come lo sono, dai governanti che li soggiogano.

In realtà, il cosiddetto consenso dei governati consiste, fondamentalmente,  nella mera acquiescenza- una rassegnazione diffusa, la quale sta semplicemente ad indicare che la maggior parte delle persone preferisce sopportare la rapina dello Stato e le sue inesauste angherie, piuttosto che fronteggiarle apertamente, con il rischio di incorrere in lesioni, nella prigionia, se non addirittura nella morte. L’acquiescenza della gente, in molti casi una sorta di cupa, risentita ed implicita resa, difficilmente dota i governanti di una qualsivoglia giustificazione morale. Di fatto, anche nei paesi con il più alto tasso di partecipazione politica dei cittadini, la stragrande maggioranza delle persone può certamente considerare i propri politici, unitamente ai burocrati, con malcelato disprezzo, se non persino con una profonda e palese avversione.

Quando un governo riesce a rimanere al potere per lungo tempo, tuttavia, molte persone possono essere indotte ad accettarlo semplicemente per abitudine. Agli occhi di tanti, la sua presenza è del tutto incontestabile,  proprio perché “è sempre esistito”, o perché il suo operato coincide esattamente con “lo stato dell’arte delle cose”. Le persone inclini al conservatorismo potrebbero anche ritenere che la maturità di per sé non solo sia sufficiente, ma costituisca anche una base interessante per l’approvazione e la conservazione di istituzioni ormai precostituite. Anche grandi filosofi liberali come David Hume e, ai nostri tempi, Anthony de Jasay reputano che i diritti non siano nient’altro che consuetudini, affermatesi, per un motivo o per l’altro, nel corso del lungo periodo; e, di conseguenza, hanno conseguito un loro canone fondamentale di correttezza applicativa,  dimostrando altresì una idoneità di adattamento, in chiave evolutiva,  nel funzionamento efficiente di una società . A onor del vero, molte persone si abituano allo stato delle cose a prescindere da come si presenti, anche quando questo si dovesse dimostrare come del tutto irrazionale ed illecito.

In ogni caso, l’apparente, inequivocabile demarcazione di legittimità che separerebbe lo Stato dalle ordinarie bande di criminali si affievolisce, sino a diventare indistinta, qualora ci si appresti ad una più approfondita analisi. Essa non scompare mai del tutto, però, in funzione del fatto che, per una grossa fetta dei governati, gli sforzi del governo, intesi a rivendicare la propria legittimità, vanno perfettamente a segno. Questi individui, totalmente blanditi, sono coloro che si offrono volontari per montare la guardia al palazzo del potere - le sue forze armate, la forza di polizia, nonché tutte le altre agenzie che sono legittimate ad esercitare la violenza fisica e ogni altra forma di intimidazione-  e che, di buon grado, inviano i propri figli ad essere sacrificati in guerre straniere ed in altre avventure similari. Essi forniscono, per così dire, legioni di “idioti essenziali”, parallele [e complementari, ndt] a quelle degli “utili idioti”, che si annidano tra gli intellettuali, intenti a combattere, in nome dello Stato, la guerra delle idee e delle ideologie.

Da un paese all’altro, la divisione della società tra i soggetti irrimediabilmente sedotti e quelli semplicemente intimiditi varia notevolmente. Tutti i governi cercano di intervenire sulla linea di demarcazione, spostandola sempre più avanti, in modo che una percentuale vieppiù crescente di governati ricada nella prima categoria.  Così, tutti i governi si protendono in sforzi incessanti per convincere la massa delle persone in ordine alla competenza che li contraddistinguerebbe, alle proprie buone intenzioni, alla capacità di essere stretti rappresentanti dei desideri del popolo, oltre che della bontà dei propri standard di comportamento, moralmente impeccabili. Sebbene questi sforzi forniscano occasione per dare la stura al riso amaro delle persone avvedute e dallo spirito immacolato, si dimostrano comunque sufficienti per tenere a galla i governanti, i quali possono così perseverare nella loro opera  di predazione e di repressione. La loro legittimità prevalente, tuttavia, è raramente qualcosa di più di un surrogato o di una contraffazione della solida base cui ambirebbe uno Stato, la cui composizione, i cui esponenti, e la cui condotta siano generalmente desiderati ed approvati.

Articolo di Robert Higgs su The Independent Institute.

Traduzione di Cristian Merlo.

(*) Nell’ambito del presente scritto il termine originale “government” è stato tradotto, in base alle minime sfumature semantiche che fossero ravvisabili nell’economia del testo, in alcune circostanze come “Stato”, in altre come “governo”. In ogni caso, le due accezioni, forse mai come questa volta, sono sicuramente contigue ed estremamente prossime.

Intendendo, va da sé, la nozione di Stato come quella di “Stato apparato”, ovvero quel potere centrale sovrano, stabile nel tempo e impersonale (o, per dirla con il giurista Paolo Grossi, “apparentemente atemporale, poiché sprovvisto del carattere proprio della storicità”), contraddistinto magari da differenti forme organizzative, ma che si caratterizza, in maniera ineludibile, per essere il detentore dell’uso legittimo della forza nell’ambito di un territorio ben definito.

Ed intendendo al contempo, con la nozione di “governo”, l’accezione più ampia che il termine è in grado di veicolare: ovvero, quella dell’insieme dei soggetti che in, in un dato Stato, detengono ed esercitano il potere politico. Questo significato abbraccia sostanzialmente, ed in maniera comprensiva, non solo tutti gli organi dello Stato e degli altri enti pubblici, a prescindere dal potere cui essi inerisca (legislativo, esecutivo, giudiziario), ma anche quelle forze politiche e sociali che partecipano comunque all’esercizio del potere politico (partiti e sindacati su tutte).

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avatar guido cacciari luglio 4, 2013 alle 12:53

Ritengo un errore concettuale incolpare degli individui per il malfunzionamento di un’organizzazione sociale.
Il problema sta sempre nelle regole.
In primo luogo, quelle istituzionali e costituzionali.
Quando sono sbagliate, puoi affidare la maggior carica politica anche a Gesù Cristo, che il risultato sarà comunque pessimo.

avatar Cristian Merlo luglio 4, 2013 alle 22:34

Guido,
il malfunzionamento di quell’organizzazione sociale, come dice lei, dipende propriamente da un problema di regole: ma quelle regole non ci sono piovute improvvisamente dal cielo, senza che ce l’aspettassimo minimamente; non sono il frutto del caso o del destino cinico e baro; non sono l’espressione di un percorso storico ineluttabilmente segnato dalle stelle, dal quale non ci si possa sottrarre.
Molto più prosaicamente, quell’organizzazione sociale, omnipervasiva, omnicomprensiva e totalizzante, per citare il giurista Paolo Grossi, “ha mostrato un crescente interesse per il diritto, riconoscendovi con estrema lucidità un prezioso cemento della sua stessa struttura: interesse tanto crescente da arrivare alla fine del Settecento … alla piena monopolizzazione della dimensione giuridica”.
Uno dei più grandi scienziati della politica cui questo disgraziato Paese abbia mai dato i natali, il Prof. Gianfranco Miglio, sosteneva che “lo ‘Stato (moderno)’ è sempre più lo Stato dei ‘burocrati’. L’antica ristretta < <équipe di governo>> si allarga senza posa, associando a chi realmente ‘decide’ e comanda, chi soltanto ‘aiuta’ e ‘serve’, guidato, più che dal gusto del potere, dalla caccia alle ‘rendite politiche’ (paghe ‘garantite’, ed altri vantaggi ‘pubblici’ ).
Molto semplicemente, insomma, certe regole esistono perchè certi individui si sono appropriati della tolda di comando, facendo il buono ed il cattivo tempo con l’uso strumentale ed arbitrario, e con l’abuso sfrontato dei suoi stessi automatismi normativi.
E quegli individui, per fare il verso ad Hayek, sono pressoché sempre i peggiori, arrivati in qualche modo al vertice.
Come sostiene l’autore del brano qui tradotto, in un altro suo bel saggio, “le persone perbene, quasi per definizione, non sono indotte ad esercitare un potere di comando politico sul loro prossimo. Quello che non si riesce a capire, invece, è perché mai tanti cittadini continuino ad ammirare e ad essere deferenti nei confronti di quei viscidi farabutti che li governano”.

avatar andrea giugno 30, 2013 alle 11:37

Aggiungo che, tra gli “inquieti” di cui sopra, io metto anche i liberali ed i libertarians. Che credo siano soprattutto geneticamente orientati verso l’individualismo e la libertà.
Credo anche che ci sia solo una piccola, ma fondamentale, differenza genetica tra i sociopatici “votati ai poteri” ed i liberali-libertarians “ostili ai poteri”. Entrambe le categorie sono chiaramente ed empiricamente minoritarie tra gli esseri umani e si trovano agli estremi opposti di una curva di Gauss delle “vocazioni esistenziali”, non so come dirlo meglio, ma per i primi la propria esistenza consiste soltanto nella propria affermazione contro tutti gli altri e perciò senza limiti, mentre per i secondi ciò che conta è che la propria esistenza abbia come unico limite l’esistenza altrui.
Alla fine, ciò che li differenzia è il senso del proprio limite. Ciò che le religioni intendono come timor di Dio riferendosi alla necessità, per chi non ne ha già vera consapevolezza, di un principio superiore ed universale che ci ricordi di stare coi piedi per terra.

avatar andrea giugno 30, 2013 alle 11:16

Credo che, nel corso del tempo, una serie di scelte (alla fine, in qualche modo, rivelatesi vincenti) dirette sempre in una certa direzione, il dominio organizzato di pochi su molti, piuttosto che verso le alternative, ed il costante prevalere storico degli individui più aggressivi o più svegli/furbi o più presuntuosi o semplicemente più inquieti, abbia portato alla creazione delle condizioni attuali.
Non è solo questione di mai firmato “contratto sociale” o di implicito “consenso (informato?) consuetudinario”, ma soprattutto, credo, di… quieto vivere.
L’esigenza primaria, l’istinto innato alla sopravvivenza più o meno tranquilla, fatta di routine, di affetti familiari, di passioni private, …, tutti, tranne i cosiddetti sociopatici, mirano a questo.
I fattori geneticamente predeterminati non devono mai essere dimenticati o sottovalutati.
Pertanto, solo un insostenibile peggioramento delle condizioni “ambientali” potrà, FORSE, dare una svolta diversa agli eventi storici ed alle forme di organizzazione interindividuali.
La crisi attuale e quella imminente e probabilmente più devastante sono un buon esempio per osservare prasseologicamente cosa accadrà. Se saranno sufficienti a prospettare un futuro organizzativo differente dall’attuale o, invece, condurranno ad un irrigidimento della attuale organizzazione.
Dipenderà, in ogni caso, da quali tipologie umane prevarranno rispetto alle altre. Finora, è andata in un certo modo. Chi vivrà, vedrà.

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