Quando il diritto altera la realtà: la manipolazione del denaro e le sue conseguenze | I parte

Con immenso piacere riprendiamo un illuminante contributo scientifico del dott. Riccardo De Caria sulle radici normative della crisi, già pubblicato sull’International Journal of Law and Finance dell’Università di Siena.

Mises Italia

LegalTender1. – La letteratura sulla crisi è già vastissima. Nell’ambito di questa poderosa mole di studi, diversi hanno indagato il possibile rapporto eziologico tra “cattivo” diritto e crisi, ovvero come un diritto mal congegnato sarebbe stato il fondamentale brodo di coltura dei germi che hanno fatto ammalare gravemente l’economia mondiale. Là dove con “diritto” intendiamo l’insieme di previsioni normative (di qualunque fonte) e decisioni concrete delle autorità competenti, che andavano a comporre il quadro giuridico all’interno del quale operavano gli attori economici.

Tuttavia, la stragrande maggioranza di questi studi sembra muoversi nell’ambito di un orizzonte ben preciso: quello segnato dalla duplice convinzione che il diritto esistente prima della crisi fosse mal congegnato sostanzialmente perché insufficiente e disorganico, e che quindi sia necessario rispondere con più diritto e maggiore coordinamento[1].

In questa sede, invece, si cerca all’opposto di portare l’attenzione sul “troppo” diritto alla radice della crisi. Diritto che, si sostiene qui, era sotto molti aspetti “cattivo” e insoddisfacente proprio perché troppo, e quindi andrebbe ampiamente eliminato, non già affiancato da ulteriore, nuovo diritto[2].

Una trattazione organica di tutti gli esempi di “troppo” diritto a cui ci stiamo riferendo esula dagli scopi e dalle possibilità del presente lavoro. In questa sede, ci si concentrerà su quello che si ritiene essere l’aspetto principale, quello macroeconomico, che da solo poneva le basi per una grave crisi, ovvero la manipolazione del denaro operata dalle banche centrali, con l’auspicio che il percorso di ricerca qui intrapreso possa proseguire per analizzare gli altri fattori (anche micro-economici) che qui non è possibile considerare, ma che hanno giocato un ruolo estremamente rilevante nell’aggravare uno stato di cose già ampiamente compromesso dalla manipolazione monetaria.

Utilizzando una metafora[3], si può dire che la restante regolamentazione è paragonabile agli argini di un corso d’acqua, mentre la politica monetaria è come una diga a monte che determina la portata d’acqua dello stesso: gli argini possono essere utili a contenere una piena, ma se a monte dalla diga esce una quantità d’acqua troppo elevata, non c’è argine che tenga, e i disastri saranno inevitabili.

Come si accennava, la tesi[4] è certamente non mainstream e può apparire ardita, perché questo “troppo” diritto cui ci stiamo riferendo è ormai talmente parte del quadro giuridico entro cui siamo abituati a muoverci, che immaginarne l’abbandono implicherebbe immaginare un paradigma completamente diverso da quello cui siamo avvezzi: quel “troppo” diritto finisce quindi con l’essere inconsciamente considerato come un dato storicamente necessario, qualcosa che da lungo tempo è così com’è, e che come tale non si contempla neppure possa non esserci.

Farne a meno, quindi, non è neppure un’ipotesi prevista, come dimostra un altro testo sulla crisi, The Financial Crisis: Who Is to Blame? dell’autorevolissimo H. Davies[5], che si propone di fornire una rassegna ad amplissimo spettro di tutte le possibili spiegazioni e concause della stessa, ma purtroppo non dedica sostanzialmente spazio alla tesi che individua la causa principale in un “eccesso di diritto”, nel senso in cui lo andremo intendendo in questa sede[6].

Il tentativo che si fa qui è mettere in discussione questo dogma, tramite un’analisi di tipo storico-giuridico dei principali passaggi attraverso i quali i governi e le autorità monetarie di epoca moderna hanno progressivamente prima acquisito il controllo del denaro, fino ad ottenerne il monopolio, e poi ne hanno alterato il valore. In particolare, la politica monetaria viene studiata dal punto di vista giuridico, e in particolare del giurista pubblicista: verranno quindi considerati i principali atti in cui si è espressa e le rispettive basi giuridiche, nonché (l’assenza d)i rimedi efficaci atti a farne valere l’eventuale illegittimità.

In effetti, se diverse informazioni qui raccolte sono ampiamente presenti in testi di storia economica, assai minore ci pare l’attenzione sin qui prestata dai giuristi alla ricostruzione delle varie fonti e dei vari atti attraverso cui è passato questo percorso. Il lavoro prova dunque ad offrire il proprio contributo per colmare questa lacuna, traendo poi le conclusioni dell’analisi svolta nel paragrafo conclusivo, ove viene proposta l’interpretazione “non convenzionale” che si è accennata.

Verranno considerati quattro diversi ordinamenti, in modo da confrontarli tra loro: Usa, Regno Unito, Eurozona e Italia. Gli Usa sono ovviamente al cuore dell’economia e della finanza mondiali, e il luogo dove si è manifestato per primo il periodo di grave crisi che l’economia mondiale sta attraversando; il Regno Unito è un’altra piazza finanziaria ed economia di primissimo piano nel mondo, ha una delle banche centrali più antiche del mondo, sta anch’esso attraversando la crisi, e lo fa da membro dell’Ue ma non dell’euro; l’Eurozona è anch’essa un’area cruciale per l’economia mondiale, ed è oggi l’epicentro della crisi economico-finanziaria mondiale, crisi che qui si estende al piano politico-istituzionale; infine l’Italia è un’economia tra le prime dieci del mondo, ma anche una delle più in crisi, e la affronta da membro dell’euro.

Da un punto di vista cronologico, infine, ci limiteremo in questa sede a considerare il quadro normativo, alla base delle politiche monetarie, esistente prima della crisi, nella misura in cui si ritiene che esso abbia contribuito in misura determinante a provocarla o quanto meno aggravarla. Qualche accenno verrà comunque riservato anche alle politiche monetarie adottate in risposta alla crisi, e non si può fare a meno di rilevare sin d’ora che esse non rappresentano affatto la soluzione di continuità che qui si auspicherebbe, e che si illustrerà nel paragrafo conclusivo[7].

2. – Ripercorriamo dunque le tappe principali che hanno condotto all’acquisizione da parte delle autorità pubbliche del monopolio sull’emissione del denaro, iniziando col considerare gli Stati Uniti. Suddivideremo l’analisi in due: dalle origini della federazione alle vicende che portarono alla nascita della Federal Reserve, e da quel momento agli anni che hanno preceduto la crisi.

2.1. – Risale al 1791, pochi anni dopo la fine della guerra d’indipendenza, la prima forma di istituzione bancaria centralizzata: in quell’anno, infatti, fu costituita, per iniziativa di Hamilton e vincendo l’opposizione di Jefferson e Madison, la First Bank of the United States[8]; la First Bank venne a naturale scadenza vent’anni più tardi, e alcuni anni dopo, nel 1816, sull’onda delle difficoltà incontrate dal governo nel finanziare la Guerra del 1812 con l’impero britannico, e della forte inflazione dei prezzi provocata dal medesimo conflitto, il Congresso istituì la Second Bank[9]. Entrambe ricevettero dal Congresso il potere di emettere banconote cartacee.

In parallelo, subito dopo la creazione della First Bank, il Congresso nel 1792 approvò anche il Mint and Coinage Act of 1792[10], che istituì la zecca degli Stati Uniti a Philadelphia e il Federal Monetary System. La base giuridica era la s. 10 del primo articolo della Costituzione americana, ai sensi della quale «Nessuno Stato potrà […] battere moneta; […] né consentire che il pagamento dei debiti avvenga in altra forma che mediante monete d’oro o d’argento»[11]: tale competenza spettava cioè unicamente al Congresso federale.

Con il Coinage Act del 1792, il Congresso americano dichiarò che il dollaro e le sue sottounità e multipli avevano corso legale. Tuttavia, in questa fase iniziale si definivano ancora questi ultimi come una data quantità d’oro o d’argento. Ciò viene descritto come un sistema monetario di gold standard fisso. Tale sistema rimase in piedi sino ai primi anni sessanta del XIX secolo. A partire dal 1837, con lo scadere dello statuto della Second Bank nel 1836 (determinato dalla forte volontà in tal senso del Presidente Andrew Jackson), negli Usa esistevano inoltre soltanto banche istituite dai governi statali, ma nessuna istituita dal governo federale: questo periodo viene pertanto definito “free banking”, e in tutta la storia degli Usa fu di gran lunga il periodo di maggior stabilità e solidità del sistema economico-finanziario[12]. Come detto, però, lo scenario incominciò a cambiare con gli anni sessanta dell’Ottocento.

Un primo passaggio importante avvenne nuovamente in coincidenza con una guerra: nel 1861 era iniziata la guerra civile, e il governo federale si trovò nella necessità di trovare un modo per far fronte ai suoi enormi costi. Nel luglio 1861, il Congresso approvò una legge con cui autorizzava il Segretario al Tesoro, tra le altre cose, a «issue in exchange for coin, and as part of the above loan, or … pay for salaries or other dues from the United States, treasury notes … payable on demand»[13]. In altri termini, si autorizzava l’emissione di titoli di debito pubblico, ancora convertibili in moneta a richiesta.

Ma presto la situazione finanziaria dell’Unione peggiorò, e in risposta il governo federale smise di ripagare i titoli in moneta, decisione che ne fece scendere sensibilmente il valore.

A sua volta, il Congresso approvò allora nel febbraio dell’anno successivo il First Legal Tender Act[14], con cui introdusse per la prima volta negli Stati Uniti una forma di denaro “fiat”, ovvero denaro (come quello cartaceo) che ha valore non perché glielo attribuiscano spontaneamente gli utilizzatori (come accade per le monete d’oro e d’argento), bensì soltanto perché glielo ha attribuito il governo, con un atto d’imperio che stabilisce che solo quel denaro è quello legittimamente impiegato in un dato ordinamento (cosiddetto corso legale)[15].

Il First Legal Tender Act, infatti, autorizzava il Segretario al Tesoro a emettere una certa quantità di titoli volti a rimpiazzare quelli del 1861 convertibili a richiesta, e ne escluse la convertibilità, attribuendo appunto a tali nuovi titoli corso legale: fu stabilito infatti, pur con alcune eccezioni, che essi sarebbero stati «receivable in payment of all taxes, internal duties, excises, debts, and demands of every kind due to the United States», nonché «lawful money and a legal tender in payment of all debts, public and private, within the United States»[16]. Questi nuovi titoli vennero chiamati greenbacks.

Come detto, inizialmente il Tesoro poteva emettere greenbacks solo fino a una certa quantità, ma il limite fu alzato per effetto del Second Legal Tender Act del 1862[17], della Joint Resolution of Congress N. 9 del 1863[18], e del Third Legal Tender Act[19] dello stesso anno, con il risultato che finì con l’essere molto più alto di quanto fissato inizialmente.

Questa inflazione di greenbacks condusse alla diminuzione del loro valore nei confronti dell’oro, fatto cui il Congresso cercò di reagire con l’Anti-gold futures Act of 1864[20], ma il tentativo fallì completamente e questa legge fu abrogata appena due settimane dopo la sua approvazione. Il governo federale allora smise di aumentare il limite all’emissione di greenbacks, ma questi titoli continuarono a circolare ancora per i successivi quindici anni[21]: essi «furono finalmente rimpiazzati dal gold standard a seguito di forti pressioni da parte dei Democratici sostenitori di una moneta forte, ma non fino al 1879, quattordici anni dopo la fine della guerra»[22].

Ciò avvenne per via del Specie Payment Resumption Act of 1875[23], che impose al Segretario al Tesoro, a partire dal 1879, di convertire i greenbacks in monete d’argento a un tasso di cambio predeterminato, il che condusse ad un aumento di valore dei greenbacks (anzi, a un certo punto i cittadini americani smisero di convertirli effettivamente, e iniziarono ad usarli come mezzo di pagamento alternativo alle monete d’argento o comunque di metallo, alla luce del rapporto di valore costante tra gli uni e le altre). In ogni caso, con il 1879 il sistema monetario tornò quindi ad essere basato sul gold standard, anzi più precisamente sul silver standard.

Nel frattempo, erano intervenuti altri rilevanti cambiamenti: in primo luogo, nel 1862 era stata approvata una legge ai sensi della quale «no private corporation, banking association, firm or individual shall make, issue, circulate or pay any note, check, memorandum, token or other obligation, for a sum less than $1, intended to circulate as money or to be received or used in lieu of lawful money of the United States»[24], così compiendo un passo ulteriore verso il monopolio statale sul denaro.

Ma soprattutto, a partire dal 1863 finì l’era del “free banking”, che come si è visto aveva avuto inizio nel 1837. La fine di quest’epoca giunse con i cosiddetti National Bank Acts del 1863, 1864 e 1865[25], che imposero una tassa molto alta sulle «banconote delle banche istituite dagli stati … , e così monopolizzarono l’emissione di banconote nelle mani di poche grandi “banche nazionali” istituite a livello federale, con sede prevalentemente a Wall Street. … Le banche nazionali furono obbligate per legge ad accettare i rispettivi titoli e a chiedere depositi alla pari, negando così quel processo tramite il quale il libero mercato aveva in precedenza deprezzato i titoli e i depositi di banche fragili e inflazionistiche»[26].

Col National Bank Act del 1863, fu anche imposto alle banche per la prima volta a livello federale un obbligo di riserva (reserve requirement), ovvero una quantità minima di denaro che esse dovevano detenere nelle proprie casse, in rapporto al denaro che prestavano. Infatti, in Europa, la Banca di Amsterdam e i goldsmiths inglesi avevano preso a prestare denaro, sotto forma di titoli di credito, in misura superiore a quanto effettivamente depositato presso di loro, confidando nel fatto che i depositari non avrebbero richiesto indietro tutti contemporaneamente il proprio oro. Tale prassi (che va sotto il nome di sistema bancario a riserva frazionaria) si era progressivamente estesa anche agli Stati Uniti, e non vi aveva incontrato particolari limiti normativi, se non a livello di singoli stati[27]. Con il National Bank Act, però, in cambio della possibilità di istituirsi con uno statuto valido in tutti gli Stati Uniti, fu imposto alle banche di detenere una riserva del 25% contro sia banconote sia depositi[28]. Tale riserva, piuttosto alta per i livelli cui le banche erano già abituate, fu poi subito abbassata l’anno dopo, e poi eliminata per le banconote nazionali nel 1873, rimanendo solo sui depositi.

Il successivo importante passo fu il Gold Standard Act del 1900[29], che rese il denaro cartaceo convertibile solo in oro, e non più in argento, e introdusse altresì alcuni cambiamenti che «consentirono una ulteriore e maggiore espansione di credito bancario e offerta di denaro»[30].

Una crisi finanziaria, iniziata nel 1906 e giunta al culmine col Panico del 1907, gettò le basi per le tappe successive. In modo simile a ciò che si è potuto osservare un secolo più tardi, diversi atti di interferenza da parte del governo con i mercati possono essere ritenuti aver quanto meno aumentato significativamente la probabilità e le conseguenze di una crisi che, senza interferenze, magari non sarebbe neppure scoppiata, o comunque sarebbe stata molto meno grave.

Non entreremo nei dettagli su tali interferenze[31], ma questo passaggio storico è importante perché, in reazione al Panico, e addossandone la responsabilità su un mercato non regolato, il Congresso americano nel 1908 approvò l’Aldrich-Vreeland Act[32], il cui contenuto più importante ai nostri fini fu l’istituzione della National Monetary Commission. I report di tale Commissione furono alla base del Federal Reserve Act del 1913[33].

Riccardo De Caria
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Note:

[1] A vario titolo, e pur con tutte le grandissime diversità tra gli uni e gli altri, possiamo ricondurre a questa impostazione, nell’ambito dei testi di carattere prevalentemente divulgativo, almeno i seguenti: M. Amato, L. Fantacci, Come salvare il mercato dal capitalismo. Idee per un’altra finanza, Roma, Donzelli, 2012; O.J. Blanchard, D. Romer, M. Spence, J.E. Stiglitz (cur.), In the Wake of the Crisis: Leading Economists Reassess Economic Policy, Cambridge, MIT Press, 2012; P. Krugman, End This Depression Now!, New York, W.W. Norton & Co., 2012; G. Tremonti, Uscita di sicurezza, Milano, Rizzoli, 2012; J. Fitoussi, J.E. Stiglitz, the Paris Group, The G20 and recovery and beyond. An agenda for global governance for the twenty-first century (ebook), OFCE & Luiss, Columbia University, 2011; J. Fitoussi, After the Crisis: the Way Ahead, Luiss University Press, Roma, 2010; S. Griffith-Jones, J.A. Ocampo, J.E. Stiglitz (cur.), Time for a Visible Hand: Lessons from the 2008 World Financial Crisis, Oxford, Oxford University Press, 2010; S. Mihm, N. Roubini, Crisis economics: a crash course in the future of finance, London, Allen Lane, 2010; J.E. Stiglitz, Freefall. America, Free Markets, and the Sinking of the World Economy, New York, W.W. Norton & Co. 2010 (ed. it. Bancarotta. L’economia globale in caduta libera, Torino, Einaudi, 2010); J.E. Stiglitz, The Stiglitz Report: Reforming the International Monetary and Financial Systems in the Wake of the Global Crisis, New York, The New Press, 2010; G. Tremonti, La paura e la speranza. Europa: la crisi globale che si avvicina e la via per superarla, Milano, Mondadori, 2010; R. Williams, L. Elliott, Crisis and recovery: Ethics, economics and justice, Basingstoke, Palgrave Macmillan, 2010; M. Wolf, Fixing Global Finance, Baltimore, The Johns Hopkins University Press, expanded and updated edition edition 20102; V. Cable, The Storm: The world economic crisis & what it means, London, Atlantic Books, 20102; P. Krugman, The Return of Depression Economics and the Crisis of 2008, New York, W.W. Norton & Co., 2009 (ed. it. Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008, Milano, Garzanti 2009); W. Münchau, The Meltdown Years: The Unfolding of The Global Economic Crisis, New York, McGraw-Hill, 2009; J. Attali, La crise, et après?, Paris, Fayard, 2008 (ed. it. La crisi, e poi?, Roma, Fazi, 2009). Sulla stessa lunghezza d’onda, peraltro, l’appello a firma di intellettuali e uomini politici europei (tra cui G. Amato, J. Attali, E. Bonino, D. Cohn-Bendit, R. Prodi, A. Quadrio Curzio, B. Spinelli), pubblicato contemporaneamente in il 9-5-2012 su diversi quotidiani europei (in Italia su Repubblica, col titolo Il federalismo che può salvare l’Europa, nonché sul numero 10/2012 di Federalismi.it, col titolo Per un federalismo che può salvare l’Europa).

[2] Tale nuovo diritto tende peraltro a mantenere in vigore inalterato nei suoi tratti essenziali il vecchio, cercando soltanto di limitare i danni che quest’ultimo ha prodotto, non poteva che produrre, e continuerà a produrre finché non sarà abbandonato: in questo modo, il nuovo diritto non fa che aggravare i guasti provocati dal vecchio. Il tema si inserisce nel quadro più ampio dei rapporti tra Stato e mercato, un tema che non cessa di interrogare e che con la crisi ha aperto nuovi spazi di riflessione: cfr. le osservazioni di G.F. Ferrari, nell’editoriale Stato e mercato: quali rapporti dopo la crisi?, in questa Rivista, 2010, XV.

[3] Presa a prestito da Marco Bollettino, che la impiegò in una lezione tenuta al Centro Einaudi di Torino il 13 marzo 2012.

[4] Che si fonda sulla lezione degli economisti della scuola austriaca. In particolare, un testo fondamentale alla base della riflessione qui contenuta è quello di P. Salin, Revenir au capitalisme… pour éviter les crises, Paris, Odile Jacob, 2009 (ed. it. Ritornare al capitalismo per evitare le crisi, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011); specificamente sulla questione monetaria, due testi fondamentali, che condensano moltissime riflessioni di altri autori e le presentano in modo sintetico e originale sono poi J.G. Hülsmann, The Ethics of Money Production, Auburn, Ludwig von Mises Institute, 2008, e C. Lottieri, Denaro e comunità, Napoli, Alfredo Guida Editore, 2000; tra i classici del pensiero austriaco, v. poi in particolare L. von Mises, Theorie des Geldes und der Umlaufsmittel, 1912, 1953 (ed. it. Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione, Napoli, ESI, 1999), la raccolta di saggi dello stesso L. von Mises, On the Manipulation of Money and Credit, Auburn, Ludwig von Mises Institute, 2002 (da cui abbiamo preso spunto per il titolo del presente lavoro), e M.N. Rothbard, What Has Government Done to Our Money?, Auburn, Ludwig von Mises Institute, 20086 [1963] (ed. it. Lo Stato falsario: ecco cosa i governi hanno fatto ai nostri soldi, Treviglio, Leonardo Facco ed., 2005); moltissime informazioni si sono inoltre ricavate, oltre che da testi di carattere enciclopedico e manualistico, dai preziosissimi interventi ospitati quotidianamente sulla sezione Daily del sito del Ludwig von Mises Institute (mises.org/daily), dedicato appunto al grande economista austriaco Mises (da qualche tempo, molti di questi articoli compaiono anche, in traduzione italiana, sul sito gemello vonmises.it). Altri testi vicini a questa impostazione sono, tra i molti, i seguenti: J.A. Allison, The Financial Crisis and the Free Market Cure: Why Pure Capitalism is the World Economy’s Only Hope, New York, McGraw-Hill, 2012; P. Bagus, The Tragedy of the Euro, Auburn, Ludwig von Mises Institute, 20122 (ed. it. La tragedia dell’euro, Massa, Usemlab, 2011); diversi saggi in J. Friedman (cur.), What Caused the Financial Crisis?, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2011, e il libro dello stesso J. Friedman e del suo allievo W. Kraus, Engineering the Financial Crisis: Systemic Risk and the Failure of Regulation, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2011; K. Dowd, M. Hutchinson, Alchemists of Loss: How Modern Finance and Government Intervention Crashed the Financial System, Hoboken, Wiley, 2010; T.E. Woods Jr., Meltdown: A Free-Market Look at Why the Stock Market Collapsed, the Economy Tanked, and Government Bailouts Will Make Things Worse, Washington, Regnery Publishing, 2009.

[5] H. Davies, The Financial Crisis: Who is to Blame?, Cambridge-Malden, Polity Press, 2010; l’autore è un economista britannico che ha ricoperto una serie di incarichi di grande prestigio, tra cui quelli di deputy governor della Banca d’Inghilterra, di primo chairman della Financial Services Authority, nonché a lungo di Director della London School of Economics.

[6] La tesi qui sostenuta, dell’importanza (in negativo) della politica monetaria espansionistica, aveva avuto un po’ più fortuna nell’analisi della Commissione speciale del Parlamento Europeo sulla crisi finanziaria, economica e sociale. Sulla base del suo rapporto, il Parlamento Europeo aveva approvato una serie di raccomandazioni sulle misure e le iniziative da adottare (Risoluzione del Parlamento europeo del 20 ottobre 2010 sulla crisi finanziaria, economica e sociale: raccomandazioni sulle misure e le iniziative da adottare (relazione intermedia) (2009/2182(INI), P7_TA(2010)0376): in questa risoluzione, tra le cause della crisi era attribuito un ruolo di primo piano alla politica monetaria delle autorità americane, anche se poi la gran parte dell’analisi adottava un’interpretazione e giungeva a conclusioni in linea con la tendenza mainstream di richiedere più diritto (inteso come maggiore regolamentazione), al contempo più coordinato e omogeneo (e lo stesso vale per il rapporto finale della commissione speciale, alla base della Risoluzione del Parlamento Europeo del 6 luglio 2011 sulla crisi finanziaria, economica e sociale: raccomandazioni sulle misure e le iniziative da adottare (relazione finale) (2010/2242(INI), P7_TA(2011)0331).

[7] Nella dottrina italiana, una prima riflessione organica sulle risposte del diritto alla crisi (pur se in prospettiva ideologica diversa da quella fatta propria dal presente lavoro) si trova in G. Napolitano, Uscire dalla crisi, Bologna, il Mulino, 2012.

[8] Tramite il c.d. Bank Bill of 1791, termine che designa in realtà due leggi: An Act to incorporate the subscribers to the Bank of the United States (1st Congress, Sess. III, Ch. 10, 1 Stat. 191, February 25, 1791), e An Act supplementary to the act intituled “An Act to incorporate the subscribers to the Bank of the United States” (1st Congress, Sess. III, Ch. 11, 1 Stat. 196, March 2, 1791).

[9] Con An Act to Incorporate the Subscribers to the Bank of the United States (14th Congress, Sess. I, Ch. 44, 3 Stat. 266, April 10, 1816). La legittimità di questa legge fu contestata nel caso McCulloch v. Maryland, ma la Corte Suprema federale (17 U.S. 316 (1819)) la ritenne legittima alla luce della Necessary and Proper Clause (art. 1, s. 8, clausola 18).

[10] An Act establishing a Mint, and regulating the Coins of the United States (2nd Congress, Sess. I, Ch. 16, 1 Stat. 246, April 2, 1792).

[11] Traduzione tratta da E. Palici di Suni, F. Cassella, M. Comba (cur.), Le Costituzioni dei Paesi dell’Unione Europea, Padova, Cedam, 1998, 820.

[12] Per uno studio approfondito del free banking americano, da un lato, e scozzese, dall’altro, v. L.J. Sechrest, Free Banking. Theory, History, and a Laissez-Faire Model, Auburn, Ludwig von Mises Institute, 2008; v. anche, tra i molti, J.G. Hülsmann, Free Banking and the Free Bankers, [1996] 9(1) The Review of Austrian Economics 3.

[13] An Act to authorize a National Loan and for other Purposes (37th Congress, Sess. I, Ch. 5, 12 Stat. 259, July 17, 1861), s. 1.

[14] An Act to authorize the Issue of United State Notes, and for the Redemption of Funding thereof, and for Funding the Floating Debt of the United States (37th Congress, Sess. II, Ch. 33, 12 Stat. 345, February 25, 1862).

[15] Per un’agevole approfondimento sul “fiat money”, vedi T. Polleit, The Fiasco of Fiat Money, 7 giugno 2012, mises.org/daily/6065/The-Fiasco-of-Fiat-Money.

[16] An Act to authorize the Issue of United State Notes, and for the Redemption of Funding thereof, and for Funding the Floating Debt of the United States (37th Congress, Sess. II, Ch. 33, 12 Stat. 345, February 25, 1862), s. 1.

[17] An Act to authorize an additional Issue of United States Notes, and for other Purposes (37th Congress, Sess. II, Ch. 142, 12 Stat. 532, July 11, 1862).

[18] Joint Resolution to provide for the immediate Payment of the Army and Navy of the United States (37th Congress, sess. III, Res. 9, 12 Stat. 822, January 17, 1863).

[19] An Act to provide Ways and Means for the Support of the Government (37th Congress, Sess. III, Ch. 73, 12 Stat. 709, March 3, 1863).

[20] An Act to prohibit Certain Sales of Gold and Foreign Exchange (38th Congress, Sess. I, Ch. 127, 13 Stat. 132, June 17, 1864).

[21] Erano stati parzialmente ritirati sulla base del cosiddetto Funding Act del 1866, An Act to amend an Act entitled An Act to provide Ways and Means for the Support of the Government,” approved March third, eighteen hundred and sixty-five (39th Congress, Sess. I., Ch. 39, 14 Stat. 31, April 12, 1866); ma poi la loro circolazione era nuovamente aumentata nel 1872, per via di una decisione dei Segretari al Tesoro.

[22] M.N. Rothbard, The origins of the Federal Reserve, [1999] 2(3) The Quarterly Journal of Austrian Economics 3-51, 5 (in precedenza inedito; traduzione nostra, così come per tutti i passi successivi citati in italiano da un originale inglese, salvo diversa indicazione).

[23] An act to provide for the resumption of specie payments (44rd Congress, Sess. II, Ch. 15, 18 Stat. 296, January 14, 1875).

[24] An Act to Authorize Payments in Stamps and to Prohibit Circulation of Notes of Less Denomination than One Dollar (37th Congress, Sess. II, Ch. 196, 12 Stat. 592, July 17, 1862), s. 2.

[25] Rispettivamente An Act to provide a national Currency, secured by a Pledge of United States Stocks, and to provide for the Circulation and Redemption thereof (37th Congress, Sess. III, Ch. 58, 12 Stat. 665, February 25, 1863); An Act to provide a national Currency, secured by a Pledge of United States Bonds, and to provide for the Circulation and Redemption thereof (38th Congress, Sess. I, Ch. 106, 13 Stat. 99, June 3, 1864); An Act to amend and Act entitled “An act to provide Internal Revenue to support the Government, to pay Interest on the Public Debt and for other Purposes,” approved June thirtieth, eighteen hundred and sixty-four (38th Congress, Sess. II, Ch. 78, 13 Stat. 469, March 3, 1865).

[26] M.N. Rothbard, The origins, cit., 5.

[27] J.N. Feinman, Reserve Requirements: History, Current Practice, and Potential Reform, in Federal Reserve Bulletin, June 1993 (disponibile su www.federalreserve.gov/monetarypolicy/0693lead.pdf), 569, 572.

[28] Ibidem.

[29] An Act to define and fix the standard of value, to maintain the parity of all forms of money issued or coined by the United States, to refund the public debt, and for other purposes (56th Congress, Sess. I, Ch. 41, 31 Stat. 45, March 14, 1900).

[30] M.N. Rothbard, The origins, cit., 16.

[31] Ci limitiamo a ricordare i seguenti elementi: una legge (il cosiddetto Hepburn Act [An Act To amend an Act entitled “An Act to regulate commerce,” approved February fourth, eighteen hundred and eighty-seven, and all Acts amendatory thereof, and to enlarge the powers of the Interstate Commerce Commission], 59th Congress, Sess. I, Ch. 3591, 34 Stat. 584, June 29, 1906) diede alla Interstate Commerce Commission il potere di sostituire i prezzi praticati dalle compagnie ferroviarie con quelli che riteneva prezzi massimi “giusti e ragionevoli”, il che rese le società ferroviarie meno profittevoli e fece scendere di valore le loro azioni, fatto che a sua volta ebbe ripercussioni sul mercato azionario; si produsse una perdita di fiducia nella capacità della città di New York di ripagare i propri debiti, determinando un fallimento di una sua offerta di obbligazioni; una multa antitrust di 29 milioni di dollari fu irrogata a Standard Oil, determinando un duro colpo per la società e destabilizzando l’intero mercato; alcune corse agli sportelli si verificarono all’estero, il che aumentò la tensione (e le corse agli sportelli sono una conseguenza del sistema bancario a riserva frazionaria, cui si è fatto riferimento poco sopra nel testo). Per un’indagine delle restrizioni normative che caratterizzavano il contesto in cui scoppiò il Panico del 1907, v. S. Horwitz, Competitive Currencies, Legal Restrictions, and the Origins of the Fed: Some Evidence from the Panic of 1907, [1990] 56(3) Southern Economic Journal 639.

[32] An Act To amend the national banking laws (60th Congress, Sess. I, Ch. 229, 35 Stat. 546, May 30, 1908).

[33] An Act To provide for the establishment of Federal reserve banks, to furnish an elastic currency, to afford means of rediscounting commercial paper, to establish a more effective supervision of banking in the United States, and for other purposes (63rd Congress, Sess. II, Ch. 6, 38 Stat. 251, December 23, 1913, 12 U.S.C. 3).