Cosa spinge in alto il PIL?

Al fine di pilconoscere lo stato di salute di una economia, la maggioranza delle persone si affida ad una statistica chiamata “Prodotto Interno Lordo” (PIL). Il quadro di riferimento del PIL guarda al valore dei beni e servizi finali prodotti in una economia in un certo arco temporale, generalmente un quarto di anno. Questa statistica è costruita in accordo con il punto di vista secondo cui ciò che guida l’economia non è la produzione di ricchezza ma il suo consumo: ciò che importa è la domanda di beni e servizi finali. Dal momento che la spesa per consumi è la parte più grande della domanda nel complesso, si ritiene generalmente che la domanda dei consumatori metta in moto la crescita economica.

Concentrandosi esclusivamente sui beni e servizi finali, il PIL dipinge un mondo fantastico in cui i beni emergono perché gli individui semplicemente li desiderano. Questo è in totale disaccordo con la realtà (che attiene al fatto se sia possibile o meno soddisfare tali desideri). Tutto ciò che importa da questo punto di vista è la domanda di beni, che darà origine immediatamente alla propria offerta. Poiché l’offerta di beni è data per scontata, questo approccio ignora completamente l’intera questione inerente le varie fasi di produzione che precedono l’emergere dei beni.

Nel mondo reale, non è sufficiente che esista la domanda di beni: bisogna anche avere i mezzi per soddisfare i desideri degli individui. I mezzi, vale a dire i beni intermedi necessari alla produzione dei ben i finali, non sono prontamente disponibili; vanno prodotti. Così, se si vuole produrre un’auto, è necessario il carbone che sarà impiegato nella produzione dell’acciaio, che a sua volta sarà impiegato in tutta una serie di altri attrezzi. Questi attrezzi saranno utilizzati per produrre altri attrezzi e macchinari e così via, fino al raggiungere lo stadio finale di produzione di un’auto. L’armoniosa interazione dei vari stadi di produzione si realizza nel prodotto finale.

L’approccio del PIL dà l’impressione che non sia l’attività degli agenti economici a produrre beni e servizi, ma qualcos’altro al di fuori di tutte queste attività che definiamo “economia”. Tuttavia, in nessuno stadio di produzione la cosiddetta “economia” gode di vita propria in modo indipendente dagli individui. La cosiddetta economia è una metafora – non esiste.

Raggruppando insieme il valore dei beni e servizi finali, gli istituti di statistica nazionali realizzano la rappresentazione fittizia dell’economia attraverso le statistiche sul PIL. Guardando all’economia come a qualcosa che esiste davvero nel mondo reale, gli economisti mainstream raggiungono la bizzarra conclusione che ciò che è buono per gli individui potrebbe non essere buono per l’economa nel complesso, e viceversa. Poiché l’economia non esiste come cosa a sé stante dagli individui, ovviamente ciò che fa bene ai singoli non può danneggiare l’economia.

Il PIL non può dirci se beni e servizi prodotti durante un particolare periodo di tempo riflettano una reale espansione di ricchezza o semplicemente un consumo di capitale.

Ad esempio, se il governo si impegna nella costruzione di una piramide, cosa che non aggiunge assolutamente nulla al benessere individuale dei cittadini, il PIL la registrerà come una crescita economica. In realtà, però, la costruzione della piramide avrà dirottato  risorse reali da attività generatrici di valore, soffocando così la produzione di ricchezza.

Poiché l’approccio del PIL ignora completamente gli stadi intermedi di produzione, può essere di poco aiuto nella valutazione dei cicli economici (boom – bust cycles). Non c’è da meravigliarsi se gli economisti mainstream sono costretti a concludere che le recessioni avvengono in risposta a improvvisi cali nella spesa per consumi. Di conseguenza, è abbastanza logico che nel quadro concettuale del PIL si debbano sostenere politiche monetarie espansive per ravvivare “l’economia”.

L’intera idea del PIL dà l’impressione che ci sia una cosa come il “prodotto nazionale”. Nel mondo reale, tuttavia, la ricchezza è prodotta da qualcuno ed appartiene, altresì, a qualcuno. In altre parole, i beni e i servizi non sono prodotti e supervisionati nel loro insieme da un leader supremo. Questo, a sua volta, significa che l’intero concetto di PIL è privo di qualsiasi fondamento reale. E’ un concetto vuoto.

Secondo Mises tutta l’idea secondo cui si possa stabilire il valore del prodotto nazionale è qualcosa di alquanto inverosimile:

“il tentativo di esprimere in unità monetarie la ricchezza di una nazione o dell’intera umanità è infantile almeno quanto i tentativi mistici di risolvere gli enigmi dell’universo preoccupandosi delle dimensioni della piramide di Cheope”.

Inoltre,

“se una azienda valuta 100$ una fornitura di patate, ciò significa che sarà possibile venderla o sostituirla scambiandola per quella somma. Se una intera unità imprenditoriale è valutata 1 000 000 $ significa che ci si può aspettare che il proprietario possa venderla e trasformare la propria proprietà in moneta, ma non può farlo la nazione”.

In aggiunta  queste questioni, ci sono seri problemi inerenti la lettura delle statistiche del PIL. Per calcolare un totale, diverse cose vanno sommate insieme. Per sommarle insieme, devono avere una unità di misura comune. Non è possibile aggiungere frigoriferi a macchine e magliette per ottenere il totale dei beni finali. Poiché la produzione reale totale non può essere significativamente definita, ovviamente non può essere quantificata.

Per risolvere questo problema, gli economisti utilizzano la spesa totale in beni e la dividono per la media dei prezzi di questi beni. C’è, tuttavia, un problema serio nel fare questo. Cos’è il prezzo? E’ il tasso di scambio tra due beni stabilito in una transazione tra due individui, in un particolare luogo, in un particolare momento. Il prezzo, o il tasso di scambio di un bene nei confronti di un altro, è la quantità dell’altro bene divisa per la quantità del primo bene. Nell’economia monetaria, il prezzo sarà la quantità di moneta divisa per la quantità del primo bene.

Supponiamo che vengano concluse due transazioni. Nella prima, un televisore è scambiato per 1 000 $. Nella seconda, una maglietta è scambiata per 40 $. Il prezzo, o il tasso di scambio, nella prima transazione è 1000$/1 TV. Il prezzo della seconda transazione è 40$/1 maglietta. Allo scopo di calcolare un prezzo medio dovremmo sommare questi due rapporti e dividere per due. Però, il rapporto 1000$/1 TV non può essere sommato al rapporto 40$ / 1 maglietta, e ciò implica che non si può stabilire un prezzo medio.

E’ interessante notare che nel mercato delle commodities i prezzi sono quotati in dollari/barile di greggio, dollari/oncia d’oro, dollari/tonnellata di rame, ecc.. Ovviamente non avrebbe molto senso stabilire un prezzo medio di questi prezzi. Su questo Rothbard scrisse:

“di conseguenza ogni concetto di prezzo medio implica la necessità di sommare o moltiplicare quantità di unità di beni completamente differenti, come il burro, i cappelli, lo zucchero, ecc.. ed è quindi privo di significato e illegittimo”.

L’impiego di vari sofisticati metodi per calcolare il livello medio dei prezzi non può bypassare la questione fondamentale per cui non è possibile stabilire un prezzo medio di beni e servizi diversi. Quindi i vari indici di prezzo calcolati dalle statistiche del governo sono semplicemente numeri arbitrari. Se il deflatore del PIL è privo di senso allora lo è anche la statistica del PIL reale.

Allora come dobbiamo interpretare i periodici pronunciamenti riguardo l’economia che, come viene riportato nella statistica del PIL reale, cresce di una particolare percentuale? Tutto ciò che possiamo dire è che tale percentuale non ha nulla a che fare con la reale crescita economica e che, molto probabilmente, si tratta di qualcosa che rispecchia il ritmo del pompaggio monetario.

Come regola generale, più moneta viene creata dalla banca centrale e dal settore bancario, più alta sarà la spesa monetaria. Questo, a sua volta, implica che il tasso di crescita di quella che viene etichettata “economia reale” debba strettamente rispecchiare la crescita dell’offerta di moneta.

Non c’è da meravigliarsi se nel quadro concettuale del PIL le banche centrali possono causare reale crescita economica e la maggior parte degli economisti credono davvero questo. Molti cosiddetti “studi economici” producono “prove scientifiche” della visione popolare per cui, attraverso il pompaggio monetario, la banca centrale può far crescere l’economia. Si è trascurato in tutti questi studi che nessuna altra conclusione si può raggiungere una volta capito che il PIL è strettamente correlato allo stock di moneta.

Si sarebbe tentati di chiedere perché è necessario conoscere il tasso di crescita della cosiddetta “economia”? A che serve questo tipo di informazione? In una economia libera dagli ostacoli, questo tipo di informazione sarebbe di poco aiuto per gli imprenditori. L’unico indicatore di cui ogni imprenditore si può fidare sono i propri profitti e le proprie perdite. Come può l’informazione secondo cui la cosiddetta “economia” è cresciuta del 4 % in un certo periodo aiutare un imprenditore a fare profitti?

Ciò che serve ad un imprenditore non è una informazione generale ma, piuttosto, informazioni specifiche riguardanti la domanda di uno o più specifici prodotti. L’imprenditore stesso deve stabilire l’insieme di informazioni riguardanti un determinato rischio imprenditoriale.

Le cose sono un po’ diverse, in ogni caso, quando governo e banca centrale si intromettono nell’economia. Sotto queste condizioni, nessun imprenditore può ignorare la statistica del PIL, dal momento che governo e banca centrale reagiscono a questi dati per mezzo di politiche fiscali e monetarie. Allo stesso modo i partecipanti ad un mercato finanziario seguono da vicino la statistica del PIL allo scopo di valutare le probabili reazioni della banca centrale.

L’intero esercito di economisti è occupato ad indovinare se la banca centrale abbasserà o alzerà il tasso di interesse. Inoltre, per fornire razionalità a tutto questo, una nuova forma di scienza economica denominata “macroeconomia” è stata inventata. Non c’è bisogno di dire che questo tipo di economia non ha a che fare col mondo reale ma con una inesistente entità chiamata “economia”.

Per mezzo del concetto di PIL governi e banche centrale generano l’impressione di poter guidare l’economia. Secondo questo mito, la “economia” segue il sentiero di crescita tracciato da funzionari onniscienti. Così, ogni volta che il tasso di crescita slitta sotto il sentiero previsto, i funzionari sono tenuti a dare alla “economia” una spinta adatta. Viceversa, quando la “economia” cresce troppo velocemente, i funzionari sono tenuti a intervenire per raffreddare il ritmo.

Se l’effetto di queste politiche fosse confinato alle statistiche del PIL, l’intero esercizio sarebbe privo di pericolosità. Tuttavia, queste politiche manomettono l’attività dei produttori di ricchezza e, di conseguenza, minano il benessere delle persone. Per fare uno specifico esempio, agendo per rendere l’inesistente “economia” più efficiente, i funzionari del governo USA si stanno impegnando nel distruggere il più grande generatore di ricchezza: Microsoft. Allo stesso modo, per mezzo della stampa di moneta e della manipolazione dei tassi d’interesse, la FED non sta aiutando a generare più prosperità; piuttosto, sta creando un “PIL più forte” e la conseguente minaccia di un altro ciclo boom – bust, vale a dire un impoverimento dell’economia.

Possiamo allora concludere: il quadro concettuale del PIL è una astrazione priva di ogni collegamento con la realtà. Nonostante questo, il concetto di PIL è tenuto in alta considerazione da parte di governi e banche centrali poiché fornisce la giustificazione per la loro interferenza nell’economia. E, infine, fornisce un illusorio metodo di valutazione delle performance dell’attività dei funzionari governativi.

Articolo di Frank Shostak su Mises.org

Traduzione di Walter Paiano