Quando il diritto altera la realtà: la manipolazione del denaro e le sue conseguenze | III parte

bank_of_englandVenendo a considerare l’ordinamento inglese[1], per comodità espositive suddivideremo anche qui la nostra analisi in un periodo dalle origini agli anni della Prima Guerra Mondiale, e uno successivo che va fino alla crisi.

Per quanto riguarda l’Inghilterra, occorre tornare indietro sino al sedicesimo secolo: in questo periodo, infatti, la Royal Mint[2] acquisì di fatto il monopolio della creazione di monete. Essa esisteva dalla fine del nono secolo ma era rimasta per secoli solo una delle zecche del Regno d’Inghilterra. Intorno all’anno mille, il numero di zecche esistenti era molto elevato (ne sono riportate più di settanta). Tale numero iniziò a diminuire con la conquista normanna, e dall’inizio del tredicesimo secolo rimasero essenzialmente due zecche importanti: Londra e Canterbury. La zecca di Londra divenne comunque quella prevalente, e intorno al 1540 le rimanenti zecche ecclesiastiche chiusero, cosicché la Royal Mint rimase di massima l’unica esistente.

Gli effetti del monopolio si fecero subito sentire: infatti tra il 1542 e il 1551 Enrico VIII e il suo successore Edoardo VI usarono metalli di bassa qualità nelle monete nel tentativo di produrne una maggiore quantità, così svalutando il denaro esistente[3]. Tuttavia il processo fu interrotto da Elisabetta I, che mise in atto una nuova coniazione delle monete svalutate.

Nel corso dei decenni successivi, i mercanti iniziarono ad impiegare la Royal Mint come deposito per le grandi quantità d’oro che avevano ottenuto coi loro commerci, tuttavia nel 1640 re Carlo I decretò la requisizione dell’oro depositato presso la Royal Mint, a titolo di prestito forzoso alla Corona. I mercanti smisero allora di depositare il proprio oro presso la Royal Mint, e si rivolsero agli orefici di Londra (London goldsmiths). Questi ricevevano l’oro o gli altri metalli preziosi, custodendoli dietro un compenso, e rilasciavano certificati di deposito che attestavano la quantità e purezza del metallo depositato presso di loro.

Inizialmente, tali certificati non potevano circolare, e solo il depositante poteva presentarli per riavere indietro i metalli. In seguito, però, gli orefici divennero intermediari nella circolazione della ricchezza, precorrendo i moderni banchieri: essi presero cioè a considerare i metalli depositati presso di loro come un prestito, autoassegnandosi così il potere di riprestarli a propria volta per conto del “depositante”. I goldmsith bankers non chiesero più a questo punto un compenso per i “depositi”, e anzi iniziarono a corrispondere loro degli interessi sulle somme versate.

Essi iniziarono poi ad emettere, in cambio delle monete metalliche depositate, titoli di credito pagabili a richiesta, che divennero progressivamente un mezzo di pagamento alternativo al denaro metallico, forti dell’impegno dei goldsmiths a convertirli in denaro metallico a richiesta.

I goldsmith si accorsero ad un certo punto che, per poter garantire il corretto funzionamento di questa loro attività di intermediazione del credito, era sufficiente mantenere nei propri depositi solo una parte, una frazione di tutto l’oro e l’argento che vi erano stati depositati: infatti molto difficilmente i possessori dei titoli da loro emessi avrebbero chiesto tutti contemporaneamente la conversione dei titoli nei metalli originari.

Ciò diede loro lo spunto i iniziare a concedere crediti in misura superiore ai metalli effettivamente posseduti, semplicemente emettendo nuovi certificati, all’apparenza indistinguibili dai precedenti, non supportati però da una reale quantità di oro o argento, ma creati sostanzialmente dal nulla: nacque così il sistema che ancor oggi – pur se funziona in modo diverso – va sotto il nome di riserva frazionaria.

La fiducia nel fatto che i goldsmith avrebbero onorato i propri impegni era ciò che consentiva al sistema di riserva frazionaria di funzionare (in effetti oggi, per far riferimento al versione moderna di questo meccanismo, si designa il denaro attuale come moneta “fiduciaria”).

Tuttavia un meccanismo del genere può funzionare solo finché non si verifichi un simultaneo deterioramento generale dei crediti fatti dal banchiere, con conseguente richiesta contemporanea di molti “depositanti” di riavere subito indietro il proprio denaro, nel timore di essere battuto sul tempo da altri “depositanti” e trovare la banca senza più denaro da restituire (ciò che oggi viene definito corsa agli sportelli, o bank run).

Ebbene, tra gli altri i goldsmith bankers prestarono denaro anche agli Stuart, ma la cattiva gestione da parte di questi ultimi li mise in difficoltà. Anche in questo caso una guerra, nella fattispecie la guerra civile inglese che aveva attraversato il diciassettesimo secolo, con i suoi strascichi successivi anche alla Gloriosa Rivoluzione del 1688, portò a sviluppi determinanti per il tema che stiamo considerando. Infatti re Guglielmo III si pose l’obiettivo di ricostruire la flotta inglese dopo la pesante sconfitta da parte della Francia nella Battle of Beachy Head del 1690, ma le finanze pubbliche erano in dissesto, per cui il re non aveva a disposizione abbastanza fondi pubblici, né i banchieri si fidavano più a fargli credito.

Fu allora deciso di forzare la concessione del prestito di un milione e duecentomila sterline che il governo inglese desiderava ottenere, stabilendo con la s. 19 del Bank of England Act 1694[4] che i sottoscrittori del prestito sarebbero stati resi soci di un nuovo ente, col nome di Governor and Company of the Bank of England: tale nuova Banca avrebbe prestato il proprio intero capitale al governo, ma le sarebbe stato attribuito il possesso esclusivo dei saldi del governo e sarebbe stata l’unico ente autorizzato ad emettere banconote.

Tanto bastò a convincere abbastanza sottoscrittori: in breve tempo la somma desiderata fu sottoscritta, e così la nuova Banca poté essere istituita con la concessione del Royal Charter il 27 luglio 1694[5], e iniziò così il proprio ruolo di banca del governo e gestore del debito, che conserva ancora oggi, anche se inizialmente, e per più di due secoli, anche con successivi rinnovi dello statuto[6], rimase formalmente di proprietà e a gestione privata.

In ogni caso, i primi anni di vita della Banca furono contraddistinti da forti richieste da parte del governo di concedergli finanziamenti e di emettere nuova moneta. La Banca si dedicò anche all’attività bancaria tipica, ricevendo depositi e rilasciando in cambio banconote come attestazione del deposito. Tali banconote divennero una forma di moneta largamente diffusa, per via del fatto che gli inglesi confidavano nel fatto che la Banca avrebbe rispettato la promessa di convertirle in oro[7], sfruttando le riserve reali. Anche se nell’atto di costituzione della Banca ben poco lasciava presagire tutto ciò, la Banca d’Inghilterra divenne così il tesoro nazionale e la principale banca commerciale inglese nel diciottesimo secolo.

Col rinnovo dello statuto nel 1781, con cui la Banca divenne peraltro banca delle banche[8], la convertibilità in oro delle banconote fu mantenuta, tuttavia negli anni precedenti e successivi divenne costante la richiesta di finanziamento alla Banca da parte del governo, e così il debito nazionale aumentò costantemente. Un colpo durissimo alle finanze pubbliche e alla quantità di riserve d’oro disponibili fu dato da un nuovo conflitto, in questo caso una serie di guerre contro la Francia, iniziata nel 1793 e durata 22 anni, fino alla sconfitta di Napoleone a Waterloo nel 1815: il governo infatti impiegò moltissime riserve d’oro per far fronte alle spese militari e per finanziare gli alleati stranieri.

Già nel 1797, l’Inghilterra fu così costretta ad abbandonare la convertibilità: in una riunione d’emergenza il 26 febbraio, il Privy Council impose alla Banca d’Inghilterra di sospendere i pagamenti in oro, e questa misura fu confermata un paio di mesi dopo dal Bank Restriction Act 1797. Tale Restriction Period durò fino al 1821, cioè sei anni dopo la fine delle ostilità con la Francia: il Resumption of Cash Payments Act 1819 aveva infatti deliberato il ripristino della convertibilità dal 1823 (sulla base dei valori stabiliti con il Coinage Act 1816[9]), ma il risultato fu raggiunto con due anni di anticipo.

Durante il Restriction Period, vi fu una mancanza di monete e la Banca vi fece fronte stampando per la prima volta banconote da una e due sterline, il che provocò un aumento dei prezzi, seguito, dopo la fine delle guerre e la restaurazione della disciplina finanziaria (la quale portò con sé il fallimento di alcune banche d’emissione private che in precedenza avevano espanso la propria emissione di moneta), da una brusca caduta.

Dopo il Country Bankers Act 1826, con cui il Parlamento, tra le altre cose, consentì alla Banca di istituire sedi in alte città, il che le permise di accrescere la propria influenza (alle banche private fu invece vietato di stabilirsi entro 65 miglia da Londra), nel 1833, per effetto del Bank Notes Act 1833[10], le banconote della Banca d’Inghilterra divennero corso forzoso per tutte le cifre superiori a 5 sterline, con l’assicurazione che, in caso di crisi, i depositari sarebbero stati garantiti dalla Banca.

Si giunse così all’approvazione, nel 1844, del Bank Charter Act 1844[11]. Da un lato, questa legge attribuì formalmente alla Banca d’Inghilterra il monopolio nell’emissione di banconote in Inghilterra e Galles (essa divenne pertanto l’unica autorità monetaria del Regno Unito). Non vi sarebbero state più banche private autorizzate ad emettere banconote; quelle (in particolare scozzesi) che ne avevano in precedenza il diritto rimanevano autorizzate a farlo (le banche private scozzesi e nord-irlandesi conservano a tutt’oggi tale diritto[12]), ma fu loro imposta la condizione di far corrispondere ad esse una data quantità di banconote della Banca d’Inghilterra.

Tuttavia, memore dell’esperienza del Restriction Period, il Parlamento ristabilì anche la connessione tra banconote emesse e riserve d’oro della Banca d’Inghilterra, vietando a quest’ultima di emettere nuove banconote che non fossero sostenute da un corrispondente aumento delle riserve d’oro: la parte fiduciaria delle banconote, cioè quella non sostenuta da oro, fu così bloccata al livello esistente al momento dell’approvazione della legge del 1844. Insieme alla fissazione di un valore stabile in oro per la sterlina, ciò fu alle basi del ritorno al gold standard, che si estese in tutto il mondo e garantì un lungo periodo di stabilità dei prezzi (pur attuandosi comunque in un regime di riserva frazionaria, per cui la convertibilità era effettivamente possibile solo per una piccola porzione del denaro effettivamente circolante).

Il Bank Charter Act 1844 limitò peraltro la possibilità della Banca d’Inghilterra di fare concorrenza alle banche commerciali, cosicché essa si concentrò sulle proprie funzioni tipiche di banca centrale, quali la sorveglianza sulle riserve auree e la fornitura di liquidità di ultima istanza, quale banca delle banche. In particolare, a seguito di alcune crisi bancarie della seconda metà dell’Ottocento, la Banca, che in un caso giunse ad intervenire con una garanzia di salvataggio da 17 milioni di sterline, si pose sempre di più come prestatore di ultima istanza e ultima riserva del sistema bancario, in funzione di garanzia della stabilità del sistema contro i rischi di contagio da una singola banca in crisi alle altre.

Essa svolgeva questo compito sfruttando la propria esclusiva nella fornitura di denaro alle banche, tramite la quale poteva determinare i tassi d’interesse a Londra al livello che riteneva opportuno. Come si osserva sul sito della Banca d’Inghilterra, «durante la vigenza del gold standard, la scelta del tasso d’interesse incontrava delle restrizioni: la Banca doveva stabilire i tassi abbastanza alti per mantenere le proprie riserve d’oro. In seguito, la scelta del tasso sarebbe divenuta più una questione discrezionale. Perciò erano presenti i due principali elementi di un moderno sistema di banca centrale», ovvero l’obiettivo della stabilità monetaria e quello della stabilità finanziaria.

Riccardo De Caria

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[1]     Per i dati storico-giuridici riportati in questo paragrafo, si è fatto ampio riferimento a quanto riportato sul sito ufficiale della Banca d’Inghilterra, ampiamente esaustivo ai nostri fini: v. in particolare www.bankofengland.co.uk/about/Pages/default.aspx. Per un lavoro estremamente accurato sull’epoca del free banking in Gran Bretagna, vedi L.H. White, Free Banking in Britain. Theory, Experience and Debate, 1800-1845, London, The Institute of Economic Affairs, 19952; vedi anche G. Selgin, Good Money: Birmingham Button Makers, the Royal Mint, and the Beginnings of Modern Coinage, Auckland, Independent Institute, 2011.

[2]     Si veda anche il relativo sito ufficiale, in particolare www.royalmintmuseum.org.uk/history/index.html.

[3]     Sostanzialmente allo stesso modo di quel che avvenne negli Usa tra il 1965 e il 1970.

[4]     5 & 6 Will. & Mar. c. 20, disponibile su www.bankofengland.co.uk/about/Documents/legislation/1694act.pdf.

[5]     Disponibile su www.bankofengland.co.uk/about/Documents/legislation/1694charter.pdf. La Banca d’Inghilterra è la seconda più antica del mondo, dopo quella svedese del 1668.

[6]     Che avvennero tramite nuovi prestiti dalla Banca al governo.

[7]     In effetti, Newton, nella sua qualità di Master of the Mint, operò un passaggio informale dal silver al gold standard nel 1717.

[8]     In tale occasione, il Primo Ministro, Lord North, descrisse addirittura la Banca come «una parte della Costituzione».

[9]     56 Geo. 3 c. 68.

[10]    3 & 4 Will IV c. 83.

[11]    7 & 8 Vict. c. 32, disponibile su www.bankofengland.co.uk/about/Documents/legislation/1844act.pdf, detto anche Peel’s Bank Act of 1844, dal nome del primo ministro di allora.

[12]    La disciplina era contenuta nel Bank Notes (Scotland) Act 1845 (8 & 9 Vic. c. 38) e nel Bankers (Northern Ireland) Act 1928 (18 & 19 Geo. 5 c. 15): nell’ambito delle risposte alla crisi, il Banking Act 2009 (2009 c. 1) ha abrogato queste due leggi (insieme al Bankers (Ireland) Act 1845, 8 & 9 Vic. c. 37) e rafforzato il controllo da parte del Tesoro sull’emissione di banconote da parte delle banche di Scozia e Irlanda del Nord.