Siamo in pieno regime (alimentare)

Due proposte di legge panesalutiste appena licenziate rispettivamente da due consigliere regionali piemontesi PD e da tre senatrici, sempre PD, sono sciocche come il pane senza sale che ci vorrebbero costringere tutti a mangiare.

Intendiamoci: mangiare sano è una scelta verosimilmente saggia, anche se uno può tranquillamente mangiare senza sale per decenni e poi beccarsi comunque un accidenti in giovane età, così come ci sono diversi casi di persone che, anche senza arrivare ai livelli di Mick Jagger, si sono goduti parecchio la tavola e la vita, e sono arrivati belli arzilli a tarda età.

Ma di massima evitare di maltrattare il proprio stomaco è un modo di volersi bene. Ma il punto è che è una scelta, e tale deve restare. Altrimenti, diventa una violenza, e non lo è di meno per il fatto di essere fatta a fin di bene. Del resto, nessuno penserebbe che uno stupratore va assolto solo perché è convinto di essere un grande amatore e violenta le donne perché non vuole che le sue abilità vadano sprecate. Non si capisce perché debba valere un principio diverso se la violenza riguarda altre parti del corpo. Perché di questo si tratta.

Certo, nel caso delle scuole, oggetto della proposta piemontese, la questione è più delicata. Non tutti i ragazzi hanno la fortuna di avere genitori responsabili, ed è importante che tutti vengano messi in condizione di scegliere davvero, consapevoli di cosa comporta mangiare cibo spazzatura invece che golose insalatine scondite. Ma allora gli sforzi vanno compiuti sul piano dell’informazione, e del resto ormai le campagne salutiste non mancano nelle nostre scuole.

Ma le piddine piemontesi non si accontentano, e vogliono sostituire le merendine con frutta e verdura, supponiamo a kilometro zero ed equa e solidale, nelle scuole e – par di capire – in tutti i luoghi con funzione pubblica accessibili ai minori. Cioè in pratica vai a fare due ore di coda all’anagrafe e non ti puoi manco prendere un Bueno alle macchinette perché c’è il rischio che di lì passi un minore venuto a fare la carta bianca e non vorremmo traviarlo. Come fare a stabilire cosa sia abbastanza sano da passare le forchette caudine e cosa no, non è dato sapere, ma ci sentiamo molto tranquilli ad apprendere che sarà la giunta regionale a stabilire i limiti massimi per ogni «elemento sconsigliato».

Qui si va oltre le cosiddette fat tax, dove il salutismo è in realtà solo un pretesto come un altro per imporre una tassa, come ha spiegato ripetutamente Lucia Quaglino su Chicago (ora Leoni) Blog. Nella proposta in questione, infatti, non c’è neppure l’obiettivo di aumentare il gettito fiscale: qui si cerca proprio di alimentare i ragazzi a pane e statalismo fin da giovane età, abituandoli a un mondo dove c’è chi si prende cura di loro e decide per loro.

Esistono tentativi, quelli del cosiddetto paternalismo libertario (che in realtà a me pare tanto paternalista e poco libertario), di trovare soluzioni che “spingano gentilmente” (nudge, in inglese) gli altri a compiere la scelta che si vuole che compiano, senza imporla loro con la forza, e dunque rispettando la loro eventuale volontà contraria. Per esempio, nelle mense i sostenitori del nudging propongono di mettere nei ripiani più in vista i cibi più salutari, e di nascondere merendine e snack.

Ma le nostre pasionarie non si sforzano neppure di provare soluzioni di questo tipo, e passano subito al linguaggio che conoscono meglio, quello dei comandi e divieti. Indifferenti al fatto che studi seri hanno messo in luce che la cattiva reputazione delle merendine industriali è ingiustificata. E altrettanto indifferenti al fatto che, come spiega il presidente dei gestori dei distributori di merendine, i ragazzi semplicemente non mangiano la frutta, e anche se gliela si mette sotto il naso, la lasciano lì a marcire. Con il risultato che si porteranno da casa gli snack prediletti o fiorirà un mercato “nero” parallelo, e in entrambi i casi i poveri gestori “ufficiali” finiranno fuori mercato.

La proposta delle consiglieri piemontesi gode comunque di consensi bipartisan, per cui è probabile trovarla convertita in legge a breve. Evidentemente in Regione proprio non hanno di meglio da fare.

Ha forse meno chance di diventare legge, ma è ancor più bizzarra, un’altra proposta fatta stavolta a livello nazionale, da parte di tre senatrici, sempre del PD, che tirano in ballo la solita Costituzione e propongono un ddl per garantire le pari opportunità di vegetariani e vegani. Questo ddl arriva a imporre l’obbligo per tutte le mense, comprese quelle private, di offrire e pure pubblicizzare (sic!)

almeno un menù vegetariano e uno vegano in alternativa alle pietanze contenenti prodotti o ingredienti di origine animale previste nel menù convenzionale. I menù vegetariano e vegano offerti devono essere strutturati in modo da assicurare un apporto bilanciato di tutti i nutrienti, così come indicato dalla scienza ufficiale (ri-sic!) in materia di nutrizione e considerando i progressi scientifici in tale campo”.

E giù con altre amenità del tipo che le uova devono essere biologiche o «provenire da galline allevate con metodo biologico o allevate all’aperto». E guai a sgarrare anche di un solo uovo, perché si prevedono sanzioni fino a 18.000 euro e la sospensione della licenza per oltre un mese, e addirittura la revoca in caso di recidiva. Concetti astrusi come costi e ricavi, legge della domanda e dell’offerta e preferenze dei consumatori non devono essere evidentemente familiari alle senatrici.

Se questo è quel che propongono le donne politiche del PD, meglio tutta la vita le olgettine, che non fanno del male a nessuno. E neppure del bene a qualcuno che non sia consenziente. Le starlette che finiscono in Parlamento hanno il solo torto di mostrare la politica per quello che è veramente. E questo i benpensanti progressisti – qualunque sia il loro sesso – non glielo possono perdonare. Nonostante con ogni probabilità sia vero, come accusa Anselma Dell’Olio, che a sinistra si fa uguale o peggio. Ma non si dice.

Cose inaudite.

Riccardo De Caria

Tratto da Lospiffero.com